Un partito nel nome di Gramsci

Un partito nel nome di Gramsci

di Guido Liguori – il manifesto -

Anniversari. La decisione del segretario del Pci di difendere il dirigente comunista in carcere, forzandone talvolta le posizioni, nasceva dalla convinzione di essere in presenza di una delle figure più rilevanti del marxismo novecentesco

Il 19 giugno 1964, due mesi prima della morte, Togliatti pubblicava sul quotidiano di area comunista Paese sera l’ultimo capitolo del libro che per quasi quarant’anni egli era andato scrivendo su Antonio Gramsci. Si trattava della recensione a un’antologia di articoli e lettere del comunista sardo in cui, tra l’altro, Togliatti scriveva: «Forse dipende dal tempo che è passato, che ha gettato ombre e luci nuove su tanti avvenimenti… Non so se sia per questo motivo. Certo è che oggi, quando ho percorso via via le pagine di questa antologia, attraversate da tanti motivi diversi, che si intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai, – la persona di Antonio Gramsci mi è parso debba collocarsi essa stessa in una luce più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito». Era, a ben vedere, la previsione di un fenomeno che avrebbe avuto inizio solo un ventennio più tardi, negli anni Ottanta, quando – mentre alcune componenti del Partito comunista italiano sembravano dimenticare Gramsci in favore di paradigmi culturali diversi e alternativi, incamminandosi lungo i sentieri che avrebbero condotto alla Bolognina – la fortuna dell’autore dei Quaderni iniziava una fase di espansione nei paesi anglofoni come in America latina, divenendo un punto di riferimento del pensiero politico e sociale contemporaneo, ben al di là del riferimento pur decisivo che aveva costituito per il Pci, soprattutto grazie a Togliatti.
In altre parole, già nel 1964 il segretario comunista affermava che Gramsci gli appariva talmente 
grande da essere destinato a proiettare la propria influenza anche molto oltre le dimensioni pure considerevoli che aveva assunto in relazione alla cultura politica dei comunisti italiani, soprattutto a partire dalla costruzione del «partito nuovo» e dal tentativo di una «avanzata nella democrazia verso il socialismo» intrapreso da Togliatti stesso al suo ritorno in Italia nel 1944. Tentativo che era poi la traduzione della gramsciana «guerra di posizione» in una situazione politica per tanti versi inimmaginabile pochi anni prima, specie in seguito alla divisione del mondo in due «campi» ben delimitati e a cui era difficilissimo sottrarsi.

UN DIALOGO CHE NON SI SPEZZA

Il libro togliattiano su Gramsci (di recente ristampato da Editori Riuniti university press col titolo Scritti su Gramsci), più in generale la storia di Togliatti curatore e organizzatore della diffusione delle opere di Gramsci, nonché loro primo e più accreditato interprete, dura quasi un quarantennio, essendo il primo scritto del 1927, occasionato del processo con il quale il fascismo condannò alla galera buona parte del gruppo dirigente comunista e Gramsci a morte probabile, viste le sue condizioni di salute. Si dimentica o si nasconde a volte questo fatto fondamentale, si torna a scrivere periodicamente che altri (e in primis proprio Togliatti o alcuni suoi compagni, o Stalin in persona) sarebbero stati i «carnefici» del comunista sardo. Sulla base di ipotesi e ragionamenti che non hanno il supporto di un documento, di una prova. Si arriva ad affermare che Mussolini avrebbe addirittura riconosciuto a Gramsci privilegi inusitati, in virtù di una stima di vecchia data. Si costruisce artatamente la leggenda del tradimento di Togliatti (a cui i maggiori quotidiani mostrano di dare credito) per minare dalle fondamenta una tradizione politica – quella del comunismo italiano – che offre ancora oggi segni di vitalità.
I forti contrasti tra Gramsci e Togliatti nel 1926 in merito alle lotte interne al partito bolscevico sono ampiamente noti. Ciò che spesso non si dice però è che mai dall’esilio Togliatti cessa, con l’ausilio di Piero Sraffa e di Tania Schucht, di cercare di dialogare col prigioniero, un dialogo che Gramsci, anche se indirettamente, accetta: egli riflette e scrive per il suo partito, per la sua parte politica, non diviene in carcere un liberaldemocratico, men che meno si considera, come pure è stato detto, un «professore», un intellettuale solo occasionalmente prestato alla politica e presto da essa ritrattosi. La stagione dei fronti popolari antifascisti che si apre nel 1934–1935, e che ha in Togliatti uno dei principali protagonisti, non è certo dettata dalla riflessione carceraria gramsciana, ma segna un oggettivo riavvicinamento con il prigioniero rispetto alla precedente politica dell’Internazionale comunista, alla strategia della contrapposizione frontale «classe contro classe» e alla conseguente politica del «socialfascismo», per la quale, assurdamente, tra socialisti e fascisti non vi sarebbe stata differenza. Togliatti matura allora, negli anni Trenta, anche sulla spinta dell’avanzata del nazifascismo, la convinzione della importanza della democrazia, sia pure popolare, non elitaria, nutrita di diritti non solo politici e civili, insomma «progressiva»..

