<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title> &#187; Materiali</title>
	<atom:link href="http://www.rifondazione.it/formazione/?cat=4&#038;feed=rss2" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.rifondazione.it/formazione</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 25 Jan 2026 19:41:09 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.1.38</generator>
	<item>
		<title>Disposizione XII. Contro ogni forma (vecchia e nuova) di fascismo: conoscere la storia per combattere nel presente</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1030</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1030#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2022 07:31:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dipartimento Antifascismo PRC]]></category>
		<category><![CDATA[Disposizione XII]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1030</guid>
		<description><![CDATA[Disposizione XII nasce da una esigenza di formazione sul tema dell’antifascismo emersa da giovani, e meno giovani, nelle discussioni del dipartimento Antifascismo del Partito della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://go.rifondazione.eu/disposizione-xii" target="_blank">Disposizione XII</a> nasce da una esigenza di formazione sul tema dell’antifascismo emersa da giovani, e meno giovani, nelle discussioni del dipartimento Antifascismo del Partito della Rifondazione Comunista. Trattando di questi temi ci si è accorti che spesso si danno per scontate conoscenze storiche del periodo che va dalla prima guerra mondiale fino agli anni 2000, quando invece la stessa scuola purtroppo non se ne occupa in modo approfondito trascurando spesso tutto il periodo che va dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.</p>
<p>Per queste ragioni è stato concepito un corso su fascismo e antifascismo che vuole essere un testo di facile accesso per tutti, disponibile ora anche on line, arricchito da documenti e materiale video e fotografico.</p>
<p>Il testo si articola cronologicamente in Capitoli che vanno dalla 1° Guerra Mondiale ai giorni nostri per finire con l’illustrare il fenomeno delle nuove destre che ideologicamente si rifanno al fascismo nonostante il divieto contenuto nella XII Disposizione della Costituzione “di riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partita fascista”.</p>
<p>Conoscere il fascismo per poterlo combattere, questo è l’obiettivo che sta alla base della produzione di questo ipertesto che ha potuto essere elaborato grazie all’impegno di Raul Mordenti (coordinatore del progetto), Sergio Dal Masso, Franco Federici, Saverio Ferrari, Dino Greco, Gianluigi Pegolo, Tiziana Pesce, Rita Scapinelli per quanto riguarda la scrittura dei testi e la ricerca dei materiali, di Giulio Latini (regista), Progetti Multimediali, Fabrizio Baggi, Emma Marconcini (attrice), Paola Paesano, Renato Vitantonio, i Giovani e le Giovani Comunisti/e delle Federazioni di Ascoli, Fermo, Teramo, L’Aquila (Gian Marco Falgiani, Emanuele Bronzi, Jacopo Pio Falgiani, Silvia Agostini, Deria Beatrice Neagu, Riccardo Specchiarelli) per quanto riguarda i video e le letture dei testi e Paolo Sordi con Aurora Argenzio e Martina Segantini per la progettazione web e l’editing ipertestuale .</p>
<p>A tutti loro va il ringraziamento del Dipartimento Antifascismo per il lavoro svolto che può senz’altro costituire un utile strumento per un impegno continuo in difesa della Costituzione, contro il fascismo e soprattutto il neofascismo causa di stragi, aggressioni, fatti di sangue che si sono succeduti dalla nascita della Repubblica fino ad oggi.</p>
<p><strong><em>Rita Scapinelli</em></strong><br />
<em>Responsabile Nazionale Antifascismo</em><br />
<em>Rifondazione Comunista-SE</em></p>
<p><a href="https://go.rifondazione.eu/disposizione-xii" target="_blank">https://go.rifondazione.eu/disposizione-xii</a></p>
<p><a href="https://go.rifondazione.eu/disposizione-xii" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-1031" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2022/09/disposizione-xii.jpg" alt="disposizione-xii" width="1200" height="896" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=1030</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La storia dei vaccini: medicina, politica ed economia</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1006</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1006#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Aug 2021 21:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Bernardino Fantini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1006</guid>
		<description><![CDATA[Pubblichiamo la versione integrale dell’articolo scritto dal prof. Fantini per Critica Marxista n.3/2021. Nell’edizione cartacea della rivista è entrata, con il consenso dell’autore, la seconda [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo la versione integrale dell’articolo scritto dal prof. Fantini per Critica Marxista n.3/2021. Nell’edizione cartacea della rivista è entrata, con il consenso dell’autore, la seconda parte dello scritto, relativa alla situazione attuale determinata dalla Covid 19. Ancora un grazie all’autore per il suo importante contributo | (<a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/08/la-storia-dei-vaccini-medicina-politica-ed-economia-.pdf">Scarica l’articolo con note in PDF</a>)</em></p>
<p>di Bernardino Fantini. Università di Ginevra</p>
<p><strong>Introduzione. Attualità della vaccinazione</strong></p>
<p>La vaccinazione è il più “eroico” dei rimedi sanitari, l’atto medico più celebre, un simbolo della tecnologia medica. Accanto al gesto che cura, presente sin dall’antichità in sculture, bassorilievi e vasi, si associa a partire dalla fine del Settecento, con la prima vaccinazione contro il vaiolo realizzata da Edward Jenner, il gesto che previene, che crea uno scudo protettivo della salute individuale e collettiva contro il vaiolo, la malattia all’epoca più temuta ma che diverrà poi anche la prima malattia grave ad essere eliminata, eradicata, con uno sforzo cosciente e globale di politica sanitaria internazionale basato sulla copertura vaccinale di intere popolazioni. La storia dei vaccini è relativamente breve, coprendo poco più di due secoli, dalla fine del Settecento a oggi, ma è estremamente densa di innovazioni scientifiche e tecnologie, di controversie intorno alle politiche vaccinali e di impatti profondi sulla vita delle persone e delle collettività. In questa breve storia si possono distinguere cinque periodi che si sono cronologicamente succeduti :</p>
<p>1. Un periodo che si può chiamare di ‘preistoria’ della vaccinazione, con i tentativi anche antichi ma localizzati nel tempo e nel spazio di immunizzare i bambini con tecniche basate sul trasferimento di materia purulenta, in particolare la ‘variolizzazione’ per immunizzare contro il vaiolo.</p>
<p>2. La scoperta della vaccinazione jenneriana e la sua diffusione, con i primi programmi di vaccinazione obbligatoria, prima di determinati gruppi, poi di intere popolazioni.</p>
<p>3. La rivoluzione pastoriana, le origini della microbiologia e dell’igiene scientifico, da cui deriva l’origine della ‘vaccinologia’, che sul modello del vaccino espande all’insieme delle malattie infettive l’idea di immunizzazione. Questo allargamento degli obiettivi vaccinali si accompagna allo sviluppo di movimenti contrari alla vaccinazione, in particolare obbligatoria.</p>
<p>4. Il primi decenni del Novecento, una vera ‘età aurea’ della vaccinologia, con la scoperta di nuovi vaccini, che insieme agli antibiotici e ai metodi di terapia intensiva, sono considerati come una delle tecnologie di punta e più efficaci, capaci di debellare per sempre la maggior parte delle malattie epidemiche. Da qui nasce una sorta di “illusione tecnologica”, la speranza che grazie allo sviluppo delle tecniche mediche sarebbe stato possibile disfarsi delle malattie infettive.</p>
<p>5. Il periodo fra la fine del XX e il nuovo millennio, caratterizzato dall’emergenza di molte nuove malattie infettive (‘malattie emergenti’, a partire dall’AIDS), dallo sviluppo di nuovi vaccini, ma anche da una forte ripresa delle posizioni negative nei confronti della vaccinazione.</p>
<p><strong>La preistoria: l’idea di immunità e la variolizzazione</strong></p>
<p>In diverse popolazioni dell’antichità, soprattutto in Asia e in Turchia, si praticava l’inoculazione del vaiolo o variolizzazione dei bambini da parte delle madri o di donne specializzate in questa pratica. Il vaiolo faceva molta paura perché molti morivano della malattia ma anche perché quando il bambino guariva dall’infezione talvolta rimaneva cieco e quasi sempre il suo viso era deturpato dalle cicatrici lasciate dalle pustole. Il vaiolo era noto per tre caratteristiche: sintomi facilmente riconoscibili, alta contagiosità e immunità contro ulteriori infezioni di chi sopravviveva all’infezione. Queste proprietà sono all’origine dell’idea di “immunizzazione artificiale”: anche se il rischio di causare la malattia era elevato, le madri inoculavano regolarmente i bambini. Gravi epidemie di vaiolo arrivano in Europa nel Settecento, dopo la scomparsa delle gravissime pandemie di peste che avevano caratterizzato i secoli precedenti. L’ultima epidemia di peste scoppia a Marsiglia nel mese di maggio 1720, provoca un disastro nella città (con 40’000 morti su 90’000 abitanti) e in Provenza, ma non si diffonde in altre regioni, come invece avveniva regolarmente nel passato. E proprio in quegli anni che si verificano gravi epidemie di vaiolo. L’epidemia colpisce ogni strato della popolazione, fa strage soprattutto di bambini, ma colpisce anche personaggi illustri.</p>
<p>Nel 1718 la moglie dell’ambasciatore britannico in Turchia, Mary Wortley Montagu, che aveva perso un fratello a causa del vaiolo nel 1713 e lei stessa era rimasta sfigurata dalla malattia nel 1715, osserva il metodo utilizzato dalla donne turche, lo fa applicare a suo figlio e comincia a diffonderne la conoscenza tra le famiglie nobili inglesi. Il metodo era stato reso noto in Europa da una lettera pubblicata nel 1713 nelle Philosophical Transactons della Royal Society di Londra dal medico genovese Emmanuel Timoni, che praticava a Chio, un’isola dell’Egeo poco distante dalla Turchia, a cui erano seguiti negli anni successivi nello stesso giornale altri articoli, di J. Phylarinus e J. Woodward.</p>
<p>Al suo ritorno a Londra nel 1721, Lady Montagu trova una città devastata da una terribile epidemia di vaiolo e chiede al suo medico personale di inoculare anche sua figlia, alla presenza dei medici della corte e dell’alta società inglese. La bambina non ha conseguenze dall’inoculazione e il re Giorgio I, che aveva avuto casi di vaiolo in famiglia, dà il permesso di condurre un esperimento su sei prigionieri della prigione di Newgate, dove venivano tenuti i condannati a morte. Sei uomini e sei donne sono inoculati con successo e in seguito graziati per la loro involontaria partecipazione all’esperimento ‘reale’. Visto il successo, si ripete l’esperimento su cinque orfani, che sviluppano una forma molto leggera di vaiolo. A questo punto sono variolizzate anche due bambine della famiglia reale.</p>
<p>La notizia si sparge in Europa, molti reali e membri delle famiglie nobili si fanno variolizzare e campagne di inoculazione sono organizzate in Francia, Austria e Russia. Ma si sviluppa anche un grande dibattito sull’utilità e soprattutto sulla liceità di tale atto medico. Alla notizia della variolizzazione dell’imperatrice di Russia, Caterina II, Voltaire insorge: “In Europa si dice che gli inglesi sono pazzi e rabbiosi: pazzi, perché danno il vaiolo ai loro figli, per impedire loro di averlo; rabbiosi, perché comunicano in allegria a questi bambini una malattia certa e spaventosa, in vista di un male incerto. Gli inglesi da parte loro dicono che gli europei sono vili e snaturati, vili perché temono di fare un po’ di male ai loro bambini, snaturati perché li espongono a morire un giorno di vaiolo”.</p>
<p>Alla base di questo dibattito c’è una domanda di fondo, avanzata nel 1722 dal medico inglese James Jurin sulla base di dati statistici che riportavano 2 decessi su 182 variolizzazioni in Inghilterra e 5 decessi su 300 a Boston: questi valori possono giustificare il rifiuto dell’inoculazione? Gli oppositori, però, ribattono, come scrive La Condamine, che “non è lecito dare una malattia crudele e pericolosa a qualcuno che potrebbe non averla mai”, anche se il rischio è molto piccolo. Si rischia di uccidere un bambino sano per difenderlo da una malattia potenziale, che forse non avrebbe mai avuto.</p>
<p>I sostenitori della variolizzazione richiamano i vantaggi per la sanità pubblica che si ottengono rendendo immuni il numero più alto possibile di individui, mentre gli oppositori sollevavano la questione morale, a causa dei rischi di trasmettere l’infezione e provocare la morte dei propri pazienti, che secondo la tecnica e la materia utilizzate variava fra lo 0,3 e il 2%, un rischio relativamente elevato. Se il giuramento di Ippocrate obbliga il medico al “primum non nocere”, come un medico può accettare di praticare un gesto che rischia di uccidere il proprio paziente? Inoltre, il malato poteva a sua volta essere all’origine di un’epidemia iatrogena. Si può assumere un rischio, immediato e reale, per il proprio paziente in cambio di un vantaggio incerto per la collettività ?</p>
<p>La polemica è incentrata sul rapporto tra due rischi, quello di morire di vaiolo naturale e quello di morire in seguito all’inoculazione, tema questo discusso in una conferenza del 16 aprile 1760 all’Accademia Reale di Parigi dal grande matematico svizzero Daniel Bernoulli. Basandosi sulle tabelle di mortalità che l’astronomo Edmund Halley aveva stabilito nel 1693, Bernoulli elabora un modello matematico per filtrare la tabella di Halley, in cui tutte le malattie erano confuse, in modo da avere una tabella con l’attesa di vita di una popolazione teorica che non soffrirebbe di vaiolo. Nel primo anno di vita, argomenta Bernouilli, il vaiolo uccide 17 bambini e senza di esso ci sarebbero 1.017 sopravvissuti invece di 1.000 alla fine del primo anno. Allo stesso modo, se 133 su 1.000 muoiono di malattia nel secondo anno, 135,3 su 1.017 saranno morti e 881,7 sopravvivranno alla fine del secondo anno se nessuno muore di vaiolo, e così via. Quindi, supponendo che ogni anno a Parigi vi siano 7.000 persone di 20 anni, sarebbero 8.000 se non ci fossero state epidemie di vaiolo. Il passo successivo compiuto da Bernoulli è notare che se la popolazione naturale fosse completamente inoculata, si comporterebbe come una popolazione libera dal vaiolo, semplicemente pagando il prezzo dell’inoculazione, circa 1/ 200esimo di ogni fascia di età. Il matematico svizzero definisce quindi la “quantità di vita totale” della generazione di 1.300 persone, prendendo la somma di tutti i sopravvissuti. La vita media risultante – o aspettativa di vita alla nascita – è di 26 anni e 7 mesi allo stato naturale e di 29 anni e 9 mesi nello stato di ‘non vaiolo’; il guadagno, conclude Bernoulli, “è di circa 2/17 della vita media naturale”, ovvero 3 anni e 2 mesi. L’interesse dello Stato è di prolungare la vita delle popolazioni e quindi la variolizzazione è una pratica accettabile e moralmente lecita.</p>
<p>Alla conferenza di Bernoulli assiste Jean le Rond d’Alembert, il grande enciclopedista, che in una conferenza nella stessa istituzione il successivo 12 novembre ne attacca il ragionamento, perché occorre fare la differenza fra l’interesse dello stato ad aumentare la vita media e l’interesse dell’individuo, per il quale la propria conservazione ha la precedenza su qualsiasi altro argomento. Se ne conclude che l’interesse della persona e quello dello Stato devono essere calcolati separatamente. Si mette così in evidenza una importante asimmetria concettuale ed etica, dato che i vantaggi sono collettivi mentre il rischio è individuale. Per quanto piccolo possa essere il rischio di morire per l’inoculazione, chi viene inoculato corre il rischio di morire nel breve spazio di un mese, mentre il rischio di morire di vaiolo naturale “si diffonde per tutta la vita e si riduce ogni anno e ogni mese”. Per d’Alembert il rischio di morire di inoculazione in un mese è maggiore di quello di morire di vaiolo nello stesso periodo di tempo. Tuttavia, d’Alembert sottolinea che le sue obiezioni riguardano solo i matematici, che hanno “troppa fretta di ridurre la questione a equazioni e formule”. Egli è infatti favorevole alla variolizzazione, perché in ogni caso riduce “il rischio che corriamo di morire della malattia fino alla fine della vita”. I vantaggi dell’inoculazione “non sono di natura da essere calcolati matematicamente” ma l’inoculazione in sé deve essere incoraggiata come un bene. Nella controversia sull’opportunità di inoculare il vaiolo, la posizione di d’Alembert costituisce un caso esemplare di scetticismo sull’applicazione della matematica, e in questo caso del calcolo delle probabilità, alle decisioni relative alla vita umana. Il dibattito tra il matematico francese e il suo collega svizzero è uno degli episodi della lenta gestazione delle nozioni di rischio in relazione alle malattie e delle modalità per prendere decisioni ragionevoli.</p>
<p>Nonostante tutte le riserve morali, la minaccia del vaiolo nel Settecento, con una serie di serie epidemie, soprattutto nella grandi città, è comunque talmente forte che si procede a un numero molto elevato di variolizzazioni, in particolare negli ambienti nobili e benestanti, quelli che poteva sostenere il pagamento delle parcelle dei molti ‘inoculatori’. I poveri nelle città e nelle campagne restavano vittime di continue epidemie.</p>
<p><strong>La vaccinazione jenneriana contro il vaiolo</strong></p>
<p>L’avventura della vaccinazione ha una data precisa di inizio, il 14 maggio 1796, quando Edward Jenner inocula un bambino di otto anni, James Phipps, con la linfa di una pustola provocata sulla pelle di una contadina dal vaiolo delle vacche (cow-pox), trasmettendo un agente capace di provocare l’immunità rispetto al vaiolo umano e realizzando l’avvenimento singolare che da origine a una nuova tecnica medica, la vaccinazione. Questo evento individuale si diffonde rapidamente, acquistando credibilità e forza di convincimento, tanto da divenire pratica corrente e poi obbligatoria e costituire un modello paradigmatico di intervento sanitario.</p>
<p>All’avventura della vaccinazione antivaiolosa si può anche dare anche una data di fine, il 26 ottobre 1979, dichiarata dall’OMS “smallpox zero day ”, dopo che una straordinaria ed efficace campagna internazionale di vaccinazione di massa aveva interrotto la trasmissione del virus ed eradicato di conseguenza la malattia. Questo risultato, il più importante risultato delle politiche di sanità pubblica internazionale, che aveva eliminato uno dei più terribili flagelli che avevano per secoli drammaticamente colpito le popolazioni umane, era in un certo senso una conseguenza diretta dell’innovazione jenneriana e della sua diffusone e generalizzazione. Lo stesso Jenner ne era convinto, tanto da scrivere nel 1801 che « è ora divenuto tanto evidente da non ammettere controversia che l’annichilazione del vaiolo, il più terribile flagello della specie umana, deve essere il risultato finale di questa pratica ».</p>
<p>In un periodo della storia della medicina e della sanità in cui pochi erano i mezzi a disposizione per la terapia e la prevenzione, tanto da spingere alcuni fra i maggiori clinici a suggerire il “nihilismo terapeutico”, cioè non fare nulla e ‘lasciar agire la natura’, la fiducia per molti versi sorprendente nella tecnica introdotta da Jenner è stata il risultato delle molteplici dimostrazioni dell’efficacia protettiva della vaccinazioni, realizzate rapidamente su vasta scala in molti Paesi europei ed extraeuropei, ma soprattutto dal fatto che le autorità sanitarie, i medici ma anche i governi, si schierarono apertamente in favore della nuova tecnica, assicurandone la diffusione. Forse ancora più forte è stato l’effetto della relazione chiara che si poteva stabilire fra un gesto medico relativamente semplice e facile da compiere (trasferire una piccola quantità di “materia vaccinale” da un individuo a un altro), e la certezza e l’universalità del risultato che proteggeva l’individuo vaccinato, e quindi l’intera popolazione, nei confronti di una terribile malattia, temuta da tutti.</p>
