Una nuova politica della difesa per una concreta riduzione del danno

Una nuova politica della difesa per una concreta riduzione del danno

Gregorio Piccin

Ad ogni orientamento di politica estera corrisponde una particolare organizzazione delle Forze armate e del comparto industriale di riferimento.

Dal 1991 l’Italia è un paese oggettivamente belligerante e schierato su scala planetaria sia in ambito Nato che a livello bilaterale con gli Stati Uniti. Dopo la fine della guerra fredda (momento storico davvero propizio per una concreta politica di disarmo) gli Stati uniti hanno rilanciato la loro struttura militare planetaria e la loro leadership nella Nato.

Questa struttura militare globale è stata immediatamente imposta come piattaforma di proiezione e standard industriale dove la capacità di “proiezione” è corrisposta ad uno stato di guerra permanente e lo “standard industriale” ha comportato lo sviluppo della tecnologia di punta, il rilancio della corsa agli armamenti e il salvataggio dei fatturati del comparto messi in crisi dalla sopraggiunta fine della guerra fredda.

Oggi oltre l’80% del mercato globale di armi e sistemi d’arma è monopolizzato dalle industrie occidentali (54,4% Usa e 25,5% Europa)[1]: risulta quindi abbastanza chiaro su chi ancora poggi la responsabilità per la corsa agli armamenti e per la belligeranza permanente. Se il mercato globale dei sistemi d’arma è ancora dominato da società statunitensi ed europee, tra le prime dieci aziende del settore ben tre sono europee: Airbus group (franco-tedesca), Bae Systems (inglese) e Leonardo (italiana).

La Nato e le sue guerre (compresa quella fredda 2.0) così come la più recente PeSCo sono fondamentali per far crescere i fatturati del comparto su entrambe le sponde dell’Atlantico e anche l’ipotesi remotissima di un esercito (professionale) europeo sarebbe inevitabilmente legata al mantenimento e sviluppo delle capacità industriali che garantiscono proiettabilità e digitalizzazione, a loro volta legate ad un profilo belligerante e neocoloniale.

 

La (contro)riforma delle Forze armate in senso professionale è stata la chiave di volta tecnica e giuridica di questa inedita belligeranza italiana/europea.

 

E’ nel quadro della partecipazione alla prima guerra del Golfo del 1991, che si comincia a prospettare chiaramente la “necessità”, per il nostro paese, di dotarsi di un esercito professionale reclutato esclusivamente su base volontaria.

 

…Il modello Rognoni, fortemente influenzato dal Concetto strategico dell’Alleanza atlantica emerso dal vertice di Roma del 1991, affrontava i temi del riassetto e delle nuove funzioni delle forze Armate e degli obiettivi di medio e lungo periodo dell’intera politica di difesa. In esso, per la prima volta, la capacità di proiezione della forza assumeva una centralità assoluta. Lo strumento militare era ufficialmente divenuto uno strumento che il governo poteva legittimamente utilizzare in politica estera…[2].

La vecchia postura territoriale e difensiva basata sulla leva, che gli Stati uniti avevano organizzato e sostenuto in Europa in funzione anti-sovietica era quindi obsoleta ed assolutamente inservibile per i nuovi scopi e le nuove dottrine. In buona sostanza bisognava rapidamente passare ad una nuova postura proiettabile/offensiva basata necessariamente sul volontariato professionale.

Esiste una letteratura ufficiale che comprova funzioni, scopi, obiettivi ed appunto “necessità” della professionalizzazione europea delle forze armate.

In Italia, già dai primissimi anni novanta, si approntò il così detto Nuovo modello di difesa  (NMD) per arrivare rapidamente, nell’arco di circa un decennio, alla sospensione (formalmente provvisoria) della leva.
L’ipotesi della professionalizzazione vinse praticamente a tavolino in primo luogo perché prospettò la promessa di liberare i giovani italiani dal fardello della leva obbligatoria (salvo “imporla” indirettamente ai disoccupati e ad una particolare fascia di territorio nazionale come unico sbocco occupazionale); in secondo luogo perché questa “riforma”, a suo tempo, mise d’accordo un po’ tutti:

 

a)    gli statunitensi che la esigevano per potere disporre, come già visto, anche delle forze armate italiane direttamente o indirettamente nei loro piani strategici post 89’;

b)    tutti i partiti rappresentati in parlamento con l’unica eccezione del Prc;

c)    le aziende del comparto industriale militare per ovvie ragioni legate all’aumento di commesse con alto valore tecnologico e quindi all’aumento dei dividendi per manager e azionisti (con i sindacati di categoria confederali in una posizione sempre opaca e sulla difensiva nonostante il calo costante dell’occupazione);

d)    il Terzo settore che vedeva comunque in parte risarcito il suo serbatoio di forza lavoro (prima garantito dall’obiezione di coscienza) con l’istituzione del Servizio civile nazionale e con una corposa esternalizzazione del servizio pubblico. Lo stesso Terzo settore che suggeriva al governo Renzi l’istituzione della “leva civile” (implicitamente parallela all’esercito professionale).

 

Il prodotto finito è quello che conosciamo oggi e che viene riconfermato nel Libro bianco della difesa: un moderno corpo di spedizione, integrato negli standard Nato (statunitensi), proiettabile ovunque nel mondo in un contesto operativo multinazionale interforze. A gestire meglio tutto questo servirà la realizzazione del così detto Pentagono italiano a Roma.

Una riorganizzazione e ridimensionamento della leva non venne nemmeno preso in considerazione.

Ad ogni tipo di esercito corrisponde un uso peculiare e l’uso di quello professionale (strutturalmente molto più costoso) è di tipo offensivo da spedizione.

L’esercito professionale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impiegato come corpo di spedizione e occupazione, come il più adatto a svolgere questi compiti.

Le forze di occupazione, per loro stessa definizione, hanno la missione di presidiare e combattere permanentemente o temporaneamente in territori situati al di fuori dei confini nazionali.

La potenza o le potenze che invadono tali territori devono essere in grado di gestire avamposti, basi, aeroporti, rifornimenti e quindi devono disporre dello stesso personale per anni senza ricorrere alla mobilitazione generale che si dà in caso di guerra ufficialmente dichiarata (l’abitudine di formalizzare i conflitti è stata infatti abbandonata). Ecco quindi la necessità di una ferma volontaria di almeno quattro anni.

Come ci fanno notare due autori dell’Istituto Affari Internazionali:

…Possedere capacità militari integrabili e bene equipaggiate è una pre-condizione, necessaria ma non sufficiente. Oggi, infatti, conta se queste capacità sono effettivamente impiegate, possibilmente al massimo livello di complessità, incluse operazioni combat. Se invece le capacità restano, per scelta politica, inutilizzate, allora diventano inutili come strumento di sostegno della politica estera e dello status internazionale dell’Italia. Non siamo più ai tempi della Guerra fredda, quando bastava “mostrare i numeri” ovvero presentare capacità teoricamente disponibili, anche a prescindere dal loro effettivo impiego. Oggi non è più così…[3]
In parole povere: oggi dobbiamo sparare con tutto quello che possiamo produrre “…al massimo livello di complessità…” oppure di questo esercito professionale non ce ne facciamo proprio niente.

Con queste evidenze appare poco utile ridursi a chiedere il taglio di alcuni sistemi d’arma come gli F35 o le fregate FREMM. Prospettare e chiedere una riduzione della spesa rivolta alle tecnologie offensive di punta senza toccare la forma professionale delle forze armate è come avere una macchina da corsa e poi pretendere che funzioni col motore di una utilitaria.

 

Il Rischio interno.
Non di secondaria importanza sono le ricadute interne legate alla professionalizzazione delle ff.aa: dal 2004 il 100% del reclutamento dei nuovi poliziotti è riservato a chi abbia svolto almeno 5 anni di mestiere delle armi[4].
Questa (contro)riforma è stata introdotta per offrire una minima quota occupazionale a tutti quei soldati che non siano riusciti ad entrare in servizio permanente nelle Ff.aa.
Non bisogna incorrere nell’errore grave di pensare che chiunque indossi una divisa sia un macellaio dormiente in attesa di essere autorizzato ad agire: nelle Ff.aa e nelle forze di polizia esistono molte persone ragionevoli, non animate da pulsioni squadriste, che sicuramente obbediscono ma solo entro certi limiti. E’ tuttavia un fatto incontrovertibile che la professionalizzazione militare riduce di molto, specialmente nella truppa, il numero di queste persone.

