J.L. Mélenchon: La ribellione è un nuovo umanesimo

J.L. Mélenchon: La ribellione è un nuovo umanesimo

Avete notato? D’adesso in poi si dice “il ribelle tal dei tali”, la deputata ribelle tal dei tali”.  Alcune persone si presentano ame “io sono Tal dei tali, ribelle del Var o di Châteauroux”.  In breve, si dice e ci si dice “ribelli” come ci si dice repubblicani in senso lato. L’aggettivo è divenuto una caratterizzazione politica, senza preavviso. Si potrebbe trovare questo del tutto normale dopo un’elezione in cui la parola ha ben vissuto la sua vita al fianco d’un candidato che ne ha fatto la sua bandiera. Ma io vedo una differenza che salta agli occhi. Dolo il termine “insoumis” descrive nello stesso tempo un impegno politico e un modo di essere personale. E, è vero: l’insoumis fa una scelta politica in prolungamento d’una maniera personale d’affrontare la vita. Questo non è un fatto politico ordinario, un tale radicamento intimo dell’impegno politico.

Io annovero questa situazione nella lista delle acquisizioni delle nostre azioni. Esattamente come nel momento in cui sentivo la gente applaudire nel momento in cui dicevo:” Siamo riuniti da un programma più che dalla persona del suo candidato”. Ora, diventando un nome comune, la parola “insoumis” introduce nel suo utilizzo tutta la profondità del suo significato. Chi è un insoumis? Un essere che rifiuta ogni schiavitù. Chi è una persona assoggettata? Qualcuno che si trova sotto una dominazione imposta. Liberarsene è emanciparsi.

Vedete come, in poche righe, per il semplice utilizzo d’una definizione, sono convocate delle parole fondamentali di cui il senso è situato all’incrocio dei comportamenti individuali col nostro programma politico! Suddito o parte attiva? Dominazione o emancipazione? In altre parole anche: suddito o cittadino, dominato o indipendente. Queste sfide sono di tutte le epoche. La rivolta di Spartaco ci parla ancora.

Si, la ribellione individuale è il primo atto d’una lotta emancipatrice collettiva. Ne è l’energia individuale più intimamente ancorata.  La sua portata è così ampia! Perché cos’è l’emancipazione? La storia delle parole ce lo insegna bene come un lungo discorso. La parola viene dal latino “ex mancipium”. Uscire dal mancipium. Il mancipium, era il potere assoluto accordato al padre di famiglia su sua moglie e i suoi figli. A quell’epoca, “l’emancipato” è la persona giunta all’età in cui nonè più assoggettata a quel potere. Come lo schiavo una volta affrancato, diviene allora la padrona di se stessa.

È ciò a cui mira l’insoumis. In tutti i campi. Questo concerne così bene la vita della città, quella del suo corpo, quella del suo spirito. Questo concerne le libertà pubbliche, il diritto a disporre di sé di fronte alla nascita o di fronte alla morte, il diritto di cercare di pensare liberamente contro i pregiudizi e le idee dominanti. E il diritto di esprimerlo.

La regola e la ribellione

Per gli osservatori indifferenti, l’insoumis, donna o uomo, è una persona tentata dal rifiuto di tutte le regole, in disaccordo con ogni ordine sociale e con tutte le norme. La ribellione è ai loro occhi pericolosa perché è insieme incontrollabile e soprattutto mai soddisfatta. Il decriptaggio delle motivazioni di tali donatori di lezioni suggerisce bene delle prese in giro, no? Ma ci rinuncio. Preferisco andare avanti diritto fino alla smentita.

Rifiutare una regola, una norma, una legge non è certo rifiutare ogni regola in generale, né ogni legge o ogni norma. In un certo modo, è tutto il contrario. Ci avranno preso per altri. I liberali, loro, pensano che la libertà nasca nel ritiro delle regole. Per loro la libertà si constata quando i meccanismi spontanei che animano la realtà non sono più deformati o impediti da interferenze esterne. La mano invisibile del mercato non deve essere totalmente libera nei suoi movimenti? Un po’ alla volta, questa visione del mondo accorda al nostro egoismo individuale il ruolo di benefattore dell’umanità. E alla fine, l’interesse generale è presunto essere la somma degli interessi particolari. E questo che si tratti delle nostre pulsioni o della circolazione delle merci. Ai nostri occhi, questa libertà apre direttamente la porta alla legge del più forte. È la famosa volpe libera nel pollaio libero. Da parte nostra, noi crediamo al contrario che la libertà non esista al di fuori delle regole che organizzano il suo esercizio e la rendono dunque possibile. È il perché noi siamo così vigilanti sull’origine delle regole e sul loro contenuto.