<p>L’inoculazione del vaiolo introduceva una pratica medica che in un certo senso rovesciava completamente le tradizioni terapeutiche: anziché prevenire una malattia e difendere la popolazione da un contagio patogeno, grazie all’isolamento dei malati e alle quarantene, l’inoculazione causa la stessa malattia nella persona, ma in questo modo difendendola, grazie all’immunità acquisita, da un successivo e più grave contatto con l’agente della malattia. In questo modo si dissemina nella popolazione un agente infettivo di debole virulenza, con il risultato di proteggerla da un’epidemia grave. La vaccinazione applica in sostanza lo stesso principio della variolizzazione, semplicemente sostituendo il virus del vaiolo umano con il virus del vaiolo delle vacche (da cui il nome virus vaccino), che era più sicuro, non produceva casi di vaiolo, e quindi non lo diffondeva, e non richiedeva particolari precauzioni nei confronti della persona vaccinata. In effetti, la variolizzazione provocava, secondo le statistiche che venivano raccolte, fra il 2 e il 3% di morti a causa del vaiolo inoculato, le persone inoculate dovevano restare a lungo in quarantena, per evitare di diffondere il contagio, e inoltre la pratica spesso portava al contagio di altre malattie infettive, come la tubercolosi o la sifilide. La vaccinazione, se porta ancora con sé un margine rischio, in mancanza di pratiche di sterilizzazione, di diffondere altre malattie, in particolare la sifilide, non causa di per sé alcuna malattia, quindi non la diffonde e i vaccinati possono continuare senza interruzione le loro attività. Si tratta quindi, in un certo senso, di un’atto medico “democratico”, alla portata anche dei poveri e dei lavoratori, che non potevano certo permettersi lunghi periodi di quarantena senza lavorare.</p>
<p>Il vasto interesse per il vaiolo nel Settecento, che trasforma questa malattia epidemica in una costante preoccupazione per gli individui e le collettività, è il risultato della confluenza di due fattori. Il primo è dovuto alla presa di coscienza, da parte delle autorità politiche e degli ambienti medici, della terribile situazione igienica e sanitaria in cui vivevano le popolazioni europee, in particolare le classi lavoratrici e i bambini. Il secondo fattore che rende il vaiolo il centro dell’attenzione e delle iniziative è l’oggettivo aumento della gravità di questa malattia e l’incremento della sua diffusione. Inoltre, se restava il grande terrore, la peste arrivava ogni tanto, ad ogni cambio di generazione, mentre il vaiolo era sempre presente. A partire dalla seconda metà del Seicento, il vaiolo aveva colpito non solo con ripetute ondate epidemiche tutta l’Europa, spesso in forme molto gravi, ma vi era in pratica divenuto endemico, una minaccia costante, responsabile di circa un decimo della mortalità generale, con una letalità che variava fra il 20 e il 50% delle persone colpite. A causa della sua frequenza e dell’immunità che produce, si trattava di una malattia che colpiva soprattutto i neonati e i bambini. In periodo epidemico, spesso la metà dei bambini di una famiglia o di un villaggio moriva per vaiolo. In molte città europee il 50% dei bambini moriva prima del compimento dei dieci anni e circa il 40% di queste morti era dovuto al vaiolo.</p>
<p>Ma la malattia faceva paura non solo perché uccideva in periodo epidemico un numero impressionante di bambini, ma anche perché i malati sopravvissuti restavano spesso ciechi e avevano un aspetto particolarmente disgustoso a causa delle ulcere e pustole che coprivano tutto il loro corpo e del terribile puzzo che emanava dal loro corpo incancrenito. Quasi sempre le ragazze che erano state malate non potevano più sposarsi a causa del loro aspetto.</p>
<p>La gravità della malattia, le successive ondate epidemiche e il precedente della variolizzazione permettono di spiegare le ragioni di una così rapida diffusione della vaccinazione jenneriana. In pochi anni infatti, a partire dal fatidico 1796, la nuova pratica sanitaria si diffonde in tutta l’Europa, attraversa gli oceani ed è praticamente presente ovunque, anche se con frequenza e risultati diversi. In un periodo in cui i mezzi di trasporto e di comunicazione non erano certamente rapidi, periodo per di più caratterizzato da rivoluzioni e da lunghe e disastrose guerre, tale rapidità risulta essere certo sorprendente. Il pericolo rappresentato dalle epidemie di vaiolo e l’esperienza, nel suo complesso positiva, della variolizzazione avevano creato un’attesa e una disponibilità, come se le autorità sanitarie e gli ambienti medici non attendessero altro che la disponibilità di un mezzo efficace per mettere in atto campagne di lotta contro la malattia, nonostante le difficoltà e i rischi non trascurabili legati alle pratiche vaccinali.</p>
<p>Lo stesso Jenner era stato protagonista di questi sviluppi e ne poteva quindi valutare tutta la portata. Nel 1757 all’età di otto anni era stato egli stesso inoculato con il virus del vaiolo, come migliaia di altri bambini in Inghilterra, sviluppando una forma leggera della malattia e divenendo quindi immune. Diventato medico ed entrato nella cerchia del grande medico John Hunter, Jenner diviene uno dei più noti inoculatori. Era noto nelle campagne inglesi che il contatto con mucche affette dal vaiolo bovino procurava lesioni alla pelle, ma al tempo stesso rendeva immuni al vaiolo umano. Ciò che Jenner rivendica non è la scoperta della capacità immunizzante del cow-pox, ma l’idea di diffondere questa malattia animale a tutta la popolazione. Nel testo classico del 1796, egli nota infatti che nella sua esperienza di variolizzatore aveva osservato che alcune persone non presentavano alcuna eruzione cutanea dopo l’inoculazione, concludendone che a causa di qualche “modificazione del loro organismo” essi resistevano al vaiolo: “sembrerebbe che sia avvenuto un cambiamento che dura tutta la vita nei vasi della pelle”.</p>
<p>La straordinaria rapidità con cui nei diversi Paesi si diffonde la pratica della vaccinazione si può quindi spiegare con un terreno ben preparato da decenni di pratica dell’inoculazione, dalla fiducia che con la diffusione di tale pratica grazie a una “materia” meno rischiosa, come il variolae vaccinae di Jenner, si poteva proteggere tutta la popolazione da una terribile malattia. Questa fiducia si diffonde in tutti gli ambienti politici e scientifici. Così in una lettera a Jenner del 14 maggio 1806 il presidente americano Thomas Jefferson scrive: “La medicina non ha mai prodotto prima un singolo miglioramento di tale utilità … lei ha cancellato dal calendario delle umane sofferenze una delle peggiori … L’umanità non dimenticherà mai che le ha vissute”. E il grande medico Erasmus Darwin, nonno di Charles, scriveva a Jenner il 24 febbraio 1802: “La sua scoperta per evitare il terribile sfacelo prodotto nelle popolazioni umane dal vaiolo, introducendo nel sistema una malattia così leggera come quella prodotta dall’inoculazione del vaccino, può con il tempo eradicare il vaiolo da tutti i paesi civili … dovrebbe accadere che il battesimo e la vaccinazione dei bambini possano essere fatti nello stesso giorno”.</p>
<p>La diffusione rapida della vaccinazione jenneriana ha lasciato in ombra una domanda di grande interesse e attualità : quale era la natura della “materia vaccinale” utilizzata da Jenner? Si trattava davvero del virus del cow-pox o c’era dell’altro, dato che, nonostante molti tentativi di utilizzare direttamente in altri paesi la materia estratta dalle mucche malate di cow-pox, in realtà si dovette sempre fare ricorso al prodotto utilizzato da Jenner, facendolo viaggiare, da braccio a braccio, con complicate e poco etiche procedure, in tutta Europa e poi in America? In effetti, molte campagne di vaccinazione basate sulla materia direttamente tratta da mucche oppure di non sicura origine, si conclusero con grandi insuccessi, mettendo in dubbio anche il reale valore della vaccinazione. In molti casi i risultati non erano quelli sperati e Jenner stesso a più riprese aveva indicato la necessità di essere certi della fonte della materia utilizzata, invitando a distinguere fra il cow-pox e altre malattie delle vacche, a fare attenzione al momento in cui si prelevava tale materia, per evitare che fosse di “cattiva qualità” e ai metodi utilizzati per il trasporto della materia prelevata. La linfa vaccinale poteva in effetti “invecchiare” e diventare “affaticata” e quindi non più capace di agire e produrre l’immunità.</p>
<p>Il problema fondamentale, di grande interesse scientifico ancora oggi, è che non esiste alcuna certezza sulla natura della “materia vaccinale” utilizzata da Jenner e successivamente diffusa attraverso le campagne di vaccinazione. La malattia inoculata era davvero il vaiolo delle vacche oppure si trattava di una forma attenuata di vaiolo umano, presente nelle popolazioni inglesi, che erano state in larga misura inoculate in precedenza? Oppure si trattava di una specie mutante o di un ibrido fra il virus del vaiolo delle vacche e quello del vaiolo umano? La pratica della vaccinazione avveniva in centri di inoculazione nei quali i due virus circolavano probabilmente entrambi e un’ibridazione fra i due virus sembra essere molto probabile. La maggior parte degli storici e di quanti hanno studiato i caratteri immunologici e in tempi recenti genomici dei diversi ceppi di vaccino utilizzati concordano nell’affermare che il cow-pox originario di Jenner era stato rapidamente sostituito da un ricombinante, il che spiega bene perché il ricorso a successivi prelievi da animali malati di cowpox non permetteva di ottenere la vera “materia vaccinale”.</p>
<p>Nel 1939, Allan Watt Downie ha mostrato che tutti i ceppi utilizzati per la vaccinazione erano differenti dal virus del vaiolo delle mucche (cow-pox), anche se immunologicamente simili. Si poteva quindi parlare di tre specie diverse di virus: il vaiolo umano, il cow-pox e il vaccino, quest’ultimo probabilmente una ricombinazione fra i primi due. Queste tre specie si potevano riconoscere dal tipo di lesioni provocate su tessuti animali in laboratorio: bianche, ulcerose ed emorragiche per il cow-pox, rosse brillanti per il vaccino e bianche per il vaiolo.</p>
<p>Una ricerca ancora più recente sulle sequenze genomiche dei diversi poxvirus, resa nota alla fine del 2014, rende la situazione ancora più complessa, e per alcuni versi più interessante. Secondo gli autori, i ceppi esistenti del virus vaccinia non possono essere raggruppati in alberi filogenetici semplici con chiare relazioni storiche fra i diversi ceppi. Invece, i dati suggeriscono che tutti i ceppi esistenti derivano da uno stock complesso di virus che sono stati manipolati, distribuiti e selezionati a caso per un lungo periodo di tempo, in questo modo oscurando i legami storici e geografici.</p>
<p>L’introduzione della vaccinazione jenneriana contro il vaiolo, resa obbligatoria per legge in molti paesi a partire dall’epoca napoleonica, costituisce un’innovazione profonda, non è stata tuttavia senza problemi. Alcune obiezioni furono avanzate da determinati ambienti religiosi, soprattutto a livello delle autorità centrali, che vedevano nella tecnica vaccinale un desiderio di controllo sulla natura e sul destino delle persone, togliendolo alla divinità. Le obiezioni di tipo religioso, tuttavia, sono state in realtà molto meno importanti e incisive di quanto abitualmente si pensi. Anzi, in alcuni contesti, come nel Regno di Napoli, gli ambienti religiosi sono stati non solo favorevoli ma anche protagonisti diretti delle campagne di vaccinazione.</p>
<p>Altre posizioni vedevano con timore, se non con orrore, il trasferimento di materia di origine animale nel corpo umano e i primi decenni dell’Ottocento vedono un’ampia diffusione di stampe in cui ai vaccinati spuntano, nei luoghi dell’inoculazione, teste di mucca, code o corni.</p>
<p>Il problema principale era comunque la difficoltà di assicurare una materia vaccinale di elevata qualità, nei casi di trasporto da una regione all’altra, perché anche se era possibile conservare la materia allo stato secco per diverse settimane, poteva diventare inefficace o anche pericolosa, producendo “falsi vaccinati”, intossicazioni o reazioni allergiche. La tecnica della vaccinazione braccio a braccio garantiva un’elevata qualità della materia vaccinale, ma al tempo stesso richiedeva la presenza di persone, in genere bambini, vaccinati da poco, che venivano talvolta condotti nei paesi vicini per poter disporre di materia vaccinale fresca. Inoltre, insieme alla materia vaccinale si potevano trasmettere anche i germi di altre malattie infettive, ad esempio la sifilide o l’epatite, e molti casi di questo tipo furono denunciati nei primi decenni dell’Ottocento, aumentando quindi le prese di posizione negative nei confronti della vaccinazione. Il caso più grave si ebbe in Italia nel 1861, quando 41 dei 63 bambini vaccinati con materia tratta da un bambino portatore di sifilide non dichiarata si infettarono di questa malattia e alcuni infettarono anche le loro madri o nutrici. Questo caso sollevò delle controversie molto virulente con la richiesta di abbandonare la tecnica della trasmissione braccio-a- braccio. Di queste controversie si fece eco il Congresso Medico di Lione del 1864, dove la delegazione italiana fece un rapporto sulle procedure di produzione del vaccino introdotte a Napoli, già a partire dal 1805, che utilizzavano la pelle scarificata delle mucche come terreno di coltura del vaccino, con adeguate misure per evitare ogni contaminazione. Il rapporto fu accolto con entusiasmo e approvato dal congresso e la tecnica di produzione su mucche o bufali si diffuse rapidamente in molti Paesi europei e nord-americani.</p>
<p><strong>Louis Pasteur e la vaccinologia</strong></p>
<p>L’igiene e il suo ruolo sociale cambiano drammaticamente alla fine dell’Ottocento grazie alla rivoluzione pasteuriana, che individua in organismi viventi, i germi, batteri e virus, la causa specifica delle malattie infettive. Dopo l’origine della microbiologia e della medicina scientifica, i “nemici dell’igiene” divengono visibili e si diffonde una nuova fiducia nella possibilità di ottenere una reale “sanità pubblica”.</p>
<p>A partire dalla fine dell’Ottocento, i successi teorici e terapeutici della medicina scientifica fanno passare l’atteggiamento della medicina e l’immaginario collettivo dall’accettazione di una fatalità ineluttabile di fronte alla malattia e alla sofferenza, alla percezione che le singole malattie possono essere valutate, combattute, eliminate o almeno minimizzate nello loro conseguenze, con l’intervento adeguato del medico, con politiche sanitarie mirate e comportamenti individuali e collettivi coerenti. Un nuovo “comportamento igienico” si diffonde nella società costituendo il terreno favorevole alla applicazione di misure di educazione e di prevenzione. La “nuova medicina scientifica” permette ormai di tenere lontane le cause patogene, grazie all’asepsi e all’antisepsi, alla prevenzione dei contagi; prevenire le malattie, diminuire il rischio della loro trasmissione, diviene più importante e più efficace che guarirle.</p>
<p>Sino all’origine della microbiologia e alla rivoluzione pastoriana, il vaccino di Jenner era rimasto il solo e unico caso di immunizzazione efficace, dato che erano falliti tutti i tentativi per applicare il metodo ad altre malattie infettive (peste, colera, sifilide, tubercolosi, ecc.). Dopo i lavori di Louis Pasteur e Robert Koch inizia l’era della ‘vaccinologia’, come è stata chiamata dallo stesso Pasteur in omaggio a Jenner, la possibilità di elaborare i molti vaccini di cui la medicina dispone oggi. In un discorso fatto in occasione del Congresso medico di Londra nel 1881, Pasteur estende la definizione di vaccino, dal senso originario di “virus delle vacche”, a tutti i possibili “vaccini”, cioè « dei virus indeboliti dotati del carattere tipico del vaccino jenneriano di non uccidere mai e provocare una malattia benigna che preserva dalla malattia mortale … Ho dato all’espressione vaccinazione un’estensione che la scienza, io lo spero, consacrerà, come un omaggio al merito e agli immensi servizi resi da uno dei più grandi uomini di Inghilterra, il vostro Jenner … Il fatto del vaccino è unico; ma il fatto della non recidiva di malattie virulente sembra generale. Il corpo non subisce due volte gli effetti di morbillo, scarlattina, peste, vaiolo, sifilide ». Lo slogan proposto da Pasteur ‘una malattia infettiva – un germe – un vaccino’ diventa la linea su cui si orienta la ricerca medica e le pratiche sanitarie, tanto che se la scienza non riesce a produrre un vaccino, come per l’AIDS o la malaria, lo si percepisce come un insuccesso della medicina.</p>
<p>Gli studi di Louis Pasteur sui vaccini erano iniziati nel 1879. Tornando nel suo laboratorio di Parigi dopo una vacanza, egli osserva che una coltura di Pasteurella moltocida, il batterio responsabile del colera dei polli, che aveva imparato a coltivare in laboratorio l’anno precedente, non era stata rinnovata. Pasteur decide di provare ad inoculare dei polli con questa preparazione batterica trascurata e osserva che gli animali inoculati, anziché morire rapidamente, mostrano solo sintomi lievi e guariscono. Inoltre, questi animali, inoculati ancora una volta con una coltura fresca non sviluppano la malattia, sono divenuti immuni. L’esposizione all’ossigeno atmosferico – conclude Pasteur – ha attenuato la potenza dei batteri coltivati e i “germi” indeboliti hanno innescato le difese dei polli contro la reinfezione con colture fresche, proprio come l’inoculazione con il pus estratto dalle pustole del vaiolo bovino aveva indotto la resistenza umana al vaiolo mortale. Ottanta anni dopo la prima di inoculazione di Jenner con un vaccino trovato in natura, Pasteur dimostra che è possibile creare in laboratorio un ‘vaccino’ per altre malattie, attenuando la virulenza del germe infettivo e creando in questo modo l’immunità contro il germe virulento.</p>
<p>L’anno successivo Pasteur realizza un esperimento pubblico su vasta scala per vaccinare diversi animali contro il carbonchio. Nel mese di maggio del 1881, davanti a un gruppo di giornalisti e di scienziati, Pasteur inocula una trentina di animali da fattoria con una coltura di antrace attenuata. All’inizio di giugno, sia questi animali che un gruppo di controllo non vaccinato sono esposti all’agente patogeno virulento. Le mucche non vaccinate si ammalano di carbonchio e le pecore e le capre non vaccinate ne muoiono entro la fine della giornata. Tutti gli animali vaccinati tranne uno – una capra trovata morta a causa di un’anomalia fatale durante la gravidanza – sono rimasti illesi. Per Pasteur si tratta di un “successo eclatante”, che dona una grande forza alle sue teorie.</p>
<p>Si tratta ora di passare alle malattie umane. Dopo aver preso conoscenze degli esperimenti sulla rabbia realizzati dal veterinario Pierre Victor Galtier, nel 1884 Pasteur e i suoi collaboratori scoprono che l’agente patogeno della rabbia non è un batterio ma un germe invisibile, che passa attraverso i filtri usuali, chiamato quindi un ‘ultravirus’, poi semplificato in virus, che non si è in grado quindi di coltivare in laboratorio e osservare al microscopio. Produrre un vaccino in questo caso richiede una tecnica di attenuazione diversa e il gruppo di Pasteur scopre che il passaggio ripetuto del materiale infettivo attraverso animali di specie diverse indebolisce l’agente patogeno abbastanza da rendere efficace un vaccino.</p>
<p>Dopo molte e comprensibili esitazioni, e qualche insuccesso poi nascosto all’opinione pubblica, finalmente Pasteur e il suo assiduo collaboratore Émile Roux ottengono il primo risultato positivo su un essere umano, il bambino di 9 anni Joseph Meister gravemente morso da un cane rabbioso di un vicino. In assenza di vaccinazione la rabbia manifesta è sempre fatale. Pasteur cura il ragazzo con colture di virus rabbico progressivamente più virulente nel corso di dieci giorni e tre mesi dopo è dichiarato guarito. Alla fine del 1886, il vaccino di Pasteur era stato utilizzato per trattare 350 pazienti umani colpiti dalla rabbia e solo uno di questi aveva ceduto alla malattia. E’ un trionfo per Pasteur e la raccolta pubblica di fondi lanciata dopo questi successi è tanto larga da permettere la costruzione a Parigi dell’Istituto che porta il suo nome.</p>
<p>La vaccinazione jenneriana contro il vaiolo è divenuta, soprattutto grazie all’opera di Louis Pasteur, il paradigma di tutti gli interventi dello stesso tipo contro altre malattie trasmissibili, il modello di riferimento per le strategie preventive. Il semplice gesto di Jenner di trasferire da braccio a braccio una “materia virulenta” è il simbolo di un rovesciamento di paradigma: la medicina non vuole solo curare le malattie ma impedirle, creando una protezione efficace di tutta la popolazione. Vaccinare significa “immunizzare”, rendere immuni, dal latino in munus, non essere obbligati a pagare il prezzo sociale provocato da un’epidemia. Al culmine della rivoluzione scientifica e sociale prodotta dall’origine della microbiologia, Louis Pasteur trasforma il “caso particolare” della vaccinazione jenneriana in un principio generale di prevenzione delle malattie contagiose.</p>
