La questione abitativa come elemento fondante della vera sinistra

La questione abitativa come elemento fondante della vera sinistra

Monica Sgherri, dipartimento casa Prc S.E.

Questo fine settimana a Chianciano si celebra il XV congresso nazionale dell’Unione Inquilini. Seguiamo con grande attenzione i loro lavori per l’impegno decennale (50 anni) dell’Unione Inquilini su un fronte difficile come quello del bisogno casa, questione per anni negata e rimossa da politiche governative che, in nome di un facile e sicuro presunto “benessere” o “arricchimento”, azzerava i finanziamenti all’Erp e teorizzava lo smantellamento del patrimonio pubblico di edilizia residenziale. Così oggi l ‘Italia è fanalino di coda in Europa, vicina solo ai paesi più poveri, su questo tema.

Il plateale fallimento della chimera del benessere, della crescita della “fascia grigia” che ha “motivato” l’azzeramento di investimenti nel settore dell’edilizia residenziale pubblica ha anticipato e poi ampliato proprio sulla casa e sul  diritto all’abitare gli effetti che poi la crisi economica avrebbe fatto esplodere su tutti i settori, (primi fra tutti il lavoro, il non lavoro o il lavoro che genera povertà), allargando in maniera esponenziale l’esercito dei “senza casa”, degli espulsi, dei disagiati economici ma anche generando nuove categorie figlie della crisi stessa. Ci riferiamo alla platea crescente delle famiglie con morosità incolpevole conseguente alla perdita di lavoro che determina sfratti eseguiti con le forze dell’ordine sia per quelle in affitto, in stabili di piccoli proprietari, che si ritrovano la casa venduta all’asta dalle banche pur rimanendo fortemente indebitati con esse.

Ma anche la platea crescente di famiglie in forte disagio, spesso in graduatoria per un alloggio pubblico perché ridottesi in povertà o a rischio di povertà per sostenere affitti esosi che superano il 30 % dei propri salari (e questo in conseguenza o della perdita di lavoro di un componente, o per la precarizzazione del lavoro stesso o per l’abbassamento del costo del lavoro).

Decenni di politiche governative che hanno cancellato investimenti sul diritto all’abitare ci consegnano un paese segnato da profonde diseguaglianze proprio sul diritto alla casa, un paese dove il disagio abitativo e il diritto all’abitare non sono più problemi emergenziali bensì strutturali, diritti negati a una platea drammaticamente crescente di famiglie sfrattate, senza casa o in attesa di alloggio ad affitto sostenibile.

Il disagio abitativo è quindi oggi una questione drammatica per le famiglie che subiscono la negazione del diritto all’abitare, fondamentale per costruirsi una vita autonoma e dignitosa. La crescita delle sentenze di sfratto emesse (65.000 l’anno), l’aumento del numero di richieste di utilizzo della forza pubblica da parte degli ufficiali giudiziari (160.000) ed infine la crescita del numero di sfratti eseguiti con forza pubblica (35.000 l’anno) sono i dati della drammaticità raggiunta da questa situazione. Un dramma che si consuma sfratto dopo sfratto, dove quasi sempre il Comune è latente e non si presenta, mentre le forze dell’ordine agiscono come se si trattasse di mera questione di ordine pubblico, sono chiamate a difesa degli interessi della proprietà immobiliare e gettano in mezzo alla strada quella famiglia che se colpa ha, è solo quella di aver perso il lavoro!

Il documento congressuale dell’Unione Inquilini fa una fotografia impietosa della situazione italiana: Poco meno della metà delle famiglie in affitto, ossia circa 1,7 milioni di famiglie, sono in disagio economico derivante da un canone supera il 30% del reddito familiare. Il patrimonio residenziale di edilizia pubblica esistente oggi è sufficiente per solo 1/3 delle famiglie che non riescono più a sostenere un canone di locazione del privato: quindi le graduatorie non sono destinate a diminuire ma al contrario a stabilizzare nel disagio abitativo le sofferenze delle famiglie parcheggiate per anni se non decenni in queste liste; la metà di esse vivono in disagio economico derivante da reddito basso o canone alto.

Di fronte all’assenza di politiche e di finanziamenti nazionali i Comuni hanno comunque avvallato l’ondata di vendita e svendita del proprio patrimonio residenziale. “Vendi tre per comprare uno” denunciavamo con forza, insieme all’Unione Inquilini, quando negli anni ’80-’90 si vendevano le case ERP. Non solo in genere non si sono ricomprati alloggi, ma spesso si è tentato di annegare gli introiti di queste vendite nel calderone dei bilanci comunali. Esemplare la vicenda del Comune di Firenze che continua su questo indirizzo e basandosi su una interpretazione “arbitraria” (e smentita dal Tar dopo ricorso di un inquilino) ha cercato di vendere e di versare le relative risorse nel Bilancio Comunale

A crisi conclamata, studiata, e fotografata ancora oggi non corrispondono scelte congruenti per affrontare questa drammatica situazione strutturale.

A livello nazionale mentre si continua a far mancare investimenti per l’aumento di alloggi a canone sociale, per il contributo in conto affitto – anno dopo anno ridotto fino al suo azzeramento -, per il sostegno e risoluzione della morosità incolpevole e politiche congrue sul settore (piano casa con acquisto di patrimonio nuovo invenduto e soprattutto recupero e riqualificazione del patrimonio pubblico e demaniale a fini residenziali)  si registrano invece regalie ai privati: dall’esenzione IMU sul patrimonio invenduto, alla cedolare secca  (minore entrate per lo Stato a di circa 2,2 miliardi di euro di cui 1,86 restano nelle tasche dei proprietari più ricchi, come afferma il “Rapporto immobili 2017” del Ministero dell’Economia e finanze).

