Dalla Rivoluzione del ’17 all’esaurimento della “spinta propulsiva”

Dalla Rivoluzione del ’17 all’esaurimento della “spinta propulsiva”

La “terza  via” di Berlinguer e Ingrao

In occasione del 97° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre ci pare utile riproporre  un intervento di Pietro Ingrao del gennaio 1982 nel quale spiegava il senso delle posizioni assunte dal PCI a partire dalla celebre intervista di Enrico Berlinguer sulla Polonia di Jaruselski collocandole dentro la storia del comunismo italiano. Le parole del segretario del PCI in una conferenza stampa del 15 dicembre 1981 suscitarono un amplissimo dibattito nell’opinione pubblica e tra i comunisti: “ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell’est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d’inizio nella rivoluzione socialista d’ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l’emancipazione nonché a una serie di conquiste. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude (…)Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità, e che vi sia poi, d’altra parte, tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti, che debbono essere abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, che si concentra su un tema che non era il tema centrale dell’opera di Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello della via al socialismo e dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche quali sono le società dell’occidente europeo. È chiaro che l’esplorazione di vie verso il socialismo, in questa parte dell’Europa e del mondo, richiede soluzioni del tutto originali, rispetto a quelle che si sono attuate nell’Unione Sovietica e che poi si sono via via attuate negli altri paesi dell’est, sia europeo sia asiatico. Da questo punto di vista, noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista, nel suo complesso, nelle sue due fasi fondamentali: quella socialdemocratica e quella dei paesi dove il socialismo è stato avviato sotto la direzione di partiti comunisti nell’est europeo. Ognuna di queste esperienze ha dato i suoi frutti all’avanzata del movimento operaio, ma entrambe vanno considerate criticamente con nuove formule, con nuove soluzioni, con quella, cioè, che noi chiamiamo terza via, la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’est europeo”. Oggi con l’espressione “terza via” si intende la politica di assunzione piena del neoliberismo lanciata da Tony Blair alla quale si sono accodati anche i gruppi dirigenti ex-comunisti del centrosinistra italiano. Si tende a rimuovere la “terza via”  proposta da Berlinguer e Ingrao che aveva ben altra direzione e che ispirò la battaglia prima contro la liquidazione del PCI e fin dall’inizio il progetto della Rifondazione Comunista nel quale portarono il proprio contributo anche i comunisti che provenivano dalla “nuova sinistra” e dall’antistalinismo di sinistra. Oggi quella ricerca ci sembra vivere nell’esperienza che stiamo costruendo con le altre formazioni  aderenti al Partito della Sinistra Europea come testimonia il costante riferimento a quella «tradizione»  di Alexis Tsipras e dei compagni di Syriza. (M.A.)

Le radici della «terza via». Nel solco dell’autentica tradizione del comunismo italiano

di Pietro Ingrao

E’ giusto mettere in forte rilievo le grandi novità contenute nella posizione assunta dal nostro partito di fronte ai fatti di Polonia. Se attenuassimo queste novità non diremmo la verità. Non armeremmo noi stessi. Non spingeremmo all’iniziativa sui terreni nuovi, su cui bisogna muoversi.

Ma davvero siamo di fronte a una svolta, che «rompe» con la tradizione del partito comunista italiano?

Intanto bisogna intendersi sul senso della parola «tradizione».

lo non credo che la tradizione di una organizzazione politica, che lotta per una trasformazione della società, possa essere vista come un cammino lineare. Ci sono momenti di forti accelerazioni delle novità, che si intrecciano ad arresti, ripiegamenti. Conta ciò che definisce il volto, la funzione storica, la novità e la originalità del partito.

Sarebbe sciocco nascondere quanto ha inciso nel partito comunista italiano il legame con l’Urss; quanto ha pesato nei sentimenti e nelle idee di tanti di noi, in tanti momenti di vita del partito, la figura stessa di un capo come Stalin. Tutto ciò è nei fatti. Ma io non credo affatto che la motivazione storica del nostro partito, la sua ragion d’essere, quindi la sua vera, profonda «tradizione», possa essere ridotta al suo legame con l’Urss, e con l’Urss come fu plasmata dal regime staliniano. Anzi, terrò seriamente che una simile riduzione della nostra storia non solo oscuri l’essenziale, ma finisca per aiutare la tesi di quei nostri avversari, che presentano i comunisti italiani come la «mano di Mosca»  , e indicano in tale legame la fonte della loro forza e della loro espansione. Oppure la tesi di altri che si rivolgono a noi per dire: è stato tutto un errore, dunque ricredetevi; rientrate nei ranghi; diventate simili agli altri partiti.

La storia stessa della III Internazionale non è riducibile – secondo me – solo a Stalin e al modello staliniano. È stata una storia drammatica, in cui si sono scontrate aspramente, in vari momenti e in diverse tappe, forze, orientamenti, tendenze che non erano affatto simili. Vinse Stalin, con armi terribili. Ma la storia non è solo storia dei vincitori. Ci sono uomini, gruppi, forze che in certi momenti sembrano distrutti; poi, dopo anni, le loro idee e esperienze ritornano, avanzano. Gramsci nel ’36 sembrava uno vinto, cancellato. Oggi parla anche a paesi lontanissimi dall’Italia.

E perché mai dovrei riconoscere oggi il patrimonio della Rivoluzione d’ottobre nel regime di Jaruzelski? ‘

L’Ottobre ’17 si presentò con un altro volto: con il volto dei soviet, dei consigli di operai, di contadini, di soldati. Organismi che volevano essere prova e simbolo di un «potere diretto» delle classi sfruttate, che aboliva deleghe e mirava addirittura a una gestione diretta della produzione e dello Stato da parte delle masse. L’esatto contrario di un potere sovrapposto e imposto con la forza militare alla classe operaia. L’ottobre ’17 fu una rivoluzione armata: ma diede le armi alle masse; mise i generali sotto il controllo politico dei consigli degli operai e dei soldati.

Utopia? Stagione breve? Va bene. Ma questa fu l’immagine con cui la Rivoluzione d’ottobre parlò al mondo, scosse milioni di uomini, si propose a modello di un cambiamento generale. La speranza che accese non fu solo l’abolizione dello sfruttamento economico e l’avvio di una nuova uguaglianza, ma anche la partecipazione dei produttori alla direzione dello Stato e della economia.

Cosi essa fu intesa in Italia dalla avanguardia dell’«Ordine nuovo», che divenne il gruppo dirigente del Partito comunista italiano. «Fare come in Russia» fu per Gramsci cercare quale era, o poteva essere, il germe specifico di un movimento consiliare italiano, di uno Stato dei consigli. La motivazione della rivoluzione italiana egli la individuò nella capacità dell’operaio della grande fabbrica moderna di dirigere e riorganizzare la produzione, di elevarsi a questo ruolo, di stabilire in nome di questo compito un’alleanza con le forze decisive dell’intellettualità e con il mondo contadino e meridionale.

Abbiamo imparato dalle stesse pagine di Gramsci quali furono i limiti e gli errori del movimento torinese dei consigli. Ma la «tradizione» comunista italiana, i caratteri che motivarono la novità e l’originalità del comunismo italiano rispetto al partito socialista e al movimento operaio di allora, sbocciarono da quel ceppo. Da lì mosse la strategia che diede un respiro e una motivazione nazionale alla battaglia della classe operaia, che vide gli operai come protagonisti di una riorganizzazione produttiva, base di un nuovo blocco storico. Non per caso ogni riga del «Quaderni del carcere» toma su quei temi. Gramsci scrisse tra le mura di una prigione. I«Quaderni» furono pubblicati e letti solo dopo il crollo del fascismo. Ci furono anche momenti dolorosi di separazione e perfino di dissenso fra Gramsci in carcere e il partito comunista. E tuttavia, come mai negli anni difficilissimi tra il ’26 e il ‘36 – nelle aspre lotte che scossero l’Internazionale comunista e videro Stalin schiacciare gli oppositori  -  come mai il gruppo dirigente comunista italiano, pur separato dal suo capo, pure quando non resse alle pressioni di Stalin, tese sempre a spingere verso la ricostruzione di rapporti unitari con le forze socialiste, cercò e si pronunciò a favore di forme di potere operaio e popolare differenti dalla «dittatura del proletariato»? Come mai quando col VII congresso l’Internazionale comunista, liberandosi da pesanti settarismi, lanciò la grande strategia dei fronti popolari antifascisti, Togliatti fu tra i protagonisti della svolta? Ci deve essere una ragione che dette questo ruolo, questa identità al piccolo partito comunista italiano, stretto nella tormenta del fascismo, decimato dal suo disperato tentativo di mantenere una presenza nel Paese. Perché ci schieravamo in quel modo? Quali le ragioni di quell’orientamento?