<p><strong>Le opposizioni alle campagne di vaccinazione fra Ottocento e Novecento</strong></p>
<p>La scarsa chiarezza sulla natura della materia vaccinale, i rischi legati alle difficoltà di trasporto, le possibilità non trascurabili di trasmettere altre malattie contagiose producono per tutto l’Ottocento e nei primi decenni del Novecento molti movimenti di opinione contrari alla vaccinazione. Inoltre, anche nei Paesi europei dove la vaccinazione era applicata i maniera più larga, diverse gravi epidemie si produssero negli anni 1824-1829 e 1837-1840. La situazione fu poi aggravata dal conflitto franco-prussiano del 1870-71, che provocò un’epidemia di vaiolo particolarmente grave, con almeno mezzo milione di morti in tutta l’Europa. La malattia sembrava quindi resistere alla vaccinazione e molti cominciarono a chiedersi se effettivamente la vaccinazione poteva proteggere la popolazione. Poco a poco ci si rende conto che l’immunità prodotta dal vaccino non è permanete e una rivaccinazione è necessaria. Una dimostrazione eclatante e drammatica della necessità della rivaccinazione è data proprio dalla guerra franco-prussiana del 1870-1871, dato che nell’esercito tedesco, in cui si applicava sistematicamente la rivaccinazione, il numero delle vittime a causa del vaiolo era stato di circa 500 mentre almeno 23.000 soldati francesi, non rivaccinati, morirono a causa di una grave epidemia.</p>
<p>In Gran Bretagna nel 1853 e nel 1871 è resa obbligatoria la vaccinazione dei neonati contro il vaiolo. Il primo atto legislativo in favore della vaccinazione era stata approvato in Inghilterra già nel 1840 con una legge che condannava l’uso della variolizzazione e rendeva gratuito l’uso dei vaccini. Una successiva legge del 1853 rende la vaccinazione obbligatoria introducendo una serie di sanzioni gravi per punire i genitori che non vi ottemperavano. Una successiva modifica di questa stessa legge del 1867 rende ancora più severe le pene previste, prevedendo dei processi contro i genitori inadempienti. Questa stessa legge prevedeva anche la creazione di un corpo speciale di funzionari pubblici, il cui scopo era identificare i casi di non osservanza della legge per la vaccinazione. Ma il sempre fragile equilibrio fra due paure, quella della malattia e quella legata alla vaccinazione, negli ultimi decenni dell’Ottocento in vari paesi europei e negli Stati Uniti si sposta a favore delle opposizioni. Così quando il governo olandese reagisce alla grave epidemia del 1871 obbligando la vaccinazione per tutti bambini in età scolare, nel 1881 viene creata una “associazione per l’opposizione alla vaccinazione obbligatoria”, motivata dall’opinione che tale obbligatorietà rappresentava una negazione della libertà individuale. Secondo questa opinione, il rifiuto dell’obbligazione della vaccinazione per motivi religiosi deve essere rispettata. Allo stesso modo nel 1879 viene creata negli Stati Uniti una società anti-vaccinazione e organizzazioni simili sono create in diversi stati negli anni successivi. Spesso queste associazioni sono organizzate da religiosi ma anche da medici, soprattutto non “ortodossi” che rifiutano l’intervento dello Stato nel mercato terapeutico con la conseguente regolamentazione delle pratiche sanitarie.</p>
<p>A causa del fatto che le persone ricche potevano fare vaccinare i loro bambini da specialisti medici mentre i poveri dovevano ricorrere a strutture poco professionali appartenenti alla burocrazia statale, si sviluppa una notevole resistenza in particolare nella classe operaia inglese contro la volontà dello Stato di controllare “il corpo dei cittadini”, soprattutto nei confronti dei funzionari incaricati del “controllo sociale” sulla vaccinazione. Si organizzano molte manifestazioni di piazza, anche di massa, e l’atteggiamento nei confronti della vaccinazione costituisce uno degli argomenti per le campagne elettorali.</p>
<p>L’opposizione più che contro la vaccinazione in sé era contro la natura obbligatoria della vaccinazione e gli oppositori sollevarono la questione dell’obiezione di coscienza. Nel 1889 è creata in Gran Bretagna una Commissione reale per la vaccinazione come risposta alle forti pressioni sociali, con lo scopo di verificare l’utilità della vaccinazione nel controllo del vaiolo, individuare altri mezzi diversi dalla vaccinazione per controllare la malattia, certificare la sicurezza della vaccinazione e valutare se fosse il caso di rendere obbligatoria per legge la vaccinazione dei bambini. Dopo sette anni di lavori la commissione pubblica nel 1896 un rapporto finale contenente un numero molto elevato di dati. Il rapporto riconosce che la diminuzione dell’incidenza del vaiolo è almeno in parte attribuibile alla vaccinazione ma al tempo stesso sottolinea il contributo dei miglioramenti nell’igiene e nelle politiche sanitarie. Inoltre, la commissione riconosce che l’uso di siero di origine umana poteva trasmettere altre malattie infettive, in particolare la sifilide e suggerisce di utilizzare un vaccino prodotto con le mucche. Per quanto riguarda l’obbligatorietà della vaccinazione la commissione suggerisce di diminuire le pene previste riducendole solo a una multa, senza considerarla come come una punizione per i genitori, in quanto questi potevano essere mal guidati nella loro idea. Secondo la commissione, l’obiettivo di vaccinare la popolazione nel suo complesso si può raggiungere senza punire le persone che per ragioni personali, religiose o ideologiche, rifiutavano di sottoporre i loro figli alla vaccinazione. Lo scopo è quello di evitare che i bambini non siano vaccinati solo a causa della negligenza e dell’ignoranza dei loro genitori. Molti membri della comunità medica britannica sostengono in questo periodo la possibilità dell’obiezione di coscienza e finalmente nel 1907 la legge viene cambiata per ammettere il diritto al rifiuto.</p>
<p>Il grande naturalista Alfred Russell Wallace, il co-scopritore con Charles Darwin del principio della selezione naturale, è uno dei protagonisti delle campagne contro la vaccinazione alla fine del XIX secolo. Wallace non aveva un atteggiamento antiscientifico o retrogrado, era sostenitore di un riformismo sociale ambizioso e utilizzava una serie di solidi argomenti quantitativi, ricavati da fonti ufficiali e poi pubblicati in libri e pamphlet, per negare le affermazioni secondo le quali la vaccinazione era uno strumento valido di lotta contro la diffusione di malattie epidemiche.</p>
<p>Tra i primi a usare le statistiche per valutare i problemi di sanità pubblica, Wallace fa una critica severa dei vari rapporti prodotti dalle autorità mediche sanitarie inglese, sulla base dei loro stessi dati, mostrando le incertezze e l’insufficienza dei risultati ottenuti. In effetti Wallace nota che i dati epidemiologici sullo stato di vaccinazione erano estremamente incompleti, dato che per più della metà delle persone morte a causa del vaiolo non si sapeva se erano state o no vaccinate in precedenza. Wallace era convinto che la suscettibilità al vaiolo non era distribuita equamente tra le classi sociali. Le persone povere e deboli che vivevano in una situazione di squallore erano molto poco vaccinate e avevano il più alto tasso di mortalità per vaiolo a causa delle loro condizioni di vita.</p>
<p>L’approccio statistico alla vaccinazione usato da Wallace come dai suoi oppositori non poteva risolvere la questione dell’efficacia del vaccino e quindi ogni parte in causa poteva scegliere l’interpretazione più adatta alle proprie prese di posizione teorica. Questo dibattito comunque è stato di grande importanza perché ha permesso di definire il tipo di evidenze demografiche ed epidemiologiche necessarie per valutare correttamente i risultati di una politica di vaccinazione, dando un contributo decisivo allo sviluppo dei metodi epidemiologici.</p>
<p>Negli Stati Uniti nel 1902 una grave epidemia di vaiolo scoppia nella città di Cambridge, in Massachusetts. Per bloccarne la diffusione e proteggere la cittadinanza, le autorità municipali introducono per legge la vaccinazione obbligatoria. Ci alzano molte opposizioni, fra cui quella di Henning Jacobson, un pastore di origine svedese, che rifiuta la vaccinazione affermando che la legge viola il suo diritto di prendersi cura del proprio corpo. Nel processo che ne segue Jacobson è condannato ma si appella alla Corte Suprema degli Stati Uniti la quale nel 1905 conferma la sentenza di condanna, applicando il principio che in caso di grave minaccia per la salute pubblica il bene comune deve prevalere sulla libertà individuale.</p>
<p><strong>Il periodo aureo dei vaccini</strong></p>
<p>Dopo la rivoluzione pastoriana, nei decenni a cavallo fra Ottocento e Novecento la ricerca medica e tecnologica produce un numero importante di nuovi vaccini. Un vaccino vivo attenuato per il colera umano è messo a punto dal medico spagnolo Jaime Ferrán nel 1885, mentre nel 1896 in Germania, Richard Pfeiffer e Wilhelm Kolle dimostrano che l’inoculazione di batteri Salmonella typhi uccisi dal calore possono ancora produrre l’immunità dalla febbre tifoide. Un altro vaccino orale contro la febbre tifoide è sperimentato nel 1904 dal medico dell’esercito americano James Carroll nel 1904, che in quegli anni aveva anche dimostrato che le zanzare sono i vettori della febbre gialla. Carroll testa il vaccino attenuato, ma vivo, su se stesso e su altri 12 volontari dell’esercito, ma a causa di un’errata preparazione del vaccino da parte del personale di laboratorio, sette uomini contraggono la malattia, senza tuttavia caderne vittime. La messa a punto delle tecniche di preparazione eviterà ulteriori incidenti e il vaccino viene largamente utilizzato con successo in diverse epidemie. Nello stesso 1904 in Francia, il medico pastoriano Albert Calmette e il veterinario Jean-Marie Camille Guérin iniziano le ricerche, che dureranno quasi undici anni, su un vaccino vivo attenuato contro la tubercolosi, che diviene noto come BCG (Bacillus Calmette-Guérin). Le analisi epidemiologiche, tuttavia, mostrano che la protezione del vaccino è limitata e la tubercolosi continuerà ad essere un flagello sino alla scoperta degli antibiotici durante la seconda guerra mondiale.</p>
<p>Insieme ai vaccini veri e propri, trova grande sviluppo anche la sieroterapia. Nel 1880, mentre lavorava con il medico giapponese Shibasaburo Kitasato nel laboratorio di Robert Koch, all’istituto di igiene di Berlino, Emil Adolf von Behring rende un animale immune dalla difterite o dal tetano grazie all’iniezione del siero sanguigno di un altro animale infettato con i relativi agenti patogeni. In questo modo egli dimostra che il siero ha proprietà non solo preventive ma curative perché è in grado di guarire i malati se iniettato ai primi sintomi della difterite o del tetano. E’ l’inizio della moderna sieroterapia che dalla difterite e dal tetano si estende poi alla gangrena, al botulismo, al morso della vipera, al morbillo e alla pertosse. L’ipotesi di Behring, confermata dalla successive ricerche, è che l’organismo produce delle ‘antitossine’ capaci di neutralizzare le tossine prodotte dai germi responsabili delle malattie. Il 30 ottobre 1901 in Svezia sono assegnati i primi quattro premi Nobel e Behring ottiene il primo Nobel per la medicina « per la sua attività nel campo della sieroterapia e soprattutto per l’applicazione di essa contro la difterite, con la quale egli ha aperte nuove vie nel campo della scienza medica e fornito ai medici un’arme vittoriosa nella lotta contro la malattia e la morte ».</p>
<p>Nel 1937, il virologo sudafricano Max Theiler e i suoi collaboratori sviluppano un vaccino vivo attenuato contro la febbre gialla, utilizzando per la sua crescita i tessuti embrionali di pollo. Questo risultato viene ottenuto con una lunga serie di esperimenti. Dopo aver trasmesso il virus della febbre gialla ai topi di laboratorio, Theiler scopre che il virus indebolito conferisce l’immunità ai macachi rhesus. Diviene così possibile sviluppare un vaccino contro la malattia e Theiler propone un test per verificare l’efficacia dei vaccini sperimentali, iniettando nei topi i sieri di soggetti umani vaccinati per vedere se proteggono i topi dal virus della febbre gialla. Coltivando su embrioni di pollo diversi ceppi virulenti, il gruppo di ricerca diretto da Theiler alla Rochefeller Foundation riesce finalmente a ottenere un ceppo mutante attenuato chiamato 17d, che non uccide i topi di laboratorio ma è sicuro e immunizzante. Dopo aver realizzato un’ampia sperimentazione in popolazioni umane in Sud America, la Fondazione Rockefeller produce e distribuisce più di 28 milioni di dosi del vaccino, mettendo così fine alla terribile minaccia rappresentata dalla febbre gialla. Nel 1951 Theiler ottiene il premio Nobel di medicina, primo nativo africano e primo per aver prodotto un vaccino, « per le sue scoperte sulla febbre gialle e su come combatterla ».</p>
<p>Dopo la seconda guerra mondiale molti altri vaccini vengono messi a punto, contro l’influenza, l’epatite B, il morbillo, la parotite, la rosolia, la varicella, l’epatite A, il pneumococco, sino ai vaccini contro le malattie emergenti, come la febbre dengue e l’Ebola. Particolarmente interessante è il caso del vaccino contro il papillomavirus umano (HPV), la causa più frequente di infezione genitale nella donna e causa anche del cancro alla cervice uterina. In questo modo una malattia considerata non infettiva, come questo tipo di tumore, viene legata a un agente infettivo, realizzando ancora una volta il motto di Louis Pasteur, « una malattia, un germe, un vaccino »).</p>
<p>L’obbligatorietà di molte vaccinazioni per tutta la popolazione, grazie a leggi approvate dai diversi stati a partire dei primi anni dell’Ottocento, ha prodotto una copertura vaccinale sufficiente a diminuire in misura drastica l’impatto di molte malattie epidemiche. Nei Paesi sviluppati le malattie che possono essere prevenute dalla vaccinazione sono state ridotte del 98-99%.</p>
<p>Come conseguenza dei grandi sviluppi tecnologici prodotti a cavallo della seconda guerra mondiale, con la scoperta degli antibiotici, degli insetticidi contro i vettori, l’introduzione delle tecniche di rianimazione e di terapia intensiva, fra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento si realizza un cambiamento concettuale e di aspettative, con la diffusione di una sorta di “illusione tecnologica”, l’idea che si possa trovare una soluzione tecnica efficace per ogni problema sanitario ed eliminare dall’ambiente come dall’interno nel corpo, tutti i possibili fattori negativi, tutte le diverse cause di malattia, dai germi ai geni. Questa illusione viene messa in crisi da due eventi importanti, negli anni Cinquanta la grave epidemia di poliomielite e negli anni Ottanta dall’emergenza di nuove malattie infettive, a partire dall’AIDS.</p>
<p><strong>Il paradigma della polio</strong></p>
<p>Un fattore decisivo per la diffusione di questo ottimismo e per un atteggiamento nel pubblico molto favorevole allo sviluppo e introduzione di nuove tecniche nella pratica medica e sanitaria è costituito dal “successo” nella lotta contro l’epidemia di poliomielite che sino agli anni Sessanta sembrava destinata a prendere il posto del vaiolo come drammatica minaccia sanitaria.</p>
<p>La storia della pandemia di poliomielite si svolge su un periodo di tempo relativamente corto, alcuni decenni, dalla fine dell’Ottocento sino agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Sebbene la malattia continui a essere un serio problema nei Paesi in via di sviluppo, la poliomielite è scomparsa dal mondo sviluppato. L’eradicazione totale della malattia può essere prevista in tempi relativamente brevi e le epidemie recenti non hanno mai raggiunto il livello di pericolosità e l’impatto sociale che hanno avuto nei primi sessanta del XX secolo. Con una rapida successione di eventi, l’esplosione della pandemia è stata bilanciata da una serie impressionante di nuove attività internazionali e di sviluppi tecnologici, in particolare l’introduzione rapida di vaccini efficaci e di nuove tecniche terapeutiche riabilitative.</p>
<p>In Italia, a causa della sua particolare storia sociale e demografica dopo l’unificazione nel 1861, questa storia è compressa in soli quarant’anni, dalla prima epidemia grave alla fine degli anni Trenta sino agli anni Settanta, quando l’epidemia è bloccata e eliminata grazie a una campagna di vaccinazione efficace e diffusa su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>L’emergenza in forma epidemica di una malattia in precedenza relativamente rara ma comunque presente nell’antichità e descritta nella letteratura clinica all’inizio dell’Ottocento da Giovanni Battista Monteggia (1762-1815), viene percepita come un paradosso dalla comunità medica e di sanità pubblica, in particolare negli anni Cinquanta, proprio quando la medicina sembrava essere capace di eliminare le malattie infettive come problemi di sanità pubblica e concentrare piuttosto l’attenzione sulle malattie croniche. Sino alla fine dell’Ottocento l’impatto epidemiologico della malattia era molto limitato e la polio era considerata una malattia dei bambini. L’impatto reale della malattia non era percepibile, dato che la maggior parte delle infezioni rimanevano silenziose, invisibili, senza sintomi specifici, producendo una immunità permanente. La maggior parte dei bambini infettati mostravano solo un breve episodio febbrile che abitualmente veniva trascurato. Solo alla fine dell’Ottocento i giornali medici cominciano a pubblicare casi di giovani adulti colpiti da una forma di paralisi e a descrivere un cambiamento sensibile della fisionomia della malattia e dei suoi aspetti clinici. La distribuzione epidemiologica sembra ora coinvolgere anche i giovani adulti e vi sono differenze significative nei segni clinici nei casi severi, con importanti lesioni nervose e debolezza degli arti. Il sistema nervoso risulta gravemente danneggiato e le lesioni non possono essere riparate, producendo una paralisi permanente.</p>
<p>Le prime epidemie si producono in Svezia a partire dalla fine dell’Ottocento, soprattutto con una epidemia devastante nel 1905 con più di 1000 casi. Negli Stati Uniti dopo una prima epidemia nel 1907 a New York, il Nord-Est del paese è colpito da una epidemia molto grave, con 28,5 casi ogni 100.000 abitanti. Come era avvenuto per le epidemie dell’Ottocento, in particolare del colera, questo avvenimento spinge all’introduzione di misure di quarantena stretta, disinfezione delle città, denuncia e isolamento dei casi e trattamento obbligatorio, ma la comunità medica si rende rapidamente conto che i casi denunciati erano probabilmente solo il 10% del totale delle persone infette. Come d’abitudine, le prime reazioni all’epidemia sono l’introduzione di quarantene, la chiusura delle frontiere, l’isolamento stretto dei malati, l’interdizione delle riunioni pubbliche, compresi i cinema e le manifestazioni sportive, la forte restrizione degli spostamenti di persone. Queste misure contenevano l’epidemia, ma i responsabili della sanità pubblica si accorsero rapidamente che queste misure non riuscivano a fermarla, anche se continuavano ad essere applicate « con l’intenzione lodevole e ben fondata si calmare l’ansia del pubblico », il che ovviamente pone un gran numero di problemi relativi alla comunicazione pubblica in una situazione di pandemia grave.</p>
<p>In Italia dopo il 1935 sono riportati cinque casi ogni 100.000 abitanti in media, con un picco di 13,7 nel 1939, con un totale di 6.000 casi. In questo anno un evento particolare rende l’epidemia di polio particolarmente visibile in Italia, creando un vasto allarme tra la popolazione. La figlia più giovane di Benito Mussolini, Anna Maria, è colpita da una forma grave di poliomielite. All’inizio la malattia è mal diagnosticata e confusa con una forma non specifica di tosse convulsa. La bambina finalmente guarisce ma rimane con una grave scoliosi paralitica. L’implicazione diretta della famiglia del Duce produce una serie di rilevanti iniziative nel campo della prevenzione, del trattamento della malattia e delle sue conseguenze. Viene lanciata una vasta campagna sociale di informazione e prevenzione, mentre la dichiarazione dei casi è resa obbligatoria.</p>
<p>Dopo la seconda guerra mondiale, la spinta epidemica della polio, come scrive K. Stowman, diviene una vera ‘marea montante’. In Italia, dopo un picco epidemico nel 1953, si verifica una diminuzione del numero di casi negli anni ‘54-‘55 ma dal ‘56 il numero comincia a crescere rapidamente e nel 1958 si ha la peggiore epidemia mai avvenuta in Italia, con più di 8000 casi e un’incidenza di 16,7 per mille abitanti, 1.173 morti e una letalità del 14%. La distribuzione all’interno del paese è strettamente correlata con la qualità delle condizioni sanitarie e l’educazione. I bambini degli strati più bassi della popolazione contraggono la malattia in un’età precoce rispetto a quelli delle classi sociali più elevate e le conseguenze ne risultano meno gravi, in quanto la gravità della malattia aumenta con l’età dei colpiti. Questa modificazione è attribuita al miglioramento delle condizioni igieniche e all’aumentata urbanizzazione della popolazione.</p>
