Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro

Rifondazione Comunista non può e non deve avere paura del futuro

di Ramon Mantovani -

La Direzione del Partito della Rifondazione Comunista ha avviato un importante dibattito, licenziando un documento sulla prospettiva dell’unità della sinistra e del partito.

Condivido il senso e la lettera del documento.

Queste note sono un modesto contributo alla discussione. E sono centrate sulla questione del futuro del partito.

Gli equivoci sulla storia del comunismo italiano.

La storia del movimento operaio italiano, e segnatamente del PCI, è grande e complessa. Lungi da me l’idea di trattarla esaustivamente.

Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.

In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.

In realtà è la stessa concezione della “politica” ad essere distorta dalla indebita separazione fra il complesso di attività ed azioni sociali e culturali del Pci e quelle dedicate alla dialettica interna alle istituzioni e alle relazioni fra partiti.

Il “caso italiano” si deve sostanzialmente a tre fattori.

Il primo era la natura prevalentemente e strutturalmente nazionale del mercato e delle imprese capitalistiche.

Il secondo era la natura parlamentare delle istituzioni (dal più piccolo consiglio comunale al parlamento nazionale).

Il terzo era l’esistenza di grandi organizzazioni sociali e di partiti di massa.

Questi fattori, originati dai limiti globalmente imposti allo sviluppo spontaneo del mercato capitalistico e segnatamente del mercato finanziario dopo la crisi del 29 e la guerra, dal peso conquistato dal PCI nella Resistenza e conseguentemente nella redazione della costituzione repubblicana, e dallo sviluppo della lotta di classe possibile in quelle condizioni, sono intimamente intrecciati.

Sul primo fattore mi limito a dire (non è questa la sede per analisi approfondite) che con gli Accordi di Bretton Woods vigenti e con la natura prevalentemente nazionale e produttiva del capitale e del mercato, la società aveva come centro i luoghi della produzione. Le classi sociali erano ben identificate, anche se in un contesto sempre più articolato e complesso. La classe operaia e i suoi strumenti, sindacato e partito, avevano un ruolo fondamentale che influenzava tutta la società.

Il secondo fattore, e cioè la natura parlamentare delle istituzioni a tutti i livelli, permetteva che la lotta di classe ed ogni sorta di lotte sociali e civili, potessero incidere nella realtà consolidando obiettivi di lotta in leggi dello stato attraverso i partiti di massa, indipendentemente dalla loro collocazione di governo o di opposizione.

Parlamento con grandi poteri, governo con scarsi poteri e legge elettorale proporzionale permettevano che le lotte e le rappresentanze di classe potessero, nella dialettica parlamentare e con alleanze precise e mirate, vincere battaglie e conquistare obiettivi.

È così che si chiude un cerchio, un circolo virtuoso. Le lotte, che in quel contesto strutturale potevano essere sempre più avanzate giacché accumulavano potere nei rapporti di forza sociali (basti pensare all’efficacia dello sciopero), attraverso le proprie rappresentanze pagavano e risultavano efficaci e vincenti. La dialettica politica e parlamentare era direttamente legata alle dinamiche sociali e dei rapporti di forza fra le classi. I partiti erano rappresentanti di classi e pezzi di società ed avevano una base ideologica precisa ed identificabile. Votare alle elezioni significava delegare la propria rappresentanza a lottare nelle istituzioni per i propri interessi.

Si tratta di una concezione della politica, della rappresentanza, delle istituzioni ben diversa, per non dire contrapposta, a quella liberale che era ispirata dall’idea dell’elezione diretta del governo e dalla scelta delle persone invece che dei partiti.

Ma veniamo al terzo fattore, che in questa sede ci interessa maggiormente.

C’è tutta una mitologia completamente infondata sulla storia del PCI e sui motivi che ne hanno fatto il più grande partito comunista in occidente.

Secondo i canoni dell’odierno pensiero dominante la grandezza del PCI si deve sostanzialmente alla grandezza dei suoi dirigenti, Togliatti in testa. E segnatamente alla raffinatezza della politica delle alleanze e all’immancabile “cultura di governo”.

Senza nulla togliere all’effettiva statura di Togliatti e di tutto il gruppo dirigente del PCI, mi preme sottolineare che senza l’intreccio dei tre fattori di cui sopra in PCI non avrebbe, in nessun caso, potuto essere quel che è stato.

Infatti, senza un contesto economico nel quale le lotte potevano essere efficaci socialmente, nessuna raffinata politica delle alleanze in parlamento avrebbe potuto strappare risultati concreti e, a lungo andare, la rappresentanza politica avrebbe finito con l’essere avvertita anch’essa come inefficace, inutile e dedita a coltivare interessi di partito (oggi si direbbe di casta), separati da quelli dei rappresentati.

Senza la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale tutte le lotte generali che richiedevano riforme legislative non avrebbero mai raggiunto l’obiettivo di codificare in leggi le proprie rivendicazioni. Un partito come il PCI, antagonista ed inviso al potere imperialistico statunitense e perciò impossibilitato a conquistare il governo direttamente, senza la possibilità di allearsi con il PSI e con parti della DC sui temi posti dalle lotte sociali e con i partiti laici contro la DC sui temi civili, avrebbe finito con il testimoniare una posizione senza mai raggiungere obiettivi concreti. E conseguentemente non avrebbe mai accumulato il consenso elettorale che invece conquistò esattamente grazie all’utilità ed efficacia della rappresentanza.

Ovviamente a Togliatti e al gruppo dirigente del PCI va attribuito il merito enorme di aver analizzato correttamente le contraddizioni e la natura del capitale dell’epoca e di aver principalmente contribuito a produrre la repubblica parlamentare.

Tuttavia, se per esempio la DC avesse vinto le elezioni della legge truffa nel 53 (le perse per lo 0,2 % dei voti) e l’Italia avesse conosciuto una dialettica politica fondata sulla scelta del governo attraverso alleanze, costruite previamente alle elezioni, per conquistare il famoso premio di maggioranza, il PCI sarebbe stato marginalizzato e mai avrebbe potuto crescere elettoralmente parallelamente alla crescita delle lotte.

Quanto detto finora dimostra inequivocabilmente che il “caso italiano” è dovuto sostanzialmente ad un intimo rapporto fra “sociale e politico”.

Le lotte, di per se efficaci dentro il contesto strutturale del capitalismo dell’epoca, trovavano vittorie e coronamenti attraverso le elezioni, grazie alla possibilità delle rappresentanze di classe di sviluppare una politica efficace, anche se dall’opposizione. Le “alleanze” erano strettamente connesse ad obiettivi generali e parziali, si sviluppavano dopo le elezioni ed erano variabili secondo l’andamento dei rapporti di forza sociali, essendo strette fra partiti e parti di partiti legati a classi e/o parti della società. La “cultura di governo” non era l’idea che bisognasse allearsi con altri, con mediazioni al ribasso, per conquistare il governo per poi gestire l’esistente, bensì il complesso di proposte programmatiche di fase volte a conquistare migliori condizioni di vita per le masse popolari, a democratizzare la società e a consolidare basi per una transizione al socialismo.

Ma il PCI non era, come molti oggi credono e purtroppo dicono, dedito principalmente ad elaborare proposte, programmi e tattiche volte a fornire uno “sbocco” politico alle lotte.

Per quanto visibile, e misurabile con i voti elettorali, il lavoro svolto nella dimensione politica, elettorale ed istituzionale non era affatto la principale attività del PCI. Per quanto importante senza la lotta di classe e senza l’organizzazione sociale non avrebbe mai potuto produrre nessun risultato.

Ma è altrettanto sbagliato pensare che il PCI dirigesse direttamente le lotte come una pura avanguardia.

Un partito comunista serio è tale se è uno strumento complessivo della classe. Può essere clandestino, di quadri, di massa, a seconda delle condizioni in cui opera. Ma se non affonda le proprie radici nella classe, se non ha come bussola la lotta di classe e i rapporti di forza sociali, se non possiede una prospettiva strategica, finirà per snaturarsi trasformandosi in una setta parolaia o in una formazione affetta dal cretinismo parlamentare e dall’elettoralismo più spinto.

Le condizioni particolari di cui abbiamo parlato più sopra sono la base analitica e concreta della svolta che partorisce il “partito nuovo” proposto e voluto da Togliatti.

Non si tratta di un modello astratto migliore di altri o replicabile dovunque, bensì dello strumento meglio capace di sfruttare tutti gli spazi e possibilità che la realtà italiana del dopoguerra, sociale e politico – istituzionale, permette.

In particolare il PCI è il partito che promuove lotte locali a nazionali, costruisce organizzazione sociale e sindacale, produce luoghi di aggregazione culturale, ricreativa e perfino sportiva.

L’idea secondo la quale il partito dirigeva dall’alto sindacato, movimento cooperativo, case del popolo ecc è una bufala di proporzioni gigantesche.

Il partito promuoveva e dirigeva la lotta di classe essendone uno strumento inseparabile e complessivo. Dalla più piccola sezione alla direzione nazionale la principale attività consisteva nell’agire articolatamente e direttamente in tutte le sfere della società. Vale a dire a livello sociale promuovendo le battaglie sindacali, casse di mutuo soccorso, cooperative di produzione, di consumo ed edilizie, associazioni di categoria di commercianti ed artigiani, organizzazioni di donne e così via. A livello culturale luoghi di aggregazione come le case del popolo, l’ARCI con tutte le sue svariate sezioni, organizzazioni di artisti ed intellettuali e così via. A livello politico ed istituzionale partecipando alle elezioni ed eleggendo gruppi consiliari e parlamentari propri ed indipendenti (come la sinistra indipendente), in grandissima maggioranza espressione diretta delle esperienze di lotta più avanzate e composti in modo di essere all’altezza del compito in ogni settore legislativo.

Negli organismi dirigenti a tutti i livelli sedevano quadri politici direttamente impegnati nelle lotte e nelle grandi organizzazioni di massa. Ed era continuo lo scambio di quadri e funzionari fra le diverse attività del partito, sindacali, sociali, culturali e politiche.

Ovviamente non mancavano contraddizioni e problemi, come una notevole burocratizzazione di un partito con migliaia di funzionari. Come la “specializzazione” e tendenziale allontanamento dal sociale di numerosi quadri amministrativi ed istituzionali. Come un alto grado di conformismo e di eccessivo patriottismo di partito. Ed altro ancora. Ma in questa sede non si tenta di analizzare i problemi intrinseci del partito di massa. Si tenta, invece, di sfatare il mito secondo il quale gli organismi dirigenti a tutti i livelli del PCI erano dediti unicamente a formulare “strategie” e “tattiche” politico istituzionali e non a costruire le lotte e gli organismi di massa.

Infatti il PCI lavorava all’unità sindacale e all’unità politica della classe. Perciò Lega delle Cooperative, sindacato, ARCI e cosi via erano organizzazioni aperte ed unitarie. E perciò avevano un alto grado di autonomia. Ma è paradossale pensare che queste organizzazioni siano nate spontaneamente e che il partito le dirigesse in quanto operante nella sfera della politica istituzionale.

Del resto il circolo virtuoso di cui abbiamo parlato più sopra funzionava prevalentemente anche fuori dalla politica istituzionale. Ad ogni vittoria operaia nei contratti sul salario, che non aveva bisogno di alcun intervento legislativo, il PCI guadagnava voti. E con quei voti, grazie alle tattiche ed alleanze parlamentari adeguate, conquistava salario indiretto e diritti attraverso l’implementazione del welfare e di leggi avanzate.

Insomma, solo la lotta di classe era il motore della trasformazione sociale che permetteva, grazie alla repubblica parlamentare e al sistema proporzionale, di conquistare leggi e potere.

L’idea, oggi imperante per effetto della cultura dominante attualmente egemone, che ha cancellato la lotta di classe, secondo la quale le conquiste sociali e democratiche erano il frutto delle avanzate elettorali e non viceversa, è la mistificazione esiziale alla base del grande tradimento.

Il grande tradimento.

 All’inizio degli anni 70 comincia la controffensiva capitalistica. Essa è motivata da condizioni strutturali sia a livello globale sia a livello nazionale. Caduta tendenziale del saggio di profitto, potere conquistato dai lavoratori, regole monetarie e finanziarie che impediscono e/o limitano fortemente la vocazione finanziaria del capitalismo, sono fattori decisivi. Richiederebbero una lunga trattazione, sempre che si pensi che l’analisi del capitale e dell’andamento dei rapporti di forza sociali siano fondamentali per capire la realtà.

Ma non è questa la sede per farlo.

Resta il fatto che in Italia ancora negli anni 70 il circolo virtuoso di cui sopra funziona pienamente. Sono gli anni in cui l’accumulazione della forza nei rapporti sociali e in cui nuove e più avanzate rivendicazioni permettono il raggiungimento di grandi conquiste sia sul piano sociale sia sul piano politico. Basti pensare alle crescite salariali, alla scala mobile, alle 150 ore, al servizio sanitario nazionale, all’equo canone, alla chiusura dei manicomi, al divorzio e all’aborto e così via. Ognuna di queste conquiste è il frutto di lotte, scioperi, manifestazioni, senza cui nessuna “politica delle alleanze” e “cultura di governo” avrebbe mai potuto ottenerle. Ma è anche il frutto della possibilità in parlamento di fare alleanze ad hoc su ognuna, indipendentemente dallo schieramento che sta al governo.

Esattamente all’inizio degli anni 70 gli USA denunciano gli accordi di Bretton Woods. Lentamente ma inesorabilmente comincia una modificazione strutturale del capitalismo. Le economie nazionali sono esposte alla libera oscillazione dei mercati valutari, le imprese iniziano ad avere una sempre più accentuata vocazione alle esportazioni, il mercato nazionale perde la sua centralità. Già alla fine degli anni 70 inizia il processo di finanziarizzazione impetuosa dell’economia, di deindustrializzazione, di ristrutturazione e di delocalizzazione. Oltre al concentramento di produzione e commercio nelle mani delle società multinazionali.

Viene meno il primo fattore su cui si fondava la forza del movimento operaio italiano. La principale arma, lo sciopero, inizia a non essere più efficace come prima. E cominciano le sconfitte. La società, come si vedrà bene negli anni 80, ha sempre più al centro il capitale finanziario e speculativo, e quindi si modifica velocemente. Si disgrega e cresce l’individualismo, l’idea del facile arricchimento facendo soldi con i soldi.

Nel breve volgere di pochi anni le sconfitte sono incontenibili. I rapporti di forza sociali diventano sempre più sfavorevoli, le lotte perdenti, le rappresentanze politiche incapaci perfino a difendere le conquiste degli anni precedenti. Si afferma nella società la cultura del mercato, della competizione assoluta. I comunisti vengono descritti sempre più come vecchi, incapaci di capire e quindi governare le meraviglie della modernizzazione. Gli operai come una razza in via di estinzione giacché cresce il “terziario avanzato”. La classe operaia come un concetto obsoleto giacché si dice, anche se si tratta in gran parte di una patente mistificazione,  che perfino gli operai sono diventati “rentiers” in quanto “risparmiatori” e possessori di BOT e CCT.

C’è ancora la repubblica parlamentare, c’è ancora una grandissimo Partito Comunista di massa. Ma come si vede, venendo meno rapporti di forza sociali favorevoli, il circolo virtuoso si interrompe. La sconfitta della FIAT del 1980 non si può evitare con nessuna “abilità politica” né alleanza o manovra parlamentare. Al contrario apre una stagione nella quale anche in parlamento arriva una sconfitta dietro l’altra. A cominciare dalla proclamata “indipendenza” dal potere politico della Banca centrale e dai 4 punti di scala mobile tagliati dal governo Craxi.

Il PCI, che con Berlinguer sceglie di non separare i propri destini da quelli della classe, nonostante la sua forza è ormai un partito isolato. Impossibilitato a vincere battaglie sociali e parlamentari difensive. Come dimostra la sconfitta nel referendum sui 4 punti di scala mobile del 1984. Figuriamoci a fare nuove conquiste.

È chiaro o non è chiaro che tra i tre fattori, di cui abbiamo tanto parlato, il principale e decisivo è quello dell’andamento dei rapporti di forza sociali?

O si vuol sostenere che le sconfitte e l’incipiente declino elettorale arrivano per l’incapacità del PCI di capire il “nuovo”? Per l’attardarsi in analisi e descrizioni della realtà con strumenti obsoleti come il marxismo? Per l’abbandono della “cultura di governo? Per la mancanza di un leader forte dopo la morte di Berlinguer? Per un rigurgito di settarismo verso il PSI di Craxi? Per la lentezza elefantiaca del PCI a capire novità e ad adeguarsi ad esse a causa del potere “conservativo” dei suoi apparati burocratici?

