
Palestina: il corridoio E1 non nasce oggi
Pubblicato il 29 ago 2025
Il 14 agosto scorso, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, con delega all’apartheid, aveva presentato in pompa magna il progetto E1 attraverso cui, realizzando circa 3.400 unità abitative in Cisgiordania, si intende spezzare definitivamente l’idea ormai perduta dei “due popoli due Stati”. Per il signor Smotrich esisterà quello che dalla “legge fondamentale” presentata alla Knesset col nome “Israel as the Nation State of the Jewish People” (approvata il 18 luglio 2018), sarà uno “Stato etnico”, in cui anche l’eguaglianza fra i cittadini sarà un ricordo del passato. La legge fondamentale è l’ennesima conferma di quanto siano ipocrite le lamentele dei tanti sedicenti intellettuali, politici, giornalisti che fanno risalire l’inizio di tutto all’attacco del 7 ottobre e che magari oggi, timidamente, provano ad avanzare critiche di sproporzionalità nell’uso della forza al governo di Tel Aviv. Se realizzato, il progetto E1 priverebbe di qualsiasi continuità territoriale il territorio palestinese, isolando da Gerusalemme e fra loro, grossi centri come Ramallah, Nablus, Betlemme e Hebron. Ma qual è la situazione odierna?
La Cisgiordania o, come chiamata in loco, West Bank (guai ad utilizzare il termine Palestina, meglio “Giudea” e “Samaria”), sin dall’occupazione del 1967 ha visto la realizzazione di insediamenti (settlement) che inutilmente sono stati considerati illegali dagli organismi internazionali. Negli anni Ottanta crebbero a vista d’occhio per essere abitati da coloni, per lo più provenienti dall’Europa Orientale, a cui si offrivano non solo gli appartamenti gratis ma vasti appezzamenti di terreno, l’accesso privilegiato alle risorse idriche e venne loro garantito naturalmente anche il “diritto alla difesa” (licenza di uccidere). Un’applicazione anticipata della “legge fondamentale”. L’esproprio delle terre, l’abbattimento degli olivi e delle case di proprietà palestinese, furono all’origine della diffusione della cosiddetta prima Intifada. Se infatti la scintilla va legata all’uccisione di 4 lavoratori palestinesi nel campo profughi di Jabaliya a Gaza, la velocità con cui si espanse in tutta la Palestina occupata aveva radici ben più profonde. In tempi brevissimi, dato l’espandersi della rivolta (traduzione di Intifada), quella in cui contro i tank israeliani andavano adolescenti e ragazzini con le pietre, l’allora governo di Tel Aviv decise di realizzare strade di fatto inibite ai veicoli con targa di provenienza araba – già allora avevano colore diverso – vigilate dai militari e, quando occorreva, dagli stessi coloni. Era già apartheid e per i contadini palestinesi che volevano portare i propri prodotti nei mercati a Gerusalemme Est, per le famiglie dei villaggi attorno alle cittadine più grandi che volevano portare i propri figli a scuola, ogni giorno era un tormento. Allora buona parte del corpo docente palestinese proveniva dalle università di Praga o di altri Paesi del Patto di Varsavia, ma anche dall’Italia, avevano e trasmettevano una formazione laica che risentiva molto della cultura marxista ed internazionalista. Un’impronta che lasciava grande spazio in una cultura contadina e che, come quella italiana, aveva una forte impronta patriarcale, all’istruzione delle donne. In pochi mesi tutto questo venne scientemente distrutto: chiuse università pubbliche come quella di Birzeit, nei pressi di Ramallah, che allora veniva chiamata “la rossa”, chiuse le scuole pubbliche in quanto considerate incubatrici di terroristi – ricorda qualcosa? – l’accanimento giunse fino alle scuole elementari, guai ad avere bambini e bambine istruite.
Nello stesso periodo, per indebolire l’autorità dell’OLP, ingenti somme transitarono dal Qatar, da altri Paesi arabi, ma anche dal governo israeliano, per garantire invece l’apertura di nuove moschee. Per garantire un minimo di istruzione, soprattutto in alcuni villaggi, funzionarono le scuole popolari clandestine, ma furono un tentativo destinato a soccombere con gli arresti dei docenti e l’aumentare delle violenze. Alle famiglie che auspicavano per i propri figli, soprattutto maschi, almeno uno scampolo di formazione, restarono solo le madrasse, le scuole islamiche delle moschee e molti bambini furono mandati lì più per tenerli al sicuro che per fede.