<p>Negli anni Cinquanta la polio è vista come un problema nazionale e come un pericolo sociale. Un’intensa attività scientifica ed epidemiologica, resa anche possibile da nuove risorse finanziarie rese disponibili dagli aiuti internazionali e dallo sviluppo economico, si accompagna a una vasta campagna di prevenzione ed educazione sanitaria. La malattia a livello internazionale diviene un “problema mondiale” che non può essere risolto a livello locale: “La trasformazione della poco comune paralisi infantile dell’Ottocento nella poliomielite epidemica a distribuzione praticamente mondiale presenta oggi uno dei problemi di sanità pubblica più formidabili”. Immediatamente dopo la sua creazione nel 1947, l’OMS crea una commissione di esperti sulla polio, che svolge un ruolo fondamentale della coordinazione delle attività a livello nazionale e internazionale, diffondendo le nuove scoperte e le tecniche e aumentando la conoscenza sulla malattia e sui metodi terapeutici e riabilitativi.</p>
<p>Le origini della nuova epidemia vengono connessi con l’evoluzione dell’igiene e i cambiamenti nei modi di vita della popolazione, ma in alcuni ambienti viene anche suggerito che la responsabilità possa essere attribuita alle campagne di vaccinazione, in particolare quelle contro la difterite, con un vaccino disponibile in Italia sino dalla fine degli anni Venti. La vaccinazione anti-difterite era stata resa obbligatoria nel 1939 ma in effetti era stata implementata a livello nazionale solo all’inizio degli anni Cinquanta. Di qui la diffusione in alcuni ambienti scientifici e soprattutto nell’opinione pubblica di un possibile legame causale con l’epidemia di poliomielite. Nel 1952 viene organizzata presso l’Istituto superiore di sanità una riunione speciale presieduta dal celebre clinico Cesare Frugoni, con un rapporto del direttore generale della sanità pubblica Dino Tramarossa. Praticamente tutti gli esperti sulla poliomielite sono presenti e il risultato è la completa esclusione di ogni legame causale tra le vaccinazioni e la poliomielite. Una coincidenza temporale, infatti, non comporta necessariamente un legame causale, che deve essere determinato con un’analisi dettagliata dei possibili nessi causali.</p>
<p>In questa situazione di crisi epidemica e di attenzione dell’opinione pubblica si fa strada rapidamente la necessità di una campagna di vaccinazione, utilizzando i due tipi di vaccino che erano stati da poco messi a punto, rispettivamente da Jonas Salk con il vaccino inattivato (IPV) e il vaccino orale con virus vivente attenuato (OPV) messo a punto da Albert Sabin. Il vaccino di Salk è approvato dal Ministro della Sanità nel 1957 e il ministero della sanità mette a disposizione dosi gratuite per i bambini in età prescolare e scolare. Gli sforzi di ricerca condotti soprattutto negli Stati Uniti per la preparazione di un vaccino contro la poliomielite vengono seguiti rapidamente dalla realizzazione di strutture produttive in Italia che rapidamente sono capaci di preparare sia l’IPV (Istituto sieroterapico italiano a Napoli) che l’OPV (l’Istituto Sclavo a Siena e l’Istituto Sieroterapeutico Milanese).</p>
<p>Il vaccino di Salk viene largamente usato in Italia, senza apparenti opposizioni, fra il 1958 e il 1963, ma questo non impedisce il verificarsi di migliaia di casi di poliomielite paralitica. Studi realizzati sul terreno mostrano che i ceppi del vaccino Salk utilizzati in Italia hanno una bassa immunogenicità. Se ne sviluppa una vivace controversia scientifica sui metodi di vaccinazione: alcuni esperti pensano che ci si debba concentrare sul vaccino inattivato migliorando la sua immunogenicità mentre altri sostengono l’uso del vaccino attenuato vivente di Sabin. Lo studio di questo secondo tipo di vaccino era iniziato in parallelo con l’altro ma il tempo necessario per la sua preparazione e prova clinica era stato più lungo a causa dell’argomento delicato della sicurezza legato all’uso di un vaccino vivente, anche se attenuato. In una serie di riunioni tra il ‘55 e il ‘56 sono discussi i risultati immunologici ottenuti con i due metodi e risultati immunologici e finalmente i risultati dei test persuadono le autorità di sanità pubblica, negli Stati Uniti come in Italia, a lanciare nel 1959 una sperimentazione dell’OPV su vasta scala, che sembra produrre un’immunità notevole ma anche una resistenza alla reinfezione con virus di poliomielite selvaggi nel tratto intestinale. Questo fatto è considerato una barriera contro la diffusione del virus nella popolazione che in questo modo può acquisire una certa quantità di protezione.</p>
<p>In Italia, tuttavia, si continua a vaccinare con il vaccino Salk e l’attitudine della comunità medica a favore del vaccino orale Sabin è amplificata da un articolo pubblicato su La Stampa del 31 agosto 1962, nel quale si chiede esplicitamente “perché il vaccino di Sabin non è usato ?” L’articolo fa riferimento ai risultati ottenuti dalle ricerche di laboratorio e dai testi sulla popolazione, notando i vantaggi dell’OPV anche per la facilità con cui era possibile amministrarlo ai bambini. In un paese come l’Italia dell’epoca, dove i fattori economici e la struttura socioeconomico rendevano difficile raggiungere i giovani bambini per poter somministrare dosi successive del vaccino inattivato, l’uso dell’OPV poteva limitare il numero di dosi da dare oralmente, anche perché il vaccino veniva dato ponendo qualche goccia del prodotto su due zollette di zucchero. Il passaggio dal vaccino inattivato al vaccino vivente poteva rendere la vaccinazione possibile su larga scala e perciò aumentare la copertura della campagna di vaccinazione.</p>
<p>Accanto al dibattito scientifico si sviluppa rapidamente un vivace confronto politico. Il 17 maggio 1961 il quotidiano L’Avanti, organo del Partito socialista italiano, pubblica in prima pagina con un titolo su nove colonne un articolo molto duro del giornalista Giorgio Giannelli, in cui si sostiene che il Governo, pur a conoscenza della gravità dell’epidemia e della scarsa efficacia del vaccino Salk, non aveva dato l’avvio all’utilizzazione del vaccino Sabin perché le industrie farmaceutiche italiane disponevano di grandi quantità di vaccino Salk, che sarebbero andate perdute, con un grave danno economico. L’articolo scoppia come una vera e propria bomba, il giornalista viene accusato di fare del terrorismo a fini politici, per mettere in difficoltà il governo di Amintore Fanfani, ma poi in risposta a un’interrogazione parlamentare del senatore socialista Giuseppe Alberti, medico e storico della medicina, il ministro della sanità Camillo Giardina è costretto ad ammettere che il vaccino Salk era ormai superato da quello di Sabin. Tuttavia, per più di due anni si continua a usare il vaccino Salk, con risultati deludenti, il che provoca, come ha scritto Giorgio Cosmacini, quasi 10.000 nuovi casi, con oltre mille morti e 8.000 paralisi.</p>
<p>Solo a partire dalla fine del 1963 la situazione cambia, dapprima lentamente. Il 24 ottobre in un intervento al Senato il ministro della Sanità del governo Leone, Angelo Jervolino, riconosce che i risultati ottenuti in Italia con l’impiego dei vaccini antipoliomielitici inattivati (tipo Salk) sono stati modesti perché i bambini non sono stati vaccinati tempestivamente e molti di essi, dopo la prima o la seconda iniezione, avevano interrotto il trattamento. Per questi motivi conclude il Ministro, “il Ministero della sanità si è posto in condizioni di disporre, per la prossima stagione invernale, dei quantitativi di vaccini viventi attenuati di Sabin necessari per iniziare un programma organico di lotta”. Ma la svolta decisiva coincide con un grande mutamento politico, la formazione il 4 dicembre 1963 del governo Moro-Nenni, il primo governo di centrosinistra. Al ministero della Sanità viene chiamato Giacomo Mancini, che agisce molto rapidamente. Come racconta il giornalista Giannelli, subito dopo il giuramento al Quirinale, Mancini, ricordandosi dell’articolo del 1961, lo chiama in disparte, gli propone di diventare portavoce del Ministero e gli chiede di partecipare a una riunione nella sede del Consiglio superiore di Sanità, in presenza dei dirigenti della sanità pubblica e dei medici provinciali. In questa riunione Mancini informa che dal giorno successivo sarebbe cominciata la vaccinazione di massa con il vaccino Sabin e all’obiezione di qualcuno che non c’erano i congelatori per conservare le dosi, Mancini risponde « Comprate dieci, cento frigoriferi da famiglia, entro un mese, e non rompete più i c…! ».</p>
<p>Un dettagliato piano vaccinale viene avviato ufficialmente da Mancini il 29 febbraio 1964 presso l’Opera nazionale maternità e infanzia, in presenza del Presidente della Repubblica Antonio Segni e inizia il giorno successivo, primo marzo. In qualche mese si vaccinano sette milioni di bambini dai 4 mesi ai sei anni, in appositi centri vaccinali e nelle scuole, con il vaccino vivo Sabin, che veniva prodotto nell’Istituto Sclavo di Siena, scelto dallo stesso Sabin come centro europeo di produzione del suo vaccino, e nell’Istituto sieroterapico milanese, mentre l’Istituto sierovaccinoterapico italiano di Napoli continua a produrre il vaccino tipo Salk. Si lancia anche una grande campagna di informazione: Mancini invia centinaia di migliaia di lettere a tutti i sindaci, ai medici italiani e alle famiglie, e lancia una campagna pubblicitaria con la partecipazione di personaggi famosi, come Antonella Lualdi, Sandra Milo e Nino Manfredi, con l’affissione di manifesti e la partecipazione a trasmissioni radiofoniche e televisive. I risultati della campagna di vaccinazione sono molto positivi e due anni dopo un disegno di legge presentato dal Ministro della Sanità Luigi Mariotti il 15 luglio 1965 diventa la legge del 4 febbraio 1966, n. 51, che rende obbligatoria la vaccinazione antipoliomielitica. La legge è composta da un solo articolo; il primo paragrafo afferma che “La vaccinazione contro la poliomielite è obbligatoria per i bambini entro il primo anno di età e deve essere eseguita gratuitamente”, mentre il secondo paragrafo autorizza il ministero della Sanità a scegliere il tipo di vaccino e le modalità di somministrazione.</p>
<p>L’incidenza della polio scende rapidamente a 841 casi nel 1964, 254 nel 1965, 148 nel 1966, 107 nel ’67 e 90 nel ’68. In questo periodo la maggior parte dei casi riportati provengono dalle regioni meridionali e dalle isole, dove la percentuale di bambini vaccinati è molto più bassa che nelle regioni del Nord e del Centro. Durante la campagna di vaccinazione, un’attenzione particolare è posta sulla possibile produzione di casi di polio a causa della vaccinazione. Analisi epidemiologiche successive mostrano che nel periodo 1964-2000 un piccolo numero di casi di poliomielite associato al vaccino si era effettivamente prodotto e tenendo conto degli aspetti etici e della situazione epidemiologica molto positiva nel 2000 è introdotto uno nuovo schema vaccinale basato sull’uso di ceppi inattivi nelle prime due vaccinazioni e del virus vivente nelle successive due, mentre a partire dal 2003 l’uso del vaccino attenuato è stato totalmente abbandonato e solo l’IPV viene usato per le vaccinazioni. L’ultimo caso autoctono in Italia si manifesta nel 1982 e nel 2002 l’Italia e tutta l’Europa vengono dichiarate “Polio free”. La malattia scompare finalmente dall’Italia, grazie all’intreccio efficace fra scienza, sanità e politica.</p>
<p>La storia delle campagne vaccinali contro la poliomielite mostra ancora una volta che il livello di accettabilità di una tecnica relativamente pericolosa dipende dalla situazione epidemiologica generale e dei rischi reali e percepiti di diffusione epidemica. Negli anni Quaranta e Cinquanta l’attitudine sociale e culturale in Italia, come negli altri paesi colpiti dalle epidemie, cambiano e compare una nuova sensibilità. Le immagini di giovani colpiti da un handicap severo oppure costretti a vivere per tutto il resto della loro vita in un polmone artificiale, una vera e angusta prigione per il corpo, diffuse ampiamente dai quotidiani e dai settimanali, hanno un drammatico impatto sul pubblico. Anche nella vita di tutti i giorni, il grande incremento nel numero di colpiti dalla poliomielite rende frequente incontrare giovani sulla sedia a rotelle o con addosso pesanti apparati ortopedici. A questo si associa la paura di vivere il resto della propria vita con le gravi e invalidanti conseguenze della malattia, che obbligano a un cambiamento totale del modo di vita. Di qui la richiesta urgente e le pressioni sociali per un uso rapido, esteso e obbligatorio della vaccinazione.</p>
<p>La scoperta e poi la produzione industriale dei milioni di dosi necessarie alla campagna di vaccinazione pongono sin dall’inizio il problema del costo e delle risorse economiche necessarie. Si pone quindi il problema dei brevetti e della proprietà intellettuale, dato che in genere i vaccini sono prodotti su licenza in cambio di royalties. In un’intervista del 12 aprile 1955 a Jonas Salk, andata in onda il giorno in cui il suo vaccino contro la poliomielite è dichiarato sicuro ed efficace al 90%, il giornalista Edward Murrow gli chiede chi possedesse il brevetto. La risposta di Salk è diventata celebre : « Well, the people, I would say. There is no patent. Could you patent the sun? » (Direi che la proprietà del vaccino appartiene alla gente. Non c’è brevetto. Si può brevettare il sole?). Il vaccino, argomenta Salk, è un prodotto naturale, che quindi non si può brevettare perché appartiene a tutti, è un ‘bene comune’. La ricerca, però, è costosa, come la preparazione degli apparati industriali per la produzione di massa. Nel caso della poliomielite, tuttavia, le costose ricerche che avevano portato alla scoperta dei vaccini e le spese per l’infrastruttura necessaria alla sua diffusione erano state finanziate su base volontarie da raccolte popolari, come la celebre ‘March of Dimes’, la marcia dei dieci centesimi, promossa dallo stesso presidente americano Franklin Delano Roosevelt, che era stato anche lui vittima della polio e per questo era su una sedia a rotelle. Nel solo anno in cui il vaccino contro la poliomielite è approvato, 80 milioni di persone fanno una donazione alla National Foundation for Infantile Paralysis, che gestiva l’operazione di vaccinazione. Scuole, comunità, personalità dello spettacolo e delle sport e molte compagnie private partecipano alla ricerca di fondi, un esempio di coesione sociale contro l’epidemia. Si raccolgono in questo modo somme importanti, il che permette di finanziare importanti ricerche scientifiche, anche non direttamente legate alla polio, come quelle di Watson e Crick che portarono alla scoperta nel 1953 della doppia elica del DNA e all’origine della biologia molecolare.</p>
<p><strong>L’eradicazione del vaiolo : una profezia che si realizza</strong></p>
<p>Come già ricordato, nel 1801 Edward Jenner aveva affermato, dopo la diffusione della vaccinazione che da lui prende il nome, che l’obiettivo finale di questa pratica era l’eradicazione del vaiolo. E il 9 dicembre 1979 la commissione per l’eradicazione del vaiolo certifica su pergamena che il vaiolo è stato eradicato nel mondo intero.</p>
<p>La campagna mondiale di eradicazione aveva potuto raggiungere anche le regioni più isolate dei vari paesi, anche quelli dotati di una scarsa struttura di sanità pubblica, grazie a una innovazione tecnologica introdotta nel 1953 da uno scienziato britannico, Leslie Collier. In precedenza, i vaccini contro il vaiolo diventavano inefficaci dopo 1-2 giorni a temperatura ambiente. Collier aggiunge al vaccino un componente chiave, il peptone, una proteina solubile, che protegge il virus, consentendo la produzione di un vaccino stabile alla temperatura ambiente e in polvere. Questo metodo rende finalmente possibile avviare da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità nel 1966 la campagna globale di eradicazione del vaiolo, chiamata « Target Zero », all’inizio poco costosa e con personale poco numeroso ma con un obiettivo ambizioso e una scadenza ravvicinata di dieci anni. Reti senza precedenti di vaccinatori addestrati sono create in tutti i paesi in cui il vaiolo è presente, con nuove modalità di diffusione per far giungere vaccini sufficienti in tutte le aree geografiche che ne hanno bisogno. Alla fine del 1970, il Sud America è libero dal vaiolo, nel 1975 il virus è eliminato in Asia e infine nel 1977 l’ultimo caso conosciuto di vaiolo è diagnosticato in Somalia in un cuoco di 23 anni, che ne guarisce. Il vaiolo è finalmente annientato.</p>
<p>L’impegno politico globale è stato l’elemento fondamentale che ha permesso il successo contro il vaiolo, grazie in particolare al ruolo dell’OMS la cui leadership ha spinto tutti i paesi a credere alla possibilità di eradicare la malattia. Gli operatori dell’OMS non hanno svolto solo il ruolo di consulenti tecnici, ma anche quello, altrettanto importante, di appassionati sostenitori della campagna. Sono stati definiti obiettivi chiari e una serie di passi intermedi necessari al completamento del programma, con una gestione coordinata e decentralizzata, con programmi regionali e nazionali e una forte capacità di ottenere e consolidare i dati di ogni singolo passaggio. La ricerca ha accompagnato tutto lo svolgersi del programma, risolvendo i problemi man mano che si presentavano. Infine, i certificati di eradicazione delle varie aree venivano rilasciati da commissioni internazionali indipendenti, il che dava dato fiducia nei progressi che si stavano ottenendo. Come ha scritto il direttore del programma di eradicazione, Donald Ainslie Henderson: « Risultati straordinari sono possibili quando i paesi di tutto il mondo perseguono obiettivi comuni all’interno della struttura fornita da un’organizzazione internazionale. L’OMS ha svolto questo ruolo nell’eradicazione del vaiolo ».</p>
<p><strong>I vaccini per il Covid-19</strong></p>
<p>E si giunge all’attualità, alla pandemia in corso, la malattia Covid-19, causata da un nuovo virus emergente, il SARS-CoV-2, un coronavirus della stessa famiglia del virus che nel 2003 aveva provocato la SARS, una sindrome respiratoria acuta, rapidamente controllata, e nel 2012 la MERS-CoV (Middle East Respiratory Syndrome), che invece ha continuato a produrre casi isolati, ma con una mortalità del 35%.</p>
<p>La pandemia si è sviluppata con grande rapidità, ma con altrettanta rapidità, superiore a tutte le aspettative e senza diminuire i necessari controlli, è stato possibile produrre vaccini efficaci. Questi vaccini si dividono in due grandi categorie : i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna sono vaccini a mRNA, mentre il vaccino Vaxzevria (AstraZeneca), il vaccino Janssen di Johnson &amp; Johnson e il vaccino Sputnik V sono vaccini a vettore virale.</p>
<p>I vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna contengono delle molecole di RNA messaggero (mRNA) con trasportano all’interno delle cellule del copro l’informazione genetica necessaria per produrre le proteine Spike del virus SARS-CoV-2. Nel vaccino, le molecole di mRNA sono inserite in una microscopica “bollicina” che protegge l’mRNA per evitare che si degradi rapidamente, come avviene normalmente, e non venga subito distrutto dalle difese immunitarie. Dopo l’iniezione del vaccino, l’mRNA viene assorbito nel citoplasma delle cellule, in cui il complesso meccanismo cellulare che produce le proteine avvia la sintesi delle proteine Spike. La presenza di queste proteine stimola la produzione di anticorpi specifici. La cosa importante è che il vaccino non introduce nelle cellule di chi si vaccina il virus ma solo l’informazione genetica necessaria alla cellula per costruire copie della proteina Spike. Il sistema immunitario produrrà di conseguenza gli anticorpi contro questa proteina e se il virus del Covid-19 entra nel corpo di un individuo vaccinato, il sistema immunitario riconosce la proteina Spike, la blocca e di conseguenza impedisce al virus di entrare nelle cellule per riprodurvisi.</p>
<p>Il vaccino a vettore virale contiene l’adenovirus degli scimpanzè, un virus che in questi animali provoca il comune raffreddore. In una versione attenuata dell’adenovirus, incapace di riprodursi nell’organismo umano e quindi innocua, viene inserito il materiale genetico necessario alla produzione della proteina Spike. Quando l’adenovirus, che funge da vettore, è introdotto nelle cellule umane l’informazione genetica dirige la formazione della proteina Spike, che viene quindi riconosciuta dal sistema immunitario. E anche in questo caso gli anticorpi prodotti riconosceranno il virus e bloccheranno l’infezione.</p>