Basta rimuovere l’analisi del capitale e dei rapporti di forza sociali per poter dire qualsiasi cosa circa la crisi del PCI. Ovviamente ogni spiegazione ha un piccolo o meno piccolo nucleo di verità. Ma resta il fatto che non si può, o non si dovrebbe, giudicare l’andamento delle fortune di un partito dedito alla lotta di classe rimuovendo la lotta di classe dall’analisi, o riducendola ad una variabile dipendente da fattori assolutamente secondari.

Potevano la repubblica parlamentare e il sistema dei partiti rimanere uguale a se stessi se la struttura dell’economia capitalistica, della formazione sociale conseguente, della cultura e del “senso comune”, diffusi anche fra le classi subalterne, erano così profondamente cambiati?

Evidentemente no.

Lo capisce bene Berlinguer che denuncia una degenerazione del sistema dei partiti già agli inizi del processo. La famosa “questione morale” è stata con il tempo ridotta alla mera denuncia della corruzione e ad una sorta di dimensione etica. Non c’è quasi nessuno, oggi, che non la citi come esempio. Ma in modo strumentale e rimuovendone l’analisi sistemica che l’ispirava.

I partiti cominciano a separare le proprie sorti da quella dei loro rappresentati. Valga per tutti l’esempio del PSI che cambia campo e si trasforma nel più coerente rappresentante del capitalismo finanziario emergente, che propugna il “decisionismo” al posto della mediazione di interessi nelle istituzioni, il leaderismo al posto della democrazia nella vita del suo partito (con tanto di elezioni per acclamazione), l’obiettivo del governo fine a se stesso e quindi contrapposto, dati i rapporti di forza sociali, agli interessi dei lavoratori.

La “politica” intesa come tattica e strategia nella dialettica parlamentare diventa un “gioco” fatto di manovre, scontri personali, “trovate” suggestive. E soprattutto la dialettica governo opposizione diventa uno scontro frontale nel quale è impossibile trovare mediazioni che non incorporino le compatibilità dell’economia vigente. La “vera” ed importante dialettica politica, per esempio, è quella che avviene dentro lo schieramento governativo fra una DC in crisi e un PSI che, nonostante lo scarso consenso, pretende per se la presidenza del governo.

Il PCI è fuori dai giochi. Nonostante la sua forza conta sempre meno giacché i suoi rappresentati cominciano a peggiorare le proprie condizioni di vita. Al suo interno, anche rispondendo ad esplicite richieste esterne, si affermano sempre più posizioni di destra. Una classica che propugna di uscire dall’isolamento con l’unità della sinistra. Con l’unità, cioè, con il PSI di Craxi che sta al governo ed è diventato nei fatti un partito ben più a destra della DC, corrotto ed autoritario. Ed una nuova e molto suggestiva, apparentemente più di sinistra. Quella che dice: “non vogliamo morire democristiani”.

E proprio qui sta il grande tradimento.

I rapporti di forza sociali, cambiati in peggio da fattori oggettivi relativi alla natura del capitale, del mercato e alle conseguenti modificazioni sociali e culturali, non sono più la bussola della politica del partito. L’obiettivo non è più modificarli, anche attraverso una lunga fase difensiva e di resistenza, scontando anche eventuali minori consensi elettorali, bensì assumerli come orizzonte immodificabile della politica.

Il partito che ha conquistato moltissimo dall’opposizione comincia a dire che “solo” dal governo si possono cambiare le cose. E alla contrapposizione di classe nella società si sostituisce la contrapposizione alla DC nel sistema politico.

Va da se che per andare al governo bisogna liberarsi da ogni retaggio relativo alla lotta di classe per diventare un partito “moderno”, “nuovo”, semplicemente di “sinistra”. E va da se che la repubblica parlamentare e il sistema proporzionale non sono idonei allo scopo di “vincere” le elezioni ed andare al governo mentre la propria base sociale perde.

È su queste basi che si scioglie il PCI e che il PDS diventa la punta di diamante del passaggio alla seconda repubblica del maggioritario. Con gran parte del gruppo dirigente che non vede l’ora di diventare finalmente personale di governo e con una base, militante ed anche elettorale, ridotta alla speranza infondata, come si vedrà bene nel corso dei seguenti 25 anni, che la conquista del governo possa cambiare l’Italia e le condizioni di vita delle classi subalterne.

Rifondazione comunista.

 Rifondazione nasce per effetto del grande tradimento e per tentare di contrastarlo.

Non si può qui fare un’analisi approfondita, tantomeno una ricostruzione storica.

Ma, secondo me, una cosa è essenziale per capire la recente crisi del partito. Ed è l’unica su cui vale la pena di soffermarsi.

Ancora una volta si tratta di qualcosa di fondamentale, di strutturale. Senza capire la quale si finisce inevitabilmente per dare spiegazioni superficiali, sbagliate, ed in ultima analisi utilizzando esattamente le categorie interpretative proprie del pensiero e del senso comune dominanti.

Non è questione di leader, buoni o cattivi. Non è questione di tattiche elettorali, azzeccate o meno. Non è questione di immagine, appropriata o meno. Non è questione di formule organizzative, efficaci o no. Non è questione di unità o divisioni interne.

Ognuna di queste cose esiste, e si può discuterne all’infinito dividendosi all’infinito. Ma in realtà sono tutte effetti di una realtà oggettiva totalmente indipendente dalla volontà del partito e soprattutto di un errore gravissimo, questo si soggettivo.

La finanziarizzazione e globalizzazione del capitale, la perdita di potere degli stati nazionali circa l’economia, la società individualizzata e disgregata, la perdita di coscienza di classe della stragrandissima maggioranza dei proletari, il trionfo dell’ideologia liberista, la trasformazione delle istituzioni operata dal maggioritario e dalla centralità del governo, la degenerazione in spettacolo del dibattito politico pubblico e così via, non sono ascrivibili ad errori del PRC. Sono i frutti velenosi di un trentennio di sconfitte e modificazioni dei rapporti di forza sociali.

Cataloghiamole, per comodità, come cose oggettive.

L’errore soggettivo sta semplicemente nel non aver capito analiticamente e fino in fondo questa realtà oggettiva. Un errore madornale. Secondo me imperdonabile.

Rifondazione ha propugnato per anni giuste posizioni. Non ha mai disertato una sola lotta, spesso in solitudine. Ha visto e denunciato la degenerazione sindacale della “concertazione”. Ha visto giusto sull’Europa dei trattati neoliberisti. Ha capito e propugnato la necessità di conquistare una dimensione internazionale della lotta e dell’alternativa.

Ma essendo un partito politico principalmente dedito alla conquista del consenso elettorale, ed obbligato a giocare la partita sul campo truccato ed ostile del maggioritario, alla fine, con il tempo, è stato plasmato e trasformato dal sistema della politica della seconda repubblica.

Non è la stessa cosa promuovere e partecipare alle lotte, presentarsi alle elezioni per veicolarne gli obiettivi nelle istituzioni raggiungendo risultati concreti anche attraverso mediazioni e compromessi, o finire con l’agitare contenuti di lotta, partecipare ad un gioco di alleanze e contrapposizioni, ad una pseudo discussione spettacolarizzata sui mass media, senza mai raggiungere un risultato concreto per la propria base sociale ed elettorale.

In altre parole, dentro il bipolarismo in alleanza con il centrosinistra o in contrapposizione ad esso non c’era spazio per la conquista di alcun risultato serio e concreto. Ma non a causa di opportunismo o di settarismo, bensì per il semplice motivo che il sistema politico, istituzionale, massmediatico ed elettorale erano totalmente impermeabili a qualsiasi rivendicazione seriamente antagonista. Oggi la situazione è diversa, come vedremo più avanti. Perché è lo stesso sistema politico bipolare ad essere in crisi. E perché la crisi economica e i suoi effetti permettono di pensare di conquistare maggioranze elettorali contro centrodestra e centrosinistra, e nonostante le leggi maggioritarie. Come dimostra l’esperienza greca.

Ma negli anni 90 e 2000 senza questa consapevolezza ad ogni appuntamento elettorale le scelte, invece che meramente tattiche, apparivano come strategiche ed investivano la stessa “identità” del partito.

Non mancava un certo grado di consapevolezza di questa realtà ostile. Tuttavia non se ne sono mai tratte le conseguenze.

Come abbiamo visto nella prima repubblica per i comunisti era possibile accumulare forza sociale, tradurla in forza elettorale, in un partito di massa. Nella seconda si poteva, sulla base della denuncia delle ingiustizie sempre più gravi, conquistare un qualche consenso allusivo di una possibile resistenza. Ma poi quel consenso veniva macinato e digerito nella dialettica del maggioritario che espungeva i contenuti sociali e di lotta e riduceva tutto a scontro fra leader e a interessi elettorali di bottega.

Nella prima repubblica si poteva costruire un partito comunista di massa, nella seconda era impossibile. Non si poteva, cioè, accumulare consenso perché, a causa dei mancati risultati e soprattutto della spettacolarizzazione del dibattito politico, questo era destinato ad essere volatile. Analogamente dentro il partito ad ogni scelta di una certa importanza di manifestava una divisione su posizioni inconciliabili. Governismo ed “alleantismo” contro settarismo e “testimonianza”. Esattamente secondo il copione previsto dal sistema per una forza antagonista. E il dibattito interno invece che crescere nell’analisi della fase, e quindi nella consapevolezza di avere a che fare con un problema strategico e di lungo periodo, virava sempre più in scontri e divisioni astratte nelle cui fazioni si potevano comodamente annidare opportunismi e personalismi di ogni tipo.

Si possono scrivere interi saggi su Rifondazione e più in generale sulla sinistra in Italia. Ma senza centrare il necessario rapporto di una forza antagonista con l’andamento reale dei rapporti di forza sociali, con la cultura egemone e con la natura impermeabile delle istituzioni e del sistema elettorale si finirà sempre con lo scambiare gli effetti per le cause. Aumentando illusioni, confusione e divisioni.

La lezione e il che fare.

 Se è vero quanto detto finora, bisogna sapere che è necessario ricostruire rapporti di forza sociali favorevoli per poter pensare di essere anche minimamente efficaci sul piano politico -elettorale. Solo un progetto complessivo e strategico può farlo. Complessivo perché fondato su un’analisi della crisi capitalistica, sui suoi effetti sociali e culturali, e strategico perché teso a costruire un blocco sociale capace di imboccare la fuoriuscita a sinistra dalla crisi e di ottenere il consenso sufficiente a farlo nonostante il sistema elettorale vigente. Senza il progetto non esiste nessuna scorciatoia elettoralistica capace di capovolgere i rapporti di classe e tantomeno di sconfiggere il pensiero dominante ed egemone.

Oggi è possibile, perché ci sono due novità importantissime.

La prima sta nel fatto che la crisi capitalistica attuale, di lunga durata e tesa a precipitare in nuove e più vaste e profonde crisi, è un terreno di scontro che, seppur drammaticamente, fornisce alle posizioni critiche del capitalismo nuove opportunità.

L’altra novità sta nel fatto che il sistema politico si è talmente separato dalle dinamiche sociali che nel tempo della crisi sconta una totale impopolarità, ancorché segnata da una grande confusione. E non bisogna sottovalutare le derive autoritarie che dall’alto (uomo unico al comando) possono riuscire a connettersi all’insofferenza del popolo verso la politica.

È sul combinato disposto di queste due novità che è necessario riflettere bene per trovare la strada giusta.

Vediamole, quindi, più approfonditamente.

La crisi, che a dimostrazione della correttezza delle nostre analisi fin dagli anni 90, era più che prevedibile nel contesto del neoliberismo imperante in Europa, non lascia nulla immutato.

Ormai Rifondazione ha prodotto una messe di analisi serie sulla natura strutturale e “costituente” della crisi capitalistica in Europa. Non c’è bisogno di tornarci in questa sede.

Ma su un punto della prassi (nel senso gramsciano del termine) è necessario un salto di qualità.

Nella società vi sono lotte difensive e di resistenza. Non sono nemmeno poche. Ma non abbiamo lotte che si propongano obiettivi avanzati e nuove conquiste (o riconquiste). Non solo non esiste un coordinamento efficace delle lotte esistenti, ma soprattutto non esiste nessun progetto o programma generale ed unificante che permetta loro di poter esistere al di fuori della sconfitta della loro vertenza specifica, locale o particolare. Eppure il sistema è per sua natura impossibilitato a redistribuire la ricchezza e a rinunciare alla speculazione e alla crescente privatizzazione di tutto ciò che rimane di pubblico. A cominciare dai cosiddetti beni comuni.

Ne deriva che non può esserci lotta di resistenza e/o difensiva che possa strappare risultati efficaci delegando “qualcuno” a mediare od ottenere cose anche parziali nell’ambito delle compatibilità del sistema. Compatibilità strutturali dovute alla natura del capitale e ormai consacrate, cristallizzate in leggi e perfino costituzionalizzate.

Chi pensa sia necessario lottare contro il capitalismo deve (ripeto: DEVE!) principalmente porsi il problema di come far nascere, far sviluppare e crescere, unificare dentro una prospettiva di largo respiro, le lotte e tutte le forme di ricostruzione di aggregazione sociale.

Non deve (ripeto: NON DEVE!) principalmente porsi il problema di come conquistare il consenso elettorale agitando contenuti di lotta in modo propagandistico per farli pesare in relazioni politiche dentro le istituzioni nella speranza che prima o poi, con una mossa o un’altra, con questa o quella alleanza, si possa invertire la tendenza.

Non deve (ripeto: NON DEVE!) illudersi che basti rivendicare un passato glorioso e/o fare l’apologia delle lotte, predicare la rivoluzione e la coscienza di classe e testimoniare con una lista elettorale il proprio grado di purezza, nella speranza che prima o poi arrivino i risultati sperati socialmente ed elettoralmente.

Il problema è molto complesso. Non ha soluzioni semplicistiche. Ma c’è un bandolo della matassa da individuare e tirando il quale si può sperare di dipanarla. È la pratica sociale. Il “radicamento” è un concetto ambiguo che si presta a gravi equivoci. In realtà dovrebbe essere la conseguenza diretta della pratica sociale. Ma se è invece inteso come “parlare dei veri problemi sociali” e/o interloquire, dall’interno della sfera politica dei partiti con comitati e movimenti di lotta, è in realtà impossibile radicarsi veramente. Per il semplice motivo che questo tipo di relazione incorpora e riproduce la separatezza della sfera della politica – istituzionale da quella della realtà sociale. Ed essendo la politica istituzionale impermeabile alle dinamiche sociali i movimenti di lotta percepiranno, se va bene, come puramente strumentali, al fine della conquista di voti elettorali, i tentativi di interlocuzione e adesione ai loro contenuti. O, se va male, continueranno, non avendo coscienza dell’impermeabilità strutturale del sistema alle loro rivendicazioni, ad orientarsi verso illusioni e speranze mal riposte in personaggi vari e schieramenti candidati al governo.

Al di la di questa descrizione astratta è quel che si può verificare ogni giorno parlando con persone che si considerano di sinistra, che partecipano attivamente a lotte, ma che credono all’alternatività di Grillo, di Vendola, e perfino di Renzi. E che, non vedendo l’impermeabilità del sistema ai contenuti sociali credono che il problema risieda nella forma partito o nella bontà o meno del leader di turno.

Insomma, un partito comunista che sia degno di questo nome si organizza ed opera in qualsiasi contesto. Un partito di classe, che pensa prevalentemente all’organizzazione sociale e alla lotta, a seconda delle circostanze può resistere in clandestinità sotto il fascismo per 20 o 40 anni, può sfruttare qualsiasi spazio di una qualsiasi democrazia borghese, può fare mille alleanze diverse o trovarsi isolato in contesti particolarmente ostili. Deve avere la duttilità sufficiente per adeguare la propria forma ed organizzazione, il proprio dibattito e democrazia interna, alla realtà nella quale opera. E deve quindi prestare una speciale attenzione all’analisi della realtà, e non liquidarla con semplificazioni vergognose. Tantomeno può assumere come immutabili le forme della propria organizzazione e quelle della relazione con lo stato e le eventuali elezioni, per poi analizzare e descrivere la realtà in modo che questa coincida con esse.

Se la classe “per sé” di marxiana memoria non c’è bisogna costruirla. E per farlo bisogna essere immersi fino in fondo nella realtà sociale. Punto.

Se il sistema è impermeabile il circolo virtuoso alla base del partito comunista di massa non si può riprodurre né con una propensione “alleantista” né con una “testimoniale”. Punto.

Le contraddizioni prodotte dalla fase capitalistica attuale sono enormi. Se nelle lotte si affermano idee e posizioni subalterne che confondono effetti con cause e confondono amici con nemici, la situazione peggiorerà sempre più. Nessun dio ci salverà. Ulteriori ed inediti peggioramenti della condizione di vita delle masse, come crescenti autoritarismi e criminalizzazione dell’opposizione residuale saranno inevitabili. Ma per poter evitare questa deriva è necessario dedicarsi incessantemente e prevalentemente al lavoro sociale. Punto.

