La catastrofe e il che fare

La catastrofe e il che fare

di Raul Mordenti -

Siccome la sconfitta che abbiamo subìto è radicale occorre almeno tentare di capirne le radici, senza contentarci di spiegazioni parziali. Le cose che ha scritto Piero Bevilacqua sul “Manifesto” del 28 maggio sono tutte giuste (in particolare attirerei l’attenzione sul carattere ormai para-criminale dei giornalisti della carta stampata e delle tv: le cose che scriveva di loro Karl Kraus, ai tempi dell’avvento del nazismo si potrebbero riprendere alla lettera), e tuttavia a me sembra che ci sia qualcosa di più profondo su cui occorre ragionare.

1. I veri termini del problema che abbiamo di fronte: la fine della democrazia in Italia.
Io credo che dobbiamo discutere della possibile fine della democrazia in Italia: di questo si tratta, né più né meno (dico subito, e chiarirò meglio più avanti, che questo problema ha ben poco a che fare con il ridicolo strumentale allarme piddino “Salvini come Mussolini o Hitler”: purtroppo il problema che vorrei porre è un problema molto più serio).
La democrazia, al contrario di quanto la nostra generazione ha forse potuto credere, non è affatto un dato di natura, non è affatto scontata né irreversibile. Essa ha una storia, e un inizio, e – soprattutto – ha delle condizioni di possibilità che possono essere messe in dubbio o soppresse. Per dirla con un’estrema approssimazione – di cui mi scuso in anticipo – due sono state le condizioni che hanno consentito la democrazia, quella che è cresciuta fra Otto e Novecento e in cui abbiamo trascorso parte delle nostre vite: (1) l’esistenza del movimento operaio (e della lotta di classe), e (2) l’esistenza dei partiti politici.
Le due cose sono strettamente legate, ma possiamo provare a discuterle distintamente.

2. La fine del movimento operaio.
La prima cosa, l’esistenza del movimento operaio e della lotta di classe, convinse progressivamente anche le classi dirigenti (ma quanti sforzi e quanti morti sono stati necessari per convincerle!) che era meglio per tutti trasformare la guerra sociale sempre incombente (dopo il 1848 e dopo la Comune, e tanto più dopo la II guerra mondiale e la Resistenza) in un confronto democratico, disarmato, che proiettasse la lotta di classe all’interno delle istituzioni con regole di rappresentanza paritarie e condivise.
La democrazia è la lotta di classe senza le armi in mano.
A conferma di ciò: in Italia tanto più forte e dispiegata è stata la lotta di classe e tanto più avanzata e reale è stata la democrazia politica, toccando non a caso i suoi vertici in Italia prima nel passaggio fra la Resistenza a egemonia comunista e la Costituzione, e poi negli anni Settanta con il grande ciclo di lotte di massa aperto dal ’68 giovanile e dal ’69 operaio culminato nell’avanzata delle sinistre alle elezioni del ’75-’76 (e analogo discorso di potrebbe fare a livello planetario considerando il rapporto evidente che c’è fra la forza dispiegata dell’URSS nel 1945 e la nascita dell’ONU, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, etc.).

3. La fine dei partiti.
La seconda cosa, l’esistenza dei partiti politici, permetteva alle classi in lotta (specie al proletariato: che anzi, a ben vedere, è l’unica classe che ha veramente bisogno di partito) di organizzare pienamente la propria autonomia politica, costruendo un nesso fra tre cose co-essenziali: un progetto ideale di società (sarebbero le vietatissime “ideologie”!); uno strato di intellettuali-politici prodotti dalla classe e ad essa organici; e – infine – una struttura organizzativa capillarmente e diffusa, in grado di funzionare come una grande permanente scuola-quadri di massa, capace di produrre narrazione, di sedimentare memoria e storia, di influire sulle mentalità emancipando le masse dal senso comune reazionario, insegnando al cafone (come disse Togliatti) di non togliersi il cappello davanti al padrone ma anche – dobbiamo oggi aggiungere noi – insegnando al proletario di non picchiare la moglie tornando a casa, magari dopo una riunione in sezione, o che il suo compagno di lavoro con la pelle più scura era anzitutto il suo compagno, e così via.
Direi che senza queste tre cose (un progetto ideologico, uno strato organico di intellettuali-politici, una permanente organizzazione di massa) non c’è partito, e il venire meno anche di una sola fra queste tre cose determina l’impossibilità del partito. D’altra parte l’esistenza del movimento operaio e della lotta di classe era la vera linfa da cui traeva vita continua anche il partito proletario, non solo perché gli forniva una base vastissima di iniziale, ma fondamentale, identità (era semplicemente impossibile che un proletario cosciente potesse votare per il partito del suo padrone) ma anche perché forniva al partito stesso una bussola sicura per le sue scelte strategiche e tattiche (era semplicemente impossibile che un partito di sinistra votasse in Parlamento per il peggioramento delle condizioni di vita delle masse, oppure per la guerra, etc.).

