Sylvia, Marsha e noi – a cinquant’anni dai Moti di Stonewall

Sylvia, Marsha e noi – a cinquant’anni dai Moti di Stonewall

di Silvia Conca

 Nella notte tra il 27 e il 28 giugno cade il cinquantesimo anniversario dei Moti di Stonewall, che hanno segnato l’inizio del movimento LGBTQI contemporaneo.

È difficile restituire a quei compagni e a quelle compagne che guardano con una certa distanza a tale movimento l’importanza di questa ricorrenza senza affidarsi a banalità retoriche come “i diritti civili devono andare di pari passo con i diritti sociali” o “uniamo le lotte”, ma le sfide non ci spaventano e non ci spaventa la complessità delle dinamiche socio-politiche.

Tentiamo, prima di tutto, una ricostruzione storica degli eventi di quella notte newyorkese del ‘69: lo Stonewall Inn era un locale gay, cioè uno di quei luoghi in cui per secoli le persone omosessuali hanno trovato l’unica possibilità di esprimersi e socializzare. Lo Stonewall Inn era un locale senza acqua corrente di proprietà della mafia, ma subiva retate continue da parte della polizia per un altro motivo: l’orientamento sessuale dei suoi avventori.

La retata di quella notte fu particolarmente violenta e fece assiepare attorno al locale l’umanità che popolava Christopher Street, composta soprattutto da persone omosessuali senzatetto che dormivano nel parco davanti allo Stonewall Inn o sotto i vicini pontili del fiume Hudson.

Una donna lesbica, più tardi identificata con la buttafuori afroamericana Stormé DeLarverie, era stata colpita da una manganellata alla testa e sanguinava. Mentre cercava di reagire alla polizia che l’aveva ammanettata, urlò “Perché non fate qualcosa?” e innescò la risposta della folla.

Non è chiaro chi tirò il primo sampietrino (o bottiglia, bicchiere, scarpa col tacco) e l’attribuzione di questo merito ha preso i contorni del mito, ma ciò che è sicuro è che nacque spontaneamente una ribellione per le strade del Greenwich Village, con una repressione brutale da parte dei reparti antisommossa. Ogni anno da allora si ricorda quella ribellione con i Pride che riempiono le piazze di tutto il mondo.

Il partecipante ai Moti di Stonewall Micheal Fader ha raccontato: “Avevamo tutti la sensazione collettiva di averne abbastanza di quella merda. Non ci fu nulla di tangibile che qualcuno disse a un altro, fu come se quello che si era accumulato negli anni fosse precipitato quella notte in quel posto, non fu una manifestazione organizzata… tutta la folla sapeva che non saremmo più tornati indietro. Fu come l’ultima goccia. Era arrivato il momento di reclamare qualcosa che ci era sempre stato negato… tante persone diverse, tante ragioni diverse, ma in linea di massima fu indignazione pura, rabbia, dolore, tutto combinato e tutto accadde da sé. Fu la polizia ad attuare la maggior parte delle devastazioni. Noi in realtà volevamo rientrare e liberarci e sentimmo di aver conquistato finalmente la libertà o almeno la libertà di mostrare che reclamavamo la libertà. Non avremmo camminato docili nella notta permettendo loro di malmenarci – fu come farsi valere per la prima volta e in maniera molto forte e questo colse di sorpresa la polizia. C’era qualcosa nell’aria, una libertà attesa da tempo, e noi avremmo combattuto per averla. Prese forme diverse, ma la conclusione era che non ce ne saremmo più andati. E non l’abbiamo fatto.”

Nel mito di Stonewall spiccano due figure, quella di Sylvia Rivera e quella di Marsha P. Johnson, che con le loro biografie personali e politiche ci aiutano a comprendere perché Stonewall è stato uno spartiacque, ma anche cosa degli eventi di quella notte è rimasto al centro del movimento LGBTQI e cosa è stato accantonato.

Sylvia e Marsha oggi verrebbero definite due donne transgender, ma all’epoca erano identificate come travestiti o drag queen.

