Tutto resta com’è, cambiano le parole. Intervento di Barbara Spinelli al Parlamento Ue

Tutto resta com’è, cambiano le parole. Intervento di Barbara Spinelli al Parlamento Ue

intervento di Barbara Spinelli a Strasburgo  -  il manifesto -

Da Renzi molta retorica e nessuna indicazione su come e dove trovare le risorse economiche per un New Deal che aiuti l’Europa a invertire la rotta. Servono project bond, Tobin e carbon tax, una conferenza sul debito come quella che aiutò la Germania nel ’53.

Ha detto Mat­teo Renzi che l’Europa muore, se non cam­bia. Che la sta­bi­lità senza cre­scita diventa immo­bi­li­smo. Che non basta avere una moneta unica per con­di­vi­dere un destino insieme.
Sarei senz’altro d’accordo, se alle parole cor­ri­spon­des­sero fatti con­creti. Tutto deve cam­biare nell’Unione – le regole eco­no­mi­che, le isti­tu­zioni, le nomine di chi guida i suoi organi, il suo poco demo­cra­tico fun­zio­na­mento – se si vuole che l’unità fra euro­pei non diventi una parola priva d’ogni senso.

Invece il seme­stre ita­liano comin­cia con un’assicurazione inquie­tante: l’obbedienza alle regole eco­no­mi­che non è ridi­scussa – anche se sono pre­ci­sa­mente que­ste regole ad aver enor­me­mente aggra­vato la reces­sione. Ad aver pro­dotto una crisi di fidu­cia nelle isti­tu­zioni euro­pee che non ha eguali nella sto­ria dell’Unione. Né è in discus­sione il credo libe­ri­sta che ha per­messo a tali regole di soli­di­fi­carsi e ossi­fi­carsi, e che tiene ancor oggi pri­gio­niere le menti di chi ci governa: le cosid­dette riforme strut­tu­rali (lavoro sem­pre più pre­ca­rio, pre­va­lenza ormai incon­tro­ver­ti­bile del «ple­bi­scito dei mer­cati» sul voto popo­lare, ridu­zione delle spese pub­bli­che, dimi­nu­zione dei diritti, svuo­ta­mento dei Par­la­menti e delle Costi­tu­zioni demo­cra­ti­che) sono ancor oggi con­si­de­rate con­di­zioni indi­spen­sa­bili per la cre­scita. Tutto resta com’è, solo le parole per dirlo cam­biano. «Non c’è cre­scita senza rigore per­ché il rigore è pre­messa della cre­scita»: il sil­lo­gi­smo è dive­nuto intol­le­ra­bile. È un cir­colo vizioso da cui biso­gna uscire al più presto.

Quel che chie­diamo al governo ita­liano che nel pros­simo seme­stre pre­sie­derà il Con­si­glio dei mini­stri è non una reto­rica, ma l’inizio di un’Unione radi­cal­mente rifon­data. Non basta la fles­si­bi­lità dei para­me­tri euro­pei sugli inve­sti­menti, se le risorse nazio­nali man­cano. Quel che occorre è un vero New Deal euro­peo, una svolta alla Roo­se­velt, e non pic­cole e fit­ti­zie esen­zioni nego­ziate fra Stati forti e deboli di un’Unione che non è più degna del nome che porta, basata com’è su otto­cen­te­schi «equi­li­bri di potenze». Occorre un’Unione che abbia risorse pro­prie ade­guate, per­ché il New Deal venga in aiuto dell’intera Comu­nità, e spe­cial­mente dei paesi che più hanno patito l’austerità. Per­ché venga dato lavoro alle per­sone (25,7 milioni nello spa­zio UE) che l’hanno per­duto o non l’hanno mai trovato.

