A 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela

A 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela

di Stefano Galieni – Left -
Il 18 luglio Nelson Mandela avrebbe compiuto 100 anni. Il Sud Africa di oggi è pieno di contraddizioni derivanti dalle scelte liberiste, dalla corruzione e dai nodi non risolti con l’abolizione dell’apartheid. Aspettavamo in Italia Irvin Jim, dal 2008 Segretario Generale del NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa) sindacato dei metalmeccanici che rappresenta circa 400 mila iscritti. Una personalità di cui sentiremo parlare: ha iniziato a lavorare in fabbrica nel 1991 facendo le pulizie ed è immediatamente divenuto leader sindacale battendosi per veder garantiti eguali diritti indipendentemente dalle mansioni svolte. È divenuto rapidamente popolare perché indisponibile a compromessi ai danni dei lavoratori. Doveva venire per aprire o consolidare relazioni politiche con la sinistra in virtù della decisione di far divenire il sindacato, nato nel 1987, catalizzatore della formazione di un partito politico. È rimasto per seguire lo stato di agitazione dei lavoratori della Eskom, l’azienda di Stato per l’energia elettrica, che sta bloccando il paese. L’azienda in crisi ha proposto un adeguamento salariale dello 0%, mentre l’inflazione è al 7%, e aumentano IVA e carburante. 3 sindacati: il NUMSA, il NUM (dei minatori perché l’energia elettrica si produce ancora col carbone) e Solidarity composto da bianchi afrikaaner, hanno iniziato a protestare dal 16 giugno e continuano, rallentando la produzione di elettricità considerando ad oggi inadeguate le promesse ricevute, mentre, in pieno inverno australe, l’energia è razionata con tutte le inevitabili conseguenze per la popolazione. Abbiamo intervistato Irvin a distanza e gli abbiamo chiesto subito chiarimenti su Eskom: «La crisi inizia nel 1996 con l’introduzione del quadro GEAR (Growth Employment and Redistribution) che impone di mantenere la spesa pubblica sotto il 25% del PIL. Politiche neoliberiste che hanno assoggettato lo Stato al modello imposto da FMI, Banca Mondiale e agenzie di rating. È iniziata la privatizzazione degli assets pubblici e la gestione orientata al mercato delle aziende non privatizzabili. Eskom, quando era totalmente statale produceva energia a prezzi competitivi garantendo elettricità alle zone del paese fino ad allora tagliate fuori. Poi ha ceduto ai privati il controllo di parte della filiera produttiva, in particolare le miniere di carbone il cui prezzo è salito alle stelle fra il 2008 e il 2015 paralizzando l’economia. Chi gestiva le miniere ha avuto una crescita del fatturato del 300% con una inflazione al 7.4 %. La situazione si è aggravata con l’arrivo dei produttori indipendenti (IPPs). Questo mentre si facevano investimenti pubblici (circa 250 miliardi di rand), in particolare nel 2009, per aumentare la produzione. Oggi il paese ha una sovrapproduzione di energia ma il governo ha giustificato l’ingresso di 27 produttori privati nella rete elettrica pubblica giocando la carta ambientale dell’”energy mix”. Abbiamo contrastato tale processo non perché contrari ad una transizione verso fonti pulite ma perché questa va gestita con le organizzazioni dei lavoratori in base agli interessi collettivi e non del capitale. Occorre trasformare un settore strategico sotto il controllo pubblico, altrimenti si producono 92.000 disoccupati. I produttori privati di energie rinnovabili stanno compromettendo la produzione di Eskom avendo la precedenza rispetto a chi produce col carbone ma a costi 4 volte superiori. La lotta che stiamo conducendo non è solo finalizzata ad un necessario aumento salariale. Il piano che abbiamo presentato un piano al Governo prevede la riduzione delle spese per i manager, il contrasto alla corruzione e maggiore verso i 47.000 posti di lavoro dell’azienda. Dietro questa crisi ci sono interessi per privatizzare la Eskom».