<p><strong>Perché la tecnica dei vaccini a mRNA è rivoluzionaria</strong></p>
<p>I vaccini più innovativi sono quelli a RNA messaggero in cui la sola cosa che si inietta in un organismo è l’informazione che permette alle cellule di produrre una proteina. Questo è il risultato di una vera rivoluzione scientifica prodotta dallo sviluppo della biologia molecolare.</p>
<p>Secondo la nuova visione della vita prodotta dalla biologia molecolare le proprietà essenziali degli esseri viventi possono essere interpretate nei termini delle strutture delle loro macromolecole, in quanto capaci di portare, replicare e leggere l’informazione genetica. A differenza di quanto era stato teorizzato in precedenza sulla natura chimica del gene, i geni non sono propriamente una sostanza chimica, ma sequenze di basi, equivalenti dal punto di vista chimico e termodinamico, ma dotate di significato. Il ruolo fondante attribuito al concetto di sequenza come informazione permette di comprendere la rilevanza del vocabolario informazionale in biologia molecolare. Il DNA, come portatore dell’informazione ereditaria, e non ovviamente come macromolecola chimica, è come staccato dalla fisiologia cellulare, separato, chiuso in sé stesso, con il solo compito di perpetuare l’informazione genetica, e le variazioni in essa prodotte dalle mutazioni casuali. Alla base di queste definizioni vi è una separazione concettuale, una dualismo di fondo e irrisolvibile fra informazione e sua concreta realizzazione materiale. Da una parte l’informazione, dall’altra la complessa macchina cellulare, guidata in ultima istanza dal programma genetico, che permette la vita e la trasmissione dello stesso programma. Ed è il codice genetico l’anello che opera la sintesi fra l’origine della vita, l’informazione ereditaria e il chimismo che permette alla vita di esistere sulla terra.</p>
<p>Si continua spesso ad affermare che in ogni caso il DNA è una molecola chimica che agisce in quanto tale intervenendo nel metabolismo cellulare e viene a sua volta modificata da reazioni chimiche. Occorre dire che l’insistenza sul carattere propriamente materiale del programma è fuorviante e risente delle tradizionali visioni della continuità materiale nella trasmissione ereditaria. Il programma come insieme di messaggi conservati e trasmessi è invece indipendente dalla materia di cui è composto, come il significato di un poema è indipendente dalla materia con la quale è scritto e un programma di computer è separato dai flussi elettromagnetici che ne permettono la realizzazione, anche se ovviamente senza di essi non potrebbe esistere, come un programma genetico non potrebbe esistere senza gli straordinari meccanismi chimici caratteristici degli acidi nucleici e delle proteine.</p>
<p>Gli acidi nucleici ‘producono’ le proteine, o più esattamente il trasferimento dell’informazione contenuta nella sequenza dei nucleotidi del DNA, trasportata nel citoplasma grazie all’RNA messaggero, è la causa della sequenza di aminoacidi nelle proteine e quindi della loro specificità. L’informazione è un principio d’ordine, un principio formale, ma ha un effetto causale perché produce la specificità strutturale e funzionale delle proteine.</p>
<p>Le strutture e le funzioni di un organismo sono dunque controllate da un programma, risultato dell’evoluzione per selezione naturale. Il programma guida la costruzione e la funzioni delle parti dell’organismo in funzione di scopi, il primo delle quali è la riproduzione. Il funzionamento attuale dei sistemi viventi, che si può studiare con il metodo analitico e deterministico, è posto sotto il controllo del programma genetico, che ne assicura la sua conformità ad un “progetto”. Tale progetto è a sua volta il risultato esclusivo di un processo materialistico e meccanicistico, l’evoluzione biologica per selezione naturale. I sistemi biologici sono quindi sottoposti a un controllo duplice: le leggi della chimica e della fisica da una parte e un programma, che non è né fisico, né chimico, ma informazionale, esclusivo risultato dell’evoluzione, dall’altra. I due sistemi di controllo sono indipendenti, autonomi e « i geni non hanno bisogno di codificare per le leggi della fisica ».</p>
<p>Dato che la biologia molecolare fa ampio uso di strumenti linguistici, si può applicare in questo campo disciplinare la teoria degli atti linguistici proposta da J.L. Austin. Alcuni enunciati linguistici hanno un carattere performativo, da cui l’uso del termine ‘atti’, che deriva dal verbo ‘agire’ e dal latino actus. Gli editti, gli atti di matrimonio, i voti, le dichiarazioni di guerra sono altrettanti esempi di atti linguistici, i quali hanno una natura eminentemente sociale, dipendendo dall’esistenza di convenzioni concordate sugli effetti di determinate parole, di una particolare costruzione verbale, interpretata da agenzie convenzionalmente autorizzate a realizzare tali effetti.</p>
<p>La costruzione verbale dell’informazione genetica, prodotta e resa una ‘convenzione concordata’ dell’evoluzione per selezione naturale, produce i suoi effetti sul ‘mondo molecolare’ della cellula, in cui sono presenti agenti abilitati a realizzare tali effetti. Il carattere performativo del linguaggio si estende a tutti i linguaggi, compreso il ‘linguaggio genetico’. Si è spesso paragonato il programma genetico a un programma di computer, basato sul calcolo binario. Questa analogia è profondamente vera ma solo se si definisce il programma non come uno strumento di calcolo ma come un insieme di istruzioni la cui esecuzione in sequenza produce la risoluzione di un determinato problema e realizza un’azione o un prodotto. Così una macchina utensile riceve da un computer una sequenza di istruzioni per assemblare o modificare delle componenti nel prodotto finito.</p>
<p>Per la biologia contemporanea un essere vivente è un oggetto dotato di progetto, risultato di una lunga evoluzione per selezione naturale. L’informazione genetica che condensa tale storia evolutiva controlla lo svolgersi dei processi chimico-fisici che assicurano il funzionamento dei sistemi viventi ma non agisce fisicamente su di essi. Per i vaccini a mRNA ciò che conta non è la materia di cui sono fatti, ma l’informazione trasportata dal messaggero, che dirige la sintesi di proteine specifiche.</p>
<p><strong>Le resistenze alla vaccinazione</strong></p>
<p>La campagna di vaccinazione contro il Covid-19 è stata avviata rapidamente, pur con molte difficoltà dovute alla difficoltà di produzione e distribuzione delle dosi, ed è stato raggiunto l’obiettivo di vaccinare in pochi mesi più di un miliardo di persone, un obiettivo di importanza storica, mai raggiunto in precedenza. Tuttavia, in molti casi si riscontrano resistenze diffuse nei confronti di uno o di tutti i vaccini ed è quindi importante comprendere le cause di questi atteggiamenti di rifiuto della vaccinazione.</p>
<p>Un ‘nucleo duro’ di oppositori alla vaccinazione esiste in ognuno dei periodi storici in cui si può dividere la storia dei vaccini, ma la diffusione dello scetticismo vaccinale a una parte più ampia della popolazione dipende da circostanze particolare, come la diffusione rapida della malattia che spinge ad accettare la vaccinazione oppure un incidente vaccinale, che la rallenta e in alcuni casi la blocca. Alla base di queste opposizioni vi sono motivazioni diverse, di natura religiosa, ambientalistica, di rispetto della libertà di scelta, ma spesso anche atteggiamenti antiscientifici o complottisti.</p>
<p>Negli ultimi decenni si è verificata la riemergenza di forti movimenti contrari alla vaccinazione. Nel mondo sviluppato un numero crescente di genitori non fa vaccinare i bambini, con il conseguente declino nei tassi di copertura vaccinale, divenuta in molti paesi una grave preoccupazione delle autorità di sanità pubblica. Per alcuni aspetti i movimenti anti-vaccinazione odierne riprendono argomenti tipici delle opposizioni nel passato, suggerendo una permanenza di credenze e attitudini, ma al tempo stesso presentano due elementi di notevole novità: 1. queste opposizioni si manifestano in una situazione sanitaria che non è stata mai nel passato così buona, con servizi sanitari relativamente efficienti e accessibili, una disponibilità di mezzi terapeutici senza precedenti e un generale miglioramento del quadro di salute degli individui e delle popolazioni; 2. gli argomenti utilizzati contro le vaccinazioni sono ampiamente diffusi grazie alla “società dell’informazione”, circolano liberamente nella popolazione, permettono agli individui e alle associazioni un accesso diretto a fonti di dati di grandi dimensioni, anche se spesso non criticamente verificati, creando un nuovo tipo di dinamica e di relazioni fra gli operatori del servizio sanitario e gli utenti.</p>
<p>Un aspetto nuovo degli anni recenti è legato alla forma e alla rapidità della comunicazione e degli scambi di informazione. Internet e le reti sociali mettono in circolazione tutte le informazioni, anche quelle non verificate, tutte le credenze, tutte le notizie e i sospetti, senza nessun filtro. Ognuno può propone la propria opinione, formata eventualmente senza alcun approfondimento o ricerca, e in genere indirizzata a ricercare sulla rete solo le conferme alle proprie idee e pregiudizi. Gli argomenti più semplici e apparentemente più ‘certi’, perché affermate senza il minimo dubbio, hanno facilmente la meglio sul parere delle persone competenti, in particolare gli scienziati e i medici, le cui certezze sono solo quelle basate su evidenze sperimentali e su dati certi, ma che sanno che ogni conoscenza è sempre provvisoria e può cambiare con l’analisi di dati aggiuntivi.</p>
<p>Le obiezioni contro la vaccinazione possono essere raggruppate in due campi distinti e complementari. Il primo riguarda la percezione dei rischi legati ai vaccini e la loro sicurezza, il secondo collegato invece ai diritti e alle responsabilità dei cittadini, al rispetto della libertà civile e dell’autonomia della scelta dei trattamenti medici, riconosciuti anche dalla Costituzione della Repubblica Italiana.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo tipo di obiezioni è necessario riconoscere che come per ogni atto medico, esistono anche per le vaccinazioni dei rischi potenziali non trascurabili. Il rischio non può mai essere assente e, come per ogni attività umana, il rischio zero è solo un mito. La vaccinazione consiste in uno stimolo indotto e controllato del sistema immunitario. Reazioni avverse sono quindi sempre possibili e in alcuni casi anche prevedibili. Eventuali eventi negativi (in inglese Adverse Events Following Immunization, AEFI) devono di conseguenza essere tenuti in conto e valutati nella loro portata e nelle loro conseguenze sulla salute individuale e collettiva. Tali rischi sono o dovrebbero essere studiati, valutati e se possibile diminuiti sulla base di una conoscenza approfondita dei dati clinici ed epidemiologici. Purtroppo spesso queste situazioni negative non vengono valutate sulla base della conoscenza ma di credenze o miti, nella cui costruzione svolge un ruolo fondamentale l’immaginazione e nella cui concreta manifestazione si manifestano processi emozionali profondi.</p>
<p>I motivi del rifiuto dei genitori a vaccinare i loro figli sono vari e comprendono il rischio di trasmettere la malattia che la vaccinazione vuole prevenire, la possibilità che i vaccini producano un’immunità solo temporanea mentre in realtà indeboliscono il sistema immunitario favorendo l’insorgenza di altre malattie, le preoccupazioni sulla sicurezza del vaccino, il grado di fiducia nelle autorità sanitaria, il tipo di rapporto esistente con il medico di famiglia durante la consulenza relativa alla vaccinazione, il grado di informazione sulle procedure di produzione dei vaccini e sugli eventuali rischi legati a contaminazioni, l’effettiva capacità della vaccinazione di prevenire le malattie infettive, con una valutazione del rapporto rischi/benefici. La prevalenza dell’uno o dell’altro di questi motivi o il relativo grado di convinzione dipende dalle convinzioni ideali o religiose, dal contesto economico, dalle relazioni sociali e di gruppo, dall’adesione a pratiche di medicine complementari o alternative. Altri parametri demografici che svolgono un ruolo importante sono l’età, il livello di istruzione, il luogo di origine, il numero di figli e ovviamente lo stato civile. Occorre notare che la grande maggioranza dei partecipanti ai forum e alle discussioni sulla vaccinazione e più in generale sulla medicina sono donne, il che riflette l’organizzazione sociale che fa delle donne, madri di famiglia, le attrici fondamentali della “medicina quotidiana”, cioè delle pratiche sanitarie di base e delle relative scelte.</p>
<p>Uno dei problemi più importanti è che le posizioni contro la vaccinazione si basano spesso sull’amplificazione e generalizzazione di testimonianze individuali relative alla possibile relazione causale tra la vaccinazione e la comparsa di complicazioni e di effetti secondari di varia natura, compreso il manifestarsi di patologie croniche. L’impatto di testimonianze sui risultati delle pratiche vaccinali o sieroterapiche era stata nel passato una delle chiavi per la diffusione della vaccinazione. A partire dal caso di Jenner, della vaccinazione contro la rabbia del giovane Joseph Meister da parte di Louis Pasteur, o ancora la guarigione del 90% dei casi di difterite, una malattia estremamente temuta dalle madri all’inizio del Novecento, grazie alla sieroterapia, o infine l’impatto drammatico della vaccinazione contro la poliomielite negli anni Sessanta del XX secolo, i casi di successo avevano oscurato gli effetti negativi e spesso funesti, che effettivamente si erano prodotti, in percentuali non trascurabili.</p>
<p>Lo stesso fenomeno si era verificato, e talvolta si verifica ancora, nella presenza di un atteggiamento negativo nei confronti delle campagne per il divieto del fumo nei locali pubblici, nonostante la massa di prove scientifiche ed epidemiologiche del legame causale stretto fra fumo e tumori, questo atteggiamento è basato su osservazioni o credenze su casi individuali, del tipo classico “mio nonno ha sempre fumato il sigaro ed è morto a 90 anni”, con un bilanciamento non giustificato fra un singolo caso individuale e risultati delle indagini epidemiologiche su larghe popolazioni. Uno degli ostacoli epistemologici e psicologici più importanti è l’assenza di un pensiero capace di prendere in conto l’insieme dei fenomeni di popolazione (population thinking). Molto spesso si generalizza a partire da uno o pochi casi, senza tener conto che spesso un caso singolo può venire annullato da un altro caso con risultati opposti e che solo risultati statistici su grandi numeri può dimostrare, insieme alla conoscenza scientifica di tutti i cofattori, la validità di un nesso causale.</p>
<p>Ci sono stati in epoca recente grandi cambiamenti nella percezione del rischio e nella sua accettazione. Nel Settecento e all’inizio dell’Ottocento il vaiolo era talmente diffuso che il rischio di morirne o di restarne sfigurati risultava, ed era percepito, come molto più grande dei rischi associati prima all’inoculazione del vaiolo e poi alla vaccinazione, soprattutto in un periodo che non conosceva ancora la sterilizzazione e l’igiene scientifica. Esiste una relazione inversa, storicamente verificata : più una malattia epidemica è grave e maggiore è il suo impatto sociale, minore è l’opposizione alle pratiche terapeutiche e vaccinali. In una situazione di crisi sanitaria, come ad esempio per il colera a Napoli e a Bari nel 1973, migliori di manifestanti si riversano nelle strade con lo slogan ‘vogliamo il vaccino’. Al contrario quando lo stato generale di salute aumenta, anche grazie alle politiche di vaccinazione con la diminuzione dell’incidenza delle malattie contagiose, aumenta la percezione del rischio di eventi avversi e per una malattia rara o divenuta tale si giunge facilmente al rifiuto totale di ogni tipo di rischio. Si è quindi in presenza di una situazione paradossale: una malattia diventa (quasi) eradicata per effetto delle politiche di vaccinazione e al tempo stesso aumenta la percezione del rischio legata alla vaccinazione, sino al rifiuto.</p>
<p>Da questo punto di vista occorre riconoscere che, come era avvenuto per i movimenti anti-vaccinazione alla fine dell’Ottocento, la diffusione ampia di atteggiamenti negativi nei confronti dei vaccini ha prodotto effetti positivi, in particolare con il richiamo costante alla sicurezza dei vaccini utilizzati, alla trasparenza delle relazioni con le case farmaceutiche che li producono, alla necessità di una sorveglianza continua degli eventi avversi e allo sviluppo di programmi di compensazione per i danni prodotti dalla vaccinazione.</p>
<p>Gli oppositori della vaccinazione, siano essi esperti o pubblico generale, in gran parte ritengono che i benefici della vaccinazione obbligatoria siano oscurati dai problemi etici associati a questa pratica sanitaria. Una serie di questioni etiche sono da sempre al centro delle controversie intorno alla vaccinazione, il primo elemento e il più incisivo è che la vaccinazione crea un rischio per una persona, in particolare un bambino, in buona salute. Esiste una differenza fondamentale, a livello psicologico e a livello etico, fra un atto medico che viene realizzato su una persona bisognosa di cure e quello che viene invece compiuto certo per proteggere il singolo individuo, ma anche la popolazione nel suo complesso.</p>
<p>Esiste quindi una tensione etica fondamentale fra diritti individuali e interesse collettivo. Di fronte a una minaccia grave per la salute di una popolazione si può imporre una pratica rischiosa per il singoli individui se questo aumenta in modo considerevole la protezione contro le malattie trasmissibili dell’intera popolazione. È per questo che le politiche di vaccinazione come l’insieme delle politiche igieniche sono sotto la responsabilità dello Stato. È solo il potere pubblico, creato sulla base di un “contratto sociale” (Rousseau) che può imporre pratiche vaccinali coerenti ed eticamente valide. In una situazione di diminuzione di grande proporzione dei rischi di epidemie gravi, l’equilibrio si sposta con decisione verso il rispetto dell’autonomia e della libera scelta degli individui. Molte delle associazioni anti-vaccini create negli ultimi decenni in vari Paesi europei criticano soprattutto l’obbligatorietà della vaccinazione, considerata una violazione della libertà morale, fisica e personale, e della libertà di coscienza. Il corpo umano è la proprietà sacra e inviolabile dell’individuo e di conseguenza nessuno può subire un trattamento preventivo o curativo senza il suo espresso consenso. Se nei Paesi poveri, la mancata vaccinazione è in genere associata alle difficoltà di accesso delle strutture sanitarie o al comportamento del personale sanitario, nei Paesi più sviluppati invece il tema più ricorrente è quello della libertà individuale, in particolare il diritto dei genitori a decidere loro stessi quali pratiche mediche utilizzare per il loro bambini.</p>
<p>Esiste tuttavia anche una valutazione relativa ai criteri di giustizia e di equa distribuzione. Chi non fa vaccinare i propri bambini, per non sottoporli ai rischi legati all’atto profilattico o per convinzione politica o religiosa, approfitta dell’immunità prodotta dalla vaccinazione degli altri bambini che invece hanno corso il rischio. Si può affermare, rispondendo a quanti affermano il valore assoluto della scelta individuale, che l’obbligatorietà della vaccinazione assicura una maggiore equità nella popolazione in quanto i rischi e benefici di questa pratica sanitaria sono equamente distribuiti fra tutti membri. Senza tale obbligatorietà, alcune persone ricevono i benefici indiretti della vaccinazione, grazie all’immunità dovuta alla copertura vaccinale senza i relativi rischi, per quanto piccoli essi siano.</p>
<p>Anche per quanto riguarda la vaccinazione, il concetto di “cittadinanza scientifica” propone una soluzione al dilemma tra obbligatorietà della vaccinazione e libertà di scelta. La diffusione di conoscenze scientificamente valide, la partecipazione democratica all’elaborazione delle grandi scelte di politica sanitaria, il richiamo alla responsabilità individuale ma al tempo stesso all’efficienza e all’efficacia dei sistemi sanitari sono la base per il superamento in positivo delle controversie sulla vaccinazione che stanno rischiando di mettere in pericolo una delle conquiste più fondamentali della sanità contemporanea.</p>
<p><strong>L’accesso ai vaccini una sfida globale</strong></p>