Sylvia era latinoamericana e viveva per strada, dove si prostituiva, dall’età di 11 anni, perché sua nonna l’aveva cacciata di casa per i suoi modi effeminati. Era una militante politica che aveva partecipato al movimento per i diritti civili dei neri e alle proteste contro la guerra in Vietnam e collaborava con gruppi comunisti come i Young Lords e le Pantere Nere.

Marsha era afroamericana e, quando non era in galera per adescamento, dormiva sotto i banchi del Flower District, usando i fiori scartati per adornarsi la testa. Il suo ruolo nei Moti è stato a lungo nascosto perché parte del “movimento gay” non ha voluto associare la sua nascita al nome di una persona tanto “appariscente” quanto soggetta a problemi psichiatrici. Il suo cadavere è stato trovato nell’Hudson nel 1992 e la polizia non ha ritenuto necessario indagare le circostanze della sua morte, classificata come suicidio nonostante una profonda ferita alla testa: era solo un travestito nero e non meritava verità e giustizia.

Rivera e Johnson insieme fondarono il collettivo STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries) che chiedeva istruzione e sanità gratuite, cibo e servizi sociali per tutte le persone oppresse e contrastava l’omofobia, il razzismo, le discriminazioni sul lavoro, gli abusi delle forze dell’ordine, la violenza subita dalle persone LGBTQI nelle carceri. Il collettivo STAR operò dal 1970 al 1973 occupandosi soprattutto di fornire un alloggio alle street queen come Sylvia e Marsha, alle persone omosessuali e transgender rifiutate dalle famiglie e costrette a vivere per strada e a prostituirsi.

Tra i Moti di Stonewall e lo scioglimento del collettivo STAR intercorre un periodo breve, ma in quei quattro anni sono emerse contraddizioni i cui effetti sono ancora vivi nel movimento LGBTQI e ci parlano con precisione della situazione attuale.

Parlare di Rivera e Johnson ci permette di inserire i Moti di Stonewall nel clima di trasformazione sociale che stava attraversando il mondo in quegli anni. C’era un “movimento omofilo” prima di Stonewall, nato negli anni ‘50 anche grazie all’operato di Harry Hay, un militante comunista, fondatore della Mattachine Society. Il maccartismo portò presto all’isolamento delle posizioni comuniste nel movimento omofilo, a vantaggio di un approccio moderato e assimilazionista. Lo scontro tra assimilazione e liberazione attraversava in quegli anni altre soggettività sociali in lotta e probabilmente non sarebbe emerso con una forza tanto grande quanto quella scaturita dai Moti di Stonewall in un clima diverso. A Stonewall non c’erano patrioti che protestavano per l’impossibilità di entrare nell’esercito, come faceva il movimento omofilo, ma persone costrette a vivere come scarti della società che rivendicavano la loro dignità, una dignità non data da ciò che le accomunava con le persone eterosessuali, ma da ciò che le distingueva.

Parlare di Rivera e Johnson ci permette anche di analizzare la già citata piattaforma del loro collettivo e di trarne degli insegnamenti. Sarebbe superficiale e -permettetemi di essere dura su questo – completamente sbagliato prenderla come un esempio di unità delle lotte o di unione tra diritti civili e diritti sociali. È qualcosa di più, qualcosa di meglio. Le politiche LGBTQI possono essere percepite come lotte per i diritti civili da affiancare a diritti sociali generci solo se noi comunisti e comuniste ci arrendiamo all’esistente, un esistente segnato dal trionfo del capitalismo e della sua falsa coscienza. Quando il collettivo STAR chiedeva sanità, cibo, istruzione e servizi sociali per tutti e tutte lo faceva non in forma di rivendicazione ideologica, ma a partire dalle ferite aperte di persone reiette, rifiutate tanto dalla famiglia quanto dalla società, costrette a lasciare la casa e quindi la scuola, a vivere di stenti e prostituzione minorile, a portare sul corpo gli effetti di stupri e aggressioni omofobe. Non era il sostegno astratto a un proletariato generico, ma l’urlo della loro condizione proletaria, una condizione in cui la cosiddetta “sovrastruttura” contava moltissimo nell’accesso ai diritti sociali, soprattutto in una società come quella americana basata su complessi meccanismi di esclusione. Ancora oggi la componente LGBTQI è sovrarappresentata tra le persone senzatetto negli Stati Uniti, con stime che vanno dal 20% al 40%, ancora oggi è più a rischio di violenze sessuali, abuso di sostanze, prostituzione per sopravvivenza e difficoltà a trovare sostegno nei rifugi gestiti da organizzazioni religiose, ma la lotta di Sylvia e Marsha le ha permesso di avere un’alternativa man mano che lo stigma nei confronti delle persone omosessuali e transgender viene distrutto: la vita di strada non è l’unica vita possibile.