Dentro il lavoro sociale diffuso ed articolato è indispensabile svolgere una funzione egemonica. Ma la funzione egemonica consiste nel lavoro paziente affinché vi sia la conquista da parte delle masse e delle lotte della coscienza necessaria a svolgere esse stesse una funzione egemonica nella società. Unificando fronti di lotta, elaborando programmi di lotte e rivendicazioni e strutturando una prospettiva di lungo periodo. Non certo illudendosi che sventolando bandiere di partito nelle manifestazioni, distribuendo materiali, redigendo interrogazioni o mozioni nelle istituzioni, utilizzando qualche scampolo di spazio nei mass media, si possa sostituire la indispensabile partecipazione diretta alle lotte e ad ogni forma di aggregazione sociale. Punto.

Ne deriva che il partito deve organizzarsi, strutturarsi, formare militanti e selezionare gruppi dirigenti, per ottemperare a questo compito. Al compito di fare la lotta di classe sul terreno sociale come principale attività. Al compito di costruire aggregazioni sociali di ogni tipo contrastando così materialmente la disgregazione sociale prodotta dal sistema. Al compito di svolgere una lotta ideologica e culturale incessante allo scopo di contrastare il pensiero dominante e di minarne l’egemonia.

Come abbiamo già detto, oggi nella crisi che mette a nudo le contraddizioni prodotte da questa fase capitalistica, e in un momento nel quale le condizioni per l’insorgenza di conflitti sono di fatto favorevoli, questo lavoro può essere molto efficace e produrre grandi risultati, nonostante l’esiguità delle forze del partito.

È un lavoro di lunga lena, che avrà fiammate e arretramenti, ma è un lavoro che può accumulare forze consistenti. A patto che, lo ripeto, sia vissuto ed assunto come il compito principale del partito, come il suo modo di essere, come la fonte qualificante della sua stessa identità anticapitalista e comunista. Perché altrimenti, se finalizzato e subordinato ad obiettivi elettorali, finirà inevitabilmente per essere frustrato dall’oggettiva impossibilità di tradurlo in consensi crescenti immediati.

Non sta a me, in questa sede, fare proposte concrete di riforma del partito.

Però è evidente che se la maggioranza dei militanti e dei gruppi dirigenti non si armano della consapevolezza necessaria sulla primazia della battaglia sociale e culturale, rispetto a quella della sfera più propriamente politica ed elettorale (sulla quale torneremo a breve), non c’è proposta di riforma del partito che possa funzionare.

In particolare vi sono due cose da rimuovere per poter anche solo sperare di trasformare il partito in un collettivo dedito alla lotta di classe.

La prima è l’arretramento culturale complessivo di cui è vittima.

Se militanti e perfino dirigenti leggono la realtà secondo le semplificazioni dei luoghi comuni, infondati ma suggestivi, prodotti dal sistema, non c’è speranza.

Se militanti e dirigenti confondono la discussione teorica, la ricerca culturale, per loro natura vivaci e dense di polemiche, ma che richiedono serietà, studio e capacità di ascolto delle regioni altrui, con il chiacchiericcio superficiale dei social network, con gli insulti e le grida, con le affermazioni iperboliche, con le battute, non c’è speranza.

La seconda è la divisione in correnti. Che non ha nulla a che vedere con il pluralismo culturale, che invece è umiliato e ristretto proprio dalle correnti.

Su questo punto è necessario un minimo approfondimento.

Le correnti si sono formate con il tempo, composte e ricomposte più volte, sempre a partire dalle scelte e dagli esiti delle scelte elettorali e di alleanze o meno in schieramenti. Questo frutto velenoso di una malintesa primazia della politica istituzionale, che mi sono sforzato di criticare in questo scritto, ha perfino travolto un principio basilare e fondamentale di un partito comunista. La sua autodisciplina.

Per quanto questo termine possa far arricciare il naso a molti, esso è un concetto consustanziale alla natura di classe del partito. La classe necessita di forza, di unità e di coesione per resistere alle avversità e per battere i suoi avversari, immensamente più forti e potenti di lei. Un partito che voglia essere di classe non sfugge a questa regola. La libertà di opinione e di ricerca arricchiscono il collettivo solo se partecipano alla costruzione di analisi, posizioni e decisioni capaci incidere nella realtà con l’azione. E per fare quest’ultima cosa, che differenzia un partito politico da un’associazione culturale, è necessario che quanto deciso democraticamente possa realizzarsi. Quanto più partecipato è il processo di discussione e di decisione tanto più forte sarà il vincolo ad applicare ciò che si è stabilito. Alla fine di un processo di discussione e decisione è fisiologico che esista un dissenso. Che non va nascosto né minimizzato. Che può essere reso pubblico e mantenuto. Fermo restando che è solo il dissenziente a decidere se renderlo pubblico e mantenerlo, e seconda della rilevanza che egli stesso gli attribuisce. Ma c’è un limite: in nessun modo il dissenso può tradursi in opposizione e in azione volta ad impedire che si realizzi quanto deciso dalla maggioranza del collettivo.

Questo limite è stato superato, soprattutto nei gruppi eletti nelle istituzioni, innumerevoli volte nella storia di Rifondazione. E lo è tutt’ora continuamente. Il superamento di questo limite produce scissioni, divisioni irreparabili e in ogni caso un indebolimento del partito.

Tutto ciò è un riflesso diretto esattamente della concezione secondo la quale è nelle elezioni ed istituzioni che si trova il vertice di tutto.

Infatti, gratta gratta e al netto di roboanti proclami ideologici, le correnti di Rifondazione tutte, compresa la maggioranza, sono diventate partiti nel partito. Gli organismi dirigenti “parlamentini” con una dialettica governo – opposizione. Con l’effetto, risibile e paradossale, ma non per questo meno grave, che le correnti di minoranza nel mentre proponevano che non esistesse nessun vincolo di mandato nemmeno nelle istituzioni, al loro interno praticavano una ferrea disciplina. E con l’effetto che la discussione invece che un approfondimento, e la ricerca di una sintesi, diventa una schermaglia strumentale fra posizioni preconfezionate nelle riunioni di corrente, che in quanto discusse e approvate, dopo aver trovato una sintesi in quella sede, diventano pressoché immodificabili. Il tutto con il corollario di ostruzionismi, giochi sul numero legale, furbizie tattiche, demagogie di ogni tipo. Per non parlare della qualità degli eletti negli organismi decisi dalle correnti, spesso sulla base della fedeltà invece che delle capacità.

Va da se che una simile strutturazione produce una dialettica opposta alla valorizzazione di culture diverse che, infatti, essendo usate strumentalmente per giustificare e spiegare scelte eminentemente politiche, vengono ridotte a caricature.

Le istituzioni e le elezioni

 I rapporti sociali sfavorevoli sono stati la base oggettiva  delle “riforme” del sistema elettorale ed istituzionale in senso presidenzialista e maggioritario. Quelle riforme incorporano il segno di classe della vittoria capitalistica di lungo periodo e ne blindano gli effetti a livello politico.

È inutile, in questo scritto, tornare a descrivere gli effetti perversi prodotti dal nuovo sistema su una forza antagonista come Rifondazione.

Ma una cosa deve essere chiara.

La dimensione elettorale e politico-istituzionale è importante. Lo è ancor di più in una fase di sconfitta sociale.

Il sistema ha chiuso gli spazi della rappresentanza di classe in quanto essa, anche quando conquista seggi nelle istituzioni, è impedita ad ottenere risultati concreti, o perché interna ad uno schieramento che accetta le compatibilità del sistema o perché isolata e ridotta a testimonianza.

Di fronte a questa realtà, secondo me inconfutabile, due cose non si possono fare.

La prima è essere indifferenti alla dimensione politico istituzionale nell’illusione che le lotte sociali alla lunga produrranno le condizioni per un rovesciamento del sistema.

La seconda è, come abbiamo già detto abbondantemente, partecipare alle elezioni nell’illusione che, nonostante l’impermeabilità del sistema, si possano modificare a partire dalla sede istituzionale i rapporti di forza sociali.

Entrambe queste posizioni sottovalutano il segno di classe del sistema politico elettorale e soprattutto sfuggono al problema del potere, o rimandandolo nel tempo all’infinito o separandolo dai rapporti di forza sociali.

Il sistema è a suo modo coerente con una realtà sociale segnata dal dominio del mercato capitalistico e con il senso comune di massa.

Non è né puro dominio politico né abbastanza neutro da essere permeabile.

Ciò riconduce alla centralità del sociale. Ma il lavoro sociale, le lotte (per dirlo in forma generica), necessitano di intervenire nella sfera del potere politico. Solo in questo modo possono costruirsi una coscienza, un’unità e una capacità di durare nel tempo. Altrimenti restano episodiche e separate fra loro. O, peggio ancora, non ponendosi il problema politico per eccellenza, che è il potere, finiscono con l’essere riassorbite dal sistema, che le usa strumentalmente dentro la falsa dialettica del maggioritario.

Qui vale la pena di fare alcuni esempi concreti.

La Fiom, credo si possa dire così, è l’unica organizzazione realmente di massa che ha mantenuto un qualche collegamento con l’ispirazione di classe del sindacato. Non c’è bisogno di elencare le lotte e le posizioni della Fiom che lo testimoniano.

Ma che succede quando la Fiom incontra il problema della politica, e cioè del potere?

Diventa testimoniale perché non riesce mai ad ottenere niente attraverso, anche quando le ha, persone e perfino forze politiche presenti nelle istituzioni che ne sposano, a parole e solo a parole, i contenuti. O diventa subalterna perché si limita a chiedere che “la politica”, segnatamente il centrosinistra perché è l’unico che potrebbe farlo dal governo, tenga conto delle sue rivendicazioni e contenuti. Peccato che il centrosinistra non può farlo perché quei contenuti sono antagonisti rispetto alle compatibilità del sistema.

Il movimento per i beni pubblici, tanto forte ed articolato nel paese da aver promosso e vinto un referendum sull’acqua e i servizi pubblici, quando sono arrivate le elezioni è stato riassorbito dal centrosinistra, che nella carta d’intenti delle primarie, fatta firmare a tutti i partecipanti, proponeva l’esatto opposto degli esiti del referendum, e dal Movimento 5 Stelle che, sebbene ne abbia propagandisticamente sposato i contenuti, li rende testimoniali e comunque irrealizzabili in quanto privo di un progetto politico anticapitalista e che non sia interno alla concezione liberale del potere politico.

In Italia perfino i movimenti per i diritti civili, come il movimento GLBT, per quanto socialmente ci siano tutte le condizioni per la conquista di risultati legislativi, quando arrivano le elezioni viene riassorbito in un sistema elettorale che ha partorito partiti e schieramenti di governo de ideologizzati, e quindi tutti contenenti sia laici che cattolici integralisti. Mentre nella prima repubblica parlamentare, 44 anni fa con il proporzionale, i partiti operai e quelli borghesi laici potevano, con la DC al governo, conquistare il divorzio per legge, nella seconda repubblica del maggioritario, con il centrosinistra al governo non si è conquistato nemmeno il divorzio breve o la fecondazione assistita.

Affinché le lotte non rimangano del tutto prive di una rappresentanza politica veramente coerente con i loro interessi ed obiettivi, e/o non vengano riassorbite in una dialettica fra forze e schieramenti che le usano negandone i contenuti, è necessario che prendano coscienza dell’impermeabilità del sistema, e che partecipino direttamente alla costruzione di una forza unitaria alternativa a quelle interne alla logica del maggioritario. Devono cioè avere, oltre a contenuti di lotta e rivendicazioni, una idea precisa di come farli pesare realmente. Devono quindi saper criticare la sostanza separata e tendenzialmente autoritaria del sistema, e non gli effetti (come la “casta”) confondendoli con le cause.

Il centrosinistra, o il PD stesso (non fa nessuna differenza), sono nati e si sono plasmati per effetto del maggioritario. Il maggioritario ha tradotto la vittoria capitalistica sociale in assetti istituzionali coerenti ed utili al dominio del mercato e in una concezione della politica come dimensione separata dalla società, i cui problemi sono usati strumentalmente al fine della raccolta di consensi. Per questo il centrosinistra può aspirare solo a conquistare il governo per gestire l’esistente dentro le compatibilità del mercato e del sistema.

Questo è un fatto strutturale, oggettivo. Che non si può controvertere sperando in un leader diverso, o insultando e criticando quelli esistenti al momento, o sognando magici processi partecipativi (come le primarie nelle quali Vendola si proponeva di conquistare la direzione del centrosinistra) fondati sulla passivizzazione e riduzione a tifoserie degli elettori.

Per quanto duro e scoraggiante possa apparire il constatare questo dato di fatto senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Anzi, a dire il vero si va dritti verso illusioni infondate, delusioni ed immancabili divisioni fra “realisti” e “settari”, fra “governisti” e “testimoni”. Come è sempre successo in Rifondazione e in tutte le formazioni a sinistra del PDS e poi del PD. Questa consapevolezza è l’unico antidoto possibile alla replica infinita di divisioni insanabili. Si può abbandonare il comunismo, si può tentare di apparire nuovi e moderni, si può tentare di sostituire la faticosa partecipazione democratica con le folle inneggianti al leader e con le primarie all’americana, ma alla fine ci si divide sempre fra quelli che rompono e vanno con il PD, facendo salti mortali per giustificare la scelta ed accusando gli altri di aver imboccato una strada testimoniale, e gli altri che li accusano di essere venduti e carrieristi, salvo poi sperare che succeda qualcosa nel centrosinistra che permetta di ricominciare da capo il valzer. È quello che è successo recentemente a SEL.

Ma, e c’è un ma, la crisi sociale è talmente profonda che, per quante suggestioni e nuovismi e demagogie il sistema metta in campo, un profondo sentimento di rabbia e frustrazione si è fatto strada nella popolazione.

Attualmente è visibile un pallido riflesso delle contraddizioni di classe. Nel rifiuto della disperante condizione di disoccupazione, precarietà e povertà. Nella insofferenza verso una ricchezza sempre più concentrata e prepotente.

Ma si tratta solo di un riflesso, perché mancando la coscienza di classe imperano spiegazioni superficiali ed anche fantasiose delle contraddizioni materiali che pur si vivono e si vedono.

Se non c’è l’analisi e quindi la coscienza della natura del capitalismo contemporaneo e della struttura sociale che produce, anche qui si possono tranquillamente scambiare cause con effetti. Privilegi ingiustificati della “casta” di politici e manager, corruzione, degenerazione dei partiti in camarille clienterali, leaderismo esaperato e così via, sono effetti. Certo consolidano e perpetuano il sistema e sono problemi importanti. Ma restano effetti. Bisogna criticarli e combatterli. Ma se non si sa che sono effetti alla fine, dopo aver giustamente “ridotto i costi della politica”, anche se con questa scusa in buona parte si riducono spazi democratici, i problemi sociali non cambiano di una virgola o addirittura peggiorano, cosa succede?

Dopo aver cambiato i leader e il personale politico sostituendolo con i “giovani” senza aver risolto nessun problema sociale, cosa succede?

Sono domande retoriche per chi ha coscienza della vera causa dei problemi. Ma sono domande aperte a risposte molto pericolose per chi non ha questa consapevolezza. E cioè per la maggior parte della popolazione.

Il successo del Movimento 5 Stelle porta già questo segno.

Sebbene contenga ed esprima in modo elementare rabbia e rifiuto dell’esistente, e su diversi temi proponga cose giuste e su altri cose ultraliberiste e perfino gravemente ambigue (vedi il tema dell’immigrazione), è un fenomeno incapace di costruire un’alternativa di sistema. Esattamente perché è espressione diretta di un sentimento diffuso di quella impotenza e rabbia provocate dalle contraddizioni sociali, ma indirizzate contro falsi obiettivi. E perché incorpora la concezione della società propria del pensiero dominante, e cioè basata sulla dialettica degli individui – cittadini – consumatori contro la casta dei politici – manager. Con forti venature autoritarie e con ammiccamenti vari al nazionalismo più becero e alle discriminazioni contro i lavoratori stranieri.

Se tutto questo è vero, nella sfera della politica istituzionale, in questa e non in altre inesistenti, è necessario agire con una grandissima capacità tattica ed anche con molto coraggio.

Si può coagulare, sfruttando a pieno gli spazi elettorali possibili, una lista, un fronte, una forza politica che, sulla base di poche ma chiarissime discriminanti, unisca tutto ciò che esiste di antagonista al sistema, anche senza sapere di esserlo fino in fondo. Alternatività al centrosinistra ma anche al sistema elettorale e politico istituzionale vigente. Alternatività alle politiche neoliberiste imperanti e a tutte le scelte conseguenti. Alternatività all’Europa liberista e ai nazionalismi regressivi. Alternatività alla politica – spettacolo, al leaderismo e alla passivizzazione.

Sulla base di queste discriminanti si può costruire un programma di fase che unifichi le lotte, che incontri la rabbia e la protesta diffuse, che trovi una dimensione europea appropriata, che faccia chiarezza della vera causa dei problemi.