<p>La necessità di vaccinare il maggior numero di persone al mondo in breve tempo ha posto con drammaticità il problema dei costi delle campagne di vaccinazione, che le rendono impossibili da realizzare nei paesi poveri. Ma vaccinare tutti e tutti i paese è una necessità, se si vogliono evitare nuove fiammate epidemiche, ma è al tempo stesso un dovere morale, perché l’accesso alle cure e ai vaccini è un diritto fondamentale di ogni persona.</p>
<p>Questo diritto è stato riconosciuto per la prima volta nella storia nella Costituzione dell’OMS per quanto riguarda il livello internazionale e trova riscontro nella Costituzione della Repubblica Italiana, scritta nello stesso periodo. Nel 1948 tale concetto entra a pieno titolo anche nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dove all’articolo 25 si legge: «Ognuno ha il diritto a uno standard di vita adeguato per la salute e il benessere di se stesso e della sua famiglia, compreso il cibo, le vesti, la casa, le cure mediche e i necessari servizi sociali, e il diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, disabilità, vedovanza, vecchiaia o altra mancanza dei mezzi necessari al proprio sostentamento in circostanze al di fuori del proprio controllo».</p>
<p>Il preambolo della Costituzione dell’Oms afferma per la prima volta con chiarezza il concetto di «salute come diritto fondamentale», iniziando con il definire in maniera chiara il concetto stesso di salute: «La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste solo in un’assenza di malattia o d’infermità. Il possesso del migliore stato di salute possibile costituisce un diritto fondamentale di ogni essere umano, senza distinzione di razza, di religione, d’opinioni politiche, di condizione economica o sociale».</p>
<p>Accanto alla definizione dell’obiettivo, nella Costituzione dell’Oms si indica chiaramente la responsabilità dei governi e degli Stati per rendere concreto tale diritto fondamentale: «I governi sono responsabili della salute dei loro popoli; essi possono fare fronte a questa responsabilità unicamente prendendo le misure sanitarie e sociali adeguate»</p>
<p>Il riconoscimento della salute come diritto umano fondamentale, allo stesso titolo del diritto alla vita o alla libertà, si trova nella Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 32, che stipula: « La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti ». È interessante notare che questo articolo non è inserito nel titolo III (Diritti economici) ma nel Titolo II (diritti etico-sociali). La salute non riguarda gli aspetti economici e il diritto alla salute è esente da qualsiasi considerazione di ordine economico, ma fa parte dei diritti degli individui e della collettività.</p>
<p>Si deve invece constatare che questo diritto fondamentale e universale viene di fatto negato, a causa dell’assenza di solidarietà dell’Occidente verso i paesi poveri di fronte alla pandemia. Ogni paese si è rinchiuso su sé stesso, salvo qualche integrazione parziale a livello dell’UE, ha chiuso le frontiere per evitare la diffusione dei contagi ma ha al tempo stesso evitato di aiutare i paesi poveri. Il risultato è che i paesi ricchi hanno potuto stanziare sino al 20% del Pil per aiutare l’economia e la società nazionali, mentre gli investimenti di sostegno all’economia provata dalla pandemia nei paesi poveri non arriva al 2% del PIL. Ci sono dichiarazioni molto impegnative da parte di molti governi, del tipo ‘siamo tutti nella stessa barca’ oppure ‘ è eticamente necessario aiutare i paesi poveri di fronte alla pandemia’. Ma alle belle parole non sono seguiti i fatti, anche perché le opinioni pubbliche dei paesi occidentali sono attente alla protezione e alla eventuale riapertura delle attività produttive e ricreative, ma la solidarietà è spesso esistita a livello nazionale, ma si ferma ai confini, con un atteggiamento di chiusura verso gli ‘stranieri’.</p>
<p>Per la vaccinazione nei paesi poveri è stata creata la Global COVAX Facility, coordinata da GAVI (l’Alleanza Globale per i Vaccini) e dall’OMS, che agisce come una piattaforma che sostiene la ricerca, lo sviluppo e la produzione di una vasta gamma di vaccini contro il COVID-19 e ne negozia il loro prezzo. Ma le dosi disponibili a Covax per la distribuzione ai paesi poveri solo stati solo 50 milioni mentre ne sarebbero necessarie almeno 2 miliardi. L’atteggiamento dei paesi occidentali è però miope, perché se non si vaccinano le popolazioni dei paesi poveri il rischio di nuovo fiammate epidemiche nei paesi occidentali è molto forte, dato che la globalizzazione facilita gli spostamenti delle popolazioni e i controlli severi alle frontiere sono impossibili o inefficaci. Anche dal punto di vista economico la chiusura è miope e poco lungimirante, in quanto il costo per diffondere globalmente i vaccini, diciamo con 4 miliardi di dosi, comporterebbe una spesa di circa 50 miliardi di dollari, che sono una minima parte dei migliaia di miliardi che sono stati già spesi per i piani di ripresa economica e sociale e che sarebbero di nuovo necessari se ci fossero altre ondate nei prossimi mesi e anni.</p>
<p>Quanto sta succedendo in Brasile o in India non è solo una catastrofe umanitaria e non si tratta di problemi locali, dato che la pandemia non conosce frontiere e un numero di casi molto elevati (sino a 300 mila al giorno attualmente in India) facilita la comparsa di nuove varianti, che, come si è visto per le varianti già note, non avranno difficoltà a diffondersi e a divenire dominanti se vantaggiose per il virus. Inoltre, c’è il rischio che lo stesso fenomeno di contagi di massa possa avvenire anche in Africa, che per il momento non ha avuto gravi crisi pandemiche. Questo dovrebbe comportare la necessità di vaccinare tutte le popolazioni al più presto possibile.</p>
<p>E’ stato proposto da più parti di sospendere i brevetti sui vaccini, in modo da facilitare la produzione dei vaccini ovunque nel mondo. Ci sono tuttavia molte difficoltà che rendono questo obiettivo difficile da realizzare, e non solo per la resistenza delle case farmaceutiche e per la necessità, comunque, di far rientrare i grandi investimenti necessari per la messa a punto e la produzione di massa dei vaccini. In primo luogo si pone il problema del controllo della qualità dei vaccini e delle modalità con cui vengono trasportati e utilizzati. Se si sospende il brevetto, si sospende anche la responsabilità delle case produttrici e quindi gli stati o anche i privati potrebbero produrre vaccini senza il necessario controllo sulla loro qualità ed efficacia.</p>
<p>Per produrre un vaccino non basta conoscere le materie prime necessarie e la procedura. I vaccini anti-covid sono molto complicati da produrre e richiedono la disponibilità di decine di componenti diverse, ognuna delle quali potrebbe essere coperta da brevetto. Diminuendo gli standard di qualità nella produzione, nella conservazione e nella distribuzione si potrebbero produrre vaccini di efficienza ridotta, se non pericolosi, con il risultato di avere un’ulteriore diseguaglianza fra vaccinazioni di primo livello e vaccinazioni di secondo o terzo livello. Le agenzie del farmaco, in Europa come negli USA, effettuano controlli severi sui vaccini, ad esempio sulla concentrazione del principio attivo. Ma senza controlli di qualità rigorosi i vaccini prodotti potrebbero essere meno efficaci e quindi dare una falsa sicurezza alle persone vaccinate, anche senza prendere in considerazione la possibilità di contaminazioni e inclusioni di prodotti chimici estranei.</p>
<p>Attualmente il grave problema è quello di far giungere una quantità sufficiente di vaccini in tutti i paesi. In questo contesto, aumentare il numero di centri di produzione permetterebbe di raggiungere in tempi più brevi questo risultato. Tuttavia, eliminare o sospendere i brevetti non è sufficiente, dato che occorre trasferire le conoscenze necessarie per la produzione (il ‘know how’), costruire gli impianti necessari, farvi arrivare le materie prime, completare la ‘catena del freddo’ per la conservazione dei vaccini e soprattutto disporre di personale e strutture sufficienti per le campagne di vaccinazione di massa. Si può facilmente calcolare che il costo della somministrazione del vaccino è molto più elevato del costo della sua produzione.</p>
<p>Accordi internazionali per trasferire le tecnologie necessarie alla produzione decentralizzata dei vaccini con una sospensione o una drastica riduzione delle royalties da parte dei paesi poveri sono possibili e il principio di solidarietà dovrebbe poter imporre questo tipo di soluzione. Ma tale solidarietà deve collocarsi a livello internazionale, globale e si sente ancora di più la necessità di disporre di quanto era alla base anche della creazione dell’OMS, un governo globale della salute e dell’ambiente. Questo obiettivo non è stato raggiunto, a causa della resistenza dei singoli a pesi a lasciare a un governo mondiale la gestione della salute globale. Queste resistenze non sono affatto diminuite con il passare del tempo e hanno di fatto impedito la creazione di una struttura di governo mondiale delle crisi sanitarie ed epidemiche, come si vede nelle diverse situazioni di malattie emergenti, tipo Ebola, Sars e orca Covid-19. Un indice di questa mancanza è il fatto che esistono i “caschi blu” per gli interventi rapidi in caso di conflitto e di crisi umanitarie ma non esiste un corpo di pronto intervento in caso di epidemie gravi (del tipo ‘caschi gialli’, dato che una bandiera gialla è da sempre il segnale della quarantena).</p>
<p>La pandemia di Covid-19 ha sottolineato la necessità di una organizzazione pubblica mondiale, forte e indipendente, per gestire l’emergenza sanitaria globale. Come ha scritto Richard Horton nel suo recente libro sulla catastrofe Covid-19, «l’Oms svolge un ruolo vitale e raduna i migliori scienziati del mondo per testare standard per la salute […] nelle nazioni più povere del mondo, l’Oms presta un servizio indispensabile ai ministeri della salute, ai servizi sanitari e agli operatori sanitari». Il mondo dunque ha bisogno di un’autorità multilaterale sufficientemente forte ed autorevole e oggi più che nel passaato, «è necessario formare una solida coalizione di paesi determinati a difendere il carattere pubblico, la autorità e l’indipendenza della Oms, così da permetterle di stabilire regole di sanità pubblica a livello globale con la capacità e gli strumenti necessari a metterle in pratica ».</p>
<p>Se c’è una cosa che insegna al mondo la pandemia in corso è che siamo un’unica famiglia umana, come scrive papa Francesco, e che tutti hanno bisogno di una istituzione pubblica sanitaria affidabile e autorevole, capace di difendere il diritto alla salute e di intervenire sui numerosi e complessi determinanti che ne permettono la realizzazione. Infatti, come segnala un recente editoriale sulla prestigiosa rivista «The Lancet»: « Non importa quanto possa essere efficace un trattamento o quanto possa proteggere un vaccino, qualunque soluzione al Covid-19 puramente biomedica è destinata a fallire».</p>
<p>Ogni malattia e ancora di più una grande epidemia non è solo un fenomeno biologico e medico. E’ anche un fenomeno sociale, perché le diseguaglianze sociali determinano la distribuzione della malattia e dell’epidemia. Il rapporto pubblicato nel 2008 dalla Commissione sui Determinanti Sociali della Salute, creata dall’Organizzazione Mondiale della Salute e presieduta da Michael Marmot, indica la possibilità di realizzare l’equità in salute in una generazione, proprio con l’azione diretta e mirata sui determinanti sociali. Le diseguaglianze che si rivelano in ogni territorio, su scala locale o globale, nel modo in cui persone nascono, crescono, vivono, lavorano e muoiono sono un fattore decisivo nella diversa distribuzione sociale e geografica delle malattie e nell’ineguale distribuzione dei mezzi di assistenza e di cura. La conoscenza dettagliata e profonda di queste diseguaglianze e diversità è quindi un obiettivo indispensabile al raggiungimento di una politica sanitaria equa, efficace ed efficiente.</p>
<p>Nel rapporto finale, che riprende anche alla lettera le indicazioni contenute nella Costituzione dell’Oms, fin dal titolo si riafferma l’obiettivo fondamentale: ottenere l’equità agendo sui determinanti sociali della salute. Nell’introduzione, la Commissione afferma le linee di fondo della propria proposta, legando insieme il diritto alla salute e le politiche necessarie alla sua concreta realizzazione: « la giustizia sociale è una questione di vita e di morte, dato che determina il modo in cui la gente vive, le conseguenti probabilità di ammalarsi, e il rischio di una morte prematura. […] All’interno dei paesi ci sono differenze drammatiche nella salute, che sono strettamente legate al grado di svantaggio sociale. Differenze di questa entità non dovrebbero semplicemente esistere. Queste iniquità nella salute, iniquità evitabili, si producono a causa delle condizioni nelle quali le persone crescono, vivono, lavorano e invecchiano, e dai sistemi costruiti per confrontarsi con la malattia. A loro volta, le condizioni nelle quali le persone vivono e muoiono sono plasmate dalle forze politiche, sociali ed economiche ».</p>
<p>La questione fondamentale che si pone deriva dall’ineguaglianza nella distribuzione delle risorse tecnologiche, finanziarie e umane. Se i germi passano senza problemi attraverso tutte le frontiere, sociali e geografiche, le risorse, comprese le conoscenze scientifiche e tecnologiche, sono bloccate alle frontiere fra paesi ricchi e poveri. Il paradosso è che tali risorse sono minime proprio nelle regioni in cui il rischio di emergenza di nuove patologie è massimo. Solo un ‘governo mondiale della salute’, come preconizzato dai fondatori dell’OMS, caratterizzato da una molteplicità di iniziative e di attori, ben coordinati fra loro in assoluta trasparenza e dotati delle necessarie risorse finanziarie e intellettuali, è la chiave per rispondere adeguatamente alla sfida rappresentata dalle malattie emergenti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=1006</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La battaglia del Sonclino. Giovedì 22 aprile 2021 presentazione del libro con l’autore Isaia Mensi</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1000</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1000#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 13:37:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dini Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Isaia Mensi]]></category>
		<category><![CDATA[Lino Pedroni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=1000</guid>
		<description><![CDATA[Presentazione del libro Ne parliamo con Isaia Mensi – Autore (*) Lino Pedroni – Presidente ANPI Brescia Dino Greco – Responsabile Prc Formazione (*) ISAIA [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Presentazione del libro<br />
Ne parliamo con</p>
<ul>
<li>Isaia Mensi – Autore (*)</li>
<li>Lino Pedroni – Presidente ANPI Brescia</li>
<li>Dino Greco – Responsabile Prc Formazione</li>
</ul>
<p>(*) ISAIA MENSI, un è Compagno di Villa Carcina (BS) classe 1950. Si laurea in Sociologia a Trento. Studente-lavoratore nel &#8217;69 partecipa attivamente in Lotta Continua. Operaio prima e poi docente di informatica per trent’anni in Istituti statali di Brescia. Terminato nel 2010 l&#8217;insegnamento prende in mano la storia dei partigiani a Brescia ( GAP – Comandante TITO della 122° Brigata Garibaldi – uccisione di Angelo Moreni e infine gli apparati segreti della Democrazia Cristiana in Valle Trompia e a Brescia).L&#8217;idea di approfondire e studiare questi intrecci tra industriali e fascisti nasce dopo la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Nel 1975 scrive il suo primo libro &#8220;Fascismo a Villa Carcina&#8221; e nel 1979 il 2° libro &#8220;TLM Vicende durante l’occupazione&#8221;.</p>
<p>L&#8217;acquisto del libro, al costo di €10,00 è possibile anche a distanza attraverso un bonifico a favore della federazione di Brescia del PRC.<br />
IBAN: IT61J086 9211 2020 1700 0172 026<br />
INTESTAZIONE: RIFONDAZIONE COMUNISTA BRESCIA<br />
CAUSALE: ACQUISTO COPIE LA BATTAGLIA DEL SONCLINO</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/04/Eventi_2021_04_22_Brescia_Prc_LaBattagliaDelSonclino.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1001" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/04/Eventi_2021_04_22_Brescia_Prc_LaBattagliaDelSonclino.jpg" alt="Eventi_2021_04_22_Brescia_Prc_LaBattagliaDelSonclino" width="632" height="856" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=1000</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La Comune di Parigi e il &#8217;69 operaio</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=989</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=989#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 19 Mar 2021 12:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=989</guid>
		<description><![CDATA[di Dino Greco &#8211; Capita talvolta che grandi rivolgimenti politici e sociali, malgrado coloro che ne sono stati protagonisti siano stati duramente sconfitti, producano i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/comune19.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-991" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/comune19-150x150.jpg" alt="comune19" width="150" height="150" /></a>di Dino Greco &#8211;</p>
<p>Capita talvolta che grandi rivolgimenti politici e sociali, malgrado coloro che ne sono stati protagonisti siano stati duramente sconfitti, producano i propri effetti a distanza, e le istanze di allora tornino ad ispirare sommovimenti altrettanto profondi.</p>
<p>E’ ciò che per molti e significativi aspetti si sviluppò in Italia nel decennio che va dalla fine degli anni Sessanta a buona parte dei Settanta.</p>
<p>Anzi, a me pare che si possa affermare senza allontanarci dal vero che l’autentico atto di nascita della “Repubblica democratica fondata sul lavoro” coincida con la riscossa operaia del 1969, dopo circa vent’anni di latenza costituzionale, segnati più dall’anticomunismo che dall’antifascismo.</p>
<p>Chi non ha vissuto quel periodo, un giovane di oggi, faticherebbe non poco – alla luce del presente – a comprendere le dimensioni di quel poderoso sconquasso che fu tale da mettere in discussione rapporti di potere consolidati, a partire dalla fabbrica, e da investire l’intera società, la cultura, la politica e la produzione legislativa lungo quasi un decennio.</p>
<p>L’elemento di svolta fu il contratto nazionale dei metalmeccanici dell’autunno 1969, conquistato dopo uno vero e proprio scontro campale e 300 ore di sciopero.</p>
<p>Si trattò di un’autentica rivoluzione che investì tutti gli aspetti del rapporto di lavoro.</p>
<p>Il pendolo dei rapporti di forza si sposta potentemente:</p>
<p>forti aumenti salariali dopo anni di stagnazione delle retribuzioni;<br />
superamento delle “gabbie salariali”, in ragione delle quali ad eguale prestazione di lavoro nel medesimo settore corrispondevano, territorialmente, diversi livelli retributivi;<br />
inquadramento unico operai-impiegati;<br />
riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali;<br />
diritto alle assemblee retribuite all’interno dei luoghi di lavoro;<br />
elezione dei delegati e la conquista di un monte ore di permessi sindacali retribuiti dall’azienda.</p>
<p>Nel contratto nazionale dei metalmeccanici successivo, quello del ’73, entrerà anche – sotto il titolo “Diritto allo studio” &#8211; la previsione di 150 ore retribuite per il completamento degli studi da parte di lavoratori il cui accesso al lavoro sin da giovanissimi aveva impedito di completare la formazione scolastica.</p>
<p>La polemica si snodò lungo tutto l&#8217;arco della vertenza contrattuale.<br />
Ci fu un episodio emblematico, quando Felice Mortillaro, direttore di Federmeccanica, nel tentativo di ridicolizzare le posizioni sindacali e dimostrarne l’inconsistenza domandò al tavolo delle trattative se le richieste comprendessero anche il diritto per i lavoratori di studiare il clavicembalo.</p>
<p>Bruno Trentin, allora segretario della Fiom-Cgil, rispose di sì, affermando per questa via il diritto alla piena autodeterminazione dei percorsi culturali e della domanda di apprendimento che ne discendeva.</p>
<p>Il clavicembalo divenne la rappresentazione simbolica dell’affermazione della libertà operaia di decidere della propria cultura, di scegliere e imporre le proprie priorità dentro e fuori la fabbrica, di rompere una soggezione anche culturale, psicologica nei confronti della classe possidente, di sottrarsi ad una condizione deprivata di ogni ambizione che andasse al di là della propria riproduzione sociale, come forza lavoro consegnata al puro compito di valorizzazione del capitale.</p>