4. Come è stato distrutto il movimento operaio.
Ora è accaduto che le due cose, l’esistenza del movimento operaio e l’esistenza dei partiti politici, non sono più date, non esistono più.
Richiamo l’attenzione sul fatto che la distruzione sistematica di queste due cose è stata intenzionale, progettata, realizzata lucidamente passo dopo passo (la Trilateral a livello mondiale e il “Piano di rinascita democratica” di Gelli in Italia sono aspetti significativi di questa progettualità, che noi abbiamo trascurato di capire, e di cui anzi ci siamo liberati come fossero paranoie complottiste). La distruzione sistematica di queste due cose era il presupposto necessario per realizzare quella gigantesca redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto a cui abbiamo assistito (privatizzazioni, riduzione del monte salari, guerre e warfare, finanziarizzazione, etc.), insomma perché la borghesia potesse condurre, e per ora vincere, la sua “lotta di classe dall’alto”.
Analizzare la distruzione del movimento operaio (non – si badi bene! – la scomparsa della produzione di plusvalore, che è altra cosa e che anzi continua e si incrementa) richiederebbe ben altro spazio e ben altre capacità analitiche (e di inchiesta) che le nostre. Limitiamoci qui a dire che tale scomparsa evidentemente rinvia – anzitutto – alla rivoluzione informatica e alle possibilità che essa fornisce al capitale di organizzare la produzione in modo decentrato, virtuale, precario, etc., senza mai consentire l’aggregazione della classe nel momento produttivo, e dunque impedendo la relativa forza conflittuale e contrattuale che da tale concentrazione nella produzione derivava alla classe operaia. Anche il carattere multietnico del nuovo proletariato reca evidentemente con sé difficoltà ulteriori a costruire coesione e identità di classe, almeno nell’immediato (anche se, in prospettiva, offrirà nuove opportunità). D’altronde la distruzione capitalistica della scuola e dell’università e la loro aziendalizzazione (anche esse perseguite con costanza sia dalla destra che dal PD) contribuiscono potentemente a rendere tutti più passivi e dipendenti.

5. Come sono stati distrutti (o si sono auto-distrutti) i partiti, a cominciare dal nostro.
Relativamente più facile per noi, dato che ne siamo direttamente coinvolti, ragionare sulla distruzione dei partiti politici. Qui la partecipazione diretta di chi avrebbe dovuto opporsi è stata tale che credo si possa parlare piuttosto di auto-distruzione.
Non mi riferisco solo allo scioglimento del PCI, il quale, è bene ricordarlo a tanti compagni nostalgici del PCI, comincia ben prima di Occhetto (penso al ’77 a Roma e a Bologna, penso all’assassinio di Moro, a Cossiga eletto dopo quell’assassinio coi voti del PCI presidente della Repubblica, etc.); mi riferisco anche a Rifondazione comunista, che ha sprecato la grande intuizione e il grande patrimonio su cui era nata con una vicenda segnata da leaderismo, correntismo, istituzionalismo, burocratismo (tutti i vizi della grande storia dei comunisti raccolti in pochi anni e in un piccolo partito!).
Fa parte di questa auto-distruzione la tendenza continua allo scissionismo dei nostri dirigenti in cui si manifestava ogni volta la miseria, spesso anche morale, del micro-ceto politico, tanto mediocre quanto inamovibile, che ha avuto in mano il partito: dal voto di tanti nostri parlamentari (fra cui Vendola) per il Governo Dini, al voto di tanti nostri parlamentari (fra cui Rizzo) per il Governo D’Alema e la guerra in Jugoslavia, via via scendendo fino a…Gennaro Migliore (il quale, ricordiamocelo, era stato capogruppo alla Camera e aveva mancato per un pelo l’elezione a segretario di Rifondazione comunista), e purtroppo l’elenco completo delle vergogne sarebbe molto più lungo.
Ammettiamolo: i comunisti eletti nelle istituzioni non hanno dato un bello spettacolo, ed era illusorio pensare che le masse potessero distinguere fra questi comportamenti dei parlamentari e dei massimi dirigenti di Rifondazione e il partito della Rifondazione comunista in quanto tale; non insisto su questo (permettendomi di rinviare al mio libretto “Non è che l’inizio”, pubblicato da Puntorosso nel 2011, quando forse si poteva ancora evitare la catastrofe), annotiamo però – ci servirà per il prosieguo del nostro ragionamento – che quando parliamo di partiti non parliamo solo di classi sociali e di popolo ma parliamo anche (o soprattutto) di un ceto politico professionale, che non è fatto di puro spirito ma presenta determinate caratteristiche sociali, materialissimi interessi, pregi e difetti personali, etc. Di questo dato, che abbiamo pagato duramente, non dobbiamo dimenticarci mai più.
Si noti che la distruzione dei partiti non ha riguardato solo i comunisti ma, per vie diverse e con motivazioni diverse, tutti i partiti, a cominciare dalla DC e dal PSI; anche perché, essendo la democrazia un sistema di vasi comunicanti, l’autodistruzione del PCI rendeva del tutto superfluo per la borghesia dotarsi di un simmetrico partito capace di contrastare i comunisti fra le masse, come fu la DC. Di analogo “usa e getta” sono stati fatti oggetto i partiti dell’ex- centrosinistra, il cui personale politico, per squalificato e impresentabile che fosse, è stato però integralmente reciclato nel berlusconismo o nel PD. La borghesia non butta niente.