Sulla base di queste discriminanti si può costruire un’organizzazione plurale, perché plurali e svariate sono le culture e le forme di un vasto campo di forze politiche, sindacali, sociali, ed anche di centinaia di migliaia di persone. Una forza nella quale valga la democrazia diretta sulla base di una testa un voto.

Questa forza, oggi, nella crisi economica e nella crisi di credibilità del sistema politico può aspirare ad allargarsi velocemente e perfino a conquistare la maggioranza.

Non mi dilungo su questo perché l’idea che Rifondazione ha dell’unità della sinistra e delle sue potenzialità dovrebbe ormai essere chiara.

Ma perché è così difficile da realizzarsi?

È prevalentemente questione di gruppi dirigenti? Di formule organizzative? Di gelosie di partito? Di comunicazione?

Io credo di no.

È questione di consapevolezza della separazione dalla società e dell’impermeabilità del sistema politico istituzionale.

Non solo nelle forze politiche come Sel, il Pcdi ed altre ancora, ma anche nel sindacato più combattivo, compresi sindacati di base, e nei movimenti di lotta, questa consapevolezza c’è poco o non c’è per nulla.

Questa è la causa principale della difficoltà ad unire in un’unica forza tutto ciò che sulla base dei contenuti di lotta ed ideali potrebbe essere unito facilmente.

Mentre le contromisure utili ad impedire una degenerazione in casta separata dei gruppi dirigenti e segnatamente delle rappresentanze istituzionali sono facilmente individuabili, a cominciare da una effettiva democrazia partecipativa fondata sul collettivo e sul principio una testa un voto, senza la consapevolezza di cui sopra tutto ciò che si fa uscire dalla porta è destinato a rientrare dalla finestra alla prima scadenza elettorale o scelta parlamentare decisiva.

Bisogna dunque condurre una battaglia culturale e politica capace di far crescere nel tempo, con pazienza ma anche con fermezza, la consapevolezza necessaria.

Senza nessuna presunzione io credo che questo compito possa essere svolto solo da un collettivo cosciente, radicato e coeso. È questo il compito di un partito comunista.

Onestamente il Partito della Rifondazione Comunista non è oggi all’altezza di questo compito.

Ma se si sciogliesse dentro la nuova forza invece che contribuire a farla crescere e ad assumere coscienza della natura di classe delle contraddizioni finirebbe per rafforzarne una deriva che la porterebbe all’inconsistenza e soprattutto a divisioni ancor più drammatiche.

Oltre alla necessità ineludibile di una forza dotata di una prospettiva che va bel al di la dell’attuale fase, non fosse altro che per il bene dell’unità del campo di forze politiche e sociali antagoniste non ci deve essere nessuna abdicazione né scioglimento.

Rifondazione, anche grazie e a causa della propria esperienza più che ventennale, è in grado di compiere i passi in avanti necessari a svolgere una funzione di coagulo, come abbiamo visto importantissima. Sia sul terreno dei movimenti di lotta sia sul terreno politico – istituzionale.

Ma deve assolutamente superare le incertezze, le confusioni, le approssimazioni superficiali. Soprattutto deve ricostruirsi in modo da svolgere i compiti che le spettano in questo disegno strategico.

In quanto partito deve delegare alla nuova forza unitaria il compito di elaborare un programma di fase, di darsi una organizzazione adeguata e di presentarsi alle elezioni. Saranno i singoli militanti del partito in quella sede, se lo sapranno fare, a svolgere una funzione egemonica.

Questo punto deve essere chiarissimo. Sia perché se il partito dedicasse tempo e forze a discutere anticipatamente e prevalentemente sui compiti e scelte della nuova forza finirebbe con il non svolgere i propri e soprattutto finirebbe con il trasformare la nuova forza in un cartello di partiti e correnti in lotta perenne fra loro. Una cosa è discutere dell’andamento della costruzione unitaria e delle scelte che essa deve fare una volta ogni tanto e producendo proposte e riflessioni utili ai propri militanti come a quelli più numerosi della nuova forza, ed un’altra è cercare di dirigere la nuova forza sulla base di filiere organizzative.

Le opinioni di Rifondazione, nel territorio come a livello nazionale, devono contare per la propria autorevolezza intrinseca e per il peso di una pratica sociale ricca ed articolata, non per la quantità degli iscritti di Rifondazione aderenti alla nuova forza.

Vale la pena di essere più chiari.

È evidente che quando la nuova forza si trovasse a compiere scelte difficili, come per esempio partecipare o meno ad una coalizione in un comune, è più che prevedibile che nascano opinioni diverse anche dentro il partito. Ed in questo caso la vera funzione positiva ed egemonica non starebbe nel compiere una scelta o un’altra bensì nel far capire che comunque di scelta tattica e secondaria si tratta. Non meritevole di divisioni insanabili e risolvibile, per esempio, con un referendum fra gli iscritti, come fa Izquierda Unida in questi casi. E nel battersi affinché gli eletti vengano scelti sulla base del loro radicamento nelle lotte e non con il bilancino delle correnti o, peggio ancora, per l’eventuale capacità di raccogliere consensi personali a scapito della loro fedeltà a principi e contenuti. E nel vincolare i gruppi eletti a comportamenti coerenti con l’antagonismo alla politica spettacolo e a rispettare sempre il volere della base.

Il Partito della Rifondazione deve, se vuole sopravvivere e svolgere una funzione che valorizzi l’intelligenza e i sacrifici delle e dei propri militanti, essere capace di fare oggi il salto di qualità necessario al nuovo compito che deve svolgere.

La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale, non le elezioni e la politica – spettacolo, devono essere le sue ragion d’essere e costituire la sostanza dell’identità comunista.

Tutto il partito, ed ogni singola/o militante, devono cambiare pelle superando le pigrizie intellettuali e le paure che impediscono di essere comunisti in questi tempi così difficili.

Ramon Mantovani

65 Commenti

  1. Nello specifico concordo con Patrizia del 13 novembre ore 5, ….

  2. Gallovics Edoardo

    Mi è difficile dialogare con chi non mette il suo nome e cognome…. Aggiungo pure una precisazione : sono totalmente d’accordo con il compagno Ramon Mantovani, soprattutto con le sue ultime 3 frasi !

  3. Gallovics Edoardo

    Promemoria post congressuale per tutti/e i/le compagni/e del Partito della
    Rifondazione Comunista, quindi anche per il compagno Ramon Mantovani :
    Premesse :
    a)Prima di riproporre l’unità esterna con altri soggetti politici, è necessario operare,
    con metodo costruttivo, all’unità interna in Rifondazione Comunista.
    b)Il Partito della Rifondazione Comunista è fondato sull’ideologia marxista – leninista.
    c) Rifondazione Comunista non deve sciogliersi, né cedere alcuna sovranità.
    d) Impegno costante di ogni militante teso a riunificare la diaspora dei comunisti,
    e propagandare costantemente il programma, la linea politica del Partito e le
    eventuali proprie liste elettorali.
    e) mantenere assolutamente l’ideologia, il nome del Partito e il suo simbolo.
    Proposte :
    1) Modificare lo Statuto per passare davvero al centralismo democratico.
    2) Scioglimento delle aree interne organizzate, o mozioni.
    3) Congresso Nazionale fondato su un solo Documento fatto di tesi
    emendabili (stabilendo una percentuale di consenso per l’emendamento).
    4) Unificazione dei siti oneline (Essere comunisti, Controlacrisi, FalceMartello,
    sito di Rifondazione Comunista) in un unico sito, e della stampa cartacea in un
    unico giornale quotidiano: ristampare quindi (appena possibile ) Liberazione.
    Ovviamente, l’organo ufficiale del Partito è, e deve rimanere Liberazione (poiché
    il giornale “il manifesto” non rappresenta il Partito della Rifondazione Comunista).
    5) Cambiare metodo di accesso al sito tramite l’obbligatorietà di mettere il proprio
    nome e cognome. Inamissibilità, quindi, dell’anonimato attraverso pseudonimi.

    Detto un tanto, riprendo parola (dopo un anno di assenza forzata….) su questo sito
    per spiegare la mia assenza, e per chiedere opinione, ai nostri dirigenti, (compreso
    il compagno Ramon) delle mie premesse e proposte che reputo ancora attuali e validissime.

    • x Gallovics Edoardo: “Il Partito della Rifondazione Comunista è fondato sull’ideologia marxista – leninista”? ma dove, ma quando? Forse ci scambi con il PMLI o altre più recenti iniziative politiche m-l di chi un tempo fece scissioni per salvare Prodi.
      Che il “marxismo-leninismo” sia costruzione ideologica stalinista da prendere con le pinze è cosa da cui il PCI e la stessa “nuova sinistra” ebbero consapevolezza qualche decennio prima della caduta del Muro.
      Credo di non sbagliarmi se dico che dalla fondazione non vi è alcun documento approvato in un congresso di Rifondazione che faccia riferimento al marxismo-leninismo.
      Se fossimo marxisti-leninisti non ci chiameremmo Rifondazione.

    • 1) Centralismo democratico un corno.

      2) Quindi un gruppo non puó avere un suo sito? Curioso il tuo concetto di unitá! Marito e moglie non sono “uniti” se non condividono lo stesso portafoglio e lo conto in banca. Magari del marito! La cui moglie deve stare zitta per “centralismo democratico”.
      Togli quello che per te é un male, ovvero le correnti, per uno ancora peggiore. Ovvero l’impossibilitá dell’espressione del dissenso politico! Dai, per favore… giá le strutture sono autoreferenziali cosí come sono, giá é difficile portare gente a fare politica, se poi devono trovarsi davanti a questo modo di farla allora sí é impossibile!

  4. Fa piacere leggere i commenti ad un articolo che quasi nessuno ha letto. Serviranno sicuramente ad un serio approfondimento per portare il comunismo nuovamente al successo.
    Evviva! Come siamo bravi, come siamo comunisti!
    Noi, sí, che non ci prendiamo neppure il tempo di leggere e capire un’analisi articolata che, terribile noia, é piú lunga di quattro righe.
    Evvai! Comunisti 2.0!
    Molto zero.

    • Brava Patrizia. Hai ragione.

    • spiegacela tu, Patrizia, allora, la preziosa analisi teorico-strategica del compagno Mantovani. Che ha avrà mai detto di interessante uno come Mantovani, oggi, uno che faceva (e diceva) stron..te dieci-quindici anni fa quando il Prc era almeno un “partito” nel vero senso del termine? Io (ebbene sì, lo confesso…) non l’ho letto tutto questo pippone mantovaniano, ma sai perché? Perchè di questa fuffa (scritta ad uso e consumo d’una “base”, che oggi per giunta non c’è più in larga misura, per farle credere che pur stando cu.. e camicia col Pds-Ds-Pd, pur candidando Barbara Spinelli, pur facendo dirigere Liberazione a Sansonetti, ecc. ecc. il Prc però, tuttavia, comunque, nonostante tutto rimane “comunista”, “anticapitalista” e magari pure “rivoluzionario”) ne ho letta talmente tanta negli anni passati che (ri)leggerla oggi, scritta peraltro dalle stesse facce tristi di allora, beh mi fa venire il latte alle ginocchia.
      Ho quindi estrapolato il “senso” dell’insopportabilmente lungo, noioso e inutile “saggio teorico” di Mantovani, e l’ho commentato. Ho fatto male? Verrò fucilato da Curzio Maltese e da Lorella Zanardo per questo motivo? O magari da Pippo Civati?…

  5. Dopo poche righe non sono riuscito più ad andare avanti….

    Che noia!

  6. francamente, figure come Mantovani a me hanno sempre convinto poco, anche quando votavo Prc e al progetto di Rifondazione ci credevo. Basti ricordare la gestione farsesca della questione Ocalan… Ma, senza rivangare un passato recente, ciò che non convince, oggi, dell’analisi di Mantovani, non è solo… Mantovani stesso (e basterebbe questo!), ma la puzza di bruciato che si sente lontano un miglio leggendo questi proclami a pugno chiuso, con la voce impostata da attore drammatico, sempre fatti da gente (come Mantovani, appunto, o magari negli anni passati come Bertinotti, Giordano, Migliore o lo stesso Ferrero e in generale tutta l’allegra combriccola che ha gestito il Prc fino ad oggi) che però, a ben vedere, in tutti questi anni ha letteralmente “predicato bene e razzolato male”.
    Ovvero, sul simbolo della falce e martello e sull’ipotesi politica di “rifondare il comunismo”, i vari gruppi dirigenti che si sono succeduti alla guida del Prc hanno de facto e concretamente attuato, sempre, una linea politica timidamente socialdemocratica: di appoggio (esterno o “interno”) alle varie versioni di Centro-Sinistra, di sostegno effettivo al Pds-Ds-Pd, di non creazione (a Sinistra) d’una alternativa politica, sindacale e culturale appunto al Centro-Sinistra e all’ipotesi di configurarsi (come Prc) dentro il Centro-Sinistra, assieme al Pds-Ds-Pd, e mai in una posizione AUTONOMA, ALTERNATIVA, DI RADICALE OPPOSIZIONE al Centro-Sinistra e al Pds-Ds-Pd.
    Mantovani dunque può scrivere tutti i poemi in rima che vuole, ma dovrebbe innanzi tutto rispondere a questo semplice quesito politico, che non dovrebbe impegnare le sue meningi più di tanto: perchè il Prc, in nome d’un comunismo da rifondare e di una prassi politica marxista, dagli anni Novanta fino ad oggi ha sempre finito per essere cu.. e camicia con forze politiche (Pds, Ds, Pd, Centro-Sinistra, Ulivo, Unione, ecc.) che, al contrario, si sono caratterizzate (tutte in realtà, chi più chi meno) per un sostanziale anticomunismo, liberismo economico, atteggiamento antisindacale e che oggi, infatti, riformano la Costituzione e de facto governano proprio assieme a Berlusconi e al capitalismo peggiore di questo paese? Come può, dunque, proprio Mantovani venirci a fare la morale, ad “analizzare”, a “dettare la linea” magari? Proprio questa gente, che è responsabile a mio avviso della distruzione di quel po’ di comunismo rimasto in Italia dopo l’89, viene ad “istruirci”? Proprio questa gente, che da un lato faceva il pugno chiuso e dall’altro se la intendeva (oltre che con D’Alema, Veltroni, Prodi, ecc.) con Di Pietro, con Ingroia, con Barbara Spinelli e domani Dio solo sa con chi altro ancora, ebbene proprio questa gente viene a pontificare, oggi, con un Prc che nemmeno esiste più come “partito” e che ad ogni elezione, anche condominiale, fa di tutto per pietire un posticino in qualche carrozzone elettorale targato Pd? Via, su, un po’ di decenza, un po’ di “igiene”, un po’ di “pulizia”!…
    Francamente, io ne faccio volentieri a meno, dunque, dei pistolotti di Mantovani “il rosso”, ed è semplicemente grottesco che a personaggi come Mantovani e come tutto l’attuale gruppo dirigente del Prc venga ancora concesso il diritto di parola dentro un partito che essi stessi hanno devastato e rovinato. Che i militanti comunisti, quelli veri, si sveglino, e che pretendano un ricambio politico. strategico e generazionale nel Prc! Subito!

    • 1. Sulla gestione della questione Ocalan o non sai niente, o sei in malafede.

      2. Sulle politiche del Prc non ti rispondo, perché le analisi stanno in quell’articolo che, con ogni evidenza, non hai letto.

      3. Che siano degli iscritti ad altri partiti a pretendere di decidere quali debbano essere i dirigenti del Prc è proprio comica.

