ALCUNE SCOMODE LEZIONI DALLA GUERRA

ALCUNE SCOMODE LEZIONI DALLA GUERRA

di Marco Consolo * -

In tempi di pensiero unico del mercato e della guerra, è utile smarcarsi dall’isteria bellica dominante nei latifondi mediatici dell’Occidente.

Così come la prima guerra in Iraq è stata la “guerra costituente della globalizzazione neo-liberista”, quella in Ucraina annuncia chiaramente un cambio di paradigma del comando capitalista a livello mondiale. Siamo di fronte ad una fase totalmente nuova e, così come l’abbiamo conosciuta in questi anni, la globalizzazione è morta, o quantomeno moribonda. Lo affermano in molti, tra cui anche Larry Fink, CEO di BlackRock, il più grande fondo di investimento mondiale, secondo il quale la crisi delle catene di approvvigionamento e di valore ridefinirà la globalizzazione, riportando molte grandi aziende entro i loro confini nazionali (on-shoring) o all’interno del proprio continente (near-shoring).

Dopo la pandemia, con il suo “stato di eccezione planetaria”, oggi la guerra riconferma la necessità di controllo delle classi dominanti, in un quadro di gigantesca ristrutturazione capitalista mondiale.

E se dopo il 1945, il baricentro della Storia era passato dal continente europeo a quello americano (concretamente a quello nord-americano), dopo la sconfitta in Afghanistan e l’uscita di scena dell’Occidente e della NATO, il baricentro geo-politico si è spostato decisamente verso la cosiddetta “EurAsia”.

Ma questa ultima guerra è lo spartiacque di un nuovo ordine mondiale. Una guerra coltivata, favorita, finanziata sin dalla caduta del muro di Berlino dagli Stati Uniti, di cui la NATO è stata lo strumento principale. Una guerra fatta per procura, dove il popolo ucraino continua tragicamente ad essere usato solo come carne da cannone, per obiettivi incofessabili.

Una rapido promemoria degli eventi di guerra degli ultimi anni ci consegna un tragico quadro in cui le guerre non si sono mai fermate: 1991 prima guerra in Iraq; 1999 guerra nella ex-Jugoslavia, il primo conflitto nel cuore dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale; 2001 Afghanistan (dopo l’11 settembre); 2003 Colin Powell all’ONU da il via alla seconda guerra in Iraq; 2011 guerra in Siria e Libia; 2014 in Ucraina si svolge il colpo di Stato (EuroMaidan) contro Yanucovich (vedi le dichiarazioni di Victoria Nuland [1] ) e la “strage di  Odessa” con più di 40 vittime. Dopo il referendum in Crimea (16 marzo 2014) ,  la UE strangola la Grecia e, nel mentre, firma un Trattato di Libero Commercio con l’Ucraina il 21 marzo (AA/DCFTA) [2]..

In seguito ai risultati del plebiscito in Donbass sulla propria autonomia da Kiev (11 maggio 2014), inizia l’attacco ucraino al Donbass che, secondo le Nazioni Unite [3],  ha provocato più di 13.000 vittime,  migliaia di feriti e rifugiati, nel quasi totale silenzio complice dei media occidentali.

E mentre scriviamo, nel pianeta sono circa una trentina i conflitti in corso. Ne conosciamo alcuni di serie A, mentre quelli  di serie B sono volutamente dimenticati dall’ipocrisia e dal cinismo dei “mezzi di distrazione di massa”.

Per i più smemorati, oltre all’inquadramento di forze paramilitari neo-naziste nelle Forze Armate regolari (Azov, Pravyi Sektor, etc.), ricordiamo che il governo di Zelensky è responsabile della messa fuorilegge del Partito Comunista d’Ucraina e della persecuzione dei comunisti, dell’arresto di altri oppositori, del segretario e di altri membri della Gioventù Comunista d’Ucraina, la cui vita è attualmente in pericolo.

E sotto la legge marziale, l’Ucraina ha recentemente annunciato la sospensione di altri 11 partiti di opposizione, con la motivazione di avere “legami con la Russia”.