6. Le leggi elettorali maggioritarie momento decisivo della distruzione della democrazia costituzionale.
A conferma del carattere intenzionale e progettuale della distruzione dei partiti, faccio notare che il primo e decisivo attacco vittorioso alla proporzionale (cioè alla piena democrazia rappresentativa della Costituzione) fu condotto da Segni e Occhetto insieme (e dai loro burattinai) subito dopo lo scioglimento del PCI, con l’intenzione di sostituire alla democrazia dei partiti i meccanismi della “governabilità” (un concetto craxiano, mutuato dal teorico nazista dello stato Carl Schmitt). Questa si sarebbe dovuta fondare (nella “Seconda repubblica”) non più sui deplorati partiti ma sulle personalità dei leader (il maggioritario uninominale di collegio, l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione, in prospettiva anche del premier, etc.) capaci di rapportarsi al popolo (anzi: alla “gente”) non più tramite i partiti ma direttamente tramite i mass media.
E così fu Silvio Berlusconi.
Dimostrando una volta di più che le furbizie che piegano le regole democratiche agli interessi immediati di parte si trasformano sempre in clamorosi boomerang (sarà così – come si vedrà – anche per i recenti “porcellum” e “Rosatellum”), il ventennio berlusconiano sarebbe stato del tutto impossibile con la proporzionale, cioè se gli astuti PDS e PPI non avessero preparato per Silvio Berlusconi il maggioritario e il premio di maggioranza che gli erano indispensabili per vincere.
Rotto unilateralmente l’antico patto che legava i dirigenti politici alla loro base popolare per tramite dei loro partiti, si trattava però ora di trovare nuovi motivi per essere votati, e alla consueta (e mai dismessa) pratica clientelare si è aggiunto il ricatto insito nel sistema elettorale maggioritario, il cosiddetto “voto utile”: “Mi devi votare per forza, perché sennò vince quell’altro che è peggio ancora di me”. In tal modo la democrazia è stravolta e umiliata: non si vota liberamente più per il progetto di società o per il programma di gestione della cosa pubblica in cui si crede ma, con la pistola puntata alla tempia, si vota solo contro il peggio del peggio.
Noam Chomsky ci ha insegnato che la prepotenza del potere ha sempre bisogno di fondarsi sulla paura, diffondendo fra le masse una paura che le spinga a obbedire. La paura del bau bau Salvini (peraltro creato dall’astuzia di Renzi: ricordate i pop corn?) può servire al PD per distruggere tutto alla sua sinistra, ma non può essere certo la base per ricostruire una qualsiasi unità a sinistra.
La prima conseguenza di questi sistemi elettorali di ricatto e paura è il calo costante dei votanti: il loro numero – senza che nessuno se ne preoccupi, ma a me sembra invece il dato principale – diminuisce continuamente, e arriva ormai al 50% (una percentuale, non per caso, di tipo “americano”), meno ancora in elezioni amministrative non pompate dai media. Per un italiano su due, già oggi la democrazia non esiste più, anzi non significa più niente.
E la seconda decisiva conseguenza della soppressione della proporzionale è il carattere fortemente mediatico della politica: non solo possedere un impero mediatico garantisce – come si è visto – venti anni di potere nonostante tutto anche a un “delinquente abituale”, ma la centralità dei media (anzi la riduzione della politica alla mediaticità) si dimostra pervasiva a tutti i livelli. Può accadere così che essere invitata di continuo alla trasmissione di Floris permetta a una oscura sindacalista neo-fascista di diventare presidente della regione Lazio, o che un Renzi qualsiasi possa affidare a uno staff di specialisti di mass media, gentilmente fornito da Mediaset, la costruzione ex nihilo della sua immagine (la Leopolda), fino a prendere il potere.
Ma così, a forza di maggioritario e di ricatto, di paura e di mass media finisce la democrazia, anzi con la democrazia finisce necessariamente anche la politica.
Sarebbe bello che di tutto questo si preoccupassero un poco anche i democratici e i liberali, non solo i comunisti (ma forse la mia è una speranza vana).
E ora che si profila concretamente la possibilità che l’estrema destra usando il folle sistema elettorale apprestato dal PD possa conquistare tutto il potere con il 40% dei voti, chissà se sarà possibile dare vita a una urgente campagna di massa per la proporzionale e contro i premi di maggioranza, con la sensata parola d’ordine “Tanti i seggi, quanti i voti”. Chissà?