C’era la lotta contro il fascismo. Certo: questo portava a riscoprire il valore della libertà di parola, di organizzazione, di voto. Ma il problema evocato era più vasto e difficile. La risposta fascista alla crisi del primo dopoguerra e alla catastrofe economica del ’29 non consisteva solo nella repressione delle libertà: procedeva a ristrutturazioni finanziarie e industriali, cambiava i rapporti fra Stato e economia, modificava la composizione delle classi e l’organizzazione delle masse. Dinanzi a questi mutamenti, quale doveva essere la strategia e la collocazione dei partiti operai? Questa domanda, che già s’era aperta al momento in cui era caduta l’ipotesi di una espansione della rivoluzione operaia dalla Russia arretrata all’Occidente avanzato, diventava stringente. Riguardava il destino, la collocazione dei partiti comunisti. La questione della pluralità delle vie al socialismo, delle vie nazionali esplose più tardi: nel secondo dopoguerra, e fu soffocata da Stalin in nome dell’incalzare della guerra fredda. Riemerse nel ’56, riconosciuta e legittimata al XX congresso del PCUS. Ma essa già si affacciava acutamente, nei fatti, agli inizi degli anni Trenta; e già in qualche modo emergeva dalla svolta che aveva dato vita alla politica dei fronti popolari. Il piccolo partito comunista italiano era sospinto dagli avvenimenti, ma anche dalla sua storia, dalla sua specifica «tradizione», a schierarsi così, a spingere in quella nuova direzione.

Perciò l’esperienza della guerra antifascista spagnola venne vissuta e intesa da Togliatti come il tentativo di costruire una democrazia, che tagliava le «radici» del fascismo. Ecco allora la battaglia per un regime che poggiasse sull’alleanza fra una pluralità di forze democratiche e contemporaneamente avesse la forza di intervenire nelle strutture, nelle basi sociali della reazione capitalistica.  Erano formulazioni caute; convivevano a volte con altre che sembravano indicare una strategia diversa; erano esposte ai colpi delle svolte brusche, delle smentite, delle repressioni staliniane. Ma è vero o no che ci fu un filo tra quella visione togliattiana della esperienza spagnola e la politica di unità antifascista e nazionale, che fu la nostra proposta quando scoppiò la tragedia della seconda guerra mondiale? Io credo di sì. È qui che riemerse un volto, una impronta, una storia originale del partito comunista italiano. E’ con questa politica, con questo volto, con questa battaglia che i comunisti italiani da piccola, sconfitta avanguardia si mutarono in un grande, moderno partito di massa. Dove sta la nostra «tradizione» se non in ciò che ci ha dato questa forza, che ha cambiato il ruolo e la collocazione del nostro Partito nella vita del Paese?

Anche per queste ragioni non solo non condivido, ma non comprendo le posizioni, che tendono a vedere come un «ammorbidimento», quasi come una debolezza, un infiacchimento, uno spostamento a destra, la strategia che collega democrazia e socialismo, sviluppo democratico e costruzione del socialismo. Avere legato profondamente, con la lotta e con la nostra strategia, l’avanzata al socialismo alla lotta per la libertà ha dato forza a noi, e alle masse lavoratrici. Ha rilanciato il ruolo della classe operaia nel Paese, dopo la terribile sconfitta subita nel ’22 dinanzi al fascismo. Ha fatto svolgere alla classe operaia italiana un ruolo attivo, che ha inciso nell’assetto dell’Italia e dell’Europa dopo il terremoto della seconda guerra mondiale. Ha fatto sorgere la «questione comunista»: la questione di un partito comunista, che si presentava in Occidente come forza fondante della Repubblica antifascista, protagonista e difensore della Costituzione repubblicana, presente in una trama di alleanze politiche democratiche, che il contrattacco conservatore non è riuscito a cancellare. Tutto ciò ha cambiato il discorso politico nel nostro Paese. Dare sviluppo coerente a questa nostra strategia – come abbiamo fatto di fronte ai i fatti polacchi – è l’esatto contrario di una rottura col nostro patrimonio: significa riallacciarsi alle fonti della nostra vera forza, della nostra fisionomia originale.

Anche il partito nuovo, promosso da Togliatti nel ’44, al suo ritorno dall’esilio, è collegato a questa politica, che salda la democrazia al socialismo. Non so dire se il partito nuovo fu uno «strappo». Certo esso rappresentò un cambiamento radicale rispetto al modello del partito staliniano. Esso indicava altro modo di intendere e di sviluppare l’esperienza politica e la coscienza di classe. Che significa il fatto che non abbiamo fatto più l’esame «ideologico» a chi chiedeva la tessera del nostro Partito? E l’abbiamo chiamato ad entrare, anche se non sapeva niente di marxismo? E abbiamo chiamato a lottare con noi il cattolico che condivideva il nostro programma politico? E anzi, spesso abbiamo sollecitato il giovane ancora acerbo, il lavoratore che era alle prime esperienze politiche, l’intellettuale che veniva da una formazione borghese a schierarsi, a militare, a combattere con noi? Significa un partito che vuole crescere con la gente, nelle masse, anche là dove la coscienza di classe è appena germinale, incerta. Significa che non c’è una avanguardia prestabilita, separata dalle masse, «eletta». Significa che una guida può e deve riformarsi continuamente nel vivo delle esperienze del popolo e della classe operaia. Significa infine invitare il partito a immergersi continuamente nel movimento della società e della vita politica: per definire con la società, con le sue forme politiche organizzate, con le culture attive in essa, gli obiettivi, le tappe del cambiamento. Non abbiamo fatto esami al militante, ma gli abbiamo chiesto molto di più che prendere una tessera: gli abbiamo domandato un impegno quotidiano di partecipazione e di lotta. Non solo il voto, non solo il consenso, ma la partecipazione. Così, soprattutto così, siamo diventati forti.

Ma allora la nostra autentica «tradizione» è radicata in un bisogno di democrazia: di democrazia di massa, di popolo che si organizza, di operai e di lavoratori che vogliono contare «sin da ora». Contro l’attesa. Contro la delega a chi sta in alto. Contro la lontananza e la separatezza del potere.

È stato difficile? Ci sono stati errori, contraddizioni, insufficienze? Sì. Ma la particolarità che reca con sé il nostro partito, la sua originalità, l’innovazione che esso introduce nel movimento operaio italiano e nella sua tradizione sta in questo bisogno di una democrazia di massa, come forma e base del cambiamento sociale. Si può discutere quanto c’è stato di utopico e di non realizzato nella nostra domanda di un rapporto fra la vita delle istituzioni rappresentative e la partecipazione delle masse. Si possono esaminare i limiti dei consigli di gestione, o le debolezze che ebbero i «comitati per la terra» nelle lotte degli anni ‘40 e ‘50. Si possono analizzare i ritardi che abbiamo avuto nel capire e nell’orientare i movimenti giovanili,  studenteschi, femminili, o le insufficienze nell’impegno a sostenere la nuova esperienza dei consigli di fabbrica della seconda metà degli anni Sessanta. Ma è un fatto che questo tessuto democratico, così travagliato e anche così ricco, è figlio di un’Italia in cui ha agito con questa sua impronta, con questa tensione ideale, con il suo bisogno di democrazia di massa, il Partito comunista italiano. Perciò Gramsci non è stato un intellettuale isolato, e nemmeno una parentesi nella vita del nostro partito e del nostro Paese.

