Dov’è la ricchezza: rendite fondiarie o comunità coese?

Dov’è la ricchezza: rendite fondiarie o comunità coese?

di Paolo Berdini

Sinistra. Il duplice sgombero degli 800 rifugiati eritrei di piazza Indipendenza, a Roma, ha scoperchiato il vaso di Pandora dei trenta anni di abbandono delle politiche abitative pubbliche italiane

Il duplice sgombero degli 800 rifugiati eritrei di piazza Indipendenza ha scoperchiato il vaso di Pandora dei trenta anni di abbandono delle politiche abitative pubbliche. All’inizio degli anni ’90 l’economia liberista si appropria di ogni spazio di intervento una volta riservati alla sfera pubblica. Da allora, pur di fronte ad una effervescenza del mondo del mattone che ha portato a quantità di costruzioni enormi, solo l’1% di esse è stata di case popolari. Esse, un pilastro della cultura del ‘900, dovevano scomparire perché era interesse dell’economia dominante. Giornali compiacenti annunciavano che solo l’iniziativa privata poteva risolvere i problemi abitativi, mentre tecnici pret-a-porter inventarono il neologismo dell’hausing sociale, e cioè case da destinare a famiglie che potevano permettersi di accendere un mutuo fondiario. La parte più povera della società è stata letteralmente abbandonata a se stessa.

Questa fase del liberismo trionfante è crollata dal 2008 all’aprirsi della più grave crisi economica dell’occidente provocata proprio dalle politiche statunitensi tese a favorire ad ogni costo l’indebitamento delle famiglie per acquistare una casa. Nei dieci anni di crisi le famiglie povere che la propaganda interessata dava per scomparse sono diventate un esercito. Persone che hanno perduto il posto di lavoro o hanno dovuto subire la precarizzazione; giovani che vivono la disoccupazione strutturale o sono costretti ad accettare contratti senza tutele; immigrati e rifugiati che sono aumentati di numero grazie alle politiche destabilizzanti imposte dall’occidente nelle loro aree geografiche. Ma neppure questa imponente inversione di rotta ha portato ad alcun ripensamento e le case popolari non devono esistere anche in presenza di un colossale impoverimento delle famiglie italiane.

Le città capitali sono lo specchio dei rispettivi Paesi poiché riflettono le potenzialità di sviluppo e amplificano i nodi irrisolti. A Roma da molti anni ci sono oltre 100 occupazioni abitative dolorose, come quella di piazza Indipendenza, che coinvolgono non meno di 5 mila famiglie. Poi ci sono le famiglie da tempo inserite in graduatorie pubbliche bloccate da anni per mancanza di alloggi. Infine ci sono coloro che vivono in condizioni di coabitazione forzata o di precarietà. Soltanto a Roma l’economia di rapina ha lasciato in eredità un fabbisogno urgente di almeno 10 mila nuove abitazioni: un numero enorme che può essere colmato solo con politiche lungimiranti e ingenti risorse pubbliche e con il riuso degli edifici pubblici inutilizzati.

Ma i problemi della capitale sono dell’Italia intera. Tutte le grandi aree urbane italiane soffrono di fenomeni di espulsione dalle aree centrali delle famiglie più povere e evidenziano diffusi fenomeni di precarietà abitativa, mentre i giovani trovano luoghi di aggregazione solo con le occupazioni. Il tanto decantato modello Milano, ad esempio, si è sostenuto finché sono arrivati cospicui finanziamenti per l’effimera avventura dell’Expo mentre migliaia di famiglie sono state costrette a trasferirsi nell’hinterland per l’aumento dei valori immobiliari.

Di fronte ad un fallimento così evidente dobbiamo avere la forza di imporre il rovesciamento della cultura fin qui vincente. Alla valorizzazione immobiliare dobbiamo contrapporre il valore di comunità urbane coese che non lasciano indietro nessuno. Dal guadagno indebito di pochi al bene comune. Dobbiamo insomma riprenderci le città. E su questo piano la sinistra ha grandi tradizioni culturali e imponenti possibilità di recuperare identità e consensi perduti.

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