7. Hanno fatto un deserto, e l’hanno chiamato “fuoruscita dal Novecento”.
Comunque, quello che conta davvero è che ora il movimento operaio non c’è più, anche se esistono i produttori di plus-valore, che però sono stati isolati, totalmente disconnessi rispetto a qualsiasi cosa che non sia il proprio smart-phone; insomma dalla propria posizione nel ciclo del capitale non deriva per i lavoratori e le lavoratrici nessuna identità collettiva, nessuna coscienza, dunque nessuna autonomia e (meno che mai!) nessuna organizzazione. Può succedere perfino che un lavoratore o una lavoratrice non sia neppure consapevole di partecipare col proprio lavoro intellettuale immateriale al ciclo di valorizzazione del capitale (anzi, in verità tutto il ciclo produttivo è organizzato in modo tale affinché tale inconsapevolezza possa verificarsi).
Così ora un/a lavoratore/trice può votare, eccome!, per il suo padrone, anzi può sperare di assomigliargli, perché – ridotto ad assoluta mancanza di autonomia, cioè a puro nulla – ne condivide interamente la narrazione e i valori dominanti. E d’altronde, chi di noi ha mai lavorato in questi ultimi decenni alla difesa e all’aggiornamento dell’autonomia ideale-politica del movimento operaio, o anche semplicemente a difendere e diffondere la coscienza di classe? Chi mai ha lavorato in Rifondazione per creare un legame – diciamo così – verticale fra la condizione lavorativa di ciascuno e un’idea di società o un progetto politico?
Abbiamo detto poc’anzi che, finché esisteva il movimento operaio, era semplicemente impossibile che un proletario minimamente cosciente potesse votare per il partito del suo padrone, ma anche che era semplicemente impossibile che un partito di sinistra potesse votare in Parlamento per il peggioramento delle condizioni di vita delle masse, oppure per la guerra: ebbene, ora il proletario vota per il suo padrone, ma è anche successo che i partiti “di sinistra” abbiano votato per il “pacchetto Treu”, o per la guerra in Jugoslavia, o per la “riforma Fornero”, o per l’“austerità” comandata dalle banche europee, o per il jobs act, etc. Quale delle due cose viene prima? Cosa ha provocato l’altra? Quel che è certo è che hanno fatto un deserto, e l’hanno chiamato “fuoruscita dal Novecento”.
E non c’è bisogno di grandi sforzi per capire che ora (secondo me: purtroppo) i partiti, a cominciare dal nostro, non ci sono più, perché non esiste più chi – alleandosi con altri più piccoli ancora – riporta l’1,7% dei voti sul 50% circa che ha votato, in termini assoluti poco più di 400.000 voti su 60,59 milioni di italiani/e.