<p>La conquista delle 150 ore si inscrive, dunque, nella strategia di uguaglianza e di unità dei lavoratori che in quegli anni seppe collegare l&#8217;egualitarismo salariale alla battaglia per l&#8217;inquadramento unico fra operai e impiegati, nell&#8217;affermazione di un diritto permanente allo studio come rifiuto della divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, fra la produzione e la scienza.</p>
<p>Il mondo padronale esce tramortito da quell’impetuosa spinta al riscatto collettivo nata sotto l’impulso di una nuova e giovane classe operaia, in gran parte senza storia precedente, emigrata in massa dalle campagne meridionali ed entrata in forze nella fabbrica manifatturiera fordista.</p>
<p>Nell’aprile del 1968, a Valdagno, l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto da parte di migliaia di operaie e di operai, fu la materiale rappresentazione della rivolta contro un potere assoluto, dispotico, contro quell’universo concentrazionario nel quale si esercitava non solo lo sfruttamento ma anche il controllo totale sulla vita dei proletari. Si trattò dell’apertura di una fase acuta della lotta di classe in Italia. E non si può non osservare come quel moto liberatorio rappresenti l’equivalente simbolico dell’abbattimento della Colonne Vendome, che la Comune di Parigi considerò “un monumento alla barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un’affermazione di militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato continuo ad uno dei tre grandi principi della Repubblica: la fratellanza”.</p>
<p>Ebbene, Angelo Costa, storico presidente di Confindustria, dopo la firma del contratto del ’69, vissuta come un’oltraggiosa usurpazione, si dimetterà dal suo incarico sostenendo che il nuovo contratto espropriava gli imprenditori del loro “diritto naturale” a considerare la fabbrica loro proprietà esclusiva, mentre le nuove norme, subite con la forza, li costringevano a finanziare la lotta di classe che veniva portata in “casa loro”.</p>
<p>L’impatto delle lotte operaie investirà tutta la società italiana e condizionerà profondamente la politica e l’attività legislativa per tutta la prima parte degli anni Settanta.</p>
<p>Sono di quel periodo:<br />
lo statuto dei diritti dei lavoratori (1970);<br />
la legge di tutela delle lavoratrici madri (1971);<br />
la legge sul lavoro a domicilio (1973);<br />
la legge sul collocamento degli invalidi (1968).</p>
<p>Nel 1975 viene stipulato l’accordo che fissa il valore della indennità di contingenza (la scala mobile) a 1389 lire a punto, uguali per tutte le categorie e per tutti i lavoratori.</p>
<p>Sono inoltre di quegli anni le “grandi riforme”:<br />
quella delle pensioni (il diritto al pensionamento matura a 35 anni con una rendita del 2% per anno calcolato sull’intero montante retributivo);<br />
quella della sanità (con la concreta affermazione del diritto universalistico alle prestazioni sanitarie);<br />
quella della psichiatria (la “riforma Basaglia”, con l’abolizione dei manicomi);<br />
quella della casa (con la legge 167, che afferma il principio del diritto all’abitazione attraverso la costruzione e l’assegnazione di case di edilizia economico-popolare);<br />
nasce il nuovo diritto di famiglia.</p>
<p>Nel 1974 la battaglia sul divorzio si conclude con la vittoria nel referendum abrogativo della legge promosso dai Comitati civici e sostenuto dalla Democrazia cristiana e dalle gerarchie vaticane.</p>
<p>Ma è lo Statuto dei lavoratori che rappresenta una vera cesura d’epoca, una vera e propria rottura di faglia nei rapporti economico-sociali.</p>
<p>Lo Statuto abbatte le barriere di quella “zona franca”, impermeabile alla Costituzione, che fino a quel momento era stata la fabbrica.</p>
<p>Il padrone incontra per la prima volta un limite cogente, di carattere giuridico, al proprio potere indiscriminato.</p>
<p>Con una formula secca: cambiano in Italia e radicalmente i rapporti di forza fra le classi.</p>
<p>Ma il sindacato stesso conosce una trasformazione originale che ne muta profondamente il carattere in senso democratico.</p>
<p>Lo Statuto dei lavoratori appena approvato dal parlamento prevedeva che i poteri di rappresentanza dei lavoratori fossero affidati alle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) nominate dai sindacati maggiormente rappresentativi (Cgil, Cisl, Uil).<br />
L’investitura avveniva dunque dall’alto e dall’esterno.</p>
<p>Ma il movimento si spinge oltre.<br />
L’esperienza dei Consigli di fabbrica muta radicalmente questa impostazione.<br />
Perché sul campo nasce la figura del delegato di reparto o di gruppo omogeneo (una sorta di collegio uninominale), eletto da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, attraverso un voto su scheda bianca, dove tutti sono dunque elettori ed eleggibili e dove vige la regola della revoca istantanea del mandato ove questa sia richiesta dal 50 per cento +1 dei lavoratori interessati.</p>
<p>Quelli che nel linguaggio corrente chiamiamo delegati erano in realtà dei commissari, depositari di un mandato imperativo, che in nessun caso espropriava l’assemblea che rimaneva in ogni momento il vero organo sovrano perché – per dirla con Rousseau – “dove c’è il rappresentato non c’è più il rappresentante”, e “la sovranità consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta, o è essa stessa o è un’altra”.</p>
<p>Ma qui interviene una novità assoluta che sta nel fatto che il sindacato decide una cosa assolutamente senza precedenti e cioè di fare cadere su coloro che i lavoratori hanno scelto come propri rappresentanti la nomina di Rsa, munendoli dei poteri formali e sostanziali che la legge assegna alle Rsa.</p>
<p>I consigli dei delegati non sono più soltanto l’espressione diretta dei lavoratori, in una sorta di dualismo di potere: essi diventano il primo livello dell’organizzazione sindacale.</p>
<p>La novità è straordinaria (una volta tanto questo termine non è abusato), perché rappresenta una sintesi originalissima di democrazia diretta e democrazia delegata, dove sono i lavoratori ad avere la prima e l’ultima parola.</p>
<p>Questo intreccio inedito ed unico al mondo fra organizzazione esterna e democrazia di base prelude alla stagione unitaria più feconda del sindacalismo italiano e all’esperienza di unità organica che da lì prenderà le mosse, realizzandosi in modo compiuto, per alcuni anni, con la federazione lavoratori metalmeccanici (Flm).</p>
<p>E’ interessante notare come questa fase di formidabile crescita della democrazia operaia richiami direttamente il biennio rosso 1919-1920 e l’esperienza del gruppo ordinovista di Gramsci, Togliatti e Terracini. E, ancora più indietro nel tempo, come la forma organizzativa dei Consigli si ispirasse, per tanti versi, all’architettura statuale costruita dai rivoluzionari della Comune di Parigi del 1871 ripresa dal Lenin di Stato e rivoluzione.</p>
<p>Ebbene, al punto più alto di questo gigantesco processo di soggettivazione operaia c’è, a mio avviso, la battaglia per la salute in fabbrica, non più delegata al sapere codificato degli “specialisti”, ma assunta in proprio dai lavoratori.</p>
<p>Si tratta della scoperta che l’organizzazione scientifica del lavoro portava, oltre alla fatica muscolare, un nuovo tipo di affaticamento di matrice psichica, la cosiddetta “fatica industriale”, i cui effetti incidevano pesantemente sulla sanità psicofisica dell’uomo, non misurabile con i tradizionali strumenti di rilevazione.</p>
<p>Sul piano scientifico, viene affermandosi il concetto che l’operaio non è soltanto un oggetto della ricerca, ma ne è soggetto, protagonista. Il suo parere diventa non già un’opinabile valutazione da inserire nell’anamnesi, ma un dato scientifico con il quale confrontare gli altri dati rilevabili con diverse metodologie.<br />
Non era più solo il giudizio dell’esperto a stabilire cosa fosse nocivo e cosa no: l’esperienza operaia e il suo racconto diventano un vero e proprio strumento scientifico, un vero e proprio “caposaldo epistemologico”.</p>
<p>La tendenza a chiedere un risarcimento monetario in cambio dei danni subiti dalla salute scaturiva da una riverenza, da una soggezione nei confronti della presunta scientificità di cui il tecnico della salute era portatore.</p>
<p>Al movimento operaio italiano mancava un autonomo punto di vista sulla scienza e sulla tecnologia, ritenuta neutrale e perciò non suscettibile di alcuna modifica.</p>
<p>Ebbene, l’esperienza consiliare recupera interamente Gramsci per ricostruire una “coscienza del produttore” a partire dal gruppo operaio omogeneo e dalla sua capacità di controllare e modificare il processo produttivo: l’elaborazione del “modello sindacale di lotta per la salute” e il valore che in esso era assegnato alla soggettività operaia contribuirono allo sviluppo di un’autonoma capacità di critica e di proposta sull’organizzazione del lavoro.</p>
<p>Parimenti, una leva di medici del lavoro rompe la propria separatezza dal mondo del lavoro, si sente rivalutata nella propria professione e acquista nuova dignità sociale.</p>
<p>L’esperienza consiliare troverà un ulteriore sviluppo, tutto politico, nei Consigli di zona, rete dei consigli di fabbrica operanti in un determinato territorio.</p>
<p>Questa evoluzione, tutta politica, della struttura consiliare, delinea i tratti di un contropotere sociale. Essa muove dalla comprensione, che via via si fa strada, che la conquista di un potere negoziale dentro la fabbrica è fondamentale, ma non sufficiente e che ci sono contraddizioni e problemi che possono essere affrontati solo in una dimensione più vasta.</p>
<p>Si sentono qui gli echi di Lenin, che nel “Che fare” sottolineava come la coscienza politica di classe la si conquista oltre il rapporto fra padrone e operaio, perché lì si vedono i rapporti di tutte le classi fra loro, di tutte le classi con lo Stato, con il potere politico e si giunge ad una visione complessiva della società.</p>
<p>Perché ciò avvenga bisogna appunto capire cosa c’è dietro al padrone, come egli organizza il proprio potere e la propria egemonia e comprendere come il padrone sia sostenuto da tutta una struttura sociale, da tutta un’organizzazione politica e statuale.</p>
<p>La classe non si pone più solo come parzialità, come soggetto sociale deprivato che si difende, impegnato nell’autotutela. La classe assurge ad un livello superiore: essa guarda al tutto dal punto di vista di una parte.</p>
<p>In quella straordinaria stagione i Consigli di zona diventano il riferimento di tutte le lotte sociali, di qualsivoglia natura, che prendono corpo in un determinato territorio.<br />
La prassi sociale che si produce incarna una democrazia di tipo nuovo, fondata sulla partecipazione diretta di masse di donne e di uomini che magari non conoscono nulla del marxismo, ma che il marxismo lo praticano sul campo: è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.</p>
<p>L’effetto di riverbero delle lotte operaie sull’insieme della società è di assoluta rilevanza.</p>
<p>Strati di intellettuali e di piccola borghesia si separano dalle classi dominanti e si uniscono ad una classe operaia e ad un movimento sindacale di cui si riconoscono autorevolezza e forza egemonica.</p>
<p>Persino la tradizionale fatuità e apoliticità della musica leggera italiana ne viene influenzata. La condizione operaia vi irrompe in un modo prima impensabile, persino al festival di San Remo dove i Giganti cantano Proposta (“Me ciami Brambilla e fu l’operari / lavori la ghisa per pochi denari”…).<br />
Ricordo un convegno che promuovemmo negli anni Ottanta come Camera del lavoro di Brescia, a cui invitammo Giovanni Palombarini, fondatore di Magistratura democratica, a parlare di lavoro e Costituzione.</p>
<p>Palombarini ci disse che non si aveva ancora chiara percezione di quale impatto avesse avuto, su una nuova generazione di magistrati, l’irruzione sulla scena sociale e politica italiana del movimento operaio; e di quanto questa nuova leva di giuristi abbia imparato a rileggere la Costituzione con le lenti dello Statuto dei lavoratori, assimilandone non solo la lettera e la norma, ma anche la cultura, profondamente diversa da quella pre-esistente.</p>
<p>Nasce così il Nuovo processo del lavoro e le stesse aule di tribunale che ci vedevano sistematicamente sconfitti nelle cause di lavoro smettono di diventare per i lavoratori luoghi ostili: si comincia a vincere anche nel contenzioso giudiziario.</p>
<p>Il comportamento antisindacale (punito dall’articolo 28 dello Statuto) viene prontamente applicato, la violazione dell’ordine pretorile diventa un reato da codice penale che prevede (cosa inaudita) fino all’arresto.</p>
<p>La reintegrazione nel posto di lavoro ove il licenziamento del lavoratore sia intervenuto senza “giusta causa o giustificato motivo” (articolo 18) sancisce che il padrone non può ledere la dignità del suo prestatore d’opera perché il lavoro – come dice la Costituzione -non è solo il corrispettivo della retribuzione, ma è anche “elemento costitutivo della personalità umana”.</p>
<p>Di più. Nel giuslavorismo di nuovo conio, figlio di questa eccezionale stagione di sommovimento sociale, prende corpo un concetto giuridico di fondamentale importanza: quello in base al quale la legge deve compensare l’oggettiva asimmetria di forze che si stabilisce nel rapporto di lavoro fra datore di lavoro e prestatore d’opera.<br />
E lo deve fare, precisamente, affermando l’indisponibilità individuale del contratto collettivo di lavoro, cioè la sua inderogabilità.<br />
E ciò in quanto “bisogna difendere la parte più debole (il lavoratore) dalla sua stessa debolezza che potrebbe indurla a rinunzie sostanziali perché subite in una condizione di oggettivo ricatto, di oggettiva soggezione”.</p>
<p>Mai come in questo periodo il Paese viene a somigliare con i tratti, i principi, il dettato della sua carta costituzionale.<br />
E ciò avviene proprio in forza di quella soggettività, di quel protagonismo sociale e politico del lavoro che invera al livello più alto il concetto di democrazia progressiva.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Intervento-su-Comune-di-Parigi.docx">Intervento su Comune di Parigi &#8211; Versione .docx</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=989</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Relazione su Pci e terrorismo anni ‘70</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=977</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=977#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 22:04:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=977</guid>
		<description><![CDATA[12-13 marzo 2021 di  Dino Greco &#8211; Non vi è dubbio alcuno che il ventennio successivo alla Liberazione e al varo della costituzione repubblicana fu [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>12-13 marzo 2021 di  Dino Greco &#8211;</p>
<p>Non vi è dubbio alcuno che il ventennio successivo alla Liberazione e al varo della costituzione repubblicana fu segnato più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. La reazione delle classi dominanti, preoccupate del carattere di lotta di classe che aveva assunto l’epopea resistenziale e del ruolo centrale che in essa aveva svolto il partito comunista, si traduce in una controffensiva restauratrice, perfettamente in linea con la “guerra fredda”, conseguente alla divisione del mondo in aree di influenza.</p>
<p>In seguito alla sconfitta del nazifascismo, per tutto l’Occidente il nemico fondamentale torna ad essere a Est, come dopo la rivoluzione sovietica.</p>
<p>Dopo la parentesi della guerra, il sistema delle alleanze torna a scomporsi e a ricomporsi lungo i binari del conflitto di sistema. E Si fronteggiano, nelle loro varianti, due idee del mondo contrapposte.</p>
<p>Il recupero del fascismo in funzione anticomunista assume in Italia tratti evidentissimi.</p>
<p>Lo Stato repubblicano eredita in blocco la vecchia architettura fascista e il personale del ventennio.</p>
<p>Un solo dato: ancora nel 1966 tutti i prefetti e i viceprefetti, tutti i questori e i vice questori in attività avevano iniziato la loro carriera sotto il regime fascista.</p>
<p>I fascicoli personali aperti dall’Ovra nei confronti dei comunisti si inoltrano sino alla soglia degli anni Settanta ed oltre. Il linguaggio dei rapporti di polizia ricalca espressioni, giudizi, formule abituali nel ventennio, circostanza non ascrivibile a semplice inerzia burocratica, ma riflesso di una precisa disposizione politica che riproducendo lo stigma dei “pericolosi sovversivi” legittima un’investigazione coperta e sotterranea sui comunisti.<br />
C’è un tratto che emerge prepotentemente sin dai primi anni della Repubblica. L’offensiva anticomunista si salda sempre alla repressione delle lotte sociali, sia operaie che contadine, al Nord come al Sud.</p>
<p>La prima strage di Stato, nel 1947, quella di Portella della Ginestra, avviene quando circa duemila lavoratori, in gran parte agricoltori, tornarono a festeggiare il 1º maggio, a manifestare contro il latifondismo, a favore dell&#8217;occupazione delle terre incolte e a festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l&#8217;alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell’assemblea regionale siciliana.</p>
<p>Immediatamente dopo la strage di Portella, il ministro dell’Interno Scelba mandò nelle strade i reparti celere con in dotazione mitragliatori, autoblinde e mortai: decine di manifestanti in tutta Italia furono uccisi in pochi mesi. Il 22 giugno furono assaltate le sezioni comuniste di Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi: nove morti e decine di feriti. Furono assassinati sindacalisti e capilega.</p>
<p>Ho indugiato su questa vicenda perché pare a me paradigmatica di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro: l’intreccio fra mafia, banditismo, poteri dello Stato, servizi, fascismo, intelligence statunitense.</p>
<p>Non è certo un caso se quel primo maggio 1947, il segretario di Stato Usa Jorge Marshall inviò una lunga lettera all’ambasciatore in Italia James Dunn, in cui si possono leggere queste parole: «il dipartimento di Stato è profondamente preoccupato delle condizioni politiche ed economiche italiane, che evidentemente stanno conducendo ad un ulteriore aumento della forza comunista e ad un conseguente peggioramento della situazione degli elementi moderati, con i comunisti che diventano sempre più fiduciosi e portati ad ignorare l’attività del governo».</p>
<p>L’impressionante sequenza di tentativi di golpe conferma questo intreccio perverso.</p>
<p>Nel 1964 il “Piano Solo” del generale Giovanni de Lorenzo, si proponeva di assicurare all&#8217;Arma dei Carabinieri il controllo militare dello Stato per mezzo dell&#8217;occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè la cattura, l’arresto e l’imprigionamento in un centro allestito dal Sifar in Sardegna di 731 uomini della sinistra e del sindacato.</p>
<p>Il piano fallì e nel ’67 fu istituita una commissione parlamentare d&#8217;inchiesta che definì il tentato golpe null’altro che «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato.</p>
<p>Ci riprova il principe nero Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970.</p>
<p>In accordo con diversi vertici militari e membri dei Ministeri, il piano prevedeva l&#8217;occupazione del Ministero dell&#8217;Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi Rai, dei mezzi di telecomunicazione e la deportazione di dirigenti comunisti, socialisti e di quanti sospetti di collusioni a sinistra.</p>
<p>Anche in questo caso il tentativo fallisce, ma la Procura della Repubblica di Roma dispone l&#8217;archiviazione dell&#8217;indagine per mancanza di prove. Si tentò di avallare nell&#8217;opinione pubblica italiana il convincimento che si fosse trattato dell'&#8221;operazione grottesca di un manipolo di vegliardi&#8221;. Tutto fu archiviato con la sentenza della Corte d&#8217;Assise, &#8220;perché il fatto non sussiste”. I giudici disposero l&#8217;assoluzione di tutti i 48 imputati dall&#8217;accusa di cospirazione politica, persino per coloro che avevano ammesso di avervi preso parte, aggiungendo che tutto ciò che era successo non era che il parto di un «conciliabolo di 4 o 5 sessantenni».</p>
<p>Già dal 1956 era stata costituita  l&#8217;organizzazione paramilitare Gladio, appartenente alla rete internazionale Stay-behind, con un protocollo d&#8217;intesa tra il servizio segreto italiano e la Central Intelligence Agency  per contrastare una possibile invasione nell&#8217;Europa occidentale da parte dell&#8217;Unione Sovietica e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture.</p>
<p>Ma la vera funzione di Gladio fu chiarita da Luigi Tagliamonte, capo dell&#8217;ufficio amministrazione del SIFAR: «Si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all&#8217;uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, nel caso che il Pci avesse preso il potere”.</p>
