Una città da sgomberare: la Roma meticcia e la Roma “cattiva”

Una città da sgomberare: la Roma meticcia e la Roma “cattiva”

Stefano Galieni

Prosegue ancora il presidio a Roma, fra Via dei Fori Imperiali e Piazza Venezia, in uno dei luoghi più visibili della città attraversato da decine  di migliaia di turisti ogni giorno, il presidio dei rifugiati sgomberati il 19 agosto scorso dallo stabile che occupavano da 4 anni in Via Curtatone, nei pressi della Stazione Termini. In molti hanno seguito le fasi dello sgombero  realizzato senza alcun preavviso all’alba di sabato 19 agosto, in una  città ancora pressoché deserta. Gli agenti di polizia sono entrati come per un normale controllo, saliti all’ultimo  piano e da lì, famiglia per famiglia, hanno chiesto di uscire. Prelevati con dei pullmn sono stati portati nei locali dell’Ufficio Immigrazione di Roma e verificata la loro  posizione  giuridica (tutti rifugiati). Dopo tempo è stato permesso loro  di rientrare  ad uno ad uno, a ritirare le proprie cose per poi lasciare definitivamente l’immobile. L’agenzia Habeshia ha immediatamente inviato un appello a governo e prefettura per veder  salvaguardati i diritti dei deboli. Da allora 12 giorni di tensione continua. All’inizio una parte  degli sgomberati, quelli che non hanno trovato alloggio da parenti o amici, hanno dormito nei  giardini  della vicina Piazza Indipendenza, mentre iniziavano le trattative con le istituzioni per trovare loro una sistemazione. Questo almeno  era stato fatto trapelare invece rapidamente si è compreso quali erano le soluzioni prospettate: separazione  dei nuclei familiari, con alloggio temporaneo, o in centri  di accoglienza ( in cui chi ha già lo status di rifugiato non dovrebbe stare), poi  fuori Roma, nel  reatino, in un Comune il cui sindaco non risultava neanche avvisato di tale disposizione. Un sindaco del Pd che rapidamente ha chiarito quanto il suo territorio era indisponibile all’accoglienza di altri profughi. Giovedì 24 agosto le  forze dell’ordine sono intervenute  con gli idranti per cacciare i rifugiati dai giardini di  Piazza Indipendenza, un filmato che è apparso anche in molte tv mainstream. Qualcuno ha avuto il coraggio di chiamarli “scontri”, certo è che sentire un funzionario, prossimo ormai a divenire questore, esperto di ordine  pubblico (divenne  famoso già anni fa quando incitava i suoi uomini a caricare i lavoratori  della Tyssen in una piazza vicina), che impone  di “spezzare un braccio a chi lancia oggetti” dovrebbe far riflettere molto.  Pochi su questi fatti hanno espresso precisa posizione, da MSF, la cui sede e à poche decine di metri dal palazzo sgomberato, al Vaticano che ha esplicitamente  condannato la violenza della polizia, ad alcune forze politiche come Rifondazione Comunista  e Sinistra Italiana ai movimenti di lotta per il diritto all’abitare che hanno ribadito più volte  come “Il diritto alla casa non ha confini”. Dopo un inconcludente incontro convocato in prefettura, il giorno successivo e dopo la splendida manifestazione della Roma meticcia di  sabato 26 agosto, sono accadute molte cose che rischiano di far deteriorare ulteriormente una tensione di per se alta nella capitale. Alla fine della manifestazione, splendida e gestita con estrema intelligenza dai, rifugiati, dai movimenti di lotta per la casa e dalle poche forze politiche presenti, si decideva di restare in presidio permanente in attesa di nuovi incontri  con le istituzioni. Ore e giornate concitate, in cui rimbalzavano come palline  da flipper, dichiarazioni securitarie di buona parte  dell’estabilshment politico (difficile distinguere quanto dicevano le forze dicharatamente di destra, dal M5S dai partiti  del Centro  sinistra) e un continuo, già visto rimbalzo delle responsabilità. Si creava una situazione assolutamente paradossale: da una parte il Ministero dell’Interno assicurava che non ci sarebbero più stati sgomberi senza soluzioni abitative alternative  per gli occupanti e che anzi si stava vagliando l’ipotesi di utilizzare per accogliere gli sfrattati,  i tanti  immobili sottratti alle mafie. Dall’altra prefettura e sindaco di Roma davano ad intendere che si sarebbero  trovate  sistemazioni  solo per le persone altamente vulnerabili dell’occupazione di Via Curtatone (donne, bambini,  anziani e persone  in cattivo stato di salute). Nel frattempo montava una campagna di disinformazione totale  in merito a quanto avvenuto  nelle fasi  concitate in cui era intervenuta la polizia. Articoli e servizi in cui si accusava i movimenti romani per il diritto all’abitare di incitare alla violenza i  rifugiati, inchieste in cui si adombrava l’esistenza di racket che gestivano