Un cammino verso il socialismo, che gioca la carta di una presenza così larga e molteplice di forze attive, non può essere compiuto sotto una sola bandiera, dentro una unica organizzazione politica. Deve coinvolgere e riconoscere una pluralità di posizioni politiche, di culture, di matrici ideali. Richiede confronto, libertà, rischio nel creare e nell’innovare. Deve imparare a governare democraticamente i conflitti, non a soffocarli. Infine, e soprattutto, deve misurarsi con le questioni sconvolgenti poste dalle armi atomiche; e ha bisogno come il pane di lottare contro la guerra, di costruire le forme, i tempi, gli equilibri per un tempo di pace.

Qui noi dovevamo andare oltre le idee stesse di Gramsci. La società capitalistica in cui lottiamo è diventata ancora più complessa. Si sono ulteriormente articolate le forme della organizzazione produttiva e della vita sociale. Sono maturati bisogni di emancipazione da forze e luoghi diversi da quelli tradizionali in cui maturò nel passato la coscienza anticapitalistica. Nei grandi mutamenti che cominciarono con l’Ottobre ’17 e hanno segnato questo secolo, ci sono state rivoluzioni e conquiste sociali che non hanno avuto come protagonisti e come guida i partiti comunisti. Dovevamo far finta che non era vero e predicare che la «dottrina» vera sta nella nostra testa, anche là dove i comunisti sbagliano e la classe operaia non si riconosce in essi? Non c’è nessun decreto che garantisce che i comunisti saranno l’avanguardia della rivoluzione sociale e del progresso. Lo saranno, se sapranno esserlo. Anzi: lo saranno se sapranno capire e favorire anche il nuovo e la creatività che matura da altre fonti, da altre culture, da altre posizioni politiche. Perciò mi sembra profondamente giusto il nostro rifiuto di vedere il mondo spaccato in due campi monolitici. Una tale spaccatura indebolisce la nostra lotta, non la rafforza. Abbiamo visto dall’esperienza che lo sviluppo del conflitto di classe non semplifica la società, ma la complica, l’articola. Un progetto di cambiamento, un’avanzata verso il socialismo deve sapere ricomporre questa società articolata e frantumata. È la ricerca di oggi: la «terza via» da costruire.

Ma questa ricerca non cade dal cielo, non spunta ora; è il contrario di un arretramento dal socialismo; è cimentarsi con il tema del socialismo oggi. Non stiamo affatto a sacrificare un patrimonio. Lottiamo per farlo vivere. Sapendo bene, che questa è una sfida, è un cimento. Sì. Nessuno di noi oggi può più pensare: anche se noi non ce la facciamo, ci sono altri che ci pensano, che danno loro la risposta all’avversario, che ci coprono le spalle.

Noi combattemmo duramente, negli anni ‘40 e ‘50, contro lo «slogan» rozzo che diceva: «A da veni baffone?». Siamo diventati un grande partito anche perché sapemmo condurre una lotta contro quelle posizioni di attesa e di accodamento ad altri. Quello slogan allora era sbagliato: oggi è impensabile, insostenibile. Anche questo ci ricorda che il cimento della «terza via» in cui siamo impegnati è alto e duro. Perché mai un tale cimento sarebbe «meno rivoluzionario»?

Avremo paura di questo cimento, per non fare torto al «padre»? I n verità, io non do proprio che la storia del movimento operaio possa essere racchiusa nel ricorso all’immagine semplicistica del padre e del figlio. In ogni modo, guai quando il rapporto tra padre e figlio è di obbedienza e di imitazione. È la vita che s’arresta. È la prova di una infecondità del padre, o di una prepotenza che soffoca.

Discutiamone. Con rispetto reciproco. Senza paura del dissenso. Ma rispettare il dissenso (e io sono tra quelli che spesso l’ha invocato) significa discutere con chiarezza, a fondo. Non per mettere da pedanti i punti sugli «i». Ma per capire ciò che c’é da fare, che non è poco.

Pietro Ingrao

Articolo pubblicato su L’Unità domenica 24 gennaio 1982

 


 

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Appuntamenti

36 Commenti

  1. Non penso che uno stalinista possa oggi essere considerato un autentico comunista.
    Pur riconoscendo alcuni meriti storici a Stalin, ritengo che le sue colpe siano molto maggiori.
    Non ultimo il fatto di aver programmato una carestia per piegare il popolo ucraino, con conseguente morte di molte persone innocenti e migliaia di bambini.
    Marx non era solo un genio intellettuale, ma anche una persona di grande umanità, amava i bambini, non avrebbe mai accettato che Stalin o altri egocrati paranoici che usavano la violenza in maniera massiccia e indiscriminata vestissero i panni del comunista.

    Tolto questo, credo che il punto focale del discorso del compagno Ingrao fosse quello di saper far convivere la democrazia con una economia di tipo socialista, non capitalista.
    Cosa non avvenuta se non per localmente per brevi, brevissimi periodi.

    E’ il nostro grande punto debole.

    La gente ama la democrazia (e poter criticare i governanti);
    ama il benessere (ovviamente);
    ama l’idea di poter avere successo col proprio impegno e idee (e anche spregiudicatezza).

    Anche se questo causa diseguaglianze (fintanto che questa ingiustizia non li colpisce direttamente).

    La democrazia necessita di diffondere benessere e diritti o non è tale.
    Finora il capitalismo ha garantito ricchezza, ma senza un’autentica sinistra, la democrazia ha finito per soccombere agli interessi del capitale, cosa che per noi era chiara, ma non per altri al di fuori, almeno fino ad oggi.

    Oggi il cosidetto proletariato è disperso in mille realtà e ancora di più lo sarà in futuro, pensare di inseguire ognuna di esse è però follemente inutile.

    Ritengo sia indispensabile tornare ai principi marxisti di diffusione di coscienza solidale di classe.
    Di saper sviluppare quegli embrioni di economia socialista e democratica CHE CI SONO, in risposta a un capitalismo sempre più parassitario e soffocante.
    E di lavorare sulla comunicazione, sia locale, sia massmediatica.

    • Caro compagno,capisco le tue riserve sulla figura di Stalin,io stesso penso che ci fossero compagni più adatti di lui,ma è inaccettabile che tu gli attribuisca non solo la responsabilità (che in parte ebbe) ma addirittura una programmazione della carestia in Ucraina,che è la tesi dei più oltranzisti dei propagandisti occidentali.
      Poi accomuni il benessere al capitalismo,sottintendendo che il comunismo è miseria.Già,perchè per voi il capitalismo significa Occidente,dimenticate la maggioranza della popolazione che vive nel terzo mondo dove da sempre comandano gli stalinisti.
      Se davvero sei comunista lo sei a dispetto della propaganda anticomunista di cui sei intriso e questo ha qualcosa di eroico anche se vagamente sadomaso.
      Saluti comunisti,o pidini se preferisci.

      • Compagno Stefano R, mi aspettavo di essere criticato, ma non che mi si dicesse di essere intriso di propaganda anticomunista dopo aver lodato Marx.

        Ammetto di essere piuttosto recente come comunista (2 anni), ma non così recente da non saper riconoscere la propaganda.
        So del ruolo dell’Ucraina come base principale dell’armata bianca e delle violenze e atti autolesionisti dei kulaki, che hanno sicuramente aggravato il disastro, ma quando ordini o permetti requisizioni massiccie e frequenti di derrate alimentari in un’economia ancora fondamentalmente agricola, cosa ti aspetti che succeda?