Per noi dunque, tra tutte, la libertà per valutare la regola ci è cara. È la base del nostro consenso alla norma. Il messaggio della ribellione funziona come una sorta di adagio: “Come potrei accettare ciò che non avrei il diritto di contraddire?”

L’insoumis non è dunque per niente un nihilista. Non rifiuta ogni regola tutto il tempo. Sa che la regola è il modo di rendere concreta una libertà. È dunque pronto a partecipare alla sua elaborazione, a comporre, e anche a lasciar esercitarsi una regola se è la legge, anche se la disapprova.  Ma ci mette due condizioni. Dapprima che la decisone sia presa collettivamente dopo deliberazione contraddittoria non fatta da uno solo. Poi, che la libertà di contestare una decisione non sia mai spenta.

L’estensione del campo dell’insubordinazione

Nell’ordine politico è ciò che accade quando si vota. Il voto è aperto a tutti. È preceduto da un dibattito contraddittorio. Certo, il modo di decidere è arbitrario dal momento che si decreta che 51 hanno l’ultima parola su 49 altri. Ma il voto non produce che la decisione da prendere. Non obbliga a cambiare convinzione. Si accetta il risultato del voto, ma nessuno può obbligarci a cambiare punto di vista.  Partire da qui, il nostro diritto a contestare il contenuto della decisione presa deve restare intatto. E ciò quand’anche la decisione che s’applica è legge votata dalla maggioranza.

Nella vita dello spirito è ancora più semplice. In ogni momento noi possiamo rimettere in causa le nostre decisione perché abbiamo appreso qualcosa che modifica il nostro sguardo o perché abbiamo fatto un’esperienza che ha contraddetto le nostre certezze. Senza esagerare, si può dire che l’insubordinazione è il filo conduttore del processo che fa di voi una persona unica. E questo comincia presto. Per poter divenire una persona, il bambino deve assimilare delle regole di comportamento che non gli è permesso contraddire o ignorare. Queste gli permetteranno di prendere un posto nel mondo che gli pre-esiste. Fino al punto in cui cominciando a dire “no”, spesso a ogni proposito, la persona giovane comincia a esistere come soggetto della relazione con gli altri. L’uscita dal “mancipium” è una storia intima quanto politica. Ma tutto comincia con la ribellione.

La ribellione non è solamente un fatto politico e sociale. È anche un atto del pensiero quando cerca di diventare sovrano. Perché le forze che tengono a freno la mia libertà possono essere ben più insidiose che il manganello del tiranno. Vuol dire che possono arrivare a far dimenticare che sono state imposte, anche loro, dall’esterno e che operano in me senza la mia approvazione formale.

Io acconsento solamente perché ciò mi pare evidente senza che io ci abbia riflettuto, senza averne valutato la fondatezza. Tale è la forza dei pregiudizi, degli ammaestramenti sociali, delle idee e dei gusti dominanti.

Da allora, lo stato di ribellione non interpella solo l’ordine sociale o politico ma anche il Sistema delle idee dominanti che giustifica il suo potere. È forse l’essenziale. Perché si vede bene come un’autorità politica illegittima governa tanto più facilmente se ha potuto farmi ammettere che è al servizio di ciò che io credo giusto. Il ribelle sa che il dominatore avanza sempre mascherato. Sul piano intellettuale, la ribellione si oppone alla dominazione su di sé delle idee alle quali non ha acconsentito liberamente. Non c’è bisogno di fare un disegno per presentare il legame che unisce la ribellione intellettuale e politica. Meglio che un discorso su questo argomento, ecco una prova più grande: noi stessi, i ribelli. Noi, “in gruppo, in lega in processione e poi da soli all’occasione” come cantava Ferrat.