una sorta di sub affitto dei locali, estrapolazioni in libertà in cui si  individuavano  negli occupanti  pericolosi “scafisti” quando non  jahedisti (dimenticando che una altisssima percentuale dei rifugiati eritrei ed etiopi è di religione  copta). Eppure altre ombre si celano dietro questo sgombero giunto all’improvviso: sono un centinaio gli stabili nella città che risultano occupati abusivamente, fra i 16 da liberare rapidamente quello di via Curtatone risultava agli ultimi posti anche per il forte impatto sociale che avrebbe determinato. Ma qualcosa è scattato al punto da far diventare tale azione improvvisamente urgente. E se come si ipotizza in una documentata inchiesta giornalistica, si trattasse di una inquietante speculazione edilizia protetta da alti livelli istituzionali? Le cariche del 24 giugno hanno portato all’arresto e al processo per direttissima di 4 cittadini  eritrei  (due uomini e due donne) per cui ancora alcuni avvocati si stanno adoperando,  nonostante la campagna denigratoria che si è sviluppata a partire  da tale episodio. Una campagna capillare tesa a far considrare “il bisogno un reato”. In tante/i hanno plaudito l’intervento  da “uomo forte” del Ministro Minniti che contemporaneamente sta ponendo fine  agli “illeciti” e all’”illegalità delle occupazioni” e dall’altra è riuscito nel miracolo di bloccare gli arrivi di richiedenti asilo dalla Libia. Un risultato politico e culturale di grande impatto e pericolosità per il futuro. E pensare che a ” src=”http://www.a-dif.org/wp-content/uploads/2017/08/tano-3-300×264.jpg” width=”300″ height=”264″ />Roma, a partire dagli anni Settanta, sono state tantissime le famiglie italiane, provenienti soprattutto dal meridione, che hanno dovuto risolvere quella che già allora era una emergenza abitativa attraverso le occupazioni di case, pubbliche e private. In numerosi casi quei movimenti, che  esprimevano alta conflittualità politica e sociale, sono riusciti a far si che attraverso assegnazioni, sanatorie, ricollocazioni, il bisogno di una abitazione dignitosa (Roma era ancora la città dei borghetti e delle baracche) venisse soddisfatto. A ricordare quelle vicende che godevano di ampio consenso dell’opinione pubblica, le splendide foto di Tano D’Amico (ne riportiamo una qui accanto), memoria storica di quegli anni ed ancora oggi presente ai presidi degli occupanti. Ma tornando alla cronaca, dopo alcuni giorni di presidio finalmente mercoledì 30 agosto si riusciti ad avere un momento di  incontro fra rifugiati, rappresentanti dei movimenti di  lotta per la casa e di altre occupazioni a rischio sgombero, la sindaca Virginia Raggi (che in questi giorni ha continuato a parlare di “tolleranza zero nei confronti di chi è nell’illegalità”), rappresentanti del Comune, della Regione e della prefettura. L’incontro è durato un paio d’ore ma si è rivelato totalmente infruttuoso. L’incontro aveva già avuto una partenza a dir poco infelice: doveva partecipare una delegazione di 8 persone in rappresentanza delle diverse istanze degli sgomberati ma in maniera tassativa è stato  detto che si riduceva a 5 rappresentanti o saltava il tavolo. Un atto di imperio che già definiva il clima. Sono state offerte opportunità in centri di accoglienza per chi è in condizioni vulnerabili (separando ovvero donne e bambini dagli uomini e ignorando la salvaguardia del nucleo familiare), ma per gli altri nulla. Vale per chi è stato sgomberato in Via Curtatone come in Via Quintavalle, prima dell’estate ed in altre realtà simili della città. “Prima vengono coloro che da anni attendono una assegnazione di immobile secondo la sindaca. Nessuna considerazione per lo  stato di bisogno come elemento prioritario. Chi ha poi in una conferenza stampa raccontato dell’incontro, ha parlato di un atteggiamento al limite dello sprezzante e  del provocatorio da parte dell’amministrazione comunale e  in particolare della sindaca, a cui i rappresentanti delle occupazioni  hanno reagito in maniera pacata, salvo poi contestare la stessa durante la sua conferenza  stampa in Campidoglio. Eppure la Regione con una delibera aveva dichiarato di poter mettere in campo 40 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza abitativa della capitale, come  ricordano i movimenti. Ma nel rimpallo di responsabilità (il Comune solo molto recentemente ha dato la delega per la casa ad un proprio assessore), la Regione non si fa valere e il Ministero alterna dichiarazioni pacificatorie a interventi col pugno di ferro, nulla sembra muoversi. Nulla tranne il fatto che il Comune di Roma rischia il commissariamento per un bilancio, dal punto di vista economico, più che fallimentare. Si prospetta