Riemerge il volto di un paese in cui la lotta contro lo sfruttamento non sono cessati con apartheid. Fuori dalle città ci sono ancora le township abitate da neri che impiegano ore e soldi per arrivare al lavoro, la povertà assoluta colpisce il 60% della popolazione e quando le vertenze si fanno dure come accadde con i minatori a Marikana nell’agosto 2012, morirono 34 lavoratori sotto il fuoco di poliziotti neri. Il mito di Mandela, come padre del paese e simbolo dell’unione resta dominante ma il ruolo dell’ANC (African National Congress) che governa dal 1994 è oggi molto compromesso. Il NUMSA già nel 2013 aveva votato durante un suo “Congresso Speciale Nazionale” una risoluzione per uscire dal governo e sostenere la nascita di un partito. A novembre si terrà il primo congresso. Jim ha provato a spiegarci le ragioni di tale scelta: «I problemi di NUMSA con l’ANC nascono già durante i negoziati con il governo dell’apartheid. Nel 1994 fu garantito il diritto di voto anche ai neri ma era già chiara una scelta di compromesso strutturale. La leadership dell’ANC rinunciò ad alcune rivendicazioni della rivoluzione, soprattutto sui diritti di proprietà e del controllo dell’economia. Ottenemmo il potere politico rinunciando a quello economico. Avevamo la gestione del Tesoro ma questo potere venne ridimensionato dal GEAR. Ci opponemmo quando eravamo parte del governo nel COSATU (Congress of South African Trade Unions) ma capivamo che invece di determinare la nazionalizzazione delle leve fondamentali dell’economia, come l’industria estrattiva, e diversificare la produzione industriale per la creazione di posti di lavoro si sarebbe mantenuta una struttura fondata su estrazione e esportazione di minerali deregolamentando il mercato di beni e servizi. Il Sudafrica ha ridotto troppo i dazi all’interno del WTO e questo quadro macroeconomico ha permesso una rimozione dei controlli sui cambi permettendo ingenti fughe di capitali, legalmente e illegalmente. Si è poi consentito a molte aziende sudafricane di spostarsi nelle borse di Londra o New York. Capitali che sarebbero stati vitali per lo sviluppo. La banca centrale sudafricana, privatizzata, ha mantenuto la concentrazione delle ricchezze in mano ai bianchi ed è cresciuta la diseguaglianza. Vogliamo un rovesciamento di questa situazione. Per noi -ad esempio – è criminale che nel 2018, l’87% della terra appartenga ancora, come nel pre –apartheid, ad una piccola minoranza mentre la maggioranza nera vive stipata nel 13% e con poche infrastrutture. Abbiamo tentato di agire dall’interno partendo dall’idea che i lavoratori debbano organizzarsi in quanto “classe per sé” praticando il conflitto come unica strada verso l’emancipazione. Siamo stati espulsi dal COSATU, nonostante gli sforzi per preservare l’unità dei lavoratori. Abbiamo formato nell’agosto 2017 una federazione alternativa. Il Socialist Revolutionary Workers Party che NUMSA sta contribuendo a formare ha come missione il superamento del capitalismo, la trasformazione delle relazioni di produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione sotto controllo democratico della maggioranza».
Una critica radicale alle scelte interclassiste che fotografa un paese in cui la minoranza bianca (8% della popolazione) difende i privilegi ad eccezione di intellettuali e di persone impegnate nelle Ong. Un retaggio coloniale che neanche le politiche di “affermative action” intraprese per incoraggiare l’assunzione di neri in posizioni manageriali o nei Cda, ha intaccato. La borghesia nera rampante, che pure esiste, è uno strato sottilissimo. E iniziano, soprattutto fra i giovani, a serpeggiare velate critiche anche al passato di lotta. C’è un nuovo partito, l’EFF (Economic Freedom Fighters), di giovani usciti dall’ANC. Mettono in discussione gli accordi stipulati con il capitale internazionale, vogliono l’espropriazione delle terre e la nazionalizzazione dei centri nevralgici dell’economia. Esprimono un populismo di pancia, molto colorito in termini comunicativi, attaccando da sinistra l’ANC. 100 anni dopo in Sudafrica: liberismo, populismo o rivoluzione?

Si ringrazia Miriam Di Paola, ricercatrice per NUMSA e Tricontinental per aver non solo tradotto e reso possibile questa intervista ma per aver fornito alcuni elementi fondamentali per comprendere l’attuale quadro sudafricano.

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