Il secolo di Lenin

Il secolo di Lenin

di Serge Halimi

Segnaliamo sul numero di ottobre dell’edizione italiana del mensile Le Monde Diplomatique che trovate in edicola con il Manifesto un ampio dossier RILEGGERE LA RIVOLUZIONE RUSSA di cui anticipiamo l’articolo di apertura.

Urss: Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Il nome inizialmente non rimanda a un territorio ma a un’idea: la rivoluzione mondiale. Le sue frontiere saranno quelle della sollevazione che ha trionfato in Russia, e poi di quelle che si attendono all’esterno. Sul lato superiore sinistro di un’enorme bandiera rossa, una falce e un martello simboleggiano il nuovo Stato, il cui primo inno sarà… L’Internazionale.

Lenin, fondatore dell’Unione sovietica, internazionalista lo è di certo. Ha vissuto buona parte della sua vita di rivoluzionario di professione in esilio (Monaco, Londra, Ginevra, Parigi, Cracovia, Zurigo, Helsinki…). E ha partecipato a quasi tutti i grandi dibattiti del movimento operaio. Nell’aprile 1917, quando torna in Russia dove è scoppiata la rivoluzione e lo zar ha appena abdicato, il suo treno attraversa il territorio tedesco nel bel mezzo della Grande guerra, eppure vi si intona La Marsigliese, un canto che incarna per i suoi compagni la Rivoluzione francese. Da diversi punti di vista, nei testi di Lenin questo riferimento è più presente della storia della Russia zarista. Riuscire bene come i giacobini, «il miglior esempio di rivoluzione democratica e di resistenza a una coalizione di monarchi (1)», durare più a lungo della Comune di Parigi: ecco le sue ossessioni. Per il nazionalismo non c’è il minimo posto.

Il leader bolscevico (*) lo ricorderà in seguito: dal 1914, contrariamente alla quasi totalità dei socialisti e dei sindacalisti europei che si lasciarono arruolare nella «sacra unione» contro il nemico straniero, il suo partito «non aveva temuto di preconizzare la sconfitta della monarchia zarista e di condannare una guerra fra rapaci imperialisti». Non appena giunti al potere, i bolscevichi hanno dunque «proposto la pace a tutti i popoli [e messo in atto] tutto quanto era umanamente possibile per affrettare la rivoluzione in Germania e negli altri paesi» (2). Ancora una volta, l’internazionalismo.

Supremo paradosso, che sarà gravido di conseguenze: un partito votato alla dittatura del proletariato approfitta del crollo improvviso della dinastia dei Romanov e dell’assenza di altri candidati seri al potere (3) per impadronirsi dell’apparato statale in un paese nel quale la classe operaia rappresenta appena il 3% della popolazione. Ma questo in fondo importa poco all’inizio, perché la salvezza, la staffetta, il soccorso devono venire da fuori, dai paesi più avanzati, dai proletari più potenti, più politicamente istruiti. Sembra una questione di settimane o di mesi: in Germania, in Francia, in Italia, nel Regno unito, la collera monta, le rivolte si moltiplicano. Nell’ottobre 1917 Lenin è impaziente. La sollevazione russa non può più attendere, mentre si manifestano i «sintomi incontestabili di una grande svolta, la vigilia di una rivoluzione su scala mondiale». Tocca ai bolscevichi sparare il primo colpo. Aspettando rinforzi.

Ma a Berlino, Monaco, Budapest, il cambiamento viene schiacciato. E quando il nuovo potere russo propone «a tutti i popoli belligeranti la pace immediata senza annessioni né indennità», la Germania imperiale prosegue la guerra, certa ora che i soldati russi, invece, ne hanno abbastanza di essere massacrati. Per salvarsi il giovane Stato rinuncia a una parte del proprio territorio, firmando il trattato di Brest-Litovsk. Cede spazio contro tempo, sempre aspettando la rivoluzione in Europa… Ma è piuttosto la controrivoluzione a darsi da fare: invece della «pace dei lavoratori, contro tutti i capitalisti» alla quale fa appello Lenin, dieci corpi di spedizione (Stati uniti, Canada, Francia, Regno unito, Serbia, Finlandia, Romania, Turchia, Grecia, Giappone) vanno in Russia ad appoggiare gli eserciti «bianchi» per ripristinare il vecchio ordine.