      • di solito, Patrizia, i tuoi commenti non mi convincono, lo ammetto, ma fino ad oggi mi sei sembrata intellettualmente onesta (a differenza di altri noiosi figuri che commentano su questo sito a mo’ di “voce del padrone”, semplicemente per fare coro, sempre, a quel che dice l’attuale dirigenza del Prc), insomma in buona fede.
        Questi tuoi tre brevi “punti” che rispondono al mio commento, invece, mi fanno ricredere, sul serio.
        punto 1. Ho parlato di “gestione farsesca” della “operazione Ocalan” da parte della dirigenza del Prc di allora e in particolar modo di Mantovani. Sì, e allora? Ocalan venne fatto venire in Italia dal Prc pensando (e come al solito “sperando”…) che i “compagni” del Pds, del Centro-Sinistra, allora come oggi “al governo”, si sarebbero rivelati dei “sinceri democratici”, degli “antifascisti”, ecc. ecc. Già allora, invece, il Centro-Sinistra era un imbroglio, il Pds un partito di reazionari, il Prc un partito di vigliacchi e di scimuniti, con Mantovani in testa! E proprio perchè, cara Patrizia col punto rosso, come al solito il Prc volle privilegiare la strategia della “pressione da Sinistra” sul Centro-Sinistra, rimanendo de jure o de facto nello stesso Centro-Sinistra come “componente critica”. Risultato: il Centro-Sinistra rivelò tutto il suo anticomunismo, il Prc tutta la sua imbecillità, mentre Ocalan (che ovviamente non andava fatto venire in Italia, dove non esistevano allora le condizioni per un suo esilio politico) divenne la sfortunata pedina d’un braccio di ferro tra politicanti tinti di rosso, quelli del Centro-Sinistra che rivelavano già allora tutto il loro anticomunismo viscerale, e quelli del Prc, che perdevano la partita su tutta la linea proprio perchè nient’affatto alternativi all’ipotesi Centro-Sinistra, ma subalterni ad essa. Mantovani dunque era (ed è) il simbolo di questa “carenza” fisiologico-intellettiva del Prc. E chi ebbe la peggio, di brutto, fu il povero Ocalan, per il quale io all’epoca scesi in piazza più d’una volta assieme a tanti altri compagni, cara Patrizia col punto rosso, e quindi sono informatissimo dei fatti, sul serio. Informati tu, piuttosto, e sciacquati… il punto rosso prima di parlare a vanvera, perlomeno con me!
        punto 2. Tu non mi rispondi nel merito perchè non sai cosa dirmi, e sai perchè? Perchè “le analisi” non stanno dentro gli articoli di Mantovani, ma nei fatti, e i fatti (a dispetto delle volgari, noiose e prolisse giravolte verbali di Mantovani) dicono che il Prc da quindici anni sta nel Centro-Sinistra, e ci sta tuttora a livello locale in mezza Italia; e vuole tornarci, nel Centro-Sinistra, con la coda in mezzo alle gambe e riponendo in fretta e furia la falce e martello a beneficio dei giornalisti di Repubblica e di qualche altro fesso matricolato spacciato come il “nuovo che avanza”!… Questo dicono i fatti, che sono senz’altro più interessanti e veritieri delle “analisi” di Mantovani. Rispondi su questo, se sei capace.
        punto 3. Io non sono “iscritto” a un beneamato niente, carissima Patrizia col punto rosso, e “comica” caso mai sarai tu, Ferrero, Mantovani e tutta la compagnia avariata di imbecilli che gestisce ancora il Prc a beneficio del Pd e del Centro-Sinistra… che non c’è, ma che si spera tanto ci sarà! Io (lo ripeto per la centesima volta) sono un comunista, un marxista e un anticapitalista (che, detto fra parentesi, dalla nascita del Prc fino all’”operazione Ingroia” recente, ha sempre votato per il Prc, e per Rivoluzione Civile ho fatto persino campagna elettorale, volantinaggio, ecc., assieme a quei fessi dell’Idv e ad altri poveri scemi, che se ci penso oggi… beh mi prudono le mani!!!) e credo che un soggetto politico che risponda a queste tre caratteristiche, oggi, in Italia, purtroppo ancora non c’è; ciononostante apprezzo molto l’atteggiamento e anche in molti casi l’azione politica del Partito Comunista dei Lavoratori, e penso che da lì possa ripartire un percorso aggregativo (sottolineo: “aggregativo”) di altre realtà comuniste-anticapitaliste (Rossa, sindacalismo di base, ecc.), in grado di porsi CONTRO IL CENTRO-SINISTRA E CONTRO IL PD, senza le falsità e le ambiguità vergognose del Prc e di Mantovani. Io, quindi, nel dire che sto da quella parte lì, non dico automaticamente “sono un iscritto pagante e tesserato del Pcl! Compagni lavoratori iscrivetevi al Pcl e viva il comunismo e viva il trozkismo!”. Dipingermi così, o come “il trozkista”, beh significa essere cretini, e senz’altro significa non voler accettare neppure il dialogo con chi, legittimamente, come me, sta alla vostra sinistra, e non si batte per eleggere all’europarlamento la signora Spinelli o per realizzare un’alleanza rivoluzionaria con… Fassina e Pippo Civati! Abituatevi (voi che dite di essere della “società civile” e vi presentate alle elezioni assieme a Vendola) al “dialogo”, alla “democrazia”, e non siate razzisti… coi comunisti! Capito, Patrizia col punto rosso?

      • 1. Quello che scrivi mi convince ancora di più sul fatto che non hai capito niente di quello che é successo con Ocalan, che non é esattamente una marionetta che si lascia gestire a piacere. Ma se l’argomento ti interessa, prova a parlarne coi curdi del pkk, che ne sanno qualcosa in più e, guarda caso, hanno tutt’altra opinione di Mantovani e del sostegno ricevuto dal Prc.
        E non è nemmeno una critica, anch’io avevo parecchi dubbi, dovuti alle cazzate dei media italiani e non capivo per quale motivo i curdi che conoscevo continuassero a dirmi esattamente il contrario.
        Poi mi sono informata meglio…
        2. Il mio punto rosso, in realtà, è un puntino minuscolo e pressoché insignificante, simbolo, per quello che mi riguarda, dell’impotenza e dell’isolamento in cui siamo tutti immersi.
        3. Non faccio l’interprete e nemmeno i riassuntini per chi insulta a priori, infilando nello stesso calderone chiunque, alla maniera dei grillini.
        4. Già lo so che sei un comunista con la c maiuscola, a differenza di chi non la pensa esattamente come te e che quindi é quanto meno un venduto.
        Ed infatti non intervengo quasi mai su siti come questo, dove si gioca a chi ce l’ha più lungo.
        Dopodiché iscriviti, o non iscriverti, dove ti pare, ma se mi salta il pallino di commentare, commento e basta, senza farmi intimidire dalle aggressioni verbali di nessuno, nemmeno di chi ha la verità in tasca e, da iscritta al Prc, continuo a decidere con la mia testa se mi stanno bene o meno i dirigenti del mio partito.

        • sul fatto che puoi commentare, diamine!, ci mancherebbe pure che io ti impedissi di commentare qui o dove ti pare e piace! Chi l’ha mai detto? Chi l’ha mai chiesto? Io davvero no. Per me anche gente che si firma “Vernaghi”, “Modem” o idioti simili che sono qui solo per provocare, possono commentare liberamente, e da me non si avranno mai, per nessuno, richieste di “censura”. Per nessuno.
          Io ho solo risposto (in maniera ironica in alcuni passaggi, ma molto seriamente sul piano politico complessivo) appunto ai tuoi commenti diretti a me.
          Caso mai, sei tu, che dandomi dell’”iscritto al Pcl” (cosa che non sono, peraltro, come ho già spiegato) hai chiesto che a commentare gli articoli di Mantovani siano gli “iscritti al Prc”, dicendo addirittura, testuale, “Che siano degli iscritti ad altri partiti a pretendere di decidere quali debbano essere i dirigenti del Prc è proprio comica”: dovrei essere io l’offeso, il discriminato, dunque, ma ho le spalle larghe, credimi, e non mi soffermo su queste minuzie. Nondimeno non mi faccio discriminare, da nessuno, e tanto quanto te od altri, se voglio commentare e dire la mia su Mantovani o su altre questioni, lo faccio.
          Su Ocalan poi. Al di là di quello che pensano “i curdi” (bisogna vedere chi, peraltro, appartenenti cioè a quali gruppi politici, ecc.), che non credo comunque possano dirsi “contenti” di come è stata gestita la vicenda Ocalan da uno schieramento politico che si definiva all’epoca di Centro-Sinistra; ebbene al di là di quello che pensano i curdi, io non posso fare a meno di ripetere che la vicenda Ocalan fu il simbolo più tangibile dell’inesistenza d’una “Sinistra” italiana. Ocalan infatti venne portato in Italia (anche grazie a Mantovani) promettendogli un asilo politico e volendo quindi far pesare (“da Sinistra”) sul governo di Centro-Sinistra il ruolo di Sinistra radicale del Prc. Un braccio di ferro fra Sinistra e Centro-Sinistra, insomma, ad uso e consumo interno, fatto sulla pelle di un leader guerrigliero su cui pendeva una condanna a morte delle autorità turche. Guarda, se fossi un diplomatico o un politico… d’altri tempi, potrei anche dire tranquillamente “beh, che cialtronata però!”; ma voglio passargliela al Prc e a Mantovani questa “leggerezza”, e riconoscere che un gioco d’azzardo ci poteva pure stare. Ma, allora, se l’operazione Ocalan era gioco d’azzardo, beh il gioco d’azzardo va giocato fino in fondo, tanto più quando si gioca con la vita non tua ma d’un altro… E qui, come direbbe Totò, “casca l’asino”, anzi cascano Mantovani e il Prc, che appena il “braccio di ferro” politicantista fra Sinistra e Centro-Sinistra, fra Prc e Pds, ha luogo, SI CAG.NO LETTERALMENTE SOTTO, e perdono la partita prima ancora di averla iniziata a giocare. Ocalan infatti viene subito “sequestrato” dal buon D’Alema (che oggi passa pure per uno… di Sinistra!) e dal suo buffo governo dell’epoca, quindi rispedito ai turchi come un malvivente qualsiasi! Il Prc (che allora era un partito… vero, anche con una buona base elettorale e militante) de facto balbetta, gioca sempre in difesa e “lascia fare” a D’Alema, che si comporta come un Berlusconi o un Fini o un Casini qualsiasi. Il Centro-Sinistra, dunque, nel caso Ocalan, rivela tutto il suo carattere reazionario, mentre il Prc rivela tutta la sua subalternità a questo stesso Centro-Sinistra, di cui infatti ha fatto parte praticamente sempre in tutta la su storia. Se il Prc fosse stato un partito realmente “comunista”, infatti, in primis non avrebbe proprio fatto venire Ocalan in Italia, e proprio perchè al governo non c’era un “compagno”, o “uno di Sinistra”, ma un reazionario da quattro soldi come Massimo D’Alema, che ha sempre trescato in malo modo con gente come Berlusconi, Fini, Casini! Ma anche ammettendo l’errore, nel momento in cui il Centro-Sinistra rivela tutto il suo carattere reazionario-imperialista, beh, il Prc aveva il dovere di differenziarsi nettamente da questo Centro-Sinistra. Cosa che invece non è stata fatta in seguito al caso Ocalan, perchè qualche anno dopo Paolo Ferrero era ministro in un governo Prodi dove Massimo D’Alema era agli Esteri… Ed oggi, infatti, siamo ancora alla riproposizione di questa strategia pseudocomunista da operetta, che Mantovani richeggia in modo noioso e farsesco in questo suo lungo contributo “teorico”: siamo comunisti ma siamo anche della società civile, siamo la Sinistra radicale ma vogliamo un nuovo Centro-Sinistra, siamo anticapitalisti ma in mezza Italia a livello locale governiamo col Pd, e via dicendo.
          Questa robaccia, a me, non piace. A te, invece, Patrizia, piace. Tutto qui.

        • sul fatto che puoi commentare, diamine!, ci mancherebbe pure che io ti impedissi di commentare qui o dove ti pare e piace! Chi l’ha mai detto? Chi l’ha mai chiesto? Io davvero no. Per me anche gente che si firma “Vernaghi”, “Modem” o idioti simili che sono qui solo per provocare, possono commentare liberamente, e da me non si avranno mai, per nessuno, richieste di “censura”. Per nessuno.
          Io ho solo risposto (in maniera ironica in alcuni passaggi, ma molto seriamente sul piano politico complessivo) appunto ai tuoi commenti diretti a me.
          Caso mai, sei tu, che dandomi dell’”iscritto al Pcl” (cosa che non sono, peraltro, come ho già spiegato) hai chiesto che a commentare gli articoli di Mantovani siano gli “iscritti al Prc”, dicendo addirittura, testuale, “Che siano degli iscritti ad altri partiti a pretendere di decidere quali debbano essere i dirigenti del Prc è proprio comica”: dovrei essere io l’offeso, il discriminato, dunque, ma ho le spalle larghe, credimi, e non mi soffermo su queste minuzie. Nondimeno non mi faccio discriminare, da nessuno, e tanto quanto te od altri, se voglio commentare e dire la mia su Mantovani o su altre questioni, lo faccio.
          Su Ocalan poi. Al di là di quello che pensano “i curdi” (bisogna vedere chi, peraltro, appartenenti cioè a quali gruppi politici, ecc.), che non credo comunque possano dirsi “contenti” di come è stata gestita la vicenda Ocalan da uno schieramento politico che si definiva all’epoca di Centro-Sinistra; ebbene al di là di quello che pensano i curdi, io non posso fare a meno di ripetere che la vicenda Ocalan fu il simbolo più tangibile dell’inesistenza d’una “Sinistra” italiana. Ocalan infatti venne portato in Italia (anche grazie a Mantovani) promettendogli un asilo politico e volendo quindi far pesare (“da Sinistra”) sul governo di Centro-Sinistra il ruolo di Sinistra radicale del Prc. Un braccio di ferro fra Sinistra e Centro-Sinistra, insomma, ad uso e consumo interno, fatto sulla pelle di un leader guerrigliero su cui pendeva una condanna a morte delle autorità turche. Guarda, se fossi un diplomatico o un politico… d’altri tempi, potrei anche dire tranquillamente “beh, che cialtronata però!”; ma voglio passargliela al Prc e a Mantovani questa “leggerezza”, e riconoscere che un gioco d’azzardo ci poteva pure stare. Ma, allora, se l’operazione Ocalan era gioco d’azzardo, beh il gioco d’azzardo va giocato fino in fondo, tanto più quando si gioca con la vita non tua ma d’un altro… E qui, come direbbe Totò, “casca l’asino”, anzi cascano Mantovani e il Prc, che appena il “braccio di ferro” politicantista fra Sinistra e Centro-Sinistra, fra Prc e Pds, ha luogo, SI CA..NO LETTERALMENTE SOTTO, e perdono la partita prima ancora di averla iniziata a giocare. Ocalan infatti viene subito “sequestrato” dal buon D’Alema (che oggi passa pure per uno… di Sinistra!) e dal suo buffo governo dell’epoca, quindi rispedito ai turchi come un malvivente qualsiasi! Il Prc (che allora era un partito… vero, anche con una buona base elettorale e militante) de facto balbetta, gioca sempre in difesa e “lascia fare” a D’Alema, che si comporta come un Berlusconi o un Fini o un Casini qualsiasi. Il Centro-Sinistra, dunque, nel caso Ocalan, rivela tutto il suo carattere reazionario, mentre il Prc rivela tutta la sua subalternità a questo stesso Centro-Sinistra, di cui infatti ha fatto parte praticamente sempre in tutta la su storia. Se il Prc fosse stato un partito realmente “comunista”, infatti, in primis non avrebbe proprio fatto venire Ocalan in Italia, e proprio perchè al governo non c’era un “compagno”, o “uno di Sinistra”, ma un reazionario da quattro soldi come Massimo D’Alema, che ha sempre trescato in malo modo con gente come Berlusconi, Fini, Casini! Ma anche ammettendo l’errore, nel momento in cui il Centro-Sinistra rivela tutto il suo carattere reazionario-imperialista, beh, il Prc aveva il dovere di differenziarsi nettamente da questo Centro-Sinistra. Cosa che invece non è stata fatta in seguito al caso Ocalan, perchè qualche anno dopo Paolo Ferrero era ministro in un governo Prodi dove Massimo D’Alema era agli Esteri… Ed oggi, infatti, siamo ancora alla riproposizione di questa strategia pseudocomunista da operetta, che Mantovani richeggia in modo noioso e farsesco in questo suo lungo contributo “teorico”: siamo comunisti ma siamo anche della società civile, siamo la Sinistra radicale ma vogliamo un nuovo Centro-Sinistra, siamo anticapitalisti ma in mezza Italia a livello locale governiamo col Pd, e via dicendo.
          Questa robaccia, a me, non piace. A te, invece, Patrizia, piace. Tutto qui.

        • t’ho risposto Patrizia, ma evidentemente qualcuno che gestisce il sito ha seguito il tuo consiglio e… m’ha censurato, per ben due volte! Spero che il mio commento (che non conteneva parolacce o offese), possa apparire. Come vedi ad essere discriminato sul sito del Prc sono io, non tu!