Agli effetti dell’assenza di politiche nazionale si sommano oggi anche quelli di politiche sbagliate e devastanti a livello regionale: Lombardia, Liguria Emilia Romagna e Toscana, ossia maggioranze Lega-Forza Italia o PD segnate da vere e proprie controriforme, con  tentativi trasversali di mettere in pratica la separazione etnica con il  “prima agli italiani” (punteggio maggiore non allo sfratto ma agli anni di residenza), o quello di cambiare la natura dell’alloggio ERP equiparandolo ad alloggio sociale con precedenza quindi a tutte le situazioni di disagio sociale rispetto a quello abitativo (la scelta è quella di sopperire all’insufficienza di finanziamenti sul sociale destinando il magro e soprattutto insufficiente patrimonio pubblico residenziale!) in Toscana, o declassandolo a “servizi abitativi” in Lombardia.

Eppure i soldi ci sono, abbiamo sempre sostenuto, per finanziare un “piano casa” credibile ed efficace per risolvere e garantire il diritto all’abitare.

Un piano casa che recuperi innanzitutto le risorse bloccate: 2,5 miliardi di euro di fondi Gescal bloccati, vincoli la tassazione di case di lusso e ville al fondo di solidarietà per l’edilizia sociale, recuperi i soldi dell’evasione fiscale degli affitti al nero, abolisca la cedolare secca, penalizzi il patrimonio sfitto.

Un piano casa – inoltre – volano per piani urbanistici alternativi : non solo ampliare il patrimonio di alloggi con l’acquisto di alloggi invenduti e il recupero dei cica 40.000 alloggi sfitti, ma promuovere politiche di riqualificazione e residenzializzazione dei centri storici pregiati tramite il riuso, riqualificazione, del patrimonio pubblico, demaniale, civile e militare inutilizzato e in disuso, da recuperare a fini abitativi incentivando anche le forme di autorecupero e di piccoli cantieri;

Un documento congressuale il vostro che condividiamo sostanzialmente e che segna la maturità e l’impegno di una forza sindacale che oggi ha compiuto 50 anni di vita, una vita spesa in prima fila a difesa di un diritto fondamentale come quello all’abitare.

Condividiamo quel filo conduttore nel documento congressuale che attraversa la lettura della situazione italiana, dite infatti : “La colpevolizzazione della povertà è il paravento ideologico dietro il quale si nascondono la negazione della casa come diritto, la riduzione dell’emergenza abitativa a questione di incapacità individuale cui vanno date, se va bene, risposte assistenziali e temporanee quasi sempre gestite dal privato sociale, in un quadro generale di riduzione della spesa, di limitazione delle tutele, di eliminazione o snaturamento delle procedure di assegnazione”.

Ed è proprio partendo da questo filo conduttore che motiviamo l’assenza, nella classe politica al governo da decenni, della volontà di affrontare la questione. Ma riteniamo che ci sia di più proprio perché convinti che non sia stata la questione di non comprendere la portata strutturale di questo fenomeno, una scelta reiterata di “di parte” per non agire di conseguenza. Insomma dolo, non colpa. Altrimenti i provvedimenti adottati sarebbero stati del segno diametralmente opposto a quello adottato, come quello ad esempio della cedolare secca. In questi decenni, e anche per tutti gli anni della crisi, non c’è stata differenza qualitativa sulle politiche abitative tra centro destra e centro sinistra, sia a livello centrale che a livello locale, e le controriforme adottate nelle quattro grandi Regioni prima richiamate ne sono la conferma.

Il Pd ha anticipato proprio sulle politiche abitative di non essere più partito di sinistra, proseguendo poi con altri provvedimenti devastanti come l’abolizione dell’articolo 18, la legge Fornero, ecc.

E per gli stessi motivi ed evidenze siamo fermamente convinti che non ci sia differenza fra il profilo delle politiche abitative portate avanti a livello centrale che a livello locale.

È vero quanto accusa l’Unione Inquilini nel documento congressuale, la classe politica che ci ha governato fino ad oggi si è mostrata incapace di assumere, affrontare e dare risposte strutturali alla questione abitativa. Ma in quella classe politica che ha governato in questi ultimi due decenni non c’era la “sinistra”. E oggi, proprio sulle questioni abitative, possiamo affermare che anche il M5S si è iscritto a questa classe politica inefficace, visti i risultati inesistenti a Roma e nelle altre città da loro governate.

Forse le nostre analisi vanno aggiornate partendo da una idea di sinistra non ancorata al ricordo di una astratta collocazione ma fondata su ciò che si propone di fare concretamente nell’immediato e per come sa prospettare un futuro. Ed è proprio dalla comprensione della centralità, strutturalità e drammaticità della questione abitativa – così come e più di altri temi – che essa può connettersi col paese reale: così da superare frantumazioni e ridimensionamenti attraverso una unità che si definisca a partire dalle lotte alla precarietà (abitativa e di lavoro) e dalla difesa dei diritti. Una diversità reale per il paese reale.

Sicuramente continueremo a trovarci a fianco dell’Unione Inquilini nei presidi in difesa del bisogno casa e negli sportelli sui territori che abbiamo attivato.

Ai compagni e alle compagne dell’Unione Inquilini un augurio sincero di buon lavoro.

 



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