La ribellione e la libertà di coscienza

Da questa piccola messa in movimento d’idee, si può concludere un altro punto molto importante. Rifiutare le regole illegittime e mettere in quarantena i pregiudizi, è fare veramente una dura pulizia. Che cosa resta dopo questo? Tutto, perché non ci si può svuotare la testa, niente perché tutto è sospetto! Eppure bisogna vivere. E dunque decidere continuamente. E in ogni modo noi lo facciamo. Qui entra in scena un’attitudine essenziale, il nostro bene più prezioso: la libertà di coscienza. Lei ci permette di scegliere i nostri strumenti per fare la scelta tra le possibilità.  La libertà di coscienza viene prima. È lei il posto di pilotaggio da dove tutto si valuta: che si tratti di ciò che bene per sé come di ciò che è bene per tutti. Del resto la libertà di coscienza è la sola libertà a cui non si può imporre alcun limite. Anche reclusa sotto mucchi di ammaestramenti, anche abbrutita dalle prediche mediatiche, la piccola luce è dunque riaccesa ad ogni secondo. Questo perché bisogna vivere e ciò vuol dire scegliere, dal mattino alla sera, a proposito di ogni gesto.

La libertà di pensiero è la condizione della nostra sopravvivenza quotidiana. E quando lo spirito affronta il campo delle idee, o quello delle regole da rispettare per agire a casa propria o nella città, è la stessa cosa. La ribellione è direttamente legata all’istinto di sopravvivenza. Per fare la giusta scelta qualunque sia, devo cominciare a riflettere e mettere in conto le possibilità. È naturale, nelle situazioni già vissute felicemente, che ci sia la memoria delle buone gesta! Ma davanti ad ogni novità, di fronte a tutti i paradossi che la vita corrente oppone al nostro primo movimento, bisogna riflettere. Per prendere una buona decisione, bisogna anticipare le conseguenze. Proiettarsi è già staccarsi dall’istante, dal luogo della circostanza particolare. Vuol dire non sottomettersi alla dittatura dell’impulso incontrollato. L’albero della vita e quello della conoscenza sono legati. Niente può impedirci di pensare, cioè di valutare il senso dei nostri atti. E anche sotto costrizione il pensiero può restare libero.  “Eppure gira” sospira Galileo, imbavagliato ma insubordinato.

Una parola che viene da lontano

Sin d’allora, la radice di ciò che noi siamo, noi i “ribelli”, affonda ben più in profondità che nell’apparizione così recente nella formula “la France insoumise” della mia campagna per le presidenziali. Spero di aver mostrato facendo questo giro d’orizzonte alcune definizioni e qualche campo d’applicazione dell’idea di ribellione. Molti ne dubitano. Lo sapevano d’istinto. Ma devo mostrare ancora altro: come il movimento così intimamente ancorato in noi ha lacerato i veli oscuri che mascheravano una volta l’oppressione. Perché tutto non è cominciato con noi. Mi sento in dovere di mostrare come sia il nostro filo rosso che corre nella confusione degli avvenimenti lontano quanto si possa andare nel tempo. A ognuno poi di individuarlo e di prolungarlo nel proprio ambito. È la missione di questo milione di persone che d’ora in poi hanno deciso d’essere degli insubordinati politici.

Io ho cominciato a nominare ciò di cui parliamo quando ho parlato di questo “umanismo ecologico e sociale” che sarebbe la nostra filosofia comune. Per tagliare corto, io ho parlato di “nuovo umanismo”. In modo generale credo che queste parole sono state accettate perché sembravano andare da sé per chi proclama “l’umano per primo”. Forse perché riassumono l’idea di attaccamento alla fioritura della persona umana nella società capitalistica che tiene così poco conto dei bisogni materiali e culturali più elementari degli esseri umani. Resterò su questa formula. Amo la semplicità. Amo il piano di spiegazione che suggerisce immediatamente con le due questioni che richiama. La prima: che cos’è l’umanismo? La seconda: in che cosa il nostro umanismo è nuovo?