È quanto riven­di­cano da tempo i sin­da­cati, tra cui il Dgb tede­sco. Il finan­zia­mento è pos­si­bile attra­verso la Banca euro­pea degli inve­sti­menti, i pro­ject bond, la tassa sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie e sulle emis­sioni di ani­dride car­bo­nica (car­bon tax): due tasse signi­fi­ca­tive, per­ché fre­nano gli eccessi di finan­zia­riz­za­zione dell’economia e rispet­tano gli obbli­ghi deri­vanti dal dete­rio­ra­mento del clima. Altri piani esi­stono: sono stati discussi dalla Lista L’Altra Europa con Tsi­pras; aspet­tano solo di essere intra­presi. Par­liamo di un pro­gramma gestito dalla Banca Euro­pea degli Inve­sti­menti e dal Fondo Euro­peo per gli Inve­sti­menti, pro­po­sto tempo fa da un eco­no­mi­sta greco, Yanis Varou­fa­kis, e uno ame­ri­cano, James K. Gal­braith. I due enti rac­co­glie­reb­bero per intero i capi­tali neces­sari sui mer­cati finan­ziari. Par­liamo anche di una Con­fe­renza sul debito simile a quella che nel ‘53 con­donò gran parte dei debiti di guerra della Ger­ma­nia, e l’aiutò a rina­scere. Non dimen­ti­chia­molo: furono i paesi oggi col­pe­vo­liz­zati per il debito – Gre­cia e Ita­lia fra molti altri – a ten­dere la mano alla mori­bonda Repub­blica federale.

Il New Deal dovrà scom­met­tere su uno svi­luppo pro­fon­da­mente diverso da quello di ieri: che fac­cia fronte al disa­stro della disoc­cu­pa­zione, che sia eco­lo­gi­ca­mente soste­ni­bile, che pro­tegga il diritto dei cit­ta­dini alla tutela dei beni comuni e a ser­vizi pub­blici non ridotti allo stremo, che raf­forzi le demo­cra­zie anzi­ché aggi­rarle e umi­liarle come è avve­nuto pro­gres­si­va­mente dall’inizio della crisi ini­ziata nel 2007–2008. Inve­stire nelle infra­strut­ture, nelle ener­gie rin­no­va­bili, nella ricerca, nella scuola, nei tra­sporti: ecco il com­pito dell’Unione. Già nell’Unione si stanno rac­co­gliendo firme per un’Iniziativa Cit­ta­dina (New Deal 4-Europe) che vuol otte­nere pro­prio que­sto. Il lavoro, dice il Pre­si­dente del Con­si­glio, sarà al cen­tro del seme­stre ita­liano. Ma il decreto Poletti, che pre­ca­rizza siste­ma­ti­ca­mente e nel lungo periodo il lavoro dei gio­vani, non è di buon auspi­cio. Ancor meno di buon auspi­cio, anzi scan­da­losa, è la deci­sione di rin­viare alla fine del seme­stre la grande Con­fe­renza euro­pea sul lavoro, solen­ne­mente annun­ciata dalla pre­si­denza ita­liana per il mese di luglio a Torino.

Un’analoga svolta è urgente sull’immigrazione, che va gover­nata creando veri cor­ri­doi uma­ni­tari per i richie­denti asilo (le guerre da cui fug­gono, siamo noi il più delle volte ad attiz­zarle). Non è la linea scelta dall’ultimo Con­si­glio, secondo cui spetta solo ai paesi del Sud sal­vare le vite nel Medi­ter­ra­neo. Il com­mis­sa­rio Ceci­lia Malm­ström è giunta sino a dire che «non ci sono soldi» per il piano Mare Nostrum, quando ce ne sono stati, a pro­fu­sione lungo gli anni, per sal­vare le ban­che pri­vate. Allo stesso modo è urgente una poli­tica cul­tu­rale capace di argi­nare il raz­zi­smo e la xeno­fo­bia che si esten­dono in Europa.