La questione LGBTQI riguardava e riguarda ancora la possibilità di usufruire di diritti sociali. È sottolineando questo che si può innescare una dinamica politica trasformativa. Spesso invece si preferisce trattare la comunità LGBTQI come un soggetto esterno alla classe che acquista dignità solo quando si sottomette ai bisogni di un proletariato visto in chiave esclusivamente eterosessuale. È l’operazione che inconsciamente fanno tanti compagni e compagne quando apprezzano la bella vicenda narrata nel film “Pride” per i motivi sbagliati, perché il sostegno ai minatori gallesi in sciopero viene trattato come un’eccezione e non come uno tra tanti episodi di internità alle lotte che hanno impegnato la nostra classe nella storia recente.

Leslie Feinberg, militante comunista e attivista transgender statunitense, ha curato un’intera rubrica, “Lavender & Red”, con decine e decine di storie dedicate a questo intreccio inestricabile tra lotte, la cui memoria sembra perduta tanto nella sinistra di classe quanto nel movimento LGBTQI.

La storia LGBTQI è parte della nostra storia, ma abbiamo perso gli strumenti per leggerla come tale, così come li ha persi un movimento LGBTQI troppo spesso schiacciato dall’egemonia borghese.

Non è un caso che la fine del collettivo STAR sia avvenuta nel ‘73, quando il Pride di New York decise di non ammettere alla parata le drag queen, troppo “indecenti” non solo perché poco funzionali al ritrovato spirito assimilazionista dei maschi gay borghesi e “discreti”, ma anche perché povere, senzatetto, nere, latine. Anche le lesbiche radicali le scacciarono, avviando le tendenze transescludenti di un certo tipo di femminismo. Ma Sylvia e Marsha andarono lo stesso alla parata, precedendo lo striscione di apertura, perché a Stonewall c’erano anche e soprattutto loro. Non dimentichiamoci mai della natura di classe delle posizioni moralistiche sul “decoro” del Pride, che hanno origine in questo episodio.

A qualcuno tra noi piacerebbe che i Pride fossero manifestazioni come tutte le altre. Sarebbero più rassicuranti e non parlerebbero della nostra sconfitta. Il movimento LGBTQI è stato l’unico tra quelli di quegli anni a ottenere risultati notevolissimi in quest’epoca, mentre gli altri si sono fermati o hanno subito arretramenti. È difficile attraversare i Pride all’epoca del pinkwashing, dell’omonazionalismo, degli sponsor, ma è necessario più che mai e non accetta le scorciatoie di un anticapitalismo di maniera e autoreferenziale. È necessario per non lasciare sole le Sylvia e le Marsha di oggi, affinché ci sia qualcuno a sostenerle e rafforzare la loro voce in un momento in cui il riconoscimento da parte del mercato che tutto governa sembra l’unica angusta prospettiva.

Sarebbe troppo facile individuare il nemico in chi dal nemico viene lusingato, il capitalismo non aspetta altro che la nostra auto-esclusione dai conflitti interclassisti per divorare e sussumere. È un terreno sfavorevole, ma ogni terreno è sfavorevole in questa fase terribile. Il ‘69 è lontano, ma ha ancora tanto da insegnarci.

 

 

 

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