Da questa nuova guerra la Russia rivoluzionaria nel 1921 esce vittoriosa, ma devastata. E messa all’indice da potenze che le saranno tanto più ostili in quanto essa non ha mai dissimulato la propria intenzione di rovesciarle. Dopo l’Ottobre, il capitale ha perso la presa sul territorio più vasto del pianeta. E, come se questo tuono potente non bastasse, il comunista – irsuto, minaccioso, cosmopolita, ebreo, con il coltello fra i denti (si leggano le descrizioni di Albert Londres nel 1920, pagina 13) – non è solo una particolarità nazionale russa che al limite potrebbe essere contenuta stendendo una sorta di cordone sanitario. È anche il nemico interno, il fante disciplinato di un’Internazionale che ha Mosca come capitale, la minaccia ossessionante di una rivoluzione sociale. Qui, ora, dovunque.

Una minaccia? Anche una speranza che persiste, malgrado i rivoli di sangue che ne cospargeranno il percorso storico. Nel 1934, la filosofa e militante operaia Simone Weil denuncia «l’oltraggio inflitto alla memoria di Marx dal culto che gli riservano gli oppressori della Russia moderna». Ma tre anni dopo, nel pieno delle purghe staliniane che si concludono con la fucilazione del 70% dei dirigenti bolscevichi (si legga la lettera di Nikolaj Bukharin a pagina 14), Weil scrive: «Il mito della Russia sovietica è sovversivo perché può dare all’operaio comunista licenziato dal caposquadra la convinzione di avere dalla sua parte l’Armata rossa e Magnitogorsk, permettendogli così di mantenere la propria fierezza. Il mito della rivoluzione storicamente ineluttabile gioca lo stesso ruolo, su un piano più astratto; quando si è soli e miserabili, è consolante avere dalla propria parte la storia (4).»

E questo fatto rimane: malgrado i suoi fallimenti, anche nelle sue forme più perverse, il sistema sociale che ha governato un terzo del pianeta, il movimento politico più importante del secolo trascorso ha significato pressoché ovunque l’abolizione della proprietà capitalistica, lo sviluppo dell’istruzione, la sanità gratuita, l’emancipazione delle donne, il sostegno – diplomatico, militare, finanziario, tecnico – alla maggior parte delle lotte anticoloniali e agli Stati indipendenti da esse creati. Senza dimenticare «un’inedita impresa di promozione politica delle classi popolari» che ha proiettato «operai e contadini in posizioni di potere fino ad allora riservate ai soli rappresentanti della borghesia (5)».

I legami internazionalisti fra i militanti comunisti hanno saputo andare oltre le lingue, le religioni, le etnie e le frontiere, come accade per le reti sociali oggi. La carica di speranza che galvanizzava l’operaio evocato da Simone Weil quando pensava a Magnitogorsk nella Francia radicale e laica degli anni 1930 si ritrovava nella Germania protestante, nella Cina confuciana, nell’Indonesia musulmana, presso i raccoglitori di tabacco di Cuba e i tosatori di pecore australiani (6). Quale movimento politico può dire altrettanto, oggi?

Nel racconto Il soldato Chapaev a Santiago del Cile, Luis Sepúlveda narra di una delle sue azioni di solidarietà con i vietnamiti, nel dicembre 1965, durante la guerra statunitense. Si scopre che lo scrittore era segretario politico della cellula Maurice Thorez del Partito comunista cileno, che un suo compagno guidava la cellula Nguyen Van Troi, che discutevano fra di loro de La rivoluzione permanente (di Lev Trotsky) e di Stato e rivoluzione (di Lenin), che ricordavano che «alla Duma di San Pietroburgo, bolscevichi e menscevichi avevano discusso per 72 ore prima di lanciare alle masse russe l’appello all’insurrezione», che corteggiavano le ragazze invitandole a leggere Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij e ad andare a vedere film sovietici… Storie internazionaliste come migliaia, milioni di altre.

Dopo Mosca, Davos? Il fallimento del modello sovietico ha accelerato il trionfo di un altro universalismo, ma di senso opposto, quello delle classi possidenti. Il capovolgimento è stato così fulmineo che nel 2000 lo storico Perry Anderson annotava, in un articolo degno di attenzione: «Per la prima volta dalla Riforma, non c’è più un’opposizione propriamente detta – cioè una visione rivale del mondo – nell’universo del pensiero occidentale; e quasi nessuna su scala mondiale, se si escludono le dottrine religiose, inoperanti arcaismi (…). Il neoliberismo, in quanto insieme di principi, regna incontrastato su tutto il pianeta (7).»