          • sul fatto che puoi commentare, diamine!, ci mancherebbe pure che io ti impedissi di commentare qui o dove ti pare e piace! Chi l’ha mai detto? Chi l’ha mai chiesto? Io davvero no. Per me anche gente che si firma “Vernaghi”, “Modem” o individui simili che sono qui solo per provocare, possono commentare liberamente, e da me non si avranno mai, per nessuno, richieste di “censura”. Per nessuno.
            Io ho solo risposto (in maniera ironica in alcuni passaggi, ma molto seriamente sul piano politico complessivo) appunto ai tuoi commenti diretti a me.
            Caso mai, sei tu, che dandomi dell’”iscritto al Pcl” (cosa che non sono, peraltro, come ho già spiegato) hai chiesto che a commentare gli articoli di Mantovani siano gli “iscritti al Prc”, dicendo addirittura, testuale, “Che siano degli iscritti ad altri partiti a pretendere di decidere quali debbano essere i dirigenti del Prc è proprio comica”: dovrei essere io l’offeso, il discriminato, dunque, ma ho le spalle larghe, credimi, e non mi soffermo su queste minuzie. Nondimeno non mi faccio discriminare, da nessuno, e tanto quanto te od altri, se voglio commentare e dire la mia su Mantovani o su altre questioni, lo faccio.
            Su Ocalan poi. Al di là di quello che pensano “i curdi” (bisogna vedere chi, peraltro, appartenenti cioè a quali gruppi politici, ecc.), che non credo comunque possano dirsi “contenti” di come è stata gestita la vicenda Ocalan da uno schieramento politico che si definiva all’epoca di Centro-Sinistra; ebbene al di là di quello che pensano i curdi, io non posso fare a meno di ripetere che la vicenda Ocalan fu il simbolo più tangibile dell’inesistenza d’una “Sinistra” italiana. Ocalan infatti venne portato in Italia (anche grazie a Mantovani) promettendogli un asilo politico e volendo quindi far pesare (“da Sinistra”) sul governo di Centro-Sinistra il ruolo di Sinistra radicale del Prc. Un braccio di ferro fra Sinistra e Centro-Sinistra, insomma, ad uso e consumo interno, fatto sulla pelle di un leader guerrigliero su cui pendeva una condanna a morte delle autorità turche. Guarda, se fossi un diplomatico o un politico… d’altri tempi, potrei anche dire tranquillamente “beh, che cialtronata però!”; ma voglio passargliela al Prc e a Mantovani questa “leggerezza”, e riconoscere che un gioco d’azzardo ci poteva pure stare. Ma, allora, se l’operazione Ocalan era gioco d’azzardo, beh il gioco d’azzardo va giocato fino in fondo, tanto più quando si gioca con la vita non tua ma d’un altro… E qui, come direbbe Totò, “casca l’asino”, anzi cascano Mantovani e il Prc, che appena il “braccio di ferro” politicantista fra Sinistra e Centro-Sinistra, fra Prc e Pds, ha luogo, SIE LA FANNO LETTERALMENTE SOTTO, e perdono la partita prima ancora di averla iniziata a giocare. Ocalan infatti viene subito “sequestrato” dal buon D’Alema (che oggi passa pure per uno… di Sinistra!) e dal suo buffo governo dell’epoca, quindi rispedito ai turchi come un malvivente qualsiasi! Il Prc (che allora era un partito… vero, anche con una buona base elettorale e militante) de facto balbetta, gioca sempre in difesa e “lascia fare” a D’Alema, che si comporta come un Berlusconi o un Fini o un Casini qualsiasi. Il Centro-Sinistra, dunque, nel caso Ocalan, rivela tutto il suo carattere reazionario, mentre il Prc rivela tutta la sua subalternità a questo stesso Centro-Sinistra, di cui infatti ha fatto parte praticamente sempre in tutta la su storia. Se il Prc fosse stato un partito realmente “comunista”, infatti, in primis non avrebbe proprio fatto venire Ocalan in Italia, perchè al governo non c’era un “compagno”, o “uno di Sinistra”, ma un reazionario da quattro soldi come Massimo D’Alema, che ha sempre trescato in malo modo con gente come Berlusconi, Fini, Casini! Ma anche ammettendo l’errore, nel momento in cui il Centro-Sinistra rivela tutto il suo carattere reazionario, beh, il Prc aveva il dovere di differenziarsi nettamente da questo stesso Centro-Sinistra. Cosa che invece non è stata fatta in seguito al caso Ocalan, perchè qualche anno dopo Paolo Ferrero era ministro in un governo Prodi dove Massimo D’Alema era agli Esteri… Ed oggi, infatti, siamo ancora alla riproposizione di questa strategia pseudocomunista da operetta, che Mantovani riecheggia in modo noioso e farsesco in questo suo lungo contributo “teorico”, dove in soldoni si dice: siamo comunisti ma siamo anche della società civile, siamo la Sinistra radicale ma vogliamo un nuovo Centro-Sinistra, siamo anticapitalisti ma in mezza Italia a livello locale governiamo col Pd, e via dicendo, di contraddizione in contraddizione.
            Questa roba, a me, non piace. A te, invece, Patrizia, piace. Tutto qui.

          • Niente, cara Patrizia, ho provato a inviarti nuovamente il mio commento, ma i simpatizzanti del Pcl evidentemente qui vengono censurati quando polemizzano con gli iscritti al Prc. Come vedi, il discriminato resto io!
            Complimenti al sito del Prc, comunque, per l’efficienza “repressiva”: siete pronti per governare assieme ad Alfano e Renzi e Pippo Civati. Continuate così, “compagni”, mi raccomando!…

          • Non ci credo nemmeno se lo vedo che ti abbiano censurato. E’ molto più probabile qualche pasticcio del sito stesso, che non accetta i link, pretende gli esamini di aritmetica e funziona alla come capita.
            E’successo anche a me, più di una volta, di non riuscire ad inviare un post, senza un motivo comprensibile.

          • vedo che i miei commenti sono “magicamente” riapparsi. Meglio così…

        • Continuo a pensare che della storia di Ocalan non hai capito niente ed ho detto curdi del pkk, sai cosa sono?
          Tutta la tua teoria é sballata, a partire dal fatto che consideri Ocalan un deficiente, che si fa portare di qua e di lá dal primo che capita. E, secondo te, come avrebbe fatto un simile deficiente, odiato e ricercato dalle maggiori potenze, servizi segreti compresi, a sopravvivere ed ancora influire sul suo popolo da una galera?
          Nessuno ha “portato” Ocalan in Italia e il Prc si é limitato a fare quanto in suo potere per aiutarlo, in una decisione presa dai verti del pkk, non da qualche parlamentare che non aveva di meglio da fare.
          Te lo ripeto, informati, che ci sono inchieste approfondite sulla questione, che provano esattamente il contrario di quanto da te postulato.

          Tu non impedisci agli altri di parlare, peró li aggredisci, facendo passare del tutto la voglia di risponderti e, sinceramente, non me ne importa un accidenti di quale sia il tuo partito di riferimento, resta tuttavia il fatto che non puoi imporre ad un partito che non é il tuo di cambiare la dirigenza.
          Puoi ovviamente criticare, ma non dare ordini, il che, oltretutto, in web é pure comico.

          Per finire..
          Tralascio le sciocchezze su Fassina, Civati, Vendola e compagnia brutta di sinistri, per i quali puoi sempre rivolgerti a Grassi, che ha un suo blog, dato che la maggioranza del Prc non li considera nemmeno.
          Ma anche per discutere di questo bisognerebbe essere un po’ piú informati, o no?

  7. Scusa tanto ma, o non ti guardi attorno o sei in malafede:purtroppo il nazismo non é finito anche se ora é più a stelle e strisce,il fascismo purtroppo non é finito se casa pound apre sedi ovunque. E per fortuna ostinatamente ci sono ancora Comunisti anche se cercano di renderci invisibili,ma noi Resistiamo..siamo abituati alla Resistenza.

  8. Rifondazione ha intrapreso il viale del tramondo per giunta guidate in gran parte dalle stesse persone che hanno azzerato il comunismo in Italia.

  9. Il futuro ce lo dobbiamo conquistare.
    Ma se gli altri hanno le armi moderne noi non possiamo combattere con il moschetto e la scimitarra.
    Comunisti siamo e comunisti restiamo: anche se guardiamo il mondo da una prospettiva diversa, la nuova realtà non vede contrapposti operai in tuta blu e padroni delle ferriere….ma camici bianchi ai pc che comandano i robot (che hanno sostituito gli operai)
    lavori esternalizzati a finte partite iva, call center cui si appaltano lavori che prima facevano gli impiegati diretti e così via.
    In questo contesto il Marxismo non funziona più, perchè concepito per una lotta operai vs padroni.
    Oggi la forza lavoro è una costellazione di figure che non si alleano in quanto spesso”competono fra loro”.
    Le immigrazioni di massa sostituiscono i nostri lavoratori e quindi è difficile farli solidarizzare con altri lavoratori stranieri che si accontentano di meno soldi e meno diritti.
    Operai ed impiegati trasformati in piccolissimi finti imprenditori con un solo cliente ….”il vecchio padrone”
    Per combattere questa nuova sfida servono menti giovani ed aperte, nuovi strumenti e nuovi ideali, sempre di sinistra, perchè la nuova parola d’ordine sarà: la sinistra e la sfida del terzo millennio.
    Penso che se non riusciamo a superare questo tabù di riportare tutto ad una lotta “marxista-leninista” abbiamo chiuso per sempre.
    AGGIORNARSI è la parola d’ordine, NUOVI METODI, NUOVI IDEALI, NUOVI SOGGETTI PER LA SFIDA DI OGGI E DI DOMANI

    • L'Arte Del Pensiero

      La robotica è ancora limitata e non in grado si sostituire manodopera semplice e specializzata.
      L’unico effetto per il momento è il minor utilizzo di mano d’opera, ma questo è un problema che il movimento operaio ha conosciuto da secoli per ogni ristrutturazione industriale.
      Gli operatori di computer, prima potevano essere aristocrazia operaia ma ora tendono ad essere più sfruttati.
      L’effetto di proletarizzazione mondiale è in aumento, se al posto della falce si usa una tastiere un telefono o un furgoncino, non cambia, Il capitale di Marx non solo è attuale, ma lo è ancora di più.
      Quello che cambia sono le grandi concentrazioni di luoghi di produzione e quindi una maggiore difficoltà nell’organizzazione delle lotte, si tende di più a rivendicazioni corporative che generali, su questo dovremo lavorare molto.
      Aumenterà sempre più il lavoro da casa, ma non saranno i robot a farlo, anche perché i costi per il momento sono altissimi.
      Forse l’unica cosa che sembra essere superata è l’assalto al palazzo.
      Su questo dovremo studiare molto.
      Il Marxismo come detto rimane attualissimo e lo sarà fino a quando esisteranno le classi sociali.
      Uno sfruttato è uno sfruttato, sia esso proletario sia esso classe medio bassa.
      In questo momento ancora di più anche perché negli anni 80-90 molti proletari sono diventati proprietari di case, di terreni, adesso non ci sono più le condizioni anche se si lavora a tempo indeterminato e la notte si vuole dormire ,il salario è a malapena sufficiente per il sostentamento.
      I precari sono in povertà assoluta, quello che mi spaventa è il sottoproletariato, che aumenta ritmo costante e le attuali politiche contribuiranno alla sua crescita.
      I precari sono a un passo dal sottoproletariato, viviamo in un periodo storico che passare tra una classe l’altra è un attimo, naturalmente a scendere, mentre a risalire diviene impossibile.
      Sono questi i temi principali i Robot per il momento sono al loro posto, manovrati da manodopera specializzata o meglio addestrata.
      Marx non intende l’effetto di proletarizzazione come l’aumento di operai nelle singole fabbriche.
      Una multinazionale può avere 100 lavoratori qui, 70 la , 30 dall’altra parte e così via fino ad arrivare ad arrivare a somme altissime.
      Il problema non sta se portano o no i camici bianchi ma nella disgregazione della forza lavoro.
      Possiamo dire che la tecnologia ha salvato il capitale e continua a farlo, alcuni ingenuamente avevano pensato che tutti avremmo lavorato di meno, dedicandovi, di più alle nostre cose.
      Invece non è stato così e i marxisti lo sapevano, il capitale tende a differenziare tutto non solo per una questione culturale, ma per la sua mera esistenza, la meritocrazia o meglio il lecchinaggio è l’elemento base per il funzionamento del sistema.
      Noi marxisti continueremo ad essere contro la meritocrazia che è il nostro nemico giurato.
      Noi vogliamo Uguaglianza.
      Non dico che i comunisti debbano fare gli eremiti, possiamo allearci per certe battaglie con i socialdemocratici, ma soltanto su piattaforme chiare e dove si intaccano interessi di classe.
      Le beghe sui temi piccolo borghesi non ci interessano, anche se abbiamo le nostre opinioni.
      Ci possiamo alleare sul salario garantito, sul diritto alla casa, ma pare che questi temi siano superati dall’intellettualismo piccolo borghese, meglio distribuire soldi a pioggia per propri bacini elettorali invece di aiutare chi ne ha veramente bisogno.
      In questo Renzi è sicuramente peggio di Berlusconi e del suo Camerata

  10. Io rispetto Ramon Mantovani, trovo che ci sia una contraddizione nel ritenere che non vi sia coscienza di classe, che la dimensione del PRC é in crisi per ragioni che non dipendono da esso, e poi dire che le lotte resistenziali sono tante e che non si pongono in una prospettiva di compatibilitá col capitale! Perché allora il nostro compito qual’é se non SPINGERLE FUORI da quelle compatibilitá?

    E’ proprio la finanziarizzazione del capitale, é proprio la perdita delle leve che gli Stati hanno di fare politiche sociali, che avevamo ragione quando parlavamo di una crisi che avrebbe superato, per gravitá, le precedenti.

    Ora la crisi c’é, e noi comunisti dovremmo trarre forza e giovamento!

  11. Mario Cavigli

    Scusate per l’intervento, ma devo dire alcune cose:
    1) cerchiamo di stare sul tema promosso da Mantovani; siamo d’accordo sulla sua analisi o no. Personalmente condivido tutto ciò che dice Mantovani.
    2) dobbiamo smetterla di offendere, se uno non condivide alcune cose le dica, ma pacatamente e correttamente senza offendere nessuno.
    3) Basta con i ricordi, sono passati più di venti anni dalla scomparsa del PCI e quindi dobbiamo farcene una ragione e cercare di capire gli errori e di riorganizzare una forza marxista con idee all’avanguardia. L’URSS non esiste4 più, di chi la colpa non lo sappiamo con certezza, cerchiamo di imparare da Lenin e da Gramsci
    Grazie

  12. Che noia.

    Sempre se solite belle parole, poi quando si tratta di metterle in pratica siamo sempre pronte a dimenticarle.

    Ci vuole un vero e proprio rinnovamento totale e generazionale, meno chiacchiere e più fatti.

    • Luca Casartelli

      Concordo vito..
      Che noia.

      Ho letto solo le prime righe, il resto del poema me lo dovrò stampare per leggerlo con calma.
      Anche se poi so che sarà tutta una minuzionosa analisi del cosa è stato, cosa è e come dovrebbe essere.
      Ma siamo e restiamo sempre fermi.

      Su due cose rimango da subito allibito, ma forse più rattristato.

      1. “Mi interessa, in questa sede, unicamente tentare di confutare alcune interpretazioni superficiali, unilaterali e/o infondate, che nel corso del tempo si sono affermate producendo danni gravissimi e a tutt’oggi irrisolti. E dalle quali è dipesa e dipende l’illusione che si possa ricostruire il PCI, come se si trattasse di una semplice questione di volontà.”

      Non è che chi pensa che al ricostruzione del PCI sia una questione di volontà sia per forza di cose superficiale!
      Un atteggiamento del genere (se la pensi come me sei bravo altrimenti sei scemo …) è tipico dei regimi, delle dittature a pensiero unico.
      Cosa che noi non dovremmo avere, ma che ahimè “abbiamo” (messo virgolettato perché non tutti siamo così) eccome.
      E’ ovvio che non basta la volontà, ci vuole tempo, burocrazia .. ma la VOLONTA’ è la condizione necessaria per farlo. Se ci fosse stata la volontà non saremmo qui a vent’anni di distanza ancora a discutere delle stese cose.. o a seguire i vari ingroia e tsipras .. avremmo già un bel partito unico, un bel PCI 2.0.
      Ma si tentenna.. si aspetta .. si vuole partire già con un PCI da 10 % .. eh no .. così non ci muoveremo mai.
      Quindi è legittimo pensare che manchi al volontà …
      Mi si dimostri il contrario. Coi fatti e non con le parole.

      2. “In particolare c’è oggi, nella società e fra gli stessi militanti comunisti e di sinistra, l’idea perniciosa che la “politica” sia unicamente il complesso di attività volte alla conquista del consenso elettorale e che, più specificatamente, consista nel promuovere alleanze e nell’elaborazione di programmi di governo. O consista, me è solo l’altra faccia della medesima medaglia, unicamente nella propaganda di ideali, principi ed obiettivi di lotta.”

      Quello che dicevo prima. Se si vuole partire da subito con il 10%, se ci si allea con il PD, si continua a pregare Sel di ripensarci, ci si unisce a movimenti vari, si segue la decisione di saggi (alcuni anche anticomunisti e forse nemmeno tanto di sinistra) per creare una ennesima lista elettorale ..
      Come si fa a dire che è una idea perniciosa?
      Non è una idea, è un FATTO!

      Di pernicioso qui c’è solo il comportamento del partito.
      Ed è un vero peccato.