UNA SCELTA CHIARA

Ciò che spesso non si dice, inoltre, è che senza le scelte operate da Togliatti rispetto alla gestione del lascito gramsciano, noi non avremmo mai conosciuto il Gramsci che oggi tutto il mondo apprezza. Se Togliatti non avesse operato per fare di Gramsci il maggiore pensatore marxista italiano e per difenderne la figura e l’opera, il comunista sardo sarebbe passato probabilmente alla storia solo come un martire antifascista o poco più. Le sue opere carcerarie sarebbero riemerse dagli archivi di Mosca negli anni Ottanta e Novanta e noi forse saremmo intenti oggi a cercare di capire per la prima volta quelle pagine non facili. Fu Togliatti nel 1938, in pieno terrore staliniano, a impedire che il vertice dello stesso Pci condannasse come trockijsta Gramsci (scomparso l’anno precedente) proprio per le posizioni del 1926. Fu Togliatti a impedire che i quaderni gramsciani fossero affidati ai sovietici, come qualcuno chiedeva, salvandoli così da un probabilissimo oblio. Fu Togliatti a evitare la condanna del pensiero di Gramsci negli anni dello zdanovismo, pubblicando i Quaderni dopo averne smussato qualche spigolo per evitare la condanna di Mosca, ma scegliendo di fare del comunista sardo uno dei pilastri del «partito nuovo» che andava costruendo, sia pure a prezzo di qualche sincretismo, e introducendolo come meglio non si sarebbe potuto nella cultura politica italiana: poteva anche non farlo, poteva anche – per costruire l’identità del suo Pci – appoggiarsi al mito dell’Urss o della Resistenza. Scelse invece, pur senza ripudiare gli altri punti di riferimento identitari del suo partito, di indicare con chiarezza che gran parte delle radici della sua politica erano nel pensiero di Gramsci.
Certo, il libro che Togliatti ha scritto su Gramsci non è univoco, è scandito dal prevalere in fasi diverse di accenti diversi, e le letture togliattiane vanno contestualizzate, poiché sono in parte condizionate dal primato della politica. Occorre separarvi ciò che non regge alla verifica del tempo dalle indicazioni, non poche, ancora fondamentali. E qualche raro passaggio appare oggi persino esecrabile. Ma l’interpretazione e l’
uso che Togliatti ha fatto di Gramsci sono stati importanti per costruire quel partito che Gramsci aveva rifondato dopo la prima fase bordighista, e anche per far conoscere al mondo l’autore dei Quaderni.

LA POLITICA DI GRAMSCI

Gli scritti togliattiani su Gramsci degli anni Venti e Trenta già ponevano il tema del posto di Gramsci nella storia del Pci. All’amico e al compagno di militanza e di lotta Togliatti riconobbe subito, nel 1927, la primogenitura politica, il ruolo di maestro e di capo, che ribadirà nel 1937–1938, nei discorsi e negli articoli commossi scritti in occasione della morte. Si trattava di una indicazione, quella del 1927, che minava l’impianto difensivo gramsciano? Mussolini e la polizia fascista sapevano benissimo chi fosse Gramsci, quale ruolo avesse, e il Tribunale speciale obbediva a finalità squisitamente politiche: obbediva al volere di Mussolini. Fare di Gramsci allora, e poi di nuovo dopo la morte, il «capo» del partito italiano, persino un fedele seguace di Stalin (che in realtà non era), serviva in quel contesto a salvaguardarne la memoria, a impedirne la condanna ideologica da parte dell’Internazionale che avrebbe prima indebolito il prestigio del prigioniero presso la «casa madre» di Mosca e che poi avrebbe rinviato sine die la diffusione dei suoi scritti.
Una volta tornato in Italia, Togliatti poggiava su Gramsci la costruzione del suo partito. Ne forzava in alcuni punti il pensiero, facendo della sua stessa politica la «politica di Gramsci», ma per un fine – trasformare il Pci in un grande partito e farne una cosa diversa dal modello sovietico – che certo non sarebbe stato sgradito al comunista sardo. Togliatti vaccinava il suo partito dalla più nefasta ortodossia stalinista, rafforzando la peculiare tradizione comunista nazionale, che aveva nella coniugazione di democrazia e socialismo il suo marchio di fabbrica. Gramsci e Togliatti non sono sovrapponibili, certo, come non sono sovrapponibili Togliatti e Berlinguer: sono leader politici che vivono e pensano in tempi diversi, usufruendo però di un comune nutrimento teorico-politico e cercando di svilupparlo in relazione a una vicenda storica in continua evoluzione. Negli anni del dopoguerra aveva largamente corso l’idea non del tutto esatta di un Gramsci «grande intellettuale nazionale», ma se si leggono oggi gli scritti togliattiani ci si rende conto che le indicazioni in essi contenute sono ancora preziose per capire Gramsci, la sua vicenda, il suo pensiero.

L’EDIZIONE CRITICA DEI QUADERNI

Dopo il 1956 ha inizio una delle stagioni più ricche della elaborazione di Togliatti, l’ultima, anche per quel che riguarda Gramsci. Egli poneva nel 1956–1958 il tema di Gramsci e il leninismo per prendere le distanze dallo stalinismo senza far perdere al suo partito l’orizzonte rivoluzionario. Nel momento in cui tante certezze erano venute meno, Togliatti mostrava come la strada indicata da Gramsci fosse soprattutto quella di tradurre (un lemma fondamentale nel lessico gramsciano) il leninismo in un linguaggio adatto a una situazione così diversa rispetto a quella in cui aveva avuto luogo la Rivoluzione d’ottobre. Era stata, quella della necessità del passaggio da «Oriente» a «Occidente», del resto, una indicazione dello stesso Lenin, che Gramsci aveva ripreso e sviluppato. Grazie a Gramsci dunque si poteva andare avanti in quella direzione. Preziosa era inoltre, sempre nel 1958, l’indicazione togliattiana, oggi più che mai ritenuta valida, secondo cui l’elaborazione di Gramsci può essere davvero compresa solo se connessa alla sua biografia politica. Veniva presa allora anche la decisione di procedere a una edizione critica dei Quaderni, a cui iniziava a lavorare Valentino Gerratana. Era tracciata la via lungo la quale Gramsci sarebbe divenuto il saggista italiano più conosciuto nel mondo dai tempi di Machiavelli.

il manifesto, 21.8.2014

 


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