Scuola, il 17 maggio in piazza per dire No all’autonomia differenziata

Scuola, il 17 maggio in piazza per dire No all’autonomia differenziata

di Marina Boscaino -

È davvero incredibile come la gravissima questione dell’autonomia differenziata stia passando sotto traccia, tra ignoranza e/o indifferenza dei più.

Nel 2001, nell’infausto tentativo di arginare le mire secessioniste della Lega, i DS con D’Alema e Forza Italia di Berlusconi si accordarono per riformare il Titolo V della Costituzione. Nell’art. 117 vennero previste materie di legislazione esclusiva dello Stato, delle regioni e di legislazione concorrente (23, tra cui sanità, beni culturali, ricerca scientifica, sicurezza sul lavoro). Al terzo comma dell’art 116 si individua un possibile accesso all’autonomia da parte delle regioni in due ambiti di competenza esclusiva dello stato: istruzione e ambiente, nonché le modalità per rendere effettiva l’autonomia richiesta eventualmente dalle regioni.

Il 28 febbraio del 2018, a Camere sciolte e a 4 giorni dalle elezioni politiche, il governo Gentiloni siglava le pre-intese tra Governo e Regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna che chiedono l’autonomia su tutte o su alcune delle 23 materie. L’intervento improprio di un governo che avrebbe dovuto provvedere esclusivamente al “disbrigo degli affari correnti” ha riattivato il pericoloso percorso, che era stato – più o meno – silente nei quasi 20 anni precedenti.

Infatti il nuovo governo giallo/verde ha subito sviluppato la trattativa ed al termine del Consiglio dei Ministri del 14 febbraio scorso il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Stefani (Lega Nord) dichiarava: “Con un giorno di anticipo abbiamo chiuso la fase tecnica. L’impianto generale e la parte finanziaria delle intese sono chiuse. Già questa settimana si riunisce il tavolo del governo sull’autonomia per formulare la proposta definitiva per le regioni per arrivare alla firma delle intese.”

La questione registra attualmente qualche rallentamento, per via delle imminenti elezioni. Occorre ricordare che l’autonomia differenziata è prevista al punto 20 del “contratto di governo”, siglato da Lega e M5S. E che nei 3 consigli regionali (due a guida Lega, una – l’Emilia Romagna – a guida PD) gli esponenti pentastellati si sono espressi a favore.

Il senso è: paghiamo più tasse, pretendiamo di gestire noi istruzione, sanità, ambiente e così via; e che il gettito fiscale rimanga in buona parte a disposizione della NOSTRA regione. Alla faccia del principio di solidarietà, previsto dalla Costituzione. La questione – che investe settori strategici della nostra vita quotidiana – è estremamente grave e quando tutti ne saremo consapevoli sarà tardi; se si dovessero avverare le previsioni elettorali, dopo il 26 maggio una Lega decisamente potenziata potrebbe – come del resto Salvini e i suoi minacciano da tempo- avere gioco facile nell’esigere quello che è sempre stato uno dei suoi cavalli di battaglia.