I molteplici obiettivi Usa e Nato

Come sempre avviene, la guerra si fa per raggiungere non uno, ma molteplici obiettivi. In questa ultima guerra, gli Stati Uniti e la NATO  non sono un’eccezione.

Innanzitutto cercano di indebolire l’Unione Europea (ancor oggi prima potenza commerciale mondiale) nella competizione inter-imperialista USA-UE. Ciò implica rompere l’asse UE-Russia ed in particolare quello Germania-Russia, che preoccupa storicamente la Casabianca, a partire dalla riunificazione tedesca con la ex-DDR.

Nei confronti della Federazione Russa si tratta di indebolirla e disgregarla, cercando di farla impantanare in Ucraina, come lo è stata in Afghanistan prima dell’intervento occidentale. Indebolendo la Federazione Russa, parallelamente si cerca di indebolire l’asse con la Cina (vero antagonista degli Stati Uniti, nel presente e nel futuro) e minare il progetto della “Nuova via della seta” (BRI) che coinvolge diversi Paesi della UE.

A sua volta, Washington vuole sabotare l’alleanza dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), uno dei poli di un possibile orizzonte di multi-polarità nei rapporti internazionali, che mette in discussione il dominio unipolare statunitense. A settembre 2021, la dichiarazione finale  del vertice BRICS a Nuova Delhi [4], ingiungeva ai propri membri e a tutti gli Stati di risolvere pacificamente le controversie, dichiarando inaccettabile “l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi paese”. Ma nella recente votazione alle Nazioni Unite, nessuno dei suoi membri ha votato a favore della condanna della Russia.

Oltre alla geo-politica, c’è poi l’aspetto commerciale, che ha sempre guidato la politica estera e militare statunitense. Si parte dal fare approvare ai Paesi membri della Nato l’aumento delle spese militari al 2% del PIL, come richiesto da tempo, e favorire il complesso militare-industriale. Non solo quello “a stelle e strisce”, ma anche europeo, mettendo a tacere i governi recalcitranti.

E a proposito di business e di gas, la Casabianca è da tempo impegnata a bloccare il gasdotto “Northstream 2” dalla Russia verso la UE, per poter vendere il proprio gas (GNL) a prezzo maggiorato ai Paesi europei. Stando agli ultimi dati forniti dal Refinitiv USA, nel marzo scorso, l’esportazione di gas liquido statunitense ha registrato una crescita di circa il 16% su base mensile, realizzando un record storico. La maggior parte è stata esportata in Europa, per quattro mesi di fila principale meta di sbocco, con il 65% delle esportazioni totali.

Allo stesso tempo, la guerra ha squadernato la crisi alimentare, ponendola nell’agenda globale come forse non era mai successo. E per gli Stati Uniti si tratta di piazzare le proprie riserve di cereali (grano, mais, etc) in sostituzione di quelle che il “granaio del mondo” (Russia ed Ucraina) avranno difficoltà a vendere.

Gli obiettivi del governo Putin

Anche il governo del Presidente Putin ha diversi obiettivi con l’attacco militare e l’invasione dell’Ucraina. Il principale, come dichiarato recentemente dal Ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, è quello di bloccare l’espansione della NATO verso Est e le sue testate atomiche a 7 minuti di volo da Mosca. Come si sa, dall’implosione dell’URSS nel 1989, vi sono state 10 nuove adesioni alla NATO dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia, adesioni percepite da Mosca come un accerchiamento in atto. Oltre a questo, secondo la concezione nazionalista della “Grande Russia”, il governo russo vuole ristabilire  il controllo sulla propria regione di influenza storica, in particolare nei Paesi confinanti, di cui alcuni nel passato erano parte dell’impero zarista e poi dell’ex-URSS. Nè più, né meno che  la politica statunitense verso l’America Latina, in base alla “dottrina Monroe”.