Più vecchia del tempo

Proponendo di pensarci come la nuova era dell’umanismo, la mia intenzione è di piazzare il momento presente del pensiero ribelle nella storia delle idee. Io voglio iscriverlo nel contesto esteso dei secoli che lo hanno portato fino a noi. Giacché il pensiero critico del movimento operaio “socialista” non è neppure lui sorto da sè a partire dal nulla.  Ha prolungato secoli di riflessione sulla vita degli esseri umani in società, il senso dell’esistenza individuale, la legittimità del potere e quella delle regole che si applicano a tutti. Il suo contributo particolare sarebbe stato di mostrare come l’ingiustizia e l’ineguaglianza avessero le loro cause nei rapporti sociali di produzione e di scambio. Ma perché ciò gli fosse possibile, ci sarebbe stato bisogno che ereditasse una tradizione filosofica e politica che gli fornisse il gusto per il pensiero critico e i materiali di base per coinvolgerlo.

Nella storia recente, cioè da tre o quattro secoli, la possibilità di pensare “altrimenti” è stata l’obiettivo di lotte di cui la portata andava oltre l’oggetto dello scontro. Quando il “Rinascimento” interviene a partire dal XV secolo in Italia nelle Lettere e nel Pensiero europei, la rivendicazione d’un pensiero distinto dalle ingiunzioni del discorso religioso e dall’ordine sociale che sostiene è subito un atto di lotta politica. Il ritorno dei testi dell’antichità greca e romana era stato deflagratore. Le certezze pietrificate dell’universo politico-culturale cristiano erano già state severamente scosse dal contatto nelle crociate con i saperi conservati dai mussulmani affrontati. Questo fu dapprima un ritorno alle fonti. La ripresa di un cammino intellettuale stoppato dal soffocamento dogmatico religioso.  Così  il Rinascimento è stato l’inizio della fine intellettuale dell’idea dell’essere umano per essenza peccatore e disonorato. Il suo contributo più decisivo sarebbe stato di ri-centralizzare la persona umana e lo sviluppo delle sue attitudini come finalità dell’organizzazione sociale. Bisognava mostrarne nello stesso tempo la necessità e i mezzi.

È per questo che i primi passi dell’Umanesimo come visione del mondo sono quelli d’una lotta per il diritto di pensiero fuori dal quadro religioso. Così vero che è divenuta, come era prevedibile, un pensiero contro questo quadro religioso! In questo, fin dall’inizio, fu sovversivo, cioè pericoloso per l’universo mentale che polverizzava e soprattutto per le istituzioni di cui provava l’illegittimità. Fu dunque crudelmente represso. Ma la rottura fondatrice del nuovo punto di vista non ha potuto essere sradicata. La sua dinamica non si è mai esaurita. Giacché dispose di tutta la forza propulsiva d’un punto centrale: gli esseri umani sono i soli fautori della loro realtà. Un’idea che resta radicalmente nuova.

Risuonò da quando fu annunciata. Per esempio con il libro di Pico della Mirandola, De humana dignitate (1487). Figura tra i testi fondatori di questo periodo della storia delle idee. Gli essere umani, dice, si distinguono da tutti le altre “creature” in ciò: che definiscono loro stessi ciò che sono e ciò che devono fare a partire da lì. L’umano può o regredire o progredire secondo la scultura che farà di se stesso a partire dalle conclusioni dei suoi ragionamenti. Questa tesi radica la libertà di pensiero consustanziale all’esistenza umana. Questa non è dunque un’opzione ideologica. È una necessità. E di colpo è il punto di vista contrario, quello del dogma, che diviene “ideologico”, cioè relativo allora che si pretendeva assoluto.

L’umanesimo, cominciando il percorso per l’emancipazione intellettuale, non poteva mancare di concludere sulla necessità dell’emancipazione politica.  Può essere diversamente dal momento che il potere politico pretendeva di trarre la sua legittimità da un ordine divino, di natura indimostrabile?  Dall’umanismo filosofico sorse così ben presto un “umanismo civico”.  Questo ha esteso all’organizzazione della città il compito di libera deliberazione a proposito della legittimità delle sue istituzioni. I primi testi dei libertini francesi del XVI secolo concludono brevemente:” ogni potere politico che si consideri divino è un’impostura”. Prima di loro, il quattrocento italiano era già pervenuto a conclusioni repubblicane certo diverse ma ben affermate. Il concetto di ”umanesimo civico” che raccoglie questo momento del pensiero è senza dubbio stato discusso dal momento della sua invenzione ma ha il merito di far conoscere una rottura nell’ordine del pensiero politico come seguito d’un cambiamento filosofico.