        Aldilà di questa questione, forse il mio discorso precedente può dare adito a fraintendimenti, ma se c’è qualcuno che sottoindende qualcosa, sei tu.
        Anzitutto “per voi il capitalismo…” “voi” chi, scusa?
        “Noi reazionari” o “piddini”?
        Ma per favore… mi fa schifo il PD, quel branco di traditori.
        Come anche mi ripugna la servile disonestà intellettuale di molti italiani.
        E di quegli ipocriti che si stracciano le vesti per le 132 persone uccise dalla polizia berlinese della DDR, ma non dicono nulla sui 410 morti (minimo) che la polizia americana ha fatto in un singolo anno e quasi tutti tra minoranze povere.
        Che se ne frega dei 9-10.000 morti l’anno di karoshi (superlavoro) in Giappone.
        Che nasconde i legami tra terroristi/mercenari e le compagnie private che li assumono.
        E altro.

        E non ho detto che comunismo è miseria e il benessere è merito del capitalismo, ma di una democrazia con forti e autentici partiti di sinistra che ha saputo diffondere la ricchezza prodotta e i diritti, contenendo (in parte) la bestia.

        Resta il punto di persone che vogliono poter scegliere e cambiare e contestare; i prodotti come l’autorità.
        Serve poter coniugare una struttura economia socialista, equa e solidale, ma anche varia, con una rappresentanza democratica dal basso, anche non partitica, ma che non rischi di deviare in dittatura.

        Sì, sono consapevolmente e orgogliosamente comunista e tale rimarrò.

        • Vedi compagno,la carestia in Ucraina è una delle pagine più dolorose della storia sovietica e si presta alla più bieca delle propagande,come quella che attribuisce a Stalin una pianificazione di quanto successo. Non bisogna nascondersi le colpe del potere sovietico,sia nei tempi (anche se a mio vedere non c’era altra scelta)che nei modi della collettivizzazione,ma questo è ben diverso dal vedere una pianificazione della carestia che non conveniva a nessuno.
          La società che vorresti la vorrei anche io,però sono molto scettico sulla possibilità di un cambiamento sostanziale per via democratica,la storia ci ha insegnato che il capitale non molla nulla gratis,vedi il Cile.
          Ritiro il pidino.Saluti comunisti.

    • Penso che tu centri un punto chiave: “democrazia diffusa” o “democrazia operaia”? Benessere diffuso in un sistema pur sempre capitalistico, o conquiste che minano il sistema capitalista stesso?

      Non condivido quello che scrivi, perchè non è un nostro punto debole, ma è un punto debole del riformismo. La crisi oggi e il ruolo delle istituzioni ci parla proprio di questa crisi diffusa, altro che benessere.

      Ma a te il merito, secondo me, di essere giunto ad un nocciolo della questione.

    • attenzione col sistema capitalista si ha ricchezza finchè si lotta altrimenti si ha solo schiavismo e siccome il pci era un grande partito organizzato per la continua lotta non solo in campagna elettorale ma sù 365 giorni all’anno quindi il pci costrinse al compromesso per la redistribuzione della ricchezza ,i signori capitalisti sia della terra che dell’industria con tante conquiste di strutture del sociale a cominciare di dare la terra a chi la lavora in primis i BRACCIANTI COL SANGUE E CON GLI ARRESTI E DISCRIMINAZIONE COME FECERO A TUTTA LA FAMIGLIA DEL SOTTOSCRITTO e quinti pensioni decorosi per tutti i lavoratori ripeto benessere conquistato dalla lotta dei comunisti in prima fila e non come dice il compagno che il capitalismo dà ricchezza questa e puro sogno la manna dal cielo non è mai caduta sulla terra se non con le lotte atroci dei popoli il capitalismo favorisce le guerre proprio perchè è il suo terreno fertile per schiavizzare i popoli quindi il benessere si conquista con le lotte la libertà abbinata alla demograzia al contrario la libertà senza la demograzia è solo utopia di giustizia sociale ma schiavizza i popoli facendola passare come una necessità per la nazione atraverso il possesso dei mezzi d’informazione e vietando a qualsiasi essere contrario all’idea del capitalismo costui non avrà mai voce in tv nella stampa e neanche per strada poicè la non compatezza delle masse porta dritto a tutte le sconfitte , convinciamoci che noi siamo gli unici strumenti per la giustizia sociale gli altri invece sono fallimentari anche se governano poichè sono contro natura cioè contro il processo storico che il passaggio dell’ERE TI IMPONE ,convinciamoci e riformiamo un grande partito comunista che si richiama a GRAMSCI E TOGLIATTI ,E SERNZA DI QUESTA FORMAZIONE CI SARà FAME MISERIA E GUERRE.

  2. L'Arte Del Pensiero

    Bisogna fare un minimo di chiarezza.
    Senza fare schematismi.
    Pensiamo che per essere comunista bisogna dichiararlo?
    Pensiamo che chiunque parli di uguaglianza sia un comunista?
    Pensiamo che basti dire: gli uomini sono tutti uguali?
    Potrei continuare, per quello che mi riguarda io rispondo no!
    Questo non significa che io debba dettare ad altrui persona i termini per essere un comunista.
    Però credo che un po’ di chiarezza vada fatta altrimenti non se ne esce fuori.
    Spero che almeno su questo siamo d’accordo, un comunista moderno intendo dell’era industriale è inteso prima come Marxista e Leninista poi.
    Se non si è in questa ottica, naturalmente interpretabile come tutte le cose, non si è comunisti.
    Non volete chiamarvi socialdemocratici, visto che è parola abusata che puzza di liberismo, va bene.
    Ma per favore non chiamatevi comunisti, oppure aggiungete un aggettivo per maggiore definizione.
    I comunisti non sono estremisti e non devono essere dogmatici, ma una base culturale e tecnica condivisa ci deve essere.
    Altrimenti si diventa cani sciolti.
    Secondo me, il modo migliore per ritrovare, insieme la nostra cultura, come detto più volte, è quello di stringerci intorno agli interessi di classe, a un programma politico del 21° secolo, solo così possiamo ritrovare e ragioni di essere comunisti e crescere insieme.
    Dai piedistalli, continueremo a fare sette, sempre con qualcosa che gioca contro.
    Nel corso della mia vita ho parlato con militanti di ogni setta e tutti avevano la ragione e spesso si arrivava a critiche di tipo traditori, provocatori, pagati da tizio ecc Parlando di comunisti concorrenti.
    Se non riusciamo a crescere, come possiamo pensare, di costruire un mondo senza sfruttatori, ci stanno facendo a pezzi e ancora ognuno di noi si racchiude tra dogmi e convinzioni.
    Un comunista non è un militante austero, con i paraocchi, ma qualcuno che si fonde nella società e partecipa, ma mette sempre il suo distinguo e cerca di creare contraddizioni economiche e culturali, ma in mezzo alla gente, no nei salotti o nelle redazioni, o nelle isole di tutti la pensiamo ugualmente.
    Lo so è difficile parlare con la gente, specialmente oggigiorno, dove i Media si sono impadroniti del senso comune e lo pilotano a piacimento.
    Facciamo tutti un passo indietro lo dico anche a te Studente, il Compagno Dandalo è persona da rispettare
    Se devi muovere delle critiche, bene, ma fallo nel merito delle questioni.

    • Se vogliamo ritrovare una radice comune del comunismo dobbiamo, a mio parere, ritrovarne i fondamenti nel pensiero di Karl Marx e cercare di utilizzare i suoi concetti chiave per analizzare e comprendere la società moderna, quella del capitalismo globale finanziario neoliberista. Se invece ci ancoriamo in maniera acritica e dogmatica ad interpretazioni successive e storicamente circoscritte (inclusi Lenin, Trotzky, Mao, Castro e tanti altri, non cito neanche Stalin perché per me quella fu una degenerazione) rischiamo soltanto di dividerci in settarismi autoreferenziali che non avranno mai futuro, il passaggio successivo infatti deve essere l’azione, non soltanto politica ma anche economica e sociale, cioè a quel livello di struttura del sistema che Marx individuava come la base di tutto il resto, la politica in quanto tale è essa stessa sovrastruttura non struttura. Marx giustamente diceva che in tutti i sistemi economici che storicamente si sono alternati ci sono già i germi della loro dissoluzione, della loro trasformazione nel sistema successivo. Dobbiamo attrezzarci per saper individuare le contraddizioni e le debolezza di questo sistema e gli elementi che lo faranno tramontare. Io penso a tante esperienze di autogestione, di comunità che praticano un comunismo nei fatti, tutte queste esperienze oggi però sono isolate e ai margini e mancano di coscienza politica e rivoluzionaria, forse è proprio su quel versante che bisogna intervenire e non soltanto nelle battaglie elettorali che spesso sono perdute in partenza.