Per  perseguire questo obiettivo, Mosca ha scatenato una “guerra preventiva”, con il pretesto della difesa delle popolazioni russofone del Donbass e non solo.  Del resto, di che stupirsi ? Il governo russo non fa altro che copiare quanto fatto dalla Nato nella ex-Jugoslavia “a difesa delle popolazioni del  Kossovo” ed in altre “guerre umanitarie” o “contro il terrorismo”….

Tra le richieste di Putin, prima di cadere in trappola ed annunciare l’invasione dell’Ucraina, c’era una riduzione della presenza di soldati e armamenti della NATO lungo i suoi confini orientali. Con la guerra all’Ucraina ha ottenuto esattamente il contrario, e nuovi candidati bussano alle porte dell’Alleanza Atlantica.

Il suicidio dell’Unione Europea ?

Come è noto, l’Unione Europea non dispone di grandi risorse naturali e ciò la rende enormente dipendente dagli approvigionamenti dall’esterno, in particolare nel settore energetico, particolarmente sensibile per le imprese e per la popolazione.

Come appare lampante, la politica estera della UE è sempre più subordinata alla strategia degli USA e della Nato, nonostante le molteplici contraddizioni interne (ad esempio con la posizione di Orban in Ungheria ed il ruolo storico da “discolo” della Francia). Ma con questo ultimo conflitto, cambia la natura stessa della UE, nata anche per stabilire uno spazio continentale senza guerre dopo il secondo conflitto mondiale, obiettivo clamorosamente smentito già dalla guerra nella ex-Jugoslavia (a comando NATO), nel cuore dell’Europa.

L’Unione Europea scatta sull’attenti ai diktat USA-NATO e si riarma pesantemente,  aumentando vertiginosamente la spesa militare (l’Italia con 35 miliardi di euro, la Germania che rompe il tabù post Seconda Guerra Mondiale con l’annuncio di 100 miliardi di euro da spendere in armi, etc.). Festeggiano i produttori di morte e i mercanti d’armi, spesso holding del complesso militare-industriale che fanno capo ai singoli Stati. Rinnegando il preteso pacifismo delle sue origini, l’Unione Europea ha sviluppato il suo complesso militare-industriale grazie a due linee di finanziamento: il “Programma Europeo di Sviluppo Industriale per la Difesa” (EDIDP) e la “Azione Preparatoria per la Ricerca sulla Difesa” (PADR) per un totale di circa 575 milioni di euro a favore di aziende belliche di Francia, Germania, Italia, Spagna per lo sviluppo di sistemi d’arma. Ma l’appetito vien mangiando e a questi due si sono aggiunti due nuovi fondi: il “Fondo Europeo per la Difesa” (EDF) con 8 miliardi e l’ “European Peace Facility” (EPF) (sic…) con altri 5 miliardi. Quest’ultimo è la cassa utilizzata per l’invio di armi in Ucraina in questi giorni.

Oltre al “suicidio politico della UE”, c’è anche quello produttivo, grazie alle mal chiamate “sanzioni” (più correttamente si tratta di misure coercitive unilaterali) non decise in sede ONU, ma adottate ad occhi chiusi dai tecnocrati di Bruxelles e dai governi. Solo per quanto riguarda l’Italia, già si sente il forte impatto  delle “sanzioni” su diversi settori dell’economia (alimentare, turismo, tessile, mobilifici, etc.) oltre al carovita derivante dall’aumento dei prezzi (in gran parte speculativo) del gas e dell’energia.

E, dulcis in fundo, un rinnovato ed imponente flusso di profughi verso l’UE.

Quali sono i risultati ?

Nulla è stato fatto da parte europea per prevenire il conflitto in casa propria” (Umberto Vattani dixit) [5]. L’Unione Europea (e l’Italia) è in guerra come co-belligerante e si taglia la possibilità di svolgere qualsiasi ruolo di mediazione possibile.

Russia e Cina rafforzano i loro rapporti politici e commerciali (al contrario di quanto auspicato da Washington).