Questo cambiamento comincia con l’insubordinazione intellettuale. Per lei, ogni norma è sospetta fino a che non viene dimostrata la sua fondezza. Il dubbio metodico come metodo di pensare viene anche lui da lontano. Emerge a volte dove non ce lo si aspetta. Una polemica a proposito di ciò che è il “buon uso” della lingua francese all’inizio del XVII secolo lo illustra. La Mothe Levayer dimostrò che non si può dire come si deve parlare correttamente senza tener conto di coloro che stabiliscono questa norma. Poiché non è socialmente neutra. Si può pensare liberamente se la norma d’uso della lingua è fissata su considerazioni che escludono dei parlanti? E se questo è il caso allora si può dire che si è nello stato di pensare liberamente? In breve, in tutte le circostanze l’essere umano ragionante è la sede da cui parte il cammino verso la verità. Tutto ciò non viene più né da Dio né dalla direzione della coscienza d’una specie di clero. Ma l’esercizio di questa libertà di coscienza non può mai essere dissociato dalle condizioni sociali nelle quali si esercita.

L’Umano nella sua natura?

Di colpo, la centralità dell’essere umano esige dunque dapprima che lui disponga d’un pensiero capace di essere libero. Questa liberazione è un’arte molto delicata. L’essere umano dispone del suo strumento: la ragione e il modo di usarla. L’idea impiegherà del tempo ad annunciarsi chiaramente e con tutte le sue conseguenze prima di Descartes. Questa verifica delle idee ha avuto delle conseguenze di cui i suoi autori non prevedevano la portata. Poiché ne è risultata una sorta di guerra evidente contro tutto ciò che verrà dall’interno di chi pensa e potrà perturbare la libertà della sua deliberazione. Si è fatto presto a sistemare passioni e impulsi.  Sono così veloci a impadronirsi di noi! E s’impongono a noi così spesso contro le raccomandazioni che ci fa la ragione. Qui, in un certo modo, l’ascesi intellettuale razionalista prenderebbe facilmente il posto delle tradizionali mortificazioni religiose. Ancora una volta, lo spirito dovrebbe dominare il corpo, cioè dovrebbe tenersene a distanza, per far sì che non si produca l’inverso. Spingendo a combattere tutto ciò che nell’essere umano lo riconnetta ai determinismi che lo legano alla natura, il passo successivo che consiste nel vedere in questa natura la fonte di tutte le sregolatezze è subito fatto.

Una strada molto chiara è stata tracciata. Ma è esclusiva. Con la scienza e dall’esperienza che respingono aprioristicamente il dogma, si conoscerà la verità ultima, quella delle leggi che organizzano la vita della natura. E dunque si padroneggerà questa. Dominare e padroneggiare la natura è, in questo primo tempo dell’umanesimo storico, inseparabile dall’idea di emancipazione. L’immenso Descartes, riassume: l’uomo che cerca e trova da sé, senza ricorso ad una verità rivelata né a quella delle abitudini, potrà “rendersi maestro e possessore della natura”.

Le scienze e la sperimentazione giocano dunque un ruolo considerevole. Il chiarimento delle cause e l’osservazione meticolosa degli effetti producono un’emancipazione che nessuno può negare. Bayle, prendendo di mira l’azione divina sul corso dei fatti, annuncia: ”non c’è nulla di più ridicolo che dissertare sulle conseguenze di una causa che non esiste”. Ma ciò è sempre e sistematicamente pensato anche come una dominazione sulla Natura. Al massimo, questa è deputata passivamente a fornire al pensiero gli ingredienti della sua sopravvivenza materiale e dei suoi oggetti di riflessione. La natura appare come una cornice, un mezzo, un oggetto del sapere da conquistare.

La natura esiste?

