Ok agli 80 euro, ma il bonus non è giustizia fiscale

Ok agli 80 euro, ma il bonus non è giustizia fiscale

di Roberto Romano – il manifesto

Tra poco il par­la­mento con­ver­tirà in legge il Decreto legge che riduce la pres­sione fiscale di 80 euro men­sili per i red­diti fino a 26 mila euro. La discus­sione è con­ta­mi­nata da luo­ghi comuni e slo­gan che pro­prio non aiu­tano a capire l’oggetto. Il pro­blema non è votare favo­re­vol­mente o meno. Il governo ha il corag­gio di sce­gliere una cate­go­ria: la classe media, ancor­ché in modo tran­si­to­rio. Sono i lavo­ra­tori dipen­denti e gli assi­mi­lati (come i co​.co​.pro), ma tra que­sti sono esclusi i con­tri­buenti con l’imposta lorda Irpef minore o uguale alla sola detra­zione da lavoro, quelli che hanno red­diti infe­riori a 8.145 euro se per­ce­piti per l’intero anno, circa 3 milioni di sog­getti, e restano fuori anche i pen­sio­nati (A. Zanardi, S. Pel­le­grino). Se fossi par­la­men­tare vote­rei a favore, nella con­sa­pe­vo­lezza che il prov­ve­di­mento deve essere ripreso nella Legge di Sta­bi­lità. Per cono­scenza: il prov­ve­di­mento è una tantum!

La domanda che dob­biamo farci è la seguente: il bonus di 80 euro è una misura che inte­ressa la cor­retta distri­bu­zione del carico tri­bu­ta­rio in senso stretto, oppure una misura che distri­bui­sce il carico fiscale all’interno di una sola cate­go­ria di red­dito? C’è del buono nella ridu­zione del carico tri­bu­ta­rio verso il lavoro dipen­dente, ma fino a quando una parte con­si­stente dei red­diti non entra nella base impo­ni­bile irpef, par­lare di giu­sti­zia fiscale è forse troppo. È un passo (una tan­tum) che deve inse­rirsi in una riforma del sistema fiscale pro­fonda. Nella legge di sta­bi­lità, pre­vio ordine del giorno che accom­pa­gna il voto al decreto legge, deve tro­vare spa­zio la riforma (vera) del fisco ita­liano. Ormai fa acqua da tutte le parti.

Ripren­dendo un pre­zioso con­tri­buto di V. Visco (Paolo Bosi e M. Ceci­lia Guerra, 2012, I tri­buti nell’economia ita­liana, ed. Il Mulino) è pos­si­bile decli­nare l’inadeguatezza del prov­ve­di­mento se con­si­de­riamo che: «ero­sione ed eva­sione … ren­dono l’Irpef una impo­sta asso­lu­ta­mente non assi­mi­la­bile al modello teo­rico di rife­ri­mento … non siamo in realtà di fronte ad una impo­sta sul red­dito, ma ad una impo­sta solo su alcuni red­diti. La situa­zione sarebbe molto discu­ti­bile già per una impo­sta pro­por­zio­nale, ma trat­tan­dosi di una impo­sta pro­gres­siva, essa appare chia­ra­mente inso­ste­ni­bile e inac­cet­ta­bile». Inol­tre, molti red­diti sono tas­sati diver­sa­mente: i red­diti dell’agricoltura solo in parte col­piti; l’industria è più gra­vata dei ser­vizi; il lavoro dipen­dente più del lavoro auto­nomo; la grande impresa più della pic­cola; i red­diti da atti­vità finan­zia­rie, cre­sciuti espo­nen­zial­mente con la cre­scita dei debiti (pub­blici e pri­vati), sfug­gono alla pro­gres­si­vità. L’adeguamento dell’imposta sulle ren­dite finan­zia­rie dal 20 al 26% non muta la dif­fe­renza di trat­ta­mento. Si poteva inse­rire que­sti red­diti nella dichia­ra­zione irpef, affi­dando all’irpef il ruolo sto­rico che i padri costi­tu­tivi (Cosciani) gli aveva asse­gnato. Cosciani pre­ve­deva non solo una sem­pli­fi­ca­zione del sistema impo­si­tivo, ma indi­cava nell’irpef, irpeg e Iva le pie­tre ango­lari del nuovo sistema. A que­ste impo­ste si doveva aggiun­gere una forma di impo­si­zione patri­mo­niale desti­nata ai comuni per rea­liz­zare la discri­mi­na­zione qua­li­ta­tiva e una impo­sta mono­fase, anche que­sta comu­nale, a com­ple­ta­mento dell’Iva che doveva arre­starsi alla fase pre­ce­dente al det­ta­glio. Inol­tre, i così detti red­diti finan­ziari dove­vano con­cor­rere all’imponibile dell’imposta personale.

Impe­gnare il governo nella riforma del fisco ita­liano, par­tendo dalla pre­ziosa espe­rienza di Cosciani e Visen­tini, sarebbe un primo passo per ripri­sti­nare quel tanto di buon senso che nel fisco ita­liano ser­vi­rebbe, met­ten­dolo al riparo da prov­ve­di­menti un tan­tum che ampli­fi­cano l’ingiustizia fiscale, nella con­sa­pe­vo­lezza che la ridu­zione della tasse non crea svi­luppo, piut­to­sto redi­stri­bui­sce il carico tributario.


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