E’ una questione oggettiva piuttosto che soggettiva.

Con la leva, i soldati della truppa erano prestati a quel servizio per un anno: la loro vita, la loro occupazione, il loro reddito, i loro orizzonti erano prima e dopo quell’anno. Per loro, in definitiva, la naja era una parentesi.
In un esercito professionale i soldati della truppa fanno di quel servizio un mestiere, il mutuo della casa lo pagano con lo stipendio del ministero della Difesa e con le missioni all’estero, la caserma è parte integrante della loro vita e quella occupazione è spesso l’unica occupazione possibile nella speranza legittima che la ferma “precaria” (volontario in ferma prefissata di quattro anni – VFP4) si trasformi in “posto fisso” (volontario in servizio permanente – VSP).
Gli arruolamenti vivono una crisi di vocazione nonostante la disoccupazione e ben due ministri della Difesa (Martino e Mauro) sono arrivati a suggerire la possibilità di arruolamento per gli extracomunitari con la carota della cittadinanza.

La “ricattabilità” sociale del soldato è l’ingrediente principale della professionalizzazione.
Si è di fatto trasformata la truppa in un corpo sociale materialmente separato dalla società e questo risulta essere uno dei tanti gravi arretramenti democratico-costituzionali dell’epoca che stiamo vivendo.


Il moderno esercito professionale (dal punto di vista democratico in realtà molto più arretrato di quello di leva) ha vinto a tavolino anche perché si è dimostrata la soluzione più collaudata e sicura che gli anglo-americani hanno sviluppato nel corso del secolo scorso. E’ la formula, elevata già da tempo a standard Nato, che garantisce ai governi un’ottima gestibilità del personale militare, anche e soprattutto in caso di morte sul campo dei soldati. La retorica e pomposità dei funerali di Stato accompagna ogni volta la salma del ragazzo di turno con un grande, ipocrita non detto: era un volontario, era il suo mestiere e la responsabilità dei mandanti politici, finanziari ed industriali può così sfumare.

Per tutte queste ragioni la professionalizzazione come modello organizzativo per le Forze armate andrebbe abbandonata in funzione di una coraggiosa riforma complessiva del comparto ispirata ad un più generale riassetto della politica estera e di recupero di sovranità democratica (e nazionale).

 

La riduzione del danno.

Una riforma delle Forze armate dovrebbe essere coerente ed organicamente collegata alla revisione sostanziale della nostra politica estera e industriale.

Questa riforma dovrebbe contemplare l’abbandono della professionalizzazione e la reintroduzione della leva (compresa l’obiezione di coscienza) ma evitando accuratamente di operare un nostalgico ritorno al passato.

La vecchia organizzazione militare (elefantiaca, clientelare ed inzuppata di nonnismo) era infatti ingessata dai piani strategici statunitensi del secondo dopoguerra che ne immaginavano una unica funzione: fanteria d’arresto da contrapporre all’eventuale dilagare dell’Armata rossa.