      • L'Arte Del Pensiero

        Mi sembra che più o meno diciamo le stesse cose.
        Però su Lenin, penso che debba essere un punto di riferimento, no nel senso dogmatico, lo stesso vale per Marx.
        Per me è stato oltre al più grande rivoluzionario della storia, un maestro, che è riuscito a fondere teoria e pratica rivoluzionaria dando concretezza al Marxismo.
        Naturalmente ad ogni epoca ed ad ogni paese spetta in proprio cammino verso il comunismo, anche se non credo sia possibile realizzarlo al livello nazionale, secondo me neanche una società socialista avanzata.
        Il socialismo che abbiamo conosciuto non è che una primissima fase dello sviluppo sociale verso il comunismo, di fatto era troppo debole e poco radicato culturalmente.
        Altrimenti non sarebbe crollato, troppi errori, poca produttività per non parlare dell’accerchiamento imperiale dell’occidente.
        Non sarà facile, abbiamo perso tutti i riferimenti, tranne quello culturale, non siamo in grado di realizzare un programma strategico e tattico per aggregare la maggioranza dei comunisti e di conseguenza le masse.
        Siamo disorientati e spesso ci facciamo coinvolgere in lotte borghesi.
        Non dobbiamo mai dimenticare il nostro compito, combattere le cause e non gli effetti.
        Possiamo anche lottare contro alcuni effetti ma sempre tenendo a mente le cause.
        Nella storia i riflussi sono stati molteplici e anche lunghissimi, quello che viviamo oggi, potrebbe diventare il più lungo e devastante, La storia ha favorito il capitale con la globalizzazione, mettendo in campo una concorrenza spietata di salari e merci, il sale dello sfruttamento, in questo modo è riuscita a far arretrare il proletariato europeo che si trova in un vortice, una spirale mortale, da cui non è semplice uscire.
        La globalizzazione sarà un ciclo molto lungo, I paesi orientali, tipo Cina, Indonesia, India, Tailandia, tengono riserve di povertà che possono essere messe in concorrenza per abbassare i salari, la vedo molto dura, il fenomeno in parte è “naturale” e una buona parte pilotato dall’imperialismo.
        Ormai se la cantano e se la suonano, sono tutti d’accordo, giusto qualche scaramuccia geopolitica ma per il resto fanno parte della stessa barricata uniti contro il proletariato, i poveri e i ceti medio bassi.
        Non siamo perdenti soltanto per nostri limiti e tradimenti subiti, lo sviluppo storico sta remando contro e purtroppo la forza della storia, vale quanto la forza della natura dove l’uomo può fare ben poco.
        Comunque non molliamo, la consapevolezza ci deve rendere più forti, molti sono passati con i moderati, hanno ceduto, da una parte li capisco, non è facile tenere duro di fronte a questa situazione.
        Io sono un irriducibile e la mia dignità me la porto nella tomba e non la vendo a nessuno.

        • Sottoscrivo per intero il tuo commento, abbiamo lo stesso approccio alla vita ed alla politica, poi ovviamente ognuno di noi compie un percorso diverso individualmente ma importante è che confluisca, a livello collettivo, storico e sociale in una stessa direzione. È dura hai ragione ma dobbiamo aver fiducia nel l’umanità, nelle future generazioni, il capitalismo si estinguerà e gli uomini troveranno un sistema più evoluto di organizzazione economia e sociale, quel sistema sarà sicuramente più vicino al comunismo di quanto non lo siamo oggi o di quanto non lo siano stati i regimi del socialismo reale del xx secolo.

    • Maurizio Acerbo

      la questione del dirsi comunisti o socialdemocratici è più complessa di quanto sembri. il partito che fece la rivoluzione nell’Ottobre 1917 si chiamava partito operaio socialdemocratico e cambiò il nome in comunista solo nel 1919.

  3. Anche Gobetti, che, almeno in teoria, comunista non era, era a favore dei consigli e vedeva nella lotta di classe il motore del cambiamento della società.