Certamente, questa descrizione esagera. L’umanesimo nascente, come quello degli Illuministi trionfanti, non disconosce così radicalmente il coinvolgimento determinante dell’essere umano con la natura e prima di tutto con se stesso, cioè col suo corpo. Spinoza non proclama: ”il pensiero sarà sempre di più che il corpo pensante, mai meno”. Del resto, la fonte filosofica di questa nuova maniera di pensare non lo permetterebbe. È dal contatto con i testi del materialismo antico che viene il rinascimento intellettuale. Certo, Epicuro, Epitteto, Democrito e quanti altri hanno aperto la strada e il viaggio è ripreso a partire dalle loro acquisizioni. Ma questo non è sufficiente.

Poiché in ogni ipotesi, la questione della natura non ha avuto la centralità che ha avuto nella nostra epoca. Senza dubbio anche i nostri padri fondatori temevano troppo di vedere la natura divenire la nuova istanza di norme e di verità trascendenti. Ammettiamo che il rischio non è così esagerato. Gli slanci mistici contemporanei sulla “madre terra” lo attestano. E lo dico ancora con delle riserve per significare che so fare la differenza tra l’elucubrazione folclorica e la versione più elaborata della “pacha mama” in quanto globalità spazio-temporale. Ma ammettiamo che “la natura” impone le sue “leggi” senza alcuna discussione… Bisogna, a partire da qui, ammettere che i liberi microbi invadono i nostri organismi conformemente ai loro obiettivi di sopravvivenza nell’equilibrio generale della biosfera?

Comunque sia, la questione della relazione dell’uomo con la natura è l’impensato o il mal-pensato dell’Umanesimo storico. Non lo si può imputare a lui più che ad altre branche delle correnti politiche dell’emancipazione. Il XX secolo ha ben propagato la sua egemonia produttivista. So bene anche a che punto quest’asserzione può essere messa in discussione dagli innumerevoli incisi di Karl Marx stesso sulla natura come “corpo inorganico dell’uomo” e sulla capacità del capitalismo di “sfruttare l’uomo e la natura”. Ma nessuno ha reclamato questa parte della sua eredità tra quelli che si sono in seguito appoggiati al suo pensiero. Questo prova il legame intimo tra la strategia social-democratica e la dinamica produttivista del capitalismo. Poi quello del comunismo di Stato con il culto cieco dello sviluppo delle forze produttive.  

Tutto ciò dimostra contro quale limite interno la presa di coscienza ecologista si è scontrata ancora in epoche recenti. Si deve concludere che è alla furia produttivista del capitalismo, alla sua incapacità intrinseca di assumere un qualunque interesse generale umano, che lo si deve di aver visto la questione divenire inevitabile. È perché tutto l’ecosistema compatibile con la vita umana è minacciato dalla distruzione che il pensiero su questa minaccia ha potuto nascere. Esso ci obbliga a rivisitare tutte le nostre costruzioni intellettuali. E ammettere alla prova le nostre eredità dottrinarie.

Il filo rosso

Il filo rosso che parte dai filosofi materialisti dell’antichità, passa dall’ “umanismo civico” del XVI secolo, si prolunga nell’ideale emancipatore del socialismo storico. È dunque convocato ad aiutarci a pensare le sfide del nostro tempo. L’umanesimo è anteriore alla sinistra che è un episodio della sua storia. È incolpevole dei crimini dello stalinismo e della social-democrazia. Ingloba tutte le tradizioni emancipatrici là dove le altre ne escludono tutte o parte. Ma ancora una volta, di nuovo, deve riformularsi nella sua percezione dei vicoli ciechi intellettuali della civiltà umana e nelle sue conclusioni politiche.

La fede cieca nella pretesa “legge di mercato”, la negazione della crisi catastrofica dell’ecosistema umano, il rifiuto di vedere il legame tra le due cose, tutto ciò funziona come un oscurantismo dogmatico, violento e disastroso. Il carattere globale d’un sistema di produzione, di scambi e di consumismo che formatta i gusti quanto i comportamenti individuali suscita una ribellione accesa nello stesso tempo che un disgustoso seguito di massa. In questo ordine di cose, la merce e la sua consumazione sono al centro della vita in società. L’accumulazione egoista della ricchezza, senza limiti, è il suo orizzonte ultimo. Il capitalismo e la cultura dominante della nostra epoca sono un anti-umanismo.