8. Tolti il movimento operaio e la democrazia restano due cose “la pancia” e il potere assoluto dei media.
Adesso – tornando al filo più diretto del nostro ragionamento – il problema è capire che cosa resta della democrazia dopo averle tolto il movimento operaio e i partiti.
Restano sostanzialmente due cose: la “pancia” del Paese e i mass-media.
Per “pancia” intendo le pulsioni elementari, di solito selvagge, che non partecipano più di alcuna mediazione cultural-politica, e anzi la rifiutano. Allora, come l’odio personale, comunque motivato, può oggi esprimersi direttamente in un twitter o in una pagina face-book, così il risentimento perché ti hanno rubato il portafoglio in autobus o l’odio plebeo del penultimo contro l’ultimo, o il razzismo latente possono esprimersi direttamente in un voto a Salvini e Meloni.
La parola chiave di questi orrori è “direttamente”, ed è un paradossale contrappasso per noi che abbiamo scommesso sui pregi della democrazia diretta e criticato la mediazione politica: in realtà ciò che appare oggi micidiale è il combinato disposto fra individualismo e immediatezza, perché la democrazia diretta a cui pensavamo noi (per ingenua che fosse) si fondava comunque sempre sul collettivo, ma quando l’individuo, reso solo nella società capitalistica, privato di scuola, privo di cultura, di storia, di coscienza, si esprime direttamente, allora esso genera mostri.
La mediazione della politica svolgeva un ruolo positivo (occorre riconoscerlo) anche in altri settori del sistema dei partiti (per certi aspetti perfino la DC era migliore di tanti suoi elettori), ma ora in mancanza di qualsiasi mediazione della politica la “pancia” del Paese può esprimersi senza ritegno, e rivelarsi per quello schifo che molto spesso è, lasciando affiorare le parti peggiori della nazione italiana che – come disse Gobetti – ebbe nel fascismo la propria autobiografia. Se il berlusconismo (come ha scritto in un bel libro Marco Belpoliti) ha soppresso la vergogna, ora il salvinismo ha abolito il ritegno di mostrare in pubblico, e nel voto, il volto razzista, xenofobo e – in ultima analisi – assassino del “buon italiano”.
L’altra cosa che resta, una volta tolti movimento operaio e partiti, sono i mass media.
Di questo problema abbiamo parlato sempre molto, e capito sempre molto poco; basti pensare a come Rifondazione ha rinunciato a “Liberazione”, dopo averci sprecato per anni milioni in stipendi per giornalisti anticomunisti come Piero Sansonetti. Noi sapevamo bene il carattere decisivo della comunicazione e dell’informazione, eppure non abbiamo fatto nulla per attrezzarci autonomamente su questo terreno: non un giornale, non una tv, non una radio, e neppure una rivista o un bollettino o un organo on line fatto come si deve. Una situazione pazzesca, senza precedenti né in Italia né in Europa, e una colpa imperdonabile dei nostri gruppi dirigenti. Così quando – come nelle ultime elezioni – hanno deciso di ammazzarci, ci hanno ammazzato Del carattere delinquenziale degli addetti alla comunicazione abbiamo già fatto cenno; dico solo (e qualunque compagno/a potrebbe dirlo come me) che nella mia ormai lunga vita di militante non ho mai assistito – neppure ai tempi di DP – a una censura più completa, assoluta, unanime di quella riservata da giornali e tv alla lista La Sinistra nell’ultima campagna elettorale.
Ricordo solo, a questo proposito, che l’uomo-tv del PD Fabio Fazio poté dichiarare qualche anno fa che Rifondazione comunista si era sciolta e non esisteva più – rifiutando di rendere pubblica qualsiasi smentita –, e che Maurizio Acerbo, da due anni segretario di Rifondazione, non è mai stato invitato in tv in tutto questo tempo, neppure una volta.