A doppio taglio, l’esclusione di Mosca dal sistema statunitense Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), ossia l’infrastruttura che permette i pagamenti soprattutto di prodotti energetici oltre a beni, servizi, materie prime. In altre parole, è il circuito globale che sorregge i pagamenti bancari. L’esclusione ha spinto il progressivo sganciamento dell’economia russa e l’adozione di  sistemi autonomi di pagamento. Ciò ha contribuito all’ulteriore declino relativo del signoraggio del dollaro nelle transazioni commerciali ed all’utilizzo di nuove monete, in particolare nei rapporti bilaterali.

Ma tagliare fuori molte banche di Mosca (non tutte) dal canale principale dei pagamenti bancari è una mossa molto pericolosa per un Occidente che dipende fortemente dalle importazioni di gas e petrolio dalla Russia. Tanto che da Wall Street è arrivato forte e chiaro uno stop ed alcune delle maggiori banche consigliano a Washington di seguire altre strade.

Stiamo forse assistendo alla nascita di un nuovo sistema finanziario mondiale, garantito da oro e materie prime ?

 

E l’Italia ?

In Italia il governo Draghi ha accelerato l’economia di guerra e le politiche di austerità (con una forte riduzione del potere d’acquisto dei ceti popolari) [6] grazie ai partiti che lo sostengono, compreso il movimento 5 stelle, che si rimangia l’ennesima promessa fatta agli elettori.

Insieme a una finta opposizione che finisce per votare per l’invio di ulteriori truppe ed armi (in palese violazione della Costituzione e rendendo il nostro Paese co-belligerante),  a favore dei moderni crediti di guerra con l’aumento della spesa militare a 38 miliardi (+ 13 rispetto agli attuali 25), sottraendoli a sanità, educazione, trasporti,  creazione di lavoro, ricerca. L’ultima vergogna, in ordine di tempo, è il voto in parlamento a favore dell’esclusione dell’IVA dal commercio delle armi.

I numerosi sondaggi affermano che 2 italiani su 3 sono contrari all’invio di armi che ha reso dell’ Italia un Paese di fatto co-belligerante. Ma se il governo Draghi è sordo, il PD è sordo-muto anche grazie agli interessi diretti nel complesso militare-industriale italiano. Basti pensare alla LEONARDO,  tredicesima impresa militare del mondo e la terza in Europa per grandezza, con entrate dal settore “difesa” (sic) che rappresentano il 73 % del proprio fatturato [7]. Da qualche tempo, la Leonardo è diventato una “riserva di caccia” per il PD, che vi ha piazzato numerosi suoi esponenti in posizione apicale.

Sta a noi rafforzare ed allargare il movimento contro la guerra che ha visto importanti prese di posizione di ANPI, CGIL, USB ed altri sindacati di base, il Papa insieme a molti esponenti del mondo cattolico, portuali e lavoratori degli aeroporti che esprimono la parte migliore dell’impegno pacifista del movimento sindacale del nostro Paese.

Dobbiamo quindi mobilitarci per il Cessate il fuoco, la ripresa del negoziato, per cambiare il “modello di difesa”, per la riconversione dell’industria militare, per ridurre drasticamente le spese militari, invece di aumentarle. Per l’uscita dell’Italia dalla NATO.

Obiettivo disarmo.

 *Responsabile Area Esteri e Pace PRC-SE


[1] Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs presso il Dipartimento di Stato sotto la presidenza Obama. Nel 2014 ha ricevuto un incarico diplomatico in Ucraina. Famosa la sua frase intercettata “Fuck EU…”

[2] https://www.bbc.com/news/world-europe-26680250

[3] https://lepersoneeladignita.corriere.it/2019/01/22/lonu-in-ucraina-13mila-morti-per-la-guerra-del-donbass/

[4]  http://www.brics.utoronto.ca/docs/210909-New-Delhi-Declaration.html

[5] https://www.panorama.it/news/dal-mondo/vattani-dalla-farnesina-via-uscita-conflitto-ucraino

[6] http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=50185

[7] https://people.defensenews.com/top-100/

 


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