      Ciumbia .. ho letto solo le prime righe …

    • Ma entra nel merito perdiana! Contesta i punti dove ritieni di contestare, esprimi le tue analisi e passa all’azione conseguente. Cioè quale programma, quale organizzazione, e quali azioni politiche (da soli o con chi) proponi.

  13. Bell’ articolo.
    Mi sembra però che non si voglia vedere un fatto dirimente nella società italiana (e forse europea): nessuno vuole, sogna, desidera o auspica un superamento del capitalismo in favore del comunismo.
    Questo tipo di desiderio, indispensabile a rifondazione per poter esistere davvero, è oramai scomparso dalle menti di chi ha meno di 50 anni.
    E sono i desideri che muovono davvero le persone.
    Quindi diventa vera (vera sintesi di questo lunghissimo articolo) una frase collocata circa a metà: ‘Nessun dio ci salverà’

  14. GIovanni Caggiati (Parma)

    La pratica sociale nella lotta di classe e la battaglia culturale sono le priorità che Mantovani ripete al termine dell’articolo. Sul primo punto la questione vera, il limite vero di Rifondazione, è quello di non aver mai risolto,nemmeno affrontato,la questione del sindacato. Da quando il PRC esiste il sindacato è quello del definitivo abbandono della scala mobile, della moderazione salariale e delle compatibilità, della concertazione, dei servizi e dei cittadini, insomma tutt’altro che il sindacato di lotta, nei luoghi di lavoro e nella società, della fine anni ’60 e inizio ’70. E allora senza uno strumento di lotta come il sindacato come si può, come può il partito, sviluppare conflittualità sociale? Sull’altro punto, anche qui ci sono responsabilità dei gruppi dirigenti del PRC (di cui Mantovani stesso ha fatto parte, anche se egli vorrebbe considerare solo fattori “oggettivi” escludendo responsabilità soggettive), gruppi dirigenti che non hanno mai fatto, o promosso,un’analisi critica approfondita – da sinistra! – del sistema sovietico e delle “democrazie popolari”, che non hanno mai mostrato piena consapevolezza dei tratti originali e distintivi del Pci in seno al movimento comunista anche internazionale, che non hanno ripreso e sviluppato intuizioni e spunti di Berlinguer e segnatamente le battaglie dell’ultimo Berlinguer. E’ un caso che il PRC nel trentesimo, quest’anno, della morte di Berlinguer non abbia fatto alcuna commemorazione del dirigente comunista? E nessuna commemorazione di Togliatti nel cinquantesimo? E’un caso che il PRC non faccia una sola protesta contro le legge elettorali truffaldine peggiori della legge truffa del’53? No, purtroppo sono segni della generale
    povertà della cultura politica del PRC.

  15. E’ da un po’ che non si leggeva una vera analisi. Mi è piaciuta. Ad altri, legittimamente, no. Taluni commenti, a me pare, forse sbaglio ma non credo, esprimono disagio. Per fare un po’ di chiarezza e per arricchire e approfondire il dibattito non sarebbe più proficuo contestare, eventualmente, l’ analisi di Mantovani punto per punto, dimostrandone, eventualmente, l’ inesattezza ed evidenziando naturalmente, e concretamente, la credibilità della propria controanalisi?

  16. L'Arte Del Pensiero

    Rifondazione, non ha un futuro, sarà sicuramente oggetto di nuove fusioni, con quella timida sinistra del PD e di SEL.
    Rifondazione nasce in un periodo storico di riflusso e di sconfitte, mette nel calderone parte dei revisionisti del PCI, parte dei trotzkisti, movimenti ex di quello, o ex di quell’altro, Poi in profonda contraddizione si alleano anche i Maoisti-Stalinisti di Fosco Dinucci che nulla avevano a che vedere con questo movimento piccolo borghese che si andava creando di tutti i vari ex.
    L’analisi deve partire da qui, il partito viene egemonizzato dai soliti moderati che io chiamerei destra, si punta esclusivamente alla lotta parlamentare e in una continua svendita si arriva alla situazione attuale, ma la discesa è ancora lunga ancora divisioni ecc.
    Adesso questa rifondazione cosa vuole fare?
    Il movimento operaio è allo sbando, e ringrazia vivamente, arrivisti, traditori, revisionisti, intellettuali e così via.
    Se la borghesia si permette di usare i manganelli in una manifestazione pacifica, neanche ci rispetta come avversario politico, troppi comunisti diversi tra loro, troppe visioni intellettualistiche, troppi parolai, che non possono che rafforzare il nemico.
    Ormai è di moda far partecipare i fascisti ai dibattiti televisivi, cose dell’altro mondo solo a pensarle , nei decenni passati.
    Questa è una sconfitta storica molto grave, e non credo sia di breve durata, allo stato attuale, anche se i comunisti si unissero sotto un’unica bandiera e parlassero con una sola voce, non riuscirebbero ad avere il credito necessario.
    La guerra tra poveri favorirà la destra fascista e quella dei guru.
    E noi potremmo fare ben poco, le carte nel mazzo sono pochissime e noi le abbiamo giocate tutte, gli errori fatti sono molteplici alcune volte cercati.
    La classe dirigente dei comunisti dovrebbe dimettersi in massa, sono riusciti a fare solo terra bruciata e questi sono i risultati che non mi invento, sono storici e sotto gli occhi di tutti.
    Analizzando la fase in cui viviamo almeno da un ventennio, forse non avremmo potuto e non potremo farcela, ma almeno avremmo fatto un passo indietro con dignità, questa è una vera schifezza.
    Molti compagni non si rendono conto che questa è la più grande sconfitta storica del movimento comunista internazionale che è maturato in modo più intenso negli ultimi quarant’anni.
    Non sarà facile, ricominciare, rifondare cosa? Manca la coscienza di classe, senza quella non si va da nessuna parte.
    Non parlo così perché sono deluso, sono ragionamenti che si facevano molto prima che rifondazione nascesse, adesso sono talmente attuali e confermati dalla storia che non si può più far finta di non vedere.

    • Luca Casartelli

      Concordo.
      Io faccio gli stessi ragionamenti anche perché deluso.
      Speravo ..
      Ma nulla.
      Sono francamente combattuto se rifare la tessera o no.
      E non la rifarei.
      Se accadrà è solo ed unicamente per amicizia forte nei confronti dei miei compagni di sezione.
      Ma è moralmente giusto?

  17. È evidente che il sistema capitalistico, finanziario,le politiche neo liberali e il libero mercato hanno determinato l’impoverimento di interi popoli occidentali. Prima nell’apparente bum economico (della speranza di facile ricchezza individuale) era difficile riorganizzare lo scontro sociale.la carta straccia veniva usata come moneta per pagare infrastrutture stipendi pensioni ecc.ecc per diventare poi moneta vera pagata dai cittadini come interessi del debito pubblico. Sarebbe estremamente noioso spiegare come il capitale decide di trarre profitto dell’investimento finanziario e dopo la stabilizzazione dei paesi dell’est con i soldi pubblici si delocalizza la produttività dove il costo del lavoro e decisamente inferiore. Completa il tutto quando due miliardi di nuovi lavoratori asiatici entrano nel mercato del lavoro abbassando il costo del lavoro. Sgretolano la classe operaia lentamente pezzo dopo pezzo. Fissano le nuove tutele( nessuna)dei lavoratori e a garanzia dei loro interessi eleggono i vari governi. Tutta la premessa e semplicemente per indicare come hanno magistralmente annullato la lotta di classe e asservito poi i lavoratori ed i cittadini. Diventava impossibile per la sn in quella fase organizzare la resistenza soprattutto quando i vertici avevano capito che per loro si aprivano le porte del regno della casta e i lavoratori avevano la pancia piena. Le condizioni attuali sono invece completamente cambiate. I cittadini sono affamati incazzati pronti alla rivolta e ancora qualcuno tenta di giustificare la necessita dell’esistenza di rf e con gli stessi argomenti qualcun’altro quella di sel pdci verdi gialli girotondini no global berlingueriani anarchici ecc.ecc ecc.ecc. eppure la soluzione per me e semplice. Nessuna scorciatoia.chiudete tutto. Comitato politico congiunto si decreta la fine dei mille rivoli e nasce la sn italiana. La sn d’identità. Di ideologia si discuterà dopo molto dopo. Lobbiettivo e la cosa esclusiva sulla quale aggregarci è il contro attacco al capitalismo alle politiche neo liberali ed il libero mercato. La sn senza se e senza ma. Non pd pp pupu centro o di lato. La sn italiana e nella globalizzazione il contro attacco della sn europea ed internazionale..mi viene da urlare ancora una volta poveri del mondo unitevi contro le diseguaglianze per una equa distribuzione della ricchezza. Capisco che le resistenze saranno molte soprattutto di quattro segretari di partito che finiranno di perdere la poltrona a ballaro’ da vespa ecc.ecc.Allora sciogliete dal basso i circoli le sezioni i comitati politici risparmiate sull’affitto e aprite una sola sezione. Un solo comitato politico.la sn italiana. E scendete in piazza aumentate la vostra forza giorno dopo giorno contro il capitalismo e il libero mercato nei banchi del parlamento europeo dettate le regole dei trattati internazionali. La tecnologia le nuove metodiche la produttivita come bene comune. Lo scambio di merci solo se prodotti esclusivamente da energia puli completamente riciclabile o biodegradabile. È una impresa scrivere dai tasti di un telefonino. Vi chiedo scusa l’ultima cosa. Fatelo nessuno lo farà per voi. Evitate che quacuno lo faccia per voi. Diffidate. Evitate che qualcuno sfruttando la miseria sul sangue dei lavoratori lo faccia per se stesso. Renzi e cento altri prima di lui.

  18. Ma mi fate interloquire?

    • Ti correggo : la TUA risposta è sì.
      IO penso che , intanto , dovremmo difenderci da questa rottamazione della democrazia se la scandalosa legge elettorale dovesse passare in parlamento.
      Gli strumenti sono : la mobilitazione , il referendum , il ricorso alla Corte che ha già bocciato il porcellum.
      Il problema poi , è anche economico ; mentre Renzusconi si finanzia organizzando festini a pagamento con intrallazzoni e finanzieri che a loro volta passeranno alla cassa ( lo stanno già facendo ), noi chiudiamo le sedi e c’han tolto pure il finanziamento pubblico.
      L’unica speranza è l’autofinanziamento ma la vedo nera.
      Poi…..
      Gli accordi si fanno in base ai programmi ; se sono inconciliabili è inutile fare ammucchiate.
      Se il nostro fine non è il Comunismo , perdiamo la nostra identità e non abbiamo il diritto di esistere.
      Da troppo tempo ci affidiamo a “indicibili” alleanze , non solo a livello locale ; forse è il tempo di fare l’unità dei Comunisti.
      Chi la pensa diversamente , credo che , prima o poi , percorrerà la stessa strada che ha condotto Gennaro Migliore nel PD ; una mutazione genetica che non mi persuade.
      Adesso Gennarino ci spiegherà che è di sinistra abbattere i diritti dei lavoratori ; qualche anno (mese…) fa ce l’avevo di fianco , in piazza , a protestare contro l’abolizione dell’art.18.
      Se ci alleiamo con personaggi di tal fatta , l’elettore dirà : “…è m… o mascarpone?”.
      Chi rottama il Comunismo rottama , innanzi tutto , se stesso ; scongiuro chi ha più voce in capitolo di me , di non farlo!

  19. IL PENSIERO DI LENIN SU TROCKIJ

    Si usa spesso dire che nel suo “Testamento” politico Lenin avesse dato indicazioni verso Trockij piuttosto che verso Stalin come leader del partito bolscevico e del nascente stato sovietico. In realtà in tale “Testamento” Lenin esprimeva profonde riserve su tutti principali leader del partito bolscevico dell’epoca, riscontrando difetti teorici, pratici o caratteriali sia in Stalin che in Kamenev, Bucharin, Zinov’ev e, non ultimo, nello stesso Trockij.

    Riguardo a quest’ultimo anzi il giudizio di Lenin stesso era sempre stato molto severo e teso alla diffidenza politica. A questo riguardo occorre ricordare che tale preoccupazione era presente nell’intero gruppo dirigente del partito bolscevico, tant’è che lo stesso Stalin fu nominato segretario generale del partito già nel 1922, Lenin vivente, appoggiato non solo da Lenin ma dalla gran parte del gruppo dirigente (compresi gli altri leader prima nominati), preoccupato per il prestigio popolare acquisito dal fondatore dell’Armata Rossa, sul quale pesavano però alcune notevoli divergenze politiche.

    A titolo di esempio riportiamo una lunga serie di giudizi non propriamente positivi dati dal compagno Lenin su Trockij (che riportiamo pur ricordando che fu lo stesso Lenin e lo stesso partito ad affidare spesso incarichi importanti e determinanti per il buon esito della rivoluzione bolscevica e della sua salvaguardia; è però importante ricondurre pregi e difetti ad un giudizio critico adeguato ai fatti storici):

    “La spudoratezza di Trotsky nel ridurre al minimo il partito e esaltare se stesso.”
    (Significato storico della lotta all’interno del Partito comunista in Russia, 1911)

    “Frasi risonanti ma vuote di quelle in cui Trotsky è un maestro”.
    (Significato storico della lotta interna nel Partito comunista in Russia, 1911)

    “L’ossequiosità di Trotsky è più pericolosa di un nemico! Trotsky non poteva offrire alcuna prova, ad eccezione di conversazioni private (semplice sentito dire, che in Trotsky sussiste sempre).”
    (Il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, 1914)

    “Antiche e pompose ma perfettamente vacue frasi di Trotsky… Nessuna parola sul merito della questione… Esclamazioni vuote, parole di alto volo, uscite arroganti contro avversari che l’autore non nomina, affermazioni straordinariamente importanti – questo è il repertorio di Trotsky”.
    (Pravda, 1913)

    “Non capisce il significato storico delle differenze ideologiche tra gruppi e tendenze marxiste”
    (Rottura dell’Unità, 1914)

    “Trotsky non ha mai avuto una opinione ferma su nessuna questione importante del marxismo”.
    (Il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, 1914)

    “Trotsky, tuttavia, non ha mai avuto un “aspetto”, l’unica cosa che ha è l’abitudine di cambiare fronte, di saltare dai liberali ai marxisti per ritornare di nuovo, di impostare esageratamente argomenti e frasi roboanti…”
    (La rottura del blocco di agosto, 1914)

    “Trotsky, da un lato, rappresenta solo le sue esitazioni personali e nient’altro. Nel 1903, fu menscevico; nel 1904, ha lasciato i menscevichi; nel 1905 ritornò al menscevismo urlando frasi ultra-rivoluzionarie; nel 1906 lo lasciò di nuovo; alla fine del 1906 sostenne accordi elettorali con i cadetti (essendo ancora una volta con i menscevichi); nella primavera del 1907, al Congresso di Londra, affermò che differiva da Rosa Luxemburg in “dettagli specifici di idee piuttosto che di linee politiche”. Un giorno Trotsky plagia l’eredità ideologica di una fazione, il giorno dopo ne plagia un altra, e infine si dichiara al di sopra delle fazioni.”
    (Significato storico della lotta all’interno del Partito comunista in Russia, 1911)

    “Trotsky fu un ardente iskrista nel 1901-1903, e Ryazanov descrisse il suo ruolo nel Congresso nel 1903 come “il randello di Lenin”. Alla fine del 1903, Trotsky fu un ardente menscevico (cioè un transfuga passato dagli iskristi agli “economisti”). Egli proclama che “tra la vecchia e la nuova Iskra vi è un abisso”. Nel 1904-1905 abbandona i menscevichi e assume una posizione incerta, ora collaborando con Martynov (un “economista”) ora proclamando l’assurdamente sinistra teoria della “rivoluzione permanente”. Nel 1906-1907 si avvicina ai bolscevichi e nella primavera del 1907 si proclama d’accordo con Rosa Luxemburg.”
    (Come si viola l’unità gridando che si cerca l’unità, 1914)

    “Che canaglia questo Trotsky; frasi di sinistra, e in blocco con la destra contro la sinistra di Zimmerwald!!!”.
    (Lettera a Kollontai, febbraio 1917)

    “Trotsky arrivò, e questo farabutto subito si alleò con l’ala destra del Novy Mir contro la sinistra di Zimmerwald! [...] Questo e’ Trotsky! Sempre fedele a se stesso = truffaldino, si finge di essere di sinistra e aiuta la destra, per quanto possibile…”
    (Lettera a Inessa Armand, febbraio 1917)

    “Un leader politico è responsabile non solo della propria politica, ma anche per gli atti di coloro che egli guida.”
    (I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, 1921)

    “Trotsky ha fatto perdere tempo al partito in una discussione di parole e brutte tesi… Tutte le sue tesi, quanto la sua intera piattaforma, sono così errate che abbiano sottratto risorse e l’attenzione del Partito dal lavoro pratico nella “produzione” di un sacco di discorsi vacui [...] dopo la sessione plenaria di novembre in cui si è data una soluzione chiara e teoricamente corretta.”
    (Ancora una volta sui sindacati, 1921)

    “Il suo rifiuto a far parte del comitato dei sindacati è stata una violazione della disciplina del Comitato centrale.”
    (Discorso sui sindacati, 1921)

    “L’apparato è per la politica, non la politica per l’apparato [...] Trotsky è un uomo di temperamento con esperienza militare. Egli è affezionato all’organizzazione ma, come in politica, non ha nessuna idea.”
    (Riassunto di note di Lenin in occasione della Conferenza dei Delegati al X congresso del PC(B), marzo 1921).