non solo la privatizzazione dei trasporti (l’azienda ATAC è una di quelle che più pesa in tale dissesto, quanto la svendita di numerosi immobili  di  proprietà  di Comune e Regione, quelli che potrebbero costituire una soluzione seria al problema abitativo. Ma il rispetto del patto di stabilità viene  ovviamente prima dei bisogni primari. Ancora sembra funzionare, nella percezione popolare, la distinzione fra bisogni di migranti e rifugiati e quelli degli autoctoni e questa viene favorita dall’esplodere di inevitabili  tensioni come accaduto negli incidenti nel  centro di accoglienza di Via del Frantoio (periferia est della città), gestito dalla CRI a causa dei quali un  uomo eritreo di  circa 40 anni ha rischiato la vita dopo aver preso una coltellata da un abitante del quartiere. Ancora confuse le dinamiche dello scontro. A quanto  pare tutto sembra partito da un diverbio  fra un ospite del centro ( in pieno sovraffollamento ospita il doppio della capienza regolare), e alcuni minorenni  del quartiere. Questi sarebbero tornati con i propri  genitori e il  tutto è sfociato in un vero e proprio assedio al centro. Diverse sono le ricostruzioni sull’accaduto, oltre alle botte sono volate anche minacce e tensioni fra gli stessi abitanti del quartiere su cui hanno pensato bene di soffiare esponenti di Casa Pound Italia e della destra romana. Il rischio di  una nuova Tor Sapienza (quartiere per altro vicino) nel  novembre di 3 anni fa, non è affatto scongiurato. Nella capitale sono stati numerosi e in un terribile crescendo gli episodi di aggressione  premeditata a migranti colpevoli solo di essere tali. Un episodio che ha suscitato molto clamore risale al dicembre 2016, quando in un quartiere popolare e un tempo “rosso”, San Basilio (sempre  nella periferia est), una famiglia di cittadini marocchini, legittima assegnataria  di una casa popolare venne  costretta a rinunciare all’abitazione in seguito alle proteste di alcuni abitanti del quartiere che difendevano il diritto di una famiglia “italiana” che  tale alloggio lo aveva occupato abusivamente. Lo sgombero di via Curtatone e l’assalto  a via del Frantoio sono stati immediatamente immessi in un unico calderone in cui, per il messaggio circolato, i soggetti problematici e potenzialmente pericolosi  sono risultati essere esclusivamente i rifugiati. Una miscela pericolosa in una città e in un paese la cui “tenuta democratica”, parafrasando il ministro dell’Interno, non è messa a rischio dalle persone che sbarcano quanto da una crescita esponenziale della povertà e del disagio trattata  esclusivamente come problema  di ordine pubblico. Intanto il presidio a Via dei Fori Imperiali, in quell’angolo giardino coperto da una tenda intitolato alla Madonna di Loreto, continua. Difficile sapere per quanto tempo ancora e difficile capire se si possano aprire prospettive di soluzione. I turisti passano davanti ai  resti della Roma Imperiale, passeggiano in luoghi che rappresentano per molti quasi un mito fondativo di una bellezza immutabile e si scontrano all’improvviso con la realtà  del ventunesimo secolo, con la dignità dei  poveri che si mostra. In molti ” src=”http://www.a-dif.org/wp-content/uploads/2017/08/raggi.jpg” width=”299″ height=”168″ />passsano e domandano cosa stia accadendo in questa città. Qualcuno fotografa lo striscione e, con pudore, evita di riprendere  le donne e gli  uomini accampati. Non sono pochi coloro che si intrattengono e che augurano “good luck” a rifugiati e solidali. Alcuni attivisti delle associazioni antirazziste, dei movimenti, delle  poche forze  politche che sfidano l’impopolarità, si alternano per portare un pasto caldo o da bere. Difficile fare di più. E, va ripetuto, guai a concentrare l’attenzione unicamente sui richiedenti  asilo. A Roma, in una città che  supera i 4 mln di abitanti, sono poche migliaia, purtroppo con frequenza, concentrate nei quartieri a più alto disagio sociale e già con meno servizi. Non è questo un alibi per chi rifiuta l’accoglienza quanto l’inesistenza di un piano predisposto, da  destinare non solo ai profughi ma a chiunque si tovi in condizioni di bisogno. Si proverà in questi giorni ad  organizzare incontri aperti per costruire una mobilitazione più ampia e di sostegno non solo emergenziale a chi non ha più un tetto. Ma in un mondo per ora ristretto c’è un concetto che sembra aver preso piede in maniera irremovibile, la necessità di una battaglia comune che  non veda i bisogni  di alcuni prevalere su quelli di altri. Un embrione speriamo positivo in una città che avrebbe bisogno  estremo di produrre  conflitto sociale e politico maturo.

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