9. La vicenda delle elezioni europee.
Questi mi sembrano dunque i termini della catastrofe, che è affettivamente storica, di lungo periodo, e viene da lontano, dunque non è imputabile a questo o quello errore tattico dei dirigenti di Rifondazione. Questi anzi (mi sembrerebbe disonesto non ammetterlo) hanno nella circostanza fatto quello che si doveva fare, cioè mettere a disposizione di tutti il simbolo del GUE/Sinistra europea (che evitava la raccolta di firme per presentare le liste) e lavorare con ostinazione a una lista vasta, aperta ed unitaria, su poche e nette discriminanti programmatiche e di classe. Per tentare questa via doverosa si è anche perso molto tempo prezioso, trovando tuttavia una lunga serie di no, tutti dettati da settarismo, da miopia e da personalismi, prima da parte di Potere al popolo e di De Magistris (che ritiene più opportuno riservarsi per ben altri traguardi), poi dai Verdi, da ciò che resta di LEU etc., e perfino dal compagno Lucano che ha rifiutato la candidatura simbolica di capolista in tutta Italia (si è purtroppo limitato a una dichiarazione di voto per La Sinistra, naturalmente del tutto censurata dai media, e dunque pari a zero). Lo stesso destino di censura e silenzio ha avuto l’appello al voto per La Sinistra (prima firmataria Rossana Rossanda) che pure – per ampiezza e prestigio delle firme – doveva essere considerato un fatto politico assai rilevante e che da noi dovrebbe essere considerato come un investimento prezioso per il futuro, da non disperdere assolutamente (perché non convocare adesso i firmatari in un’assemblea di valutazione del voto?).
Naturalmente proprio coloro che con il loro miope settarismo hanno contribuito alla catastrofe ora ci danno lezioni, e non è un bel vedere. Chi ci rimprovera per aver usato un simbolo nuovo (in effetti una pazzia a venti giorni dal voto) si sarebbe scandalizzato se avessimo usato il nostro simbolo, chi ci rimprovera per aver candidato compagni/e poco noti avrebbe gridato allo scandalo se avessimo riproposto la nomenclatura, chi ci rimprovera per aver ricevuto pochi voti non ha mosso un dito nella campagna elettorale e spesso neppure ci ha votato, e così via.
Faccio tuttavia notare che anche i generosi sforzi unitari di Rifondazione, per quanto giusti, si rivolgevano tuttavia all’interno del ceto politico della sinistra, il quale – nel suo complesso – è parte del problema, non della soluzione. E la complessiva miseria di questo ceto politico non è l’ultimo dei nostri problemi.

10. Coniugare il “Tutti a casa!” con la necessità di non disperdere niente delle nostre forze: ricostruire il terreno per ricostruire la casa.
È comunque comprensibile che di fronte a una sconfitta tanto grave, la prima tendenza dei nostri compagni sia dire “Tutti a casa! A cominciare dai gruppi dirigenti”.
Credo che in questo stato d’animo ci sia una verità, ma anche un limite di approssimazione estremistica che occorre superare. Ci serve oggi un’operazione più complessa che definirei così: mandare (e andare) tutti a casa, senza disperdere nulla e nessuno. Serve insomma un processo di radicalissima trasformazione, di ri-conversione, e non di scioglimento.
Proprio perché la crisi è così grave anche il poco che resta rappresenta un patrimonio assai prezioso: la rete di militanti e di sedi, le relazioni sociali, le storie personali classiste e comuniste di tanti/e, insomma il compagno o la compagna che apre la sezione ogni sera, sono preziosi come la pupilla dei nostri occhi. Distruggere tutto ciò, più ancora di quanto abbia già fatto la fallimentare gestione del partito, sarebbe un errore imperdonabile. Tutto ciò va invece recuperato con cura e reinvestito con entusiasmo.
Re-investito in cosa? Se quanto abbiamo fin qui argomentato ha qualche fondamento, la risposta a questa domanda è chiara: occorre lavorare per contribuire a costruire il nuovo movimento operaio del Duemila (chiamiamolo così), senza il quale non c’è né partito possibile né (come si è visto) democrazia possibile.
Insomma occorre prima ricostruire il terreno (cioè il nuovo movimento operaio del Duemila) e solo poi, su questa base, ricostruire la casa (cioè il partito).
Se il nuovo movimento operaio del Duemila ancora non esiste, noi sappiamo tuttavia già quali sono le sue nervature decisive e caratteristiche, e se non l’avessimo capito ce lo spiega l’avversario di classe con il suo accanimento: si tratta di due componenti essenziali, (a) il lavoro dei migranti, o ex migranti, e (b) il precariato. Su questi due terreni il nostro lavoro politico è stato finora vicino allo zero (e i risultati si vedono), questi due terreni debbono ora diventare l’alfa e l’omega del nostro impegno, a cui dedicare per intero le energie dei comunisti, che forse sono più di quanti noi stessi pensiamo.