    “Il compagno Trotsky parla di “stato operaio”. Lasciatemi dire che questa è un’astrazione, non è proprio uno “Stato Operaio”. Questo è uno dei principali errori del compagno Trotsky [...] Per una cosa: il nostro non è in realtà uno stato operaio, ma uno stato di operai e contadini. E molto deriva da esso.”
    (I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, 1921)

    “Trotsky accusa Tomsky e Lozovsky di pratiche burocratiche. Io direi che è vero il contrario.”
    (Secondo Congresso dei minatori russi, 1921)

    “In relazione all’Ispezione operaia e contadina, il compagno Trotsky ha fondamentalmente sbagliato [...] In relazione alla Commissione di pianificazione dello Stato, il compagno Trotsky non ha solo sbagliato ma sta giudicando qualcosa su cui è sorprendentemente male informato”
    (Replica sulle osservazioni sulle funzioni del Vice Presidente dei Commissari del Popolo, 1922).

    • Ma esistono ancora soggetti come te, che ripropongono la propaganda staliniana degli anni 30? Per stare al tuo livello ti potrei ricordare che Stalin ha fatto incarcerare o ammazzare la maggioranza dei dirigenti bolscevichi del 1917. Ma vale la pena di discutere con te? Con chi non capisce che oggi più che mai il comunismo deve identificarsi con verità e libertà, oppure non avrà nessuna possibilità di risorgere. Chiudi quella bocca…

  20. Bianco Giuseppe Agostino

    RIFERIMENTO ALL’INTERVISTA RILASCIATA DA OGGIONNI IL 30/11/2014 A SEL
    I manzoniani “polli di Renzo” danno la fotografia, “oggi sempre più”, della sinistra italiana, che, come quei polli, sa essere solo litigiosa ed incapace di trovare una sintesi. È vero, la cultura del dubbio è fondamentale per non farci commettere errori. Ma questa sinistra con belle frasi ad effetto tenta di trovare, di percorrere strade nuove “una sinistra che non si adegua al renzismo e non si esilia nella testimonianza, ma pratica l’ambizione di essere moderna, efficace, curiosa del mondo che cambia”, moderna ed efficace, ma come? Per fare che cosa? Belle parole, ma, l’unica soluzione che, troppi, riescono ad individuare, è costituita dal “prendere cappello ed andare via”. È questo un atteggiamento portatore di nessuna utilità. Ritengo che con il PD si debba interloquire, Togliatti docet, ma con il PD mi appare totalmente errato procedere al formarsi di un’ammucchiata tra forze, che difendano interessi divergenti, nella vana speranza di provocare cambiamenti di politiche nella forza maggioritaria, tentativi che verrebbero frenati da logiche di coalizione. Anche Vendola creò un nuovo soggetto, con la contraddittoria intenzione di riunire la sinistra, ma, partendo da una scissione. Risultato: SEL ha un poco di presenza e visibilità in Parlamento, ma nessun passo avanti ha fatto fare agli italiani nella direzione della democrazia e di una più equa distribuzione della ricchezza. Anche questo partito della sinistra possiamo definirlo irrilevante e marginale come il PRC. Anche questo partito, come il PRC, predica bene e razzola male, entrambi rimangono strenuamente attaccati al loro orticello. Ma, Parigi val bene una messa, ovvero SEL con le utili “entrate” dei suoi parlamentari e la cassa integrazione per il PRC. I rappresentanti di questi partiti non possono continuare a coltivare il proprio orticello, anche se nessun vantaggio politico generano, in particolare per i più deboli. Il loro compito è quello di dare voce a chi voce non ha e, certamente, non avendo potentati alle spalle, non potranno farlo, se non ritorneranno a parlarsi. L’unica loro forza sta nella loro unità, ma, entrambi, continuano a percorrere la strada della separatezza. Il PCI, anche solo dall’opposizione, provocò dei cambiamenti, ma potè farlo, perché coeso e forte. La sinistra italiana, invece, per tutelate interessi di pochi, continua ad indugiare tra la resa, la testimonianza e la subalternità, l’irrilevanza. Togliatti parlava con tutti, da Badoglio a Nenni, ma sempre pensò ad agire per tutelare gli interesse, le sorti dei più deboli. Si può parlare con il PD, ma partendo da una posizione di forza, la forza dell’unità della sinistra, che, oggi, necessita improrogabilmente. Qui si parla di modernizzazione, gradirei sapere in che cosa consista. Oggionni riferisce come nel PRC i giovani siano visti come un peso. Se ciò dovesse essere vero, sarebbe totalmente sbagliato, ma è altrettanto errato provocare inutili scissioni o cambiamenti di campo. Scendano in piazza i giovani e lo denuncino questo stato di fatto, se esistente, invece di limitarsi all’utilizzo del mezzo mediatico, che sa tanto di tentativo per giustificare un cambio di campo, anche incapace di provocare modificazioni dell’incondivisibile renzismo imperante e del capitalismo. I giovani comunisti denuncino questo atteggiamento errato nei loro confronti, partecipando alle assemblee nazionali dei segretari dei Circoli del PRC, che si terranno prossimamente. In questa sede chiariscano che cosa vogliano proporre sulla strada della “modernizzazione” e si confrontino, verifichino il pensiero della base. Necessita una sinistra unita. I giovani comunisti renderebbero un buon servizio alla causa dei più deboli, lottando per costringere Vendola e Ferrero, ovvero, anche tutti i dirigenti dei due partiti, a procedere, veramente e con i fatti, verso l’unità della sinistra e a non muoversi solo per tutelare una insignificante piccolissima visibilità politica, insignificanza capace solo di ulteriormente mortificare gli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie. Vorrei capire. Oggionni riferisce di aver suggerito un modo diverso di essere comunisti: più curiosi, più aperti al mondo e alla sua complessità. Alle generiche affermazioni seguano proposte operative, affinché i buoni propositi non rimangano nebbia, portatrice solamente di insanabili incomprensioni e danni per l’intera sinistra

    • Credo che i giovani comunisti, se sanno fare politica, lo spazio se lo prendono se hanno idee. I discorsi poetici tipo “curiosi, aperti, moderni…” sono diventati insopportabili.
      Il Prc, che di errori ne ha fatti molti, ha sempre subito le scissioni da parte dei più “moderni e intelligenti”(risultati di queste scissioni zero o effetti negativi), oppure dei più fedeli (a parole) all’ ortodossia (storia del Pdci docet).
      Non si può assolutamente dire che la politica del Prc (nonostante i suoi numerosi errori, lo ripeto ad evitare fraintendimenti) è rappresentata dalla coltivazione dell’ orticello. Ricerca continua del nuovo soggetto nuovo e più ampio lo dimostra senza ombra di dubbio (Fds, Riv. Civile, L’ altra Europa, e in queste ricerche di errori ne ha fatti. Quindi di errori ce ne sono stati tanti da parte di tanti. Taluni hanno realmente coltivato il proprio orticello: alleanze al ribasso , politiche al massimo emendative su piccole cose, con il vantaggio di, visibilità istituzionale (parlamentari, assessori…) e vantaggi economici (certamente se hai un bel gruppo parlamentare, tanti assessori e consiglieri è più facile fare politica). Quindi ci sono errori ed errori. Non si possono mettere tutti nello stesso calderone. Rischia di diventare la solita predica che non facilita, tipo “i gatti di notte sono tutti bigi”. Per ripartire in maniera sana ognuno deve riconoscere i suoi di errori.

  21. vernaghi - sez. PRC Bergamo

    Più volte abbiamo dibattuto questo tema in sezione:
    Fare un nuovo partito dei lavoratori, UNICO alla sinistra del PD e che comprenda tutte le forze di sinistra , anche non comuniste.
    L’importante è che sia un partito con chiare connotazioni di difesa dei lavoratori e contro il potere dei padroni.
    Abbiamo dibattuto anche quello che sembra essere un tabù: potrà il nuovo partito che nascerà non essere necessariamente comunista ?
    La risposta è SI, l’importante è rimanere a difesa degli interessi dei lavoratori, non solo dipendenti ma anche precari, partite iva fittizie, in nero ecc ecc.
    Non ci impicchiamo al nome.
    Partito dei lavoratori, o Sinistra dei lavoratori andrebbe benissimo.

    • A parte che le sezioni non esistono, non so se ti riferisci al circolo o alla federazione. La discussione sul partito del lavoro nella federazione di Bergamo non c’è mai stata. E non c’entra nulla con l’analisi di Mantovani, che anzi, sostiene il contrario. Al contrario fortunatamente il partito a Bergamo sta diventando quel “collettivo che organizza la lotta di classe” che si auspica Mantovani, ottenendo in quegli ambiti grandi risultati. Se davvero esistono posizioni del genere non mi risulta siano mai state espresse, per lo meno non a livello federale.
      Avremo comunque occasione di discuterne alla conferenza di organizzazione.

      • ohibò! mi hanno fatto sparire un commento, in cui dicevo… la verità, e cioè che “Vernaghi” è un troll e un provocatore ed è tutto fuorchè un comunista di Bergamo. E lo ripeto. E vediamo adesso se mi censurano di nuovo.
        Che strano però, chi gestisce il sito regge il gioco a… “Vernaghi”! Interessante, davvero, molto interessante…

  22. I partiti comunisti svolgono, oltre la rappresentanza degli interessi di classe, in seconda battuta (brutto termine, ma è solo per cercare di spiegarmi) una funzione dirigente nazionale. E’ tutta la storia del Pci (per rimanere in Italia, ma è generale)che va in questa direzione. Altrimenti, se si limitassero a voler perseguire gli interessi della classe, non potrebbero mai svolgere una funzione di dirigenza nazionale (sempre dal punto di vista degli interessi della classe che vogliono perseguire. Perseguire è relativo a “interessi”). Se si fa un’ analisi, un’ inchiesta, di tutta la storia dei partiti comunisti che hanno svolto, o attualmente svolgono una funzione dirigente, si potrà notare che tendono a svolgere una funzione di direzione generale, non solo di rappresentanza di classe (sia dove sono maggioranza assoluta o dove sono in minoranza ed in coalizione con altre forze politico/sociali. Preciso non c’ entra niente la situazione italiana). Se si vuole fare una panoramica internazionale che, a mio modesto parere, conferma ciò, la si può fare. Per cui, ad esempio, se ci riferiamo alla situazione italiana, è ineludibile che un piccolo partito anticapitalista (Prc o poco altro), in minoranza nel mondo della sinistra (il Pd, per non essere frainteso, non c’ entra niente), dovrà interloquire, e a lungo, con il mondo antiliberista (maggioritario). Altrimenti, concretamente, ripeto concretamente, cosa può fare? Naturalmente sempre ponendosi l’ obiettivo di riuscire ad esercitare la propria egemonia, prima culturale e poi politica. E’ solo un mio parere, per fortuna non il solo.

  23. Ottima analisi che spiega perché 7 anni fa ho lasciato il PRC e perché finora non ci rientro: costruire un partito comunista significa agire la lotta di classe ovunque essa sia possibile ,pensare che solo nelle istituzioni o addirittura solo con ruoli di governo essa sia fattibile e valida è una follia suicida, tant’è che il partito è quasi scomparso, ma è altrettanto pericoloso pensare di aggirare il problema inventandosi l’ennesimo contenitore che se è realmente di classe ed anticapitalista coincide con un partito comunista e quindi non ci sono “altri”, se invece è semplicemente antiliberista allora è solo un cartello elettorale che ripeterà la deriva istituzionalista e governista anticamera della progressiva ,lenta ,ma quasi inesorabile eutanasia .

    • Non ho parole che possano spiegarti appieno quanto tu abbia ragione!
      Eppure io resisto , forse ingannato da quell’aggettivo ( Comunista) , che rimpiccioliscono o nascondono nei simboli elettorali , e che è continuamente minacciato dalle ” …magnifiche sorti e progressive…”
      che i nuovi “compagni” attendono inutilmente.

  24. Mario E. De Bellis

    Punto e a capo…!!!

  25. CHE PALLE!!

    Sempre le solite chiacchiere da parte di chi (in generale) ha contribuito a sfasciare la sinistra insieme ad altri che invece di fare un passo indietro e lasciare il posto ai GIOVANI continuano a dare lezioni e suggerimenti.
    Basta!

    • Ci sono anziani che non valgono un c…. e ci sono anziani che valgono e sono valsi moltissimo e che hanno sacrificato molto della loro vita con 2 p…. che tu non sai neanche cosa sono. Ci sono anziani con un cervello enormemente più giovane di tanti giovani, solo anagraficamente, che vivono una vita da schiavetti inconsci del sistema in cui vivono.
      Detto questo, al fine di rimettere le cosa al loro posto, poiché sono anziano, ma, scusa la presunzione, sono molto giovane, adoro i giovani che spessissimo sono estremamente intelligenti e sono un patrimonio per l’ umanità. Ma, purtroppo ci sono un mucchio di giovani che non valgono un c…. Sia come capacità politica che esistenziale. Quindi finiamola con la patetica sottocultura renziana della rottamazione e palle del genere.

    • Basta con questo qualunquismo degno degli elettori di Renzi!

    • Hai perfettamente ragione, concordo completamente con quanto hai detto.

    • Carlo ha perfettamente ragione, e poi basta con mega commenti lunghi, più sintesi e chiarezza.

  26. Quelli come te li manderei a lavorare sul piano di colata dell’altoforno di Taranto. Noi, operai,pensionati ed impiegati, abbiamo le palle piene di tuttologi. Vogliamo andarcene da tutte le amministrazioni che VOI avete voluto col PD. Vogliamo essere un partito di opposizione a questo governo e non solo. Per anni ed anni ci avete obbligati ad accettare alleanze col PD ed ancora ci volete dettare le linee. Andatevene da un partito che si dichiara COMUNISTA.

    • Maurizio Acerbo

      Caro K, ti faccio notare che lo Statuto del nostro partito si prevede che siano gli organismi democraticamente eletti dei vari livelli territoriali a decidere su regioni e comuni. Quindi se il partito in determinati territori si è alleato non lo ha fatto certo perché qualcuno lo ha imposto ma per decisioni prese in quelle regioni e in quelle città. Comunque in gran parte d’Italia noi non ci siamo presentati in alleanze col PD (cosa che comunque non è neanche detto che non debba essere fatta a priori dato che i municipi sono cosa diversa dal governo nazionale). Dato che le scelte sulle elezioni amministrative determinano spesso e volentieri dinamiche negative nel documento di maggioranza approvato all’ultimo congresso c’era anche l’indicazione di svolgere referendum tra gli iscritti sulle scelte elettorali amministrative ove controverse.

      • gino sperandio

        Caro Maurizio, ho scorso il documento di Ramon e lo trovo condivisibile, ma credo che oggi il problema politico sia che non abbiamo la forza politica e organizzativa per praticare l’autonomia politica del Partito in una competizione elettorale.
        Ma se così è allora occorre costruire le condizioni perché questa autonomia esista davvero, credo perciò che ad oggi la questione delle alleanze elettorali anche negli enti locali non sia solo tema tattico, ma strategico. Non conosco molto bene la realtà Greca, Spagnola o Tedesca, ma credo che la possibilità della Linke oggi di avere il Presidente della Turingia derivi dal fatto che l’insediamento politico sociale garantisca per l’appunto di per se indipendenza dalla socialdemocrazia.
        Ci siamo sempre detti, e lo abbiamo scritto nei nostri documenti che l’alleanza era possibile solo ove questo partiva dalla nostra forza e sulla base di avanzamenti programmatici, ma in realtà molto spesso è stato usato per fare alleanze a prescindere.

        • Concordo, dobbiamo migliorarci dal punto di vista organizzativo. Soprattutto stimolare i territori, investire sul tesseramento e sulla presenza nei luoghi di lavoro.

  27. Fascismo : finito nel 1945
    Nazismo : finito nel 1945
    Comunismo : finito nel 1989

    Ora, se volete continuare a fare gli interessi dei lavoratori, cambiate nome, e diventate il partito di chi lavora. Che oggi non è più un partito comunista…
    Finchè userete questi sostantivi , non prenderete uno straccio di voto in quanto non significano nell’immaginario collettivo un partito che difende il lavoro, bensì un partito che vuole rovesciare un sistema democratico per instaurare una dittatura già vista e sconfitta dalla storia.

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