  4. Rispetto profondamente Pietro Ingrao, ma occorrerebbe uscir fuori da certe semplificazioni o anche da certi miti (i miti sono sempre negativi, davvero…). Insomma Pietro Ingrao io lo considero un personaggio politico (molto complesso peraltro) consegnato ormai alla storia di questo paese, nel bene e nel male, e soprattutto alla storia del Pci.
    Io non sono su posizioni (diciamo per semplificare) “neostaliniste” (modello Rizzo), e men che mai su posizioni “nuoviste”, post-ideologiche, post-marxiste (modello Altra Europa con Tsipras): anzi credo che che queste due posizioni finiscano per essere paradossalmente complementari, riducendo così il problema comunista e le questioni poste da Marx e dal movimento operaio tutto (superamento rivoluzionario del sistema di produzione capitalista, riassociazione dei fattori della produzione, antifascismo, ecc.) una farsa o tutt’al più una bandiera da agitare per fare un po’ di folklore.
    Neostalinisti e postmarxisti, dunque, si danno inconsapevolmente la mano e gli uni legittimano gli altri nel… non fare nulla, politicamente parlando, gli uni continuando (di “revisione” in “revisione”) a percorrere la strada del Centro-Sinistra e delle “società civili” post-ideologiche, gli altri riducendo se stessi e il discorso che fanno a una macchietta, e mettendosi perciò a difendere i residuati bellici dei regimi comunisti novecenteschi (Corea del Nord, Cuba, Cina) o magari identificando in Vladimir Putin il nuovo Stalin dietro cui riparare la propria incapacità progettuale.
    Ma, appunto, non è così che usciremo dall’impasse, a mio avviso.
    Mi direte, perciò, a questo punto, “ma che c’entra Ingrao con questo discorsetto?”: c’entra e come, perchè Pietro Ingrao, a ben vedere, è proprio l’emblema (insisto: nel bene e nel male e con rispetto parlando) d’un fallimento, il fallimento del Pci e del suo tentativo (complesso, originale, comunque importante sul piano storico-politico) di coniugare capra e cavoli, mettendo insieme l’ipotesi “comunista” e una prassi “socialdemocratica”, l’allineamento al blocco sovietico e le “aperture” all’Occidente, l’internazionalismo proletario e il “patriottismo” di matrice resistenziale, ecc. ecc. ecc.
    Questo tentativo (insisto: complesso e da considerare ormai col necessario distacco) è stato di grande importanza, ha contribuito a realizzare un abbozzo di democrazia in un paese (l’Italia) storicamente inquinato da clericalismi e fascismi d’ogni risma, ed ha senz’altro prodotto nel complesso un avanzamento dei diritti e dei salari dei lavoratori, uno svecchiamento nel mondo della cultura, l’abbozzo d’un Welfare State, ecc. Ma, in egual misura, questo tentativo ha a mio avviso un passivo ben più pesante: l’annacquamento progressivo della “diversità comunista”, la perdita dei riferimenti ideologici e della “matrice” sociale operaia, il prevalere d’una prassi politica opportunista, socialdemocratica de facto, non più marxista, non più coerentemente anticapitalista, non più comunista.
    Il partito di Enrico Berlinguer (e di Pietro Ingrao) è lo stesso che qualche anno dopo la morte di Berlinguer produceva Achille Occhetto (“ingraiano”, se ben ricorderete…), ovvero la Bolognina, il Pds, insomma l’inizio d’una storia che ci porta (“svolta” dopo “svolta”) dritti a Matteo Renzi a ben vedere. Quel partito, cioè il Pci, si è perciò dimostrato incapace di gestire il crollo del Muro di Berlino e il necessario rilancio d’una prassi “comunista”, appunto perchè (Arte del Pensiero lo ha detto forse un po’ rudemente, ma c’ha azzeccato però nella sostanza) “comunista” non lo era più: non è vero che non lo era mai stato, “comunista”, ma senz’altro il Pci dagli anni Sessanta in poi appare incapace di elaborare una strategia complessiva che riesca nel doveroso superamento dello stalinismo e poi del breznevismo e, parimenti, non accantoni una prospettiva “rivoluzionaria” (anche se non stalinista), “marxista” (anche se non “ortodossa”); e finisce così per trasformarsi in un grosso partito dapprima socialdemocratico, poi (dal 1989) Dio solo sa cosa, fino al dissolvimento odierno nel calderone post-ideologico e farsesco del Pd.
    Ebbene, Pietro Ingrao è appunto l’emblema di questo tentativo, interno al Pci, di tenere insieme prospettive diverse, divergenti, cercando un costante punto di sintesi fra l’intransigenza dottrinale, il movimentismo, le spinte “rivoluzionarie” (dopo il 1945 anche armate) l’esigenza “istituzionale”, ecc.: il tutto per tenere insieme “il partito”, convogliando in esso più energie, più spinte, diverse matrici. Beh, oggi possiamo dire (sempre col doveroso rispetto che si deve a un Pietro Ingrao: e lo dico senza ironia e col cappello in mano, davvero) che questo tentativo è fallito, e che forse il “male” vero è stato tentare di tenere insieme, per il supremo “bene del partito”, cose che insieme non potevano e non dovevano stare, sì che alla fine ne ha beneficiato proprio un anticomunismo sostanziale, un antimarxismo dapprima strisciante e poi dilagante, la perdita d’identità e di sostanza politico-ideologica da parte d’un Pci ridotto ormai a un partito socialdemocratico, per giunta senza la consapevolezza di esserlo fino in fondo!
    Da qui, dunque, da questo atteggiamento “ingraiano”, nascono anche tanti errori del post-1989, e che hanno caratterizzato ad esempio la storia del Prc: il quale, appunto, si presenta sulla scena e si afferma poi non come IL SUPERAMENTO (ANTICAPITALISTA, MARXISTA, RIVOLUZIONARIO) DEL PCI, ma come l’”ala sinistra” del Pci che ambisce, de facto, sempre e comunque a un qualche rassemblement coi “compagni” del Pds, dei Ds, del Centro-Sinistra, dell’Ulivo, dell’Unione, del… Pd! Il Prc dunque, ingraianamente, rimane aggrappato al mito di fondazione d’una possibile “riunificazione”, sempre attuata politicamente (appunto i Centro-Sinistra, gli Ulivi, le Unioni, la presenza “comune” nella Cgil) e tuttavia sempre fallimentare negli esiti concreti. Questa situazione (determinata, dunque, da un atteggiamento “ingraiano”) ha portato la militanza del Prc a caldeggiare o un atteggiamento post-ideologico compiuto (appunto per uniformarsi al Pd) o un atteggiamento vetero-ideologico, neostalinista, che è però una semplice fuga nel passato e politicamente non significa nulla.
    L’atteggiamento, o meglio una forma mentis “ingraiana”, è dunque qualcosa di assolutamente sbagliato a mio avviso, tanto più dopo il 1989, appunto perchè non storicizza appieno l’esperienza (ormai conclusa) del Pci, ma tende (per amore di una “unità” d’un partito… che non c’è più) a prolungarla in maniera indefinita, o in un futuro post-ideologico o in un passato ultra-ideologico. Con esiti, in entrambi i casi però, anticomunisti…

    • ho fatto lo sforzo di leggere….fino a un certo punto mi sono fermato…che palle.
      i “neostalinisti” non appoggiano ne putin, ne la cina. Gli unici in italia che si battono quotidianamente per il socialismo sono Il PMLI, ed ora il Partito Comunista.
      meglio non parlare del passato,(tu sei trozkista), perché sappiamo bene chi finanziava trotsky, e sappiamo bene che faceva il tifo per i nazisti. quindi…
      gli “stalinisti” come li chiami tu, si danno da fare in tutte le lotte.
      invece i soliti trozkisti stanno dalla parte dell’imperialismo, fanno il tifo per i ribelli siriani islamici e stanno con le destre venezuelane per far crollare il governo rivoluzionario di Maduro. gli articoli vergognosi del partito d’”alternativa comunista” dovrebbero far riflettere il ruolo che hanno sempre avuto i trozkisti, cioè quello di servi e agenti dell’imperialismo.

  5. “Non il comunismo è crollato sotto le macerie dei regimi dell’Est, ma sono crollati i sistemi che rappresentavano la negazione dei nostri ideali. Il comunismo, nella nostra concezione, è l’orizzonte più elevato della libertà umana, è una speranza dell’umanità, in un mondo segnato dallo sfruttamento, dall’alienazione, dall’autoritarismo, dall’imperialismo, dalla guerra. Il nostro impegno è per una nuova società, per un nuovo ordine internazionale, fondato sulla pace, sulla giustizia e sulla libertà.”

    Appello dell’assemblea nazionale del Movimento per la Rifondazione Comunista. Roma, Teatro Brancaccio, 10 febbraio 1991.

    Se uno vuole aderire a un partito che inneggia a Stalin non dovrebbe iscriversi a Rifondazione Comunista e come lo “studente” può andare nel PMLI formazione rivoluzionario che da decenni notoriamente guida il proletariato italiano verso il socialismo.

    • Non è caduto il comunismo, ma una degenerazione burocratica del comunismo. Di più: in realtà è crollato un impero. Gli ideali dell’Ottobre sono più che mai attuali e altre strade da quelle non sono possibili Tutto il potere ai Soviet.

    • con gorbaciov è caduto il falso socialismo borghese

  6. ma che bello essere un compagno duro e puro, ergersi in un vero comunista, mentre altri devono cospargersi il capo di cenere per gli errori e i tradimenti. Ah se tutti la pensassero come me, non come quel Trotzky arrivato a pappa fatta e fautore di quella rivoluzione permanente del cavolo. aspettando baffone…..perché solo Stalin è stato un vero comunista….o forse neanche lui…magari un po’ Lenin o forse Marx…ma sicuramente IO, certamente solo IO, gli altri sono tutti traditori…scusatemi un attimo che vado a fare la rivoluzione, poi vi racconto!

  7. be siamo onesti pero , stalin aveva la mania di persecuzione vedeva nemici ovunque e nel terrore staliniano non finirono solo nazisti e imperialisti ma sopratutto molta gente comune, come diceva lo stesso stalin;l ideologia puo morire il terrore nelle persone rimane ,il socialismo non si fonda sul terrore ma su l uguaglianza

  8. la rivoluzione di ottobre e stata una delle piu grandi conquiste dell umanita, purtroppo a fatto fallimento questo e innegabile . la via italiana al socialismo di togliatti di unire le liberta democratiche a un sistema socialista secondo me e qualcosa di fantastico , come puo vivere il capitalismo con la democrazia non capisco perche non puo viverci un sistema socialista , e la socialdemocrazia ,non centra nulla , i socialdemocratici sono per il mantenimento dello stato capitalistico , poi di berlinguer e un altro discorso lui non voleva certo un sistema socialista ne di stampo sovietico ne la via italiana

  9. ingrao è un revisionista, come kaustky, è un borghese, ma come si deve dire?!
    rifondazione con questi articoli, ILLUDE i giovani con la favoletta che si può avere il socialismo tramite la via parlamentare,elettoralistica e riformista.
    IO mi sono svegliato presto, per un pò anche io ammiravo gente come berlinguer, ma poi grazie ai compagni e agli articoli del PMLI, ho scoperto il vero comunismo, quello rivoluzionario di Marx,Engels,Lenin,Stalin e Mao.
    ma come siamo messi male! un pò di studio non guasterebbe, se no si resta dei riformisti e degli illusi, come lo ero io, addirittura simpatizzavo per vendola, ma solo per poco per fortuna, ho capito che era un cattolico, e il suo partito è in ottimi rapporti con i sionisti e con gli americani, finanziati di sicuro, non è un caso che quel nazistello di vendola ammiri obama, e lo cita nei suoi discorsi.
    ancora a parlar male di Stalin state? er demonio!…si, per la borghesia,per i nazifascisti e per gli imperialisti. STUDIO,STUDIO e ancora Studio diceva Marx!

    ultima cosa, Ingrao era figlio di proprietari terrieri, nonché iscritto ai GUF, giovani università fasciste, da grande opportunista cambiò casacca all’ultimo!
    ☭W IL COMUNISMO VERO☭

    • Il comunismo vero è anche cultura generale e conoscenza della storia. Oltre che dialettica, flessibilità tattica e strategica. Essere comunisti non vuol dire essere integralisti fino alla nausea come lo sei tu? Al punto che ritieni Stalin un “rivoluzionario”?