Ma, da parte sua, l’Umanesimo non saprebbe conoscere il rinascimento di cui ha bisogno il nostro tempo senza riformulare il suo rapporto al “corpo inorganico dell’uomo” che è la natura. Poiché la scelta della centralità dell’essere umano e della sua realizzazione come oggetto della vita in società non è stato abrogato dalla presa di coscienza ecologista. È il contrario. Poiché “la natura” con la quale si tratta di creare un legame nuovo in relazione all’età produttivista non si presenta come una totalità immutabile per essenza. La “natura” non finirà mai, quand’anche il genere umano avrà saccheggiato il suo ecosistema. Nient’altro che un ecosistema particolare terminerà. Il pianeta può produrne degli altri sulle stesse basi della distruzione di questo. Il successivo non sarà meno “natura” per le migliaia di anni di vita che restano al sole per brillare nello spazio infinito.

È dunque partendo dall’interesse generale umano che si approccia utilmente e razionalmente il problema della relazione umana con la natura. Ciò che in causa allora cambia. Non si tratta di assumere una “legge della natura”, ma di conciliare l’attività umana con la perennità del suo ecosistema. L’evoluzione ogni anno dalla data di entrata in debito ecologica della civilizzazione umana pone il problema in tutta la sua spaventosa realtà. È meno mistico ma più concreto. Tutta la questione, chiarita dall’esperienza, può riassumersi in poche parole: controllare la predazione umana sulle risorse naturali. Una formula generale che permette di determinarne il senso concreto. Ecco qui: non prendere alla natura più di ciò che può ricostituire. Quella che noi abbiamo chiamato “la regola verde”.

Ma questa può essere convocata in un altro modo: sarebbe parlando di “messa in armonia” con la natura piuttosto che di “dominazione” come si pensava a questo nel passato. Allora si prenderà ciò che significa la parola armonia alla lettera in senso materialista: una sincronia di ritmo. Qui la sincronia tra il ciclo della predazione e quello della ricostruzione.

Pervenirci accontentando i bisogni dei 7 miliardi di individui che compongono la popolazione umana sul pianeta implica numerosi cambiamenti. Sono coinvolti tutti I campi: modo di produzione, di scambi e di consumo, gerarchia delle norme, ordine politico. È a questo che si sforza di rispondere il programma “L’Avvenire in comune”. Lascio dunque la questione del programma da parte in questo momento. Torno al mio punto di partenza: che cosa vuol dire il riferirsi a un “nuovo umanesimo”. Ho mostrato rapidamente la storia di questa corrente. Si tratta di riprenderla a nostra volta per assimilarne la lezione essenziale che resta il nostro filo rosso nella storia. Integra non solo la storia nel tempo lungo di un’idea ma anche quella di tutte le lotte intellettuali e sociali che le sono concomitanti. La “novità” è che noi centralizziamo l’interesse generale umano in relazione con una nuova relazione con l’ecosistema. Ciò non significa solamente “rispetto” o “protezione” dell’ambiente in vista della sua conservazione. Si tratta di passare a un’attitudine intellettuale e pratica totalmente rifondata. Quest’idea sconvolge finanche alla percezione di sé. Almeno tanto quanto ha potuto farlo a suo tempo l’idea di un essere umano emancipato e autodeterminato. Emanciparsi dall’oscurantismo consumista e dalle sue induzioni come ieri dal piano divino e dagli ordini del suo clero.

Una volta di più, si tratta di passare da un paradigma ad un altro. Passare da quello della volontà di dominazione a quello della ricerca d’armonia. Dominazione o armonia? Armonia, certamente a condizione di intendere la parola nel senso materialista che io ho evocato. La poesia viene in aggiunta è inteso. E senza dubbio è da lei che ci viene il gusto dell’armonia delle parole organizzando quella delle cose.

 J.L. Mélenchon

traduzione di Laura Nanni

http://melenchon.fr/2017/08/26/linsoumission-nouvel-humanisme/

 

 


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