Ma si torna alla questione delle strade. Per chi si recava in moschea, allora, c’erano meno controlli e meno repressione. Chi tentava di mantenere in vita i comitati di resistenza o le piccole attività economiche che permettevano il sostentamento delle famiglie ne pagava invece le conseguenze. I bulldozer per distruggere le case e i frutteti, gli arresti amministrativi, le esecuzioni extragiudiziali, le deportazioni, la violenza indiscriminata soprattutto contro gli adolescenti che tiravano pietre. Degli oltre 1160 morti accertati per mano dell’esercito almeno 242 erano bambini.
Evidentemente il vizio di uccidere i ragazzini fa parte delle regole d’ingaggio di uno degli eserciti più potenti del pianeta.
Dopo la firma degli Accordi di Oslo, nel 1993, diminuirono le ostilità ma non la costruzione di nuovi settlement, laddove c’erano le migliori risorse d’acqua e dove le vie di comunicazioni erano divenute sicure, aumentarono i coloni, sempre più armati per “difendersi” in un territorio ufficialmente non più occupato ma controllato dall’Amministrazione Nazionale Palestinese (ANP) che non solo è limitata negli armamenti di cui si può dotare ma a cui è stato affidato il compito di contenere gli animi di coloro che non si rassegnavano ad una continua erosione di spazi di libertà.
E1, insomma, non fa altro che provare a rendere definitivo lo status quo. Insieme ai nuclei abitativi si prevede la realizzazione di zone industriali, commerciali e infrastrutture turistiche, con cui trasformare l’area in un vero, grande centro urbano capace di saldare Gerusalemme con gli insediamenti della valle del Giordano distruggendo l’economia agricola fondamentale per garantire cibo. Per chi resterà nelle città palestinesi, sempre che non si provi a realizzare un’altra mastodontica Nakba non resterà altro da fare che sfamarsi acquistando prodotti in Israele e diventandone dipendenti.
E si profila l’ombra scura delle proposte avanzate, già prima del 7 ottobre da un importante accademico israeliano, Mordechai Kedar. Per costui da decenni l’OLP è più pericolosa per Israele di Hamas ma entrambi vanno debellati. E lanciava, dall’inizio del genocidio a Gaza, una proposta. In un articolo uscito su Bet Magazine – e fatto proprio, ci duole dirlo, dalla Comunità ebraica di Roma sul suo periodico Shalom (pace) senza un briciolo di critica – il cui pensiero è stato ripreso da varie testate, afferma: “L’unica soluzione possibile è quella degli Emirati Arabi, basata sul sistema tribale tuttora predominante in Cisgiordania: in ognuna delle grandi città – Jenin, Nablus, Ramallah, Tulkarem, Qalqilya, Gerico e la parte araba di Hebron – può essere istituito un “Emirato sovrano” la cui fonte di autorità siano i capi delle famiglie locali, sul modello degli Emirati del Golfo”. Le aree rurali circostanti resterebbero in mano israeliana e i palestinesi che in queste aree vivono potrebbero “scegliere” di accettare la cittadinanza israeliana sapendo che si tratterebbe di uno status di serie b o andarsene sotto i nuovi governi.
Lo studioso, che per altro ha anche un passato, forse un presente nei servizi segreti – non a caso considera fondamentale il rafforzamento della cybersecurity – aveva anche già pronta la soluzione per Gaza, la suddivisione in 6 distretti: Beit Lahia, Gaza, Dir al-Balah, Khan Yunis, Abasan al-Kabira e Rafah, con governatori locali che li amministrano e senza le presenze ingombranti del passato. L’attuale governo di Netanyahu sembra volerlo scavalcare a destra, desertificando Gaza e tutta la presenza palestinese nella Striscia, magari con la deportazione di massa più volte annunciata, per poi dedicarsi alla realizzazione della “Grande Israele” (uno Stato che non ha mai definito i propri confini geografici in barba ad ogni risoluzione). Se il piano dovesse funzionare l’espansione avrà campo libero, se dovesse incontrare troppi ostacoli, la soluzione di Kedar potrebbe costituire un valido compromesso.
Resta l’incognita della grande mobilitazione mondiale, anche se tardiva, che potrebbe far saltare questi orrendi piani coloniali.
*da Transform Italia
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