      Penso che tutti sono bravi a giudicare a posteriori le scelte di un gruppo o del singolo, esattamente come è altrettanto facile dire “che genio, quel Lenin”. Che di fatto compete ai “cagnolini”, che rossi o neri che siano, tali restano. E dovremmo imparare a dare non del “traditore”, ma concentrarci su un giudizio di natura politica.

      Dai del traditore ad Ingrao, ma sei mai andato a vedere cosa il Comintern proponeva rispetto alla situazione spagnola? Guarda caso i “fronti popolari” che hanno visto concretizzarsi, nel 36, di un’alleanza tra comunisti, anarchici e repubblicani contro i fascisti. Era o non era allora anche quello un “cercare la via parlamentare”?
      Ma era il tuo caro Comintern a volerlo! E la reazione si è riorganizzata per portare Franco al potere qualche mese dopo.
      MA.. gli interrogativi di Ingrao restano validi moniti anche oggi, per chi li sa leggere e per chi li sa cogliere.

      • Quante ca.zzate che spari.

        Questa é la frase che i Togliattiani ripeterono fino alla nausea, e oggi la ripeti anche tu. Ma mai Gramsci la disse o la scrisse! Ti sfido a darmi un riferimento bibliografico, caro Studente!

        Io invece ti rimando direttamente alla lettura dei Quaderni del Carcere, per uno sguardo su quello che Gramsci pensava di Stalin!

        • aldilà di questo.
          perché nessuno si ricorda del Compagno Pietro Secchia?, che io reputo il più grande comunista che abbiamo avuto in italia?
          un grande rivoluzionario, che isolato dal PCI negli anni ’50, iniziò a fare politica estera incontrando con i paesi del medioriente come l’egitto di Nasser, uno che preferiva le lotte alle riunioni di paritio, grande filo-palestinese. tra le sue opere importanti possiamo ricordare: “le armi del fascismo”, “la resistenza accusa”, “patriottismo proletario e nazionalismo borghese”. altro che berlinguer e ingrao.

        • “al di lá di questo”…

          Senti, lo sport dell’arrampicamento sugli specchi é uno sport appassionante ma ci si puó fare male.

  10. Ai compagni antisovietici (o antistalinisti,perchè accomunare erroneamente i due termini è ormai entrato nel comune pensare) dico che sarei il primo a rallegrarmi se si teorizzasse una societa nuova,di eguali,modernamente socialista. Sono fiducioso sul futuro perchè ritengo che l’automazione dei processi produttivi renderà inevitabile la socializzazione degli stessi in quanto ingestibile l’enorme massa di esclusi dalla spartizione della torta.
    Ma ad oggi osservo che ogni nuova teorizzazione si risolve nell’accettare le regole del capitalismo,si vedano certi esperimenti Gorbacioviani che sono serviti solo a gettare il seme dei futuri oligarchi,o la via berlingueriana,o quella ingraiana,così astratte da far sorgere dubbi sulla loro effettiva esistenza.
    Non mi riferisco ovviamente a Tony Blair,la cui terza via era perfettamente allineata al sistema capitalista.
    Finchè non vedrò qualcosa di nuovo continuerò a pensare che quello sovietico è stato uno straordinario esperimento che ha consentito al popolo di conseguire risultati straordinari,dove la democrazia non finiva al cancello della fabbrica,dove l’operaio non aveva la tv come unica fonte di intrattenimento,dove a vedere Majakovski c’era il dirigente e l’inserviente che gli puliva l’ufficio,indifferentemente,da eguali.
    Un paese demonizzato per il presunto mancato rispetto dei diritti umani,magari portando ad esempio il confino inflitto a Sacharov (ma zitti zititi sul caso Mordecai Vanunu) mentre nello stesso periodo migliaia di comunisti venivano ammazzati in Sudamerica e la Cia faceva saltare in aria (per interposta persona,nella fattispecie il servo fascista) qualche nostro concittadino.
    Sono perfino riusciti a santificare quel pazzo di Solgenitsin,uno che è uscito così provato dal gulag da campare fino a tarda età in soddisfacente salute.L’esperienza gli ha anche fruttato la fama,infatti è risaputo che i signori del Nobel erano sempre pronti a gratificare col premio qualunque cane di scrittore che si dimostrasse critico verso lUurss.
    Sbagli?Crimini? Certo,tanti,ma non si combatte i criminali capitalisti guerrafondai del capitalismo,incluso il nazismo,con le parole.
    Mi rendo conto che per i parolai inconcludenti più o meno buonisti,di oggi come di ieri, sia un assunto inaccettabile.
    L’Unione Sovietica resta il paese che ha consentito al popolo di raggiungere il più alto grado di civiltà nella storia dell’umanità,poi è stato sconfitto dall’Occidente per ragioni che ogni comunista dovrebbe prendersi la briga di studiare,e siccome la storia la scrivono i vincitori siamo ancora qui a discutere su quanto fosse cattivo Stalin.
    In attesa del sol dell’avvenire rendo onore a Vladimir Illic e ai compagni del ’17 e rendo onore al Partito e al popolo che con enormi sacrifici hanno dato vita a quell’eroica esperienza.

    • ★PERFETTO COMPAGNO★
      solo una cosa, è inutile chiamare comunista ingrao o berlinguer, perchè loro sono socialdemocratici al massimo, non so come non si faccia a non capirlo, ormai l’hanno santificato a berlinguer. mah… saranno contenti gli americani.
      Ingrao, invece, è stato un trozkista da sempre, prese le distanze da Lenin e dalla rivoluzione socialista già da molto tempo, anni ’50 tipo, chi prende come esempio uno come ingrao… non è comunista!punto. sarà un riformista, un trozkista, ma non un marxista.