Oggi risulta sempre più chiaro che le vere minacce all’incolumità delle persone e al patrimonio pubblico e privato sono rappresentate dal montante caos climatico e dalle conseguenze ambientali del capitalismo: dissesto idro-geologico, alluvioni, terremoti, avvelenamento del suolo, dell’aria e delle falde, incendi.
Di fronte a tali minacce sarebbe opportuno che la logistica e l’organizzazione venissero rivolte e convertite, in prevalenza, ad un nuovo concetto di difesa territoriale/ambientale, che metta le Forze armate nelle condizioni di gestire sia aspetti di manutenzione e messa in sicurezza ambientale sia soprattutto le sempre più ricorrenti e spesso contemporanee fasi d’emergenza integrandosi, col supporto di uomini e mezzi, all’azione della Protezione civile, del corpo dei Vigili del fuoco, dei Corpi forestali delle regioni a statuto speciale e dei Carabinieri forestali (se mai diventeranno operativi dopo l’infausta legge Madia che ha sciolto la Guardia Forestale).
In questo senso sarebbe ragionevole studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva, aperto a donne e uomini.
Ciò di cui si parla non è quindi l’esercito-carrozzone della guerra fredda, che chi ha fatto la “naja” può ricordare (compreso chi scrive), bensì una nuova organizzazione molto più leggera dal punto di vista militare: la massa di oltre trecentomila soldati che attendevano di difendere il paese da una più che improbabile invasione sovietica sarebbero oggi ancora più inutili di allora.
La nuova leva dovrebbe trattenere soltanto una quota minima dei/delle giovani per l’inquadramento militare e dovrebbe poter dirottare la maggioranza degli uomini e delle donne verso il servizio civile no-profit/pubblico e la Protezione civile (in fondo un anno da dedicare alla collettività non pare un’imposizione così illiberale).
La Protezione civile, che oggi si basa sul volontariato (con grossi limiti oggettivi), avrebbe a disposizione da una parte un organico che le consentirebbe di intervenire anche nella manutenzione ambientale in maniera efficace e continuativa, dall’altra il supporto di logistica, mezzi e personale che l’esercito potrebbe dispiegare nelle fasi di emergenza acuta.
Tale integrazione, potrebbe produrre risparmi consistenti, consentirebbe sinergie d’impiego in grado di colmare una cronica carenza di mezzi dedicati alle emergenze ambientali[5] riducendo la irrazionale moltiplicazione delle responsabilità, delle competenze, dei comandi, dei dirigenti, delle centrali operative, degli eli-aereoporti.

Potremmo avere a disposizione uno strumento popolare, meno costoso e più efficace di salvaguardia e difesa del territorio.

Esistono diversi esempi in questo senso[6]. Ma come non pensare anche al ricordo positivo che ebbero i terremotati friulani (sisma del 1976) della massiccia, fattiva e prolungata attività di soccorso, rimozione delle macerie e messa in sicurezza operata dall’esercito di allora e confrontarla con il ricordo, certo meno caro, dei terremotati abruzzesi, dove il moderno esercito professionale è stato sostanzialmente impiegato per sorvegliare la loro cattività nelle tendopoli.
Ciò di cui si parla è quindi un esercito che, senza perdere le sue capacità militari di difesa, sia nei fatti dual use; dove lo sviluppo dei sistemi d’arma sia esclusivamente rivolto alle contromisure difensive piuttosto che a macchine e assetti da supremazia aero-spaziale e navale e dove le specializzazioni si sviluppino attorno agli aspetti ingegneristici e medici; dove le esercitazioni non siano costosissime e provocatorie messe in scena di conflitti continentali targati Nato ma molto più semplicemente manovre integrate esercito/Protezione civile.
Un esercito in grado di essere dispiegato all’estero, in un nuovo contesto di relazioni internazionali, in missioni di esclusiva e sostanziale interposizione e di competente supporto logistico-medico-umanitario anche nelle crisi ambientali.

Riportare la forma ed il senso delle nostre Forze armate nell’alveo costituzionale, al di là dell’aspetto etico, dovrebbe quindi permettere un enorme risparmio di risorse e di logistica ed un più utile e razionale impiego di mezzi e uomini per affrontare le minacce” di cui sopra.

Volendo recuperare anche l’aspetto etico, preponderante rispetto a quello meramente strumentale, risulta indispensabile recuperare un approccio organico e propositivo alla questione che sappia andare oltre la contestazione (storicamente ridotta ai minimi termini) e che permetta di intervenire sulle nostre pesantissime responsabilità di guerra.
Risulta difficile isolare la politica estera da quella militare e più in generale dalla definizione di nuovi piani per l’energia, l’industria e l’agricoltura, per i trasporti e la mobilità, per il rifornimento strategico delle materie prime.

Tutto ciò nella più ampia prospettiva di costituire un polo neutrale all’interno dell’Europa stessa con forti capacità di attrazione sia verso paesi europei non legati al mantenimento di politiche neocoloniali, sia verso il Mediterraneo, sia verso paesi ubicati in altri continenti ricchi di risorse ma alla ricerca di nuove tecnologie, di scambi equi e di cooperazione: un grande, incerto ma indispensabile ricollocamento strategico.