Con la conseguenza, nuda e cruda, che secondo Branko Milanović, economista della Banca mondiale, dal 1988 l’aumento della ricchezza globale induce quello delle disuguaglianze, mentre dopo il 1914 era stato il contrario. L’esperto non vede nel volontarismo sociale di prima l’effetto di una coincidenza: «La pressione della rivoluzione russa, quella del movimento socialista e del sindacalismo, rafforzate dal disincanto delle classi popolari nei confronti delle classi ricche, ritenute responsabili del conflitto mondiale, avevano accentuato il fenomeno redistributivo (8)». Una fiscalità progressista, il codice del lavoro, la giornata di otto ore, la previdenza sociale, la reticenza ad affidare ai ricchi le redini dello Stato: tutto questo non fu estraneo per gli uni al mito della rivoluzione d’Ottobre, e per gli altri al timore di una rivoluzione. Una volta scongiurata quest’ultima, si sono moltiplicate le pesanti contropartite della «globalizzazione felice»: restaurazione sociale, «diritto di ingerenza» occidentale, privatizzazione dei servizi pubblici, discredito su ogni progetto rivoluzionario – comunista, anarchico, autogestito.

Anticipando di alcune settimane la dissoluzione dell’Unione sovietica, un avvocato francese – di centrosinistra e accademico – nell’agosto 1991 diede un tocco malinconico alle dichiarazioni abbagliate sulla «fine della storia». «È possibile dire, scriveva in quel momento Jean-Denis Bredin, che il socialismo sarebbe forse stato, da noi, solo un radicalismo con altro nome se non ci fosse stato il comunismo a sorvegliarlo e tallonarlo, sempre pronto a prendere il suo posto, il comunismo che gli impediva sterzate troppo rapide, troppo forti? (…) È possibile ipotizzare che a tutti quei testardi, quei settari, quegli infaticabili scioperanti, quegli invasori delle nostre fabbriche e strade che seminavano disordine, quegli ostinati che continuavano a pretendere riforme sognando la rivoluzione, quei marxisti, controcorrente rispetto alla storia, che impedivano al capitalismo di dormire sonni tranquilli, è possibile ipotizzare che a tutti loro noi dobbiamo molto? (9)».

La «fine del comunismo» sembrava aver concluso il grande dibattito che aveva contrapposto le due correnti della sinistra internazionale dopo la rivoluzione russa, poiché la sconfitta di uno dei protagonisti sembrava sancire la vittoria dell’altro, cioè la rivincita della socialdemocrazia sul suo fratello minore più turbolento. Trionfo di breve durata, però. Per la corrente riformista, in effetti, il centenario della presa del Palazzo d’inverno coincide con una serie di rovesci in politica. Spazzata via la dinastia Clinton; Anthony Blair, Felipe González e Gerhard Schröder che si sono dati agli affari; non parliamo poi di François Hollande… E contemporaneamente, una forma di impazienza, di radicalità rinasce nella maggior parte dei paesi – e altrove. Poco prima della celebrazione, con un sentore di esorcismo, del bicentenario del 1789 in Francia, il socialista Michel Rocard spiegava che «la rivoluzione è pericolosa, meglio farne a meno (10)». Sono trascorsi trent’anni, la globalizzazione si è imposta, i fantasmi sono tornati, e la mummia rivoluzionaria si muove ancora.

(1) Lenin, 24 giugno 1917. Citato da Victor Serge, Lénine, 1917 (1924).

(2) Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo (1920).

(3) Cfr. su questo punto Moshe Lewin, Le Siècle soviétique, Fayard – Le Monde diplomatique, Parigi, 2003, ed Eric Hobsbawm, Marx et l’histoire, Demopolis, Parigi, 2008.

(4) Simone Weil, «Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale», in Oppressione e libertà, Edizioni di Comunità, Milano 1956.

(5) Julian Mischi, Le Communisme désarmé. Le Pcf et les classes populaires depuis les années 1970, Agone, Marsiglia, 2014.

(6) Cfr. Eric Hobsbawm, L’Âge des extrêmes, Complexe – Le Monde diplomatique, Bruxelles-Parigi, 1999. (Trad. italiana L’età degli estremi, Carocci 1998)

(7) Perry Anderson, « Renewals », New Left Review, n. 1, Londra, gennaio-febbraio 2000.

(8) Le Monde, 21 luglio 2016.

(9) Jean-Denis Bredin, «Est-il permis?», Le Monde, 31 agosto 1991.

(10) Citato da Eric Hobsbawm, Aux armes, historiens. Deux siècles d’histoire de la Révolution française, La Découverte, Parigi, 2007

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