  11. L'Arte Del Pensiero

    La spinta propulsiva termina con il xx congresso capeggiato dal più grande traditore di classe Nikita Krusciov.
    Questa è la verità storica.
    La famigerata terza via, non è altro che il disorientamento del che fare.
    Il comunismo inizia a crollare, troppi errori, troppi poteri accentrati, vere e propri dittature di partito.
    Chi arriva alla dirigenza fa terra bruciata dell’opposizione.
    La terza via del PCI non è altro che la vecchia via, quella della 2° internazionale.
    Quindi una miopia storica e scientifica, certamente bisognava cercare nuovi strumenti ed allora non era facile.
    Io sono pronto a mettere tutto in discussione, ho perso il conto per le volte che l’ho fatto.
    Ma se i termini sono quelli del vecchio PCI non possiamo più parlare di comunismo.
    Quindi domando: la terza via alla socialdemocrazia?
    Sarebbe il bipolarismo? Il consociativismo? Il compromesso a perdere?
    Non possiamo perderci in ragionamenti astrusi, dobbiamo guardare in faccia la realtà e i risultati che ha prodotto la via fallimentare.
    Si passa da socialdemocratici a liberisti sfrenati.
    E’ questa la Terza via?
    Forse all’epoca della 2° internazionale pensare alla via democratica al Socialismo poteva essere comprensibile.
    Ma con l’avvento delle “democrazie” moderne, con l’accentramento del capitale in poche mani.
    Pensare di cambiare una virgola è da folli anche avendo una maggioranza in parlamento.
    Come si fa a governare sotto il ricatto del debito, bisogna per forza confiscare i mezzi di produzione e la finanza, azzerando il debito estero. Altrimenti comandano sempre loro nonostante il colore del potere politico possa cambiare.
    Non so se Ingrao e Berlinguer fossero dei traditori, so soltanto che non erano più comunisti.
    Aprendo la strada alla disfatta, con un partito che somiglia sempre più alla vecchia democrazia cristiana.
    Mi rendo conto che c’è bisogno di speranza per vivere, ci si aggrappa a tutto quello da cui può derivare un cambiamento, poi la delusione, poi si prova con nuove alleanze e con nuove dirigenze e ancora delusioni, ma la speranza è sempre lì, e chi tira i fili lo sa, posso capire i più giovani, ma sinceramente non capisco, quelli che hanno già vissuto, errori tremendi, tradimenti spudorati, a fidarsi di chi ripropone la solita pappa ormai andata in putrefazione.
    Io non ci sto, ho la mia dignità e me la tengo stretta.

    • Non è elegante sottintendere che Ingrao è un traditore.
      E’ veramente ingeneroso verso un compagno di 100 anni (a marzo) che è stato ed è un pilastro della sinistra e dell’ideale che è stato il Marxismo.
      Affrontare il futuro con le vecchie armi ed i vecchi arnesi non è da persone intelligenti e Pietro, nonostante la sua veneranda età lo ha capito meglio di tanti giovani 60enni.
      Perchè i Marxisti ortodossi sono tutti ultracinquantenni, i più giovani.
      Chiedo il massimo rispetto per Ingrao, il quale ci sta facendo riflettere su un punto essenziale: affrontare con gli strumenti di oggi i problemi di oggi che non sono quelli di 40 o 50 anni fa.
      QUESTO NON E’ TRADIMENTO, NON E’ ARRETRAMENTO MA SOLO CIMENTARSI CON IL TEMA DEL SOCIALISMO OGGI
      cOMUNISTI ORTODOSSI siate i benvenuti alla discussione, ma non ergetevi a detentori della verità, in quanto la verità pura non ce l’ha nessuno, non è una scienza esatta, ed anzi muta con gli anni e con i tempi.
      Se non sapremo adeguarci con una nuova idea di socialismo, siamo destinati all’oblio.
      Viva sempre viva Pietro Ingrao

    • Arte del pensiero, pur comprendendo alcuni passaggi del tuo commento (il potere del capitale non si può fermare se non si interviene decisamente e radicalmente sui meccanismi dominanti di finanza e debito) mi sembra che è troppo semplificato tuo ed abbastanza ingeneroso verso compagni che da Gramsci a Ingrao a Berlinguer hanno dato un enorme contributo storico all’affermazione dell’idea socialista e comunista in Italia, magari ce ne fossero oggi un 10% di questi personaggi e di quello spirito ….non staremmo certo ad assistere alle piroette mediatiche dei Renzi, dei Grillo, dei Vendola che hanno distrutto ogni identità di sinistra…

    • CONDIVIDO OGNI SINGOLA PAROLA del compagno “Arte del pensiero”. aggiungo che chi devia la via unica al raggiungimento del socialismo, cioè l’ottobre di Lenin e Stalin, non è un comunista, a massimo è un socialdemocratico, nulla più

  12. Ingrao è veralmente un compagno al di sopra di ogni sospett.
    Non mi permetterei mai di tacciarlo di tradimento o arretramento.
    E non solo per la sua età, (100 anni a marzo 2015) ma per la sua statura morale mai messa in discussione da nessuno, compreso avversari politici di ogni colore.
    Accetto volentieri questa riflessione, che in parte condivido , e chiedo gentilmente ai compagni più Marxisti e rivoluzionari di non offendere il Compagno Pietro.
    Se non condividete è legittimo, entrate nella discussione senza offendere o mettere in dubbio la buona fede degli altri.
    Non è escluso che dopo il 1990, con il cambiamento della geopolitica mondiale, alcuni pilastri del Marxismo vadano rivisti.
    Apriamo e portiamo avanti questa riflessione nel rispetto reciproco, senza mettere in dubbio la buona fede di tutti.
    Compagni, è arrivato il momento di rimettere in discussione il Comunismo come lo abbiamo concepito fino ad oggi, e ripensarlo sulle basi suggerite dal Compagno Pietro.

    • L'Arte Del Pensiero

      Ho detto semplicemente che non sono dei comunisti.
      Nel momento che si pongono in essere delle lotte inconcludenti che non intaccano gli interessi economici di borghesia e finanza, chiamarsi comunisti non è proprio il massimo.
      Non si tratta di essere ortodossi il discorso sta nel fatto di essere o non essere comunisti.
      Certamente le tattiche e parte della strategia possono essere differenti e nessuno detiene la verità, le questioni sono molto complesse.
      Il dato storico e sotto gli occhi di tutti, i figli di Ingrao sono i D’Alema, i Veltroni e così via.
      Con tutto il rispetto per chi è stato onestamente un politico di sinistra, ma se il suo operato e quello di Berlinguer, ci ha portato a questi risultati, dobbiamo prenderne atto.
      Tra Gramsci e Ingrao c’è l’universo interstellare, Gramsci è stato uno dei più grandi rivoluzionari Italiani e di livello internazionale.
      Spesso i revisionisti estrapolano frasi inserendole in concetti diversi da quelli intesi dal grande rivoluzionario, si permettono di nominarlo anche gli attuali liberisti del PD.
      Io non parlo dell’uomo, non mi permetterei mai, il giudizio è politico, come lo è il fallimento.
      A me Ingrao è stato sempre simpatico come lo era Berlinguer, ma politicamente inadeguati a condurre le lotte di un partito comunista.
      Ci basti ricordare il compromesso storico, il responsabile massimo del declino.
      Cercare una via nuova verso il socialismo è quello che ho detto e che continuerò a dire, di una cosa sono convinto, che la grande battaglia non sarà in parlamento.
      Non saranno i governi a cambiare il mondo.
      Le nuove politiche dovranno partire dal basso, unica garanzia, certamente si faranno errori, ma solo così si potrà crescere nella sicurezza e nel rispetto degli interessi di classe.
      La storia dei movimenti comunisti è storia spesso di buoni borghesi dediti alla causa, dopo i fallimenti storici inevitabili, l’unica possibilità è che il proletariato diventi dirigente di se stesso e continui a lavorare nella produzione.
      Questo rimane sempre uno Stato da abbattere, se non lo si vuol fare, bene, togliete il comunismo dal vostro vocabolario, non è pensabile la minima parvenza di uno stato socialista in un regime borghese sia democratico che dittatoriale.

  13. Vernaghi-sez PRC Bergamo

    Bravi. E grandi.
    La nuova strada non è un arretramento al socialismo, sposo e condivido questa tesi di Ingrao.
    Egli sta dicendo esattamente quello che ripeto da anni.
    Bollare come traditori coloro che vi impongono una riflessione sull’attuale stato delle cose è da stupidi.
    la terza via di Berlinguer ed Ingrao dovrebbe far riflettere quelle zucche vuote e calde che spesso si esprimono su questo sito.
    Leggete bene questo articolo, imparatelo a memoria. Sono sicuro che purtroppo non mancheranno i vari Dandalo, Congiura ecc a dire che anche Ingrao è un traditore…purtroppo la perfezione non è di questo mondo..

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  1.   Pietro Ingrao: la nostra autentica «tradizione» (1982) — Sandwiches di realtà. il blog di Maurizio Acerbo - [...] già pubblicato con mia nota introduttiva su sito PRC: Dalla Rivoluzione del ’17 all’esaurimento della “spinta propulsiva” [...]
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