Il tema di una riforma strutturale dello strumento militare dovrebbe essere posta come punto costituente al pari della revisione dei trattati di Maastricht e Lisbona, della struttura e natura della Bce, ossia di tutte le questioni che hanno a che fare con il recupero ed il rilancio della sovranità democratica e popolare.
Per ciò che riguarda l’Italia questa riforma consentirebbe di agire su diverse questioni:

1)    renderebbe le Forze armate strutturalmente inservibili alla Nato, ad operazioni di guerra e occupazione, più in generale ad un profilo neocolonialista;

2)    “accontenterebbe” il terzo settore con la reintroduzione dell’obiezione di coscienza (istituto di civiltà universale e linfa vitale del no profit);

3)    permetterebbe una conversione della logistica e della organizzazione militare verso una immediata ed efficace compatibilità con la Protezione civile;

4)    permetterebbe di aprire un ragionamento meno bellicista sul futuro di Leonardo;

5)    porterebbe ad un consistente risparmio di risorse nel quadro di nuove sinergie d’impiego;

6)    imporrebbe una revisione/rescissione degli accordi bilaterali che regolano la cessione di territorio nazionale per basi e strutture straniere;

7)    ci obbligherebbe a ridefinire una nuova politica estera e commerciale basata sulla cooperazione strategica piuttosto che sulla difesa in armi degli interessi strategici con ciò ridimensionando concretamente le cause delle tragiche migrazioni umane a cui stiamo assistendo.
La leva non eliminerebbe la possibilità di un uso anticostituzionale delle forze armate ma di certo lo potrebbe inibire verso l’interno e lo potrebbe impedire verso l’esterno. Una riforma che punti alla reintroduzione della leva come più sopra accennata potrebbe incontrare un consenso inaspettato e trasversale anche a livello politico. Di certo, all’interno del processo di privatizzazione della guerra, quello delle forze armate è uno dei punti in cui le contraddizioni possono essere agite con intelligenza perché il tema è sentito e la disaffezione strumentale verso di esse è notevolmente cresciuta. Anche all’interno delle stesse Ff.aa aleggia un comprensibile malumore per la pesante politica di tagli al personale in favore delle macchine (e dei profitti industriali).

La crisi economica, l’incessante susseguirsi di emergenze ambientali, i costi del nostro avventurismo militare hanno già modificato la fiducia popolare nel tricolore armato spedito a destra e a manca per il mondo al seguito degli statunitensi.

Se si agisse sulla sfiducia strumentale in questo esercito prospettando una alternativa credibilmente più utile, razionale e meno costosa si potrebbe incrociare anche il favore di quegli enti locali e dei loro sindaci che in tutti questi anni si sono trovati ad affrontare le emergenze ambientali e gli eventi calamitosi con mezzi inadeguati.
L’effetto potrebbe essere dirompente o comunque certamente in grado di increspare non poco la linearità del folle piano egemonico che continua a sovrastarci indisturbato.

 


[2] Valerio Briani, La revisione dello strumento militare, Istituto affari internazionali, novembre 2012, pag.5

http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0063App.pdf

[3] Michele Nones e Alessandro Marrone, La trasformazione delle Forze armate: il programma Forza NEC, Istituto Affari Internazionali, ed. Nuova Cultura, 2011, pag. 57

[4] Il processo di (ri)militarizzazione delle forze di polizia che ha accompagnato la professionalizzazione delle forze armate, in tempi di cavalcante autoritarismo istituzionale, è molto più grave di quanto si possa pensare. Si veda il puntuale intervento del magistrato Domenico Gallo al convegno nazionale del Siulp a Bologna, 21 ottobre 2005.
http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/rep_fot_iniz/domenico_gallo_bologna.pdf.
Si veda anche Al di sotto della legge, di Luigi Notari con Mauro Ravarino, ed. Gruppo Abele

[5] Nel documento della Presidenza del consiglio dei ministri/dipartimento di Protezione civile del 15 giugno 2015 (http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/Direttiva_AIB_2015.pdf) si evince che i mezzi aerei anti incendio boschivo di cui dispone lo stato sono in totale 22: 14 aerei CL-415 (Canadair), 2 elicotteri S-64, 3 elicotteri AB-412, 2 elicotteri AB-212, 1 elicottero AB-205.  Ogni regione dispone poi il costosissimo noleggio da ditte private di piccoli elicotteri ad integrazione del parco aereo nazionale gestito dal COAU (Centro operativo aereo unificato).

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