Si aggira uno di nome Trump

Maria R.Calderoni

 

Già noto come “sciupafemmine”, durante la campagna elettorale era diventato il donnaiolo più famigerato del mondo.

«È che provo una attrazione automatica per le belle donne. Non resisto: devo baciarle. Come le vedo, le bacio, senza aspettare neanche un secondo. Se sei uno che conta, lo puoi fare, loro te lo permettono. Puoi fare quello che vuoi, afferrarle per la f…a. Qualunque cosa».

Il suo talento di affabulatore, la sua teatralità, il gusto per il pettegolezzo. Il fiuto per il mercato, l’ostinazione cieca e instancabile con cui cercava di conquistarlo.

Ma lui capisce? Lui, il miliardario playboy comprende davvero il ruolo che la storia gli aveva assegnato?

Tra le sue molte nevrosi c’erano anche la paura della vecchiaia e il terrore di perdere la memoria.

La convinzione unanime, per quanto taciuta, era che non solo Trump non sarebbe diventato presidente, ma che con ogni probabilità era meglio così.

Donald Trump e il suo manipolo di guerrieri elettorali erano pronti a perdere in grande stile. Quello che proprio non si aspettavano era di vincere.

All’inizio della campagna, Sam Nunberg fu incaricato di spiegargli la Costituzione: «Già al Quarto Emendamento ha cominciato a tirarsi il labbro inferiore con le dita e ad alzare gli occhi al cielo».

Prima di Trump, nessun presidente e pochissimi politici erano emersi dal campo immobiliare, un settore scarsamente regolamentato, che spesso rappresenta la destinazione prediletta per i patrimoni di dubbia provenienza, ovvero per il riciclaggio di denaro sporco. Oltre a Trump stesso, il genero Jared Kushner, il consuocero  Charlie Kushner, i figli Don, Eric e Ivanka, avevano tenuto a galla le proprie imprese d’affari, operando in vario grado  nella zona grigia dei flussi di contanti e dell’evasione fiscale. Jared Kusnner, marito della figlia e braccio destro di Trump, era legato a doppio filo all’impresa immobiliare di suo padre, che a più riprese aveva scontato condanne federali per evasione fiscale, corruzione di testimoni e finanziamento illegale di campagna elettorale.

Anche Murdoch appariva in difficoltà nel vedere in quella impensabile nuova luce di presidente un uomo che per più di una generazione, nel più clemente dei giudizi, era giudicato il principe dei pagliacci del jet set internazionale. Un personaggio eccentrico, persino strampalato, ma adesso era il nuovo presidente.

Quasi tutti i professionisti che erano entrati nella sua cerchia, avevano dovuto prendere atto di un fatto incontrovertibile: Trump non sapeva niente di niente. Non esisteva argomento, a parte forse l’edilizia, di cui fosse veramente competente. Improvvisava su qualunque cosa. Quello che sapeva, sembrava sempre averlo imparato un’ora prima, e per giunta in modo sconclusionato.

Chi lo conosceva bene, non si capacitava che fosse riuscito a vincere le elezioni, senza avere il requisito più basilare per la carica: quelle che i neuroscienziati chiamano “funzioni esecutive”. Era incapace di pianificare, organizzare, concentrare o spostare l’attenzione a seconda delle priorità. Al livello più elementare, non capiva il rapporto tra causa ed effetto. Al momento della nomina, Trump era un neofita al cento per cento.

Se, nella storia americana, nessuna amministrazione aveva suscitato più preoccupazioni di quella di Trump, le opinioni del presidente in materia di politica estera e sul mondo in generale, ne rappresentavano uno degli aspetti più volubili, disinformati e imprevedibili. I suoi consiglieri non sapevano nemmeno se Trump potesse essere definito un isolazionista o un interventista; e nemmeno se fosse in grado di distinguere le due posizioni. Era affascinato dai generali.

«È peggio di quanto immagini, qui alla Casa Bianca, un idiota circondato da pagliacci. Trump non legge niente, né i memorandum di una pagina né i fascicoli informativi sulle procedure. Niente di niente. E il suo staff è peggio di lui. Più che un individuo, Trump è un concentrato di difetti».

I media conservatori considerano Trump una propria creatura. Trump invece continuava a sostenere che la sua grandezza superasse di molto i confini dei soli media conservatori. Si vedeva come una star, un prodotto prezioso e ricercato da tutti i mezzi di comunicazione e che dunque svettava  sopra gli altri. Una questione di culto della personalità, e la personalità è lui.

Il presidente interpreta tutto secondo la logica tipica del mondo degli affari o dello spettacolo. Il concetto della presidenza come ruolo istituzionale e politico che richiede di attenersi a un certo rituale, nonché alla correttezza e cura semiotica del messaggio, gli è completamente estraneo.

A dire il vero, spesso il presidente sembra non essere del tutto consapevole di ciò che dice o scrive, e proprio per questo non riesce a spiegarsi perché scateni reazioni tanto feroci. Anzi, se ne stupisce. «Cosa ho detto?» chiede dopo essere stato aspramente criticato.

Fine delle citazioni. Tutto quanto sopra riportato, è infatti tratto testualmente dal libro del giornalista statunitense Michael Wolff – “Fuoco e furia. Dentro la Casa Bianca di Trump” – da poco uscito in Italia per la Rizzoli. Si tratta appunto del volume che Trump ha tentato invano di bloccare: la storia, tutta raccontata “da dentro”, “della presidenza americana più controversa del nostro tempo”.

Trump è Trump, lui, quello che in questi giorni, ad esempio, ha sbalordito il mondo con la “straordinaria” proposta di dare una pistola a ogni insegnante americano. A fini educativi, ovviamente.

Il solo pensiero che un tal tipo sia a capo della Nazione più potente e armata del globo, provoca, mette in circolo, trasmette forti, fortissimi brividi planetari.

Trump è Trump. Allarme!

 



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