11. Che fare? Tre cose, e tre cose soltanto, ma con tutte le nostre energie e subito.
Dunque alla domanda cruciale “Che fare?” risponderei che dobbiamo fare tre cose, e tre cose soltanto per ricostruire il terreno, cioè il nuovo movimento operaio senza il quale non esiste la democrazia: a) case del “nuovo popolo”, e scuole per i migranti in ogni circolo, b) l’inchiesta, specie fra i lavoratori precari, e c) la formazione politica intesa anche come ricerca.
Tutto il resto (cioè la casa, un partito degno di questo nome) lo faremo solo dopo che avremo ricostruito il terreno.
(a) I migranti e le case del “nuovo popolo”
Se si tratta di cominciare da zero, si cominci da zero. I comunisti sanno che per la lotta di classe non esistono terreni avanzati o arretrati, esistono solo terreni di impegno vero o terreni di impegno falso. Allora, per quanto riguarda (a) il lavoro dei migranti o ex migranti, poiché si tratta di segnare un nuovo inizio, si inizi lì dove iniziò il movimento operaio dell’Ottocento, quando i socialisti del tempo insegnavano a leggere e a scrivere ai proletari per far sì che potessero votare.
Che ciascun Circolo, che ciascuna nostra sede o stanza, si trasformi subito in una casa del “nuovo popolo”, in una scuola di lingua per i lavoratori migranti e i loro figli, a cui terrà dietro uno sportello legale per i diritti di asilo o di residenza, etc. Ne verrà la centralità assoluta della richiesta dello jus soli subito e del diritto di voto subito per tutti/e (temi che non abbiamo mai agitato con convinzione). Da tutto ciò nascerà – dobbiamo esserne certi – una nuova leva di militanti e di dirigenti comunisti colla pelle un po’ più scura.
I comunisti debbono essere nei fatti, e diventare anche nell’immaginario collettivo, il partito dei migranti.
(b) Il precariato (e l’inchiesta)
E per quanto riguarda (b) il precariato, si cominci da dove Marx iniziò, cioè dall’inchiesta, una delle tante cose che abbiamo detto ma non fatto abbastanza. Che ciascun nostro gruppo che si occupa (o si occupava) di lavoro, che ciascun nostro collettivo di giovani (a proposito: ci sono?) dedichi tutto il suo impegno a fare inchiesta sul lavoro precario, le sue dimensioni, le sue caratteristiche, le forme che lì assume o può assumere il conflitto.
(c) La formazione e l’autoformazione.
A queste due attività se ne deve aggiungere solo una terza: (c) la formazione e l’autoformazione. Almeno qui non si parte da zero, il compagno Dino Greco ha impostato un ottimo lavoro che si può diffondere e generalizzare capillarmente (e chi scrive può testimoniare per diretta esperienza quanto le attività di formazione e autoformazione siano richieste e gradite dalla base del partito, e anche quanto siano state ignorate, se non ostacolate, dai suoi vertici). Questa diffusa attività di formazione deve produrre ciò di cui oggi abbiamo più bisogno: una nuova cultura comunista, una nuova memoria, una nuova identità di classe., una nuova narrazione del movimento operaio del Duemila.
Fa parte di tale lavoro di formazione e di autoformazione anche la ricerca intorno a temi di cui sappiamo e capiamo ancora troppo poco, dalla crisi ambientale del pianeta ai processi finanziari dell’economia capitalistica, dalle radici psico-antropologiche del razzismo alle questioni filosofiche fondamentali implicate dai paradigmi del femminismo, dai problemi dei social media nel web e del loro monopolio alle forme che assume oggi l’internazionalismo, etc. Questo elenco di temi è assolutamente casuale e incompleto, ma esiste nel partito e ai suoi margini un patrimonio di esperienze e di intelligenze assolutamente in grado di dare a questi e ad altri temi di ricerca concretezza e profondità.
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Per fare tutto questo non occorrono né colpi di stato né congressi: una rivoluzione dal basso non ha bisogno di queste cose, che oggi sarebbero laceranti, oltre che (come sempre) del tutto inutili per liberarsi dei gruppi dirigenti.
I gruppi dirigenti, a tutti i livelli, per quanto mi riguarda possono anche restare in carica per sempre (a condizione però che nessuno più riceva uno stipendio dal partito), ma si limitino a smistare alla base del partito l’eventuale finanziamento del 2×1000.
Queste cose che ho proposto basta semplicemente farle, che le facciano e subito i circoli e i/le compagni/e che sono d’accordo a farle. Non c’è tempo da perdere.

Roma, 31 maggio 2019

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