Com­pito dei governi e di noi par­la­men­tari è ascol­tare innan­zi­tutto le per­sone, che si sono espresse nel voto euro­peo esi­gendo una netta rot­tura di con­ti­nuità con le poli­ti­che fin qui attuate. Rot­tura nelle poli­ti­che economiche-sociali, e rot­tura anche in poli­tica estera: dob­biamo entrare nell’ordine di idee che è finito il tempo in cui la pace in Europa viene decisa negli Stati Uniti, con l’Europa che s’accoda e tace come nell’epoca della guerra fredda. Ai nostri con­fini con la Rus­sia, e nel Medi­ter­ra­neo, è di una pax euro­pea che abbiamo biso­gno. Il modello di fede­ra­zione che l’Europa sarà in grado di incar­nare potrà dive­nire modello di con­vi­venza etnica e poli­tica anche nei paesi del nostro «vici­nato». E anche con l’America occorre una svolta. Renzi pro­mette di con­clu­dere pre­sto il Trat­tato sul com­mer­cio (TTIP) fra Com­mis­sione e mul­ti­na­zio­nali Usa. Sem­bra ignaro dei peri­coli – distru­zione di regole euro­pee e nazio­nali con­cer­nenti il rispetto dell’ambiente, l’alimentazione sana, i beni comuni non pri­va­tiz­za­bili – né pare bat­tersi per­ché cessi la scan­da­losa segre­tezza dei negoziati.

I governi fanno finta che il mes­sag­gio delle ele­zioni euro­pee sia un altro: che i cit­ta­dini si siano limi­tati a pro­pi­ziare la vit­to­ria di que­sto o quel capo­par­tito. Non è così. I poli­tici che nella cam­pa­gna elet­to­rale erano can­di­dati alla pre­si­denza della Com­mis­sione, e che sono usciti nume­ri­ca­mente vin­centi, hanno otte­nuto un’assai magra vit­to­ria, se nel cal­colo inclu­diamo la vasta massa di aste­nuti e l’avanzata di forze euro-ostili o euro­scet­ti­che o euro-critiche.

Ben altro domanda la stra­grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini: che i dogmi libe­ri­sti ancor oggi pre­va­lenti ven­gano meno, per il sem­plice motivo che non hanno fun­zio­nato. Che quando si cal­cola il Pil non si inse­ri­sca nel con­teg­gio la pro­sti­tu­zione e la droga, o la ric­chezza som­mersa deri­vante dall’evasione fiscale, o il con­trab­bando di siga­rette e alcol, come comu­ni­cato dall’Istat nel mag­gio 2014, ma si intro­du­cano altre varia­bili della ric­chezza nazio­nale come il volon­ta­riato o il lavoro delle casa­lin­ghe. Il New Deal che riven­di­chiamo deve avere al cen­tro la cre­scita del ben vivere,  del Buen vivir. Non del Pil.

Per esser più pre­cisi: gli elet­tori esi­gono che le auto­rità euro­pee – tutte, non solo le euro­bu­ro­cra­zie cri­ti­cate da Renzi ma anche i governi, che sono i primi respon­sa­bili delle poli­ti­che di auste­rità – ammet­tano pub­bli­ca­mente di essersi sba­gliate: ideo­lo­gi­ca­mente e praticamente.

Key­nes diceva, nel ‘36, poco dopo l’inizio del New Deal, che «le idee degli eco­no­mi­sti e dei filo­sofi poli­tici, giu­ste o sba­gliate, sono più potenti di quanto si creda. Gli uomini pra­tici, che si riten­gono com­ple­ta­mente liberi da ogni influenza intel­let­tuale, sono gene­ral­mente schiavi di qual­che eco­no­mi­sta defunto». Quel che chiedo al seme­stre gui­dato dal governo di Mat­teo Renzi è di non farci cre­dere che il Nuovo con­si­sta nella denun­cia dei tec­no­crati. Se l’Unione sta messa così male, non è a causa di buro­cra­zie che impe­di­reb­bero agli «uomini pra­tici» di deci­dere, ma a causa dei poli­tici che usano le buro­cra­zie di Bru­xel­les come scusa per non far nulla, e per con­se­gnarsi mani e piedi a qual­che eco­no­mi­sta (o stra­tega atlan­tico) defunto. Quel che chiedo al Par­la­mento euro­peo, è di dare un forte segnale che l’inizio del cam­bia­mento dovrà nascere in quest’aula.

*Inter­vento al Par­la­mento euro­peo per “L’Altra Europa con Tsipras”-Gruppo Gue-Ngl


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