Per la scuola la questione è serissima. L’autonomia sulle “norme generali del sistema di istruzione” significa determinare un volto differente della scuola (lo strumento che la Repubblica ha per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”) in ciascuna regione. Facendo venir meno il principio di uguaglianza e smantellando di fatto l’unità culturale del Paese. Scuole diverse con marce (e risorse) differenti, configurate attraverso la legislazione regionale su: finalità, funzioni e organizzazione dell’istruzione e formazione; valutazione degli studenti con indicatori territoriali specifici; percorsi di alternanza scuola-lavoro e formazione dei docenti; contratti regionali per il personale; programmazione integrata tra istruzione e formazione professionale; definizione del fabbisogno regionale del personale e sua distribuzione nel territorio; criteri per il riconoscimento della parità scolastica e dei finanziamenti; organi collegiali e loro funzionamento; istruzione degli adulti e tecnica superiore; fondo pluriennale per l’Università; trasferimento delle risorse umane e finanziarie dell’USR e Ambiti Territoriali alla regione; procedure concorsuali con ruolo regionale; percentuale del personale che si può trasferire dalle altre regioni, esclusi i DS; applicazione della disciplina del personale iscritto con ruolo regionale ai docenti non abilitati. Una scuola sottoposta definitivamente ai diktat politici della regione, con regole completamente differenti, annullamento della libertà di insegnamento, abbandono delle regioni più svantaggiate ad un destino di arretratezza inarrestabile, diritto allo studio e all’apprendimento diversamente (o non) garantito; sullo sfondo, inoltre, l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Per molti mesi il tavolo Restiamo uniti – realizzando una inedita convergenza, essendovi presenti tutti i maggiori sindacati confederali e di base e molte associazioni della scuola democratica – ha lavorato per contrastare il progetto dell’AD. La dichiarazione di uno sciopero unitario per il 17 maggio aveva attivato il percorso di una mobilitazione da anni assente nelle scuole. Nella notte del 24 aprile, però, Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola, Snalse Gilda hanno firmato con il presidente del Consiglio Conte un accordo che ha portato alla revoca dello sciopero. Che però e fortunatamente Cobas, Unicobas, SGB, CUB e Anief hanno confermato, e al quale sarebbe importante aderissero docenti – a qualunque sindacato appartengano – consapevoli delle conseguenze disastrose che l’autonomia differenziata comporterebbe. Il dietro front delle massime sigle sindacali ha determinato l’effetto più deleterio: bloccare una mobilitazione della scuola che stava crescendo e che avrebbe potuto rappresentare l’avanguardia per coinvolgere i molti altri settori (dalla ricerca all’ambiente; dai beni culturali alla sanità) che oggi ancora tacciono. L’inserimento nella piattaforma dello sciopero di elementi eterogenei, taluni di materia propriamente sindacale (salari e precariato soprattutto) assieme ad un tema assolutamente politico (l’autonomia differenziata, appunto) ha dato al Governo la possibilità di iniziare una trattativa, che per il momento prevede molti “pagherò” privi di concrete risorse, ma – al contempo – anche alcune dichiarazioni generiche sul tema dell’A.D. I firmatari dell’accordo sostengono che quelle affermazioni (relative alla garanzia di unitarietà del sistema scolastico, come si legge al punto 4) saranno pietre per esigere dal governo il rispetto dei patti. Purtroppo sfugge (o pare sfuggire) che l’AD è prevista al punto 20 del “contratto di governo” (sic!); e che il sindacato nazionale – se il progetto dovesse andare in porto – rischia la sua stessa esistenza e la funzione costituzionale che gli è propria. Infine, che un tema politico di straordinarie dimensioni merita uno sciopero politico, una presa di posizione inequivocabile contro qualsiasi forma di autonomia: non sarà assestandosi su accordi intermedi che si scongiurerà la progressiva degenerazione del sistema.

Siamo molto vicini all’approvazione di un provvedimento che rappresenta una minaccia ancora più grave di quella che sventammo 2 anni fa con il NO al referendum. Oggi, più di allora, la lotta è tra Davide e Golia: oltre alla Lega, parti consistenti di M5S, PD, Forza Italia vogliono questa riforma. Il volto istituzionale e costituzionale dell’Italia ne uscirebbe inevitabilmente e irrimediabilmente modificato; la riforma non sarebbe sottoponibile a referendum e gli accordi tra le regioni e la presidenza del Consiglio non rivedibili prima di 10 anni. Come allora e più di allora è necessario che ciascuno di noi faccia la propria parte; che venga ritrovata un’unità sindacale e che il sindacato assuma in maniera inequivocabile anche la sua responsabilità politica; che donne e uomini di buona volontà (come ai tempi del comitato per il No) si mobilitino per sventare quello che si annuncia come il più grave attacco alla Costituzione (già tramortita dall’inserimento del pareggio in bilancio, art. 81). Sono a rischio i principi, ma soprattutto i diritti fondamentali delle persone. Diamo(ci) una mano.

(16 maggio 2019)

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