<p>Il magistrato veneziano Felice Casson trasmise il fascicolo sull&#8217;organizzazione, per ragioni di competenza territoriale, alla Procura di Roma, la quale dichiarò che la struttura Stay-behind non aveva nulla di penalmente rilevante.</p>
<p>Amos Spiazzi (generale dell&#8217;Esercito Italiano inquisito durante gli anni settanta-ottanta come presunto partecipante al cosiddetto &#8220;Golpe Borghese&#8221;) fonda nel 1973 la Rosa dei venti, un&#8217;organizzazione segreta italiana di stampo neofascista, collegata con ambienti militari. L’organizzazione – spiegò Spiazzi – si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Al vertice dell&#8217;organizzazione stanno senz&#8217;altro dei militari, ma non ne fanno parte solo militari, bensì anche civili, industriali e politici. Soltanto un vertice conosce tutto e ai vari livelli si rinvengono dei vertici parziali (…) La filosofia ispiratrice è quella dell&#8217;appartenenza dell&#8217;Italia al blocco occidentale inteso come immutabile, mobilitato permanentemente contro il comunismo e finalizzato ad impedire l&#8217;ascesa alla direzione del paese da parte delle sinistre”. Anche in questo caso la copertura fu totale: il pubblico ministero Claudio Vitalone invocherà il segreto di Stato e sulla questione cadrà il silenzio.</p>
<p>Poi, la Loggia massonica P2, guidata dal venerabile maestro Licio Gelli, che intervistato da Klaus Davi disse: «Avevamo l&#8217;Italia in mano. Con noi c&#8217;erano l&#8217;Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate dagli appartenenti alla P2. Non solo i capi, che erano di nomina politica, ma anche i funzionari più importanti, di consolidata carriera interna».</p>
<p>Come è noto, il “Piano di rinascita democratica” di Gelli prevedeva di portare la magistratura italiana sotto il controllo del potere esecutivo, separare le carriere dei magistrati, superare il bicameralismo perfetto e ridurre numero dei parlamentari, abolire le province, rompere l&#8217;unità sindacale e riformare il mercato del lavoro, controllare i mezzi di comunicazione di massa, trasformare le università in Italia in fondazioni di diritto privato, adottare una politica repressiva contro avversari politici.</p>
<p>Ebbene, malgrado la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dal ministro Tina Anselmi, avesse chiuso il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria «organizzazione criminale» ed «eversiva»,</p>
<p>gli appartenenti alla P2 e Gelli furono assolti con formula piena dalle accuse di «complotto ai danni dello Stato» con le sentenze della Corte d&#8217;assise e della Corte d&#8217;assise d&#8217;appello di Roma tra il 1994 e il 1996.</p>
<p>Ma è tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta che</p>
<p>lo scenario politico e sociale dell’Italia muta radicalmente.</p>
<p>Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.</p>
<p>Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.</p>
<p>Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.</p>
<p>Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica.</p>
<p>Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.</p>
<p>I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri.</p>
<p>Il padronato si riorganizza, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.</p>
<p>Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.</p>
<p>Giorgio Almirante si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti con il solo compito di intimidire i lavoratori.</p>
<p>All’impetuoso sviluppo del movimento operaio, di cui i comunisti sono componente essenziale, fa da riscontro un poderoso processo riformatore che si sviluppa sino alla metà degli anni Settanta e che ha nel Pci il suo principale protagonista.  Alle conquiste sindacali si salda un’imponente attività legislativa di impronta sociale (Statuto dei lavoratori, legge di tutela delle lavoratrici madri, riforma sanitaria, delle pensioni, della casa, della psichiatria), lungo un percorso di rafforzamento del welfare e del sistema di protezione sociale. E ancora, la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio. Lo scuotimento è fortissimo.</p>
<p>Mutano profondamente i rapporti fra le classi e l’impetuosa avanzata elettorale del Partito comunista conseguita nelle elezioni del ’75 e del ’76 apre concretamente il tema del governo del paese lungo una traiettoria mai prima verificatasi.</p>
<p>L’ondata terroristica, lo stragismo nero e di Stato, da piazza Fontana al treno Italicus, da piazza della Loggia alla stazione di Bologna, all’attentato al rapido 904, tracciano una ininterrotta scia di sangue e delineano una strategia eversiva il cui obiettivo è quello di ricacciare indietro il movimento operaio e impedire con ogni mezzo l’avvento del partito comunista al governo del paese.</p>
<p>In tutte le stragi sono emerse connivenze, complicità, depistaggi, diretto coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri.</p>
<p>Non a caso, in quasi tutti i processi susseguitisi per decenni non si è venuti a capo della verità giudiziaria, anche se quella storica e politica si può considerare ampiamente acquisita.</p>
<p>Valga per tutti i casi ciò che scrisse il giudice Zorzi nella sua durissima requisitoria nel quarto processo sulla strage di piazza della Loggia, a quarant’anni dall’eccidio, quando denunciò l&#8217;esistenza di un meccanismo &#8220;che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell&#8217;esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo&#8221;. Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell&#8217;opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l&#8217;intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell&#8217;intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell&#8217;epoca delle bombe”.</p>
<p>Del resto, fu Henry Kissinger, il segretario di Stato Usa negli anni di Richard Nixon e di Gerard Ford, protagonista del golpe di Pinochet e dell’assassinio di Salvador Allende, a dichiarare con la consueta schiettezza: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.</p>
<p>E con la stessa determinazione gli Usa si mossero nei confronti dell’Italia, quando l’accordo fra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer aveva portato il Pci alla soglia del governo del paese.</p>
<p>Queste le parole di Kissinger, recentemente desecretate dall’Intelligence Usa:</p>
<p>&#8220;Il governo marxista di Allende può diventare un ‘modello’(…) gli effetti di un governo marxista eletto avrebbero sicuramente conseguenze di grande rilievo in altre parti del mondo, a partire dall’Italia”. Del resto, si sa che gli Usa non risparmiarono attacchi al leader Dc, come raccontò in tribunale la moglie di Moro, Eleonora, riferendo delle minacce ricevute dal marito, negli Usa, nel 1974, durante la visita ufficiale italiana a Washington, dove Moro si era recato con il presidente Giovanni Leone. Moro era considerato un destabilizzatore degli accordi di Yalta. &#8220;O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo&#8221;, gli disse a muso duro Henry Kissinger. Ed è noto con quanta precisione egli mantenne la promessa.</p>
<p>Il sequestro e l’assassinio di Moro ad opera delle Brigate rosse è il punto di massimo livello cui giunse l’attacco alla democrazia e alla sovranità del nostro paese.</p>
<p>La storia dovrà essere ancora scritta per intero, ma quanto è già emerso è che gli esponenti più autorevoli delle Br – oggi a piede libero malgrado i vari ergastoli loro comminati – intrattenevano legami con i servizi segreti, i cui uomini erano presenti nel luogo dove avvenne il sequestro di Moro e che durante la sua detenzione depistarono le indagini che avrebbero potuto condurre al luogo in cui egli era detenuto.</p>
<p>Le Br furono non solo infiltrate, ma almeno in parte eterodirette dai servizi segreti per la semplice ragione che, in definitiva, le loro azioni, malgrado i sedicenti proclami rivoluzionari e le altrettanto presunte velleità insurrezionali, furono oggettivamente rivolte ad impedire una svolta radicale nella politica italiana.</p>
<p>La fine politica delle Br e dell’alone di solidarietà o di tolleranza che poté per una fase riscuotere dentro una parte del movimento operaio ebbe nell’assassinio di Guido Rossa &#8211; operaio dell’Italsider di Conigliano, iscritto al Pci e alla Cgil e membro del CdF – ebbe il suo snodo cruciale. Rossa aveva denunciato un operaio della stessa azienda, trovato a diffondere materiale di propaganda delle Br. Questo episodio suscitò una presa di coscienza diffusa e concorse in modo determinante all’isolamento delle Br, avviandole progressivamente verso una crisi irreversibile. Nella coscienza popolare non si trattava più di “compagni che sbagliano”, ma di avversari del movimento operaio.</p>
<p>Fu il procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, Luigi Ciampoli, ad affermare che “Il caso Moro è stato il prodotto di un intrigo internazionale che ha visto la partecipazione di servizi segreti, soprattutto della Mossad. Chi in senso attivo, chi in senso omissivo, in molti hanno collaborato alla vicenda del rapimento e dell’omicidio. In tutto questo ci sono state le responsabilità di pezzi della magistratura italiana, pezzi delle forze dell’ordine, mentre la cupola maggiore è stata la P2, che poi è il governo di tutti questi fenomeni criminali”.</p>
<p>Possiamo concludere che l’intera strategia stragista e il terrorismo siano state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in italia.</p>
<p>C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.</p>
<p>Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</p>
<ul>
<li><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Locandinafor13.pdf">Locandina dell&#8217;iniziativa</a></li>
<li><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2021/03/Relazione-al-su-Pci-e-terrorismo-anni-‘70.docx">Relazione in formato MS Word</a></li>
</ul>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=977</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Intervento di Dino Greco al convegno on line sulle stragi fasciste e sulla strategia della tensione. 1 agosto 2020</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=953</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=953#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 16:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=953</guid>
		<description><![CDATA[L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta. Per capire cosa sia stata la strage di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’antefatto della strage di Piazza della Loggia: le lotte di classe a Brescia nei primi anni Settanta.</p>
<p>Per capire cosa sia stata la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 è indispensabile fare un passo indietro di alcuni anni. Anni cruciali che hanno rappresentato uno spartiacque nella storia dell’Italia repubblicana, lungo il decennio che va dalla fine degli anni sessanta a buona parte dei settanta.</p>
<p>Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.</p>
<p>Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.<br />
Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.</p>
<p>Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme<br />
inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica. I delegati non sono più di nomina esterna ma vengono eletti da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato. Ogni reparto o gruppo omogeneo diventa una sorta di collegio uninominale, dove ognuno è elettore ed eleggibile. Vige la revoca del mandato, se sottoscritta dal 50%+1 dei lavoratori di cui il delegato è espressione.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/11/ploggia5.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-954" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/11/ploggia5-300x168.jpg" alt="ploggia5" width="300" height="168" /></a>Ciò che rende questa esperienza un unicum nella storia del sindacalismo mondiale è la decisione del sindacato di mettere in capo ai delegati liberamente eletti i poteri che lo Statuto attribuiva alle Rsa di designazione sindacale. Prima nei metalmeccanici, in seguito anche nelle altre categorie, i consigli di fabbrica diventano il primo livello unitario della struttura sindacale, a cui si riconoscono poteri di contrattazione e di rappresentanza.<br />
Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.<br />
I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Prima ancora di guadagnare il tavolo di trattativa occorre fare riconoscere come interlocutori del negoziato i consigli di fabbrica. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri. Non solo, ormai, davanti alle fabbriche metalmeccaniche, ma anche davanti a quelle tessili, dell’abbigliamento e calzaturiere dove sono le donne a guidare e sostenere le battaglie più dure.</p>
<p>I padroni non ci stanno: “Bisogna fermarli. A qualsiasi costo”</p>
<p>I padroni bresciani si riorganizzano, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.<br />
Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.<br />
Giorgio Almirante viene sistematicamente a Brescia: a Nave, a Lumezzane, sul Garda. Qui si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti (all’Idra di Pasotti, alla Fenotti &amp;Comini, alla Palazzoli) con il solo compito di intimidire i lavoratori.</p>
<p>I prodromi della strage</p>
<p>Dal 1970 in avanti è un crescente stillicidio di attentati alle sedi sindacali, del Pci e dello Psiup; si moltiplicano gli agguati a militanti di sinistra, militanti del movimento studentesco vengono aggrediti da gruppi di fascisti che fanno capo ad Ordine Nuovo.<br />
Inutilmente il Comitato Unitario Provinciale Antifascista interviene presso prefetto e questore per chiedere un intervento nei confronti di organizzazioni di cui si conoscono perfettamente nomi e intenzioni. E’ sempre più chiaro che i fascisti contano di simpatie, connivenze, quando non aperto sostegno negli organi istituzionali e di polizia.<br />
Dieci giorni prima della strage un fascista, Silvio Ferrari, salta in aria con il suo scooter mentre trasporta un ordigno destinato ad un attentato.</p>
<p>28 maggio 1974: la strage</p>
<p>Nei giorni immediatamente successivi viene proclamata dal CUPA una manifestazione antifascista a cui il sindacato aderisce unitariamente proclamando per quel giorno uno sciopero generale di 4 ore che si svolge sotto una pioggia battente.<br />
Alle 10,12, mentre è in corso il comizio, sotto il portico adiacente alla piazza, esplode la bomba: alla fine saranno 8 i morti e 108 i feriti. Muoiono sei insegnanti, l’intero gruppo dirigente della Cgil scuola che si era dato appuntamento nei pressi del cestino dei rifiuti dove era stato deposto l’ordigno per discutere di una iniziativa per sostenere la gratuità dei libri di testo. Muoiono dilaniati anche due operai ed un pensionato, ex partigiano.<br />
Di tutti gli eccidi perpetrati nel corso della strategia della tensione, quello di Brescia è il più direttamente rivolto contro i lavoratori. Questa volta non viene scelto un luogo neutro (una banca, un treno, una stazione) dove sparare nel mucchio per creare terrore. L’obiettivo questa volta è esplicito e diretto: il nemico dichiarato è il movimento operaio.</p>
<p>Lo sconvolgimento è totale, sangue ovunque, scene di disperazione, ma non prevale il panico. La piazza non viene abbandonata. Si prestano i primi soccorsi ai feriti. Solo due ore dopo lo scoppio il vicequestore e il capitano del nucleo investigativo dei Carabinieri procedono al lavaggio della piazza, facendo scomparire reperti essenziali per comprendere la natura dell’esplosivo utilizzato dagli attentatori: è il primo di una lunga serie di depistaggi messi in atto dagli apparati dello Stato.<br />
La prima risposta: occupare le fabbriche e assemblee ovunque</p>
<p>Immediatamente si decide di andare in massa alla Camera del lavoro che da quel momento diventerà lo stato maggiore che dirigerà per tutti i giorni a seguire la risposta operaia e popolare: una sorta di agorà nella quale partecipazione spontanea e organizzazione troveranno una sintesi perfetta.<br />
La prima, fondamentale decisione è quella di prolungare sino a tutto il giorno dopo lo sciopero, rientrare nelle fabbriche, occuparle e svolgervi assemblee aperte a cittadini, partiti democratici, studenti. Anche il movimento studentesco bresciano decide l’occupazione di tutti gli istituti medi superiori.<br />
L’obiettivo è quello ti tenere assieme i lavoratori, impedire che prevalga lo scoraggiamento e, nel contempo, produrre un’analisi lucida della situazione e farlo nel corpo vivo del movimento.<br />
Si organizzano centinaia di assemblee in tutte le grandi e medie fabbriche dove confluiscono i lavoratori delle piccole aziende. E’ un popolo intero che si mette in moto. Saranno due giorni di impressionante tensione emotiva nei quali migliaia di lavoratori e lavoratrici prendono parola. Se si sfogliano le centinaia di verbali redatti nel corso delle assemblee non si può non essere colpiti dalla istintiva percezione che con sicuro istinto politico corre da fabbrica a fabbrica, da persona a persona: l’attentato è contro di noi, contro ognuno di noi, contro quello che siamo e che stiamo facendo: ci sono i fascisti, certo, ma i mandanti stanno altrove, ci sono i padroni, ci sono i servizi, ci sono gli apparati dello Stato, c’è il potere costituito.</p>
<p>La democrazia di massa si organizza</p>
<p>Come accade in rare occasioni, dopo un primo, breve momento di smarrimento, si genera una situazione totalmente nuova, certamente imprevista ed opposta a quella immaginata dagli ideatori della strage: al senso di paura, all’orrore e allo sbigottimento subentra la mobilitazione. E’ la democrazia di massa che si organizza: la fabbrica, il luogo del conflitto sociale ne diventa l’epicentro. E’ lì che ciò che potrebbe disperdersi si riaggrega, istantaneamente. Attraverso la discussione si ricostruisce l’intelligenza dei fatti, si analizza, si decide, si elabora la ferita subita e si trasforma la rabbia in risposta politica, in stretto rapporto con un sindacato che entra in risonanza con questi sentimenti e guida il movimento, senza impossibili briglie, ma con mano sicura. Le richieste sono chiarissime: mettere fuori legge il Msi, epurare dagli apparati dello Stato quanti sono transitati in perfetta continuità dallo Stato fascista a quello repubblicano, rendere obbligatorio lo studio della Costituzione nelle scuole di ogni ordine e grado.</p>
<p>Dalla piazza alla fabbrica e viceversa: la città in mano agli operai</p>
<p>Poi, la seconda fase. Il processo che si determina è biunivoco e transitivo: dalla piazza insanguinata alla fabbrica e poi di nuovo alla piazza e quindi a tutta la città, governata, presidiata dai Consigli. Sono migliaia i delegati che presidiano ogni via d’accesso alla città, ogni piazza. Alla strage caratterizzata dal più alto tasso di politicità possibile si oppone ora una risposta altrettanto politica.<br />
I due giornali quotidiani bresciani e non solo, colgono che si respira, nei giorni che vanno dall’eccidio ai funerali, un’atmosfera “rivoluzionaria”, quale era possibile cogliere solo nei giorni della Liberazione, dove vigilanza, disciplina, controllo del territorio sono rimessi nelle mani di migliaia di operai, di delegati con bracciale rosso al braccio che costruiscono un nuovo “ordito” democratico.</p>
<p>I funerali: giù le mani dai nostri morti!</p>
<p>I funerali sono stabiliti per il 31 maggio, a 4 giorni dall’attentato. Presidenza della Repubblica e Presidenza del consiglio vogliono i funerali di Stato e fanno pressione sui sindacati nazionali affinché se ne rispetti il cerimoniale che prevede solo interventi istituzionali. Luciano Lama chiama la Camera del lavoro di Brescia e propone di risolvere la questione prevedendo che in una data successiva alla cerimonia ufficiale se ne svolga una sindacale. La richiesta è seccamente respinta: i morti sono nostri, la bomba è contro di noi. Se insistono, noi non faremo i funerali di Stato. La condizione è che fra gli oratori ci sia proprio Luciano Lama: prendere o lasciare!</p>
<p>Quel giorno, il 31 di maggio, arriva a Brescia più di mezzo milione di persone. Le due piazze e le vie adiacenti a Piazza della Loggia sono gremite all’inverosimile. Striscioni dei consigli di fabbrica e bandiere rosse ovunque.<br />
Tutta la gestione organizzativa e persino la sicurezza è nelle mani del sindacato. Né il presidente della Repubblica, né le autorità locali sono in grado di opporsi: le forze dell’ordine sono relegate nel cortile della prefettura e nelle caserme.</p>
<p>La contestazione alle autorità</p>
<p>La Brescia ufficiale, custode dei poteri istituzionali, ancora non capisce. Non capisce il decano di tutti i sindaci d’Italia, rimasto in carica per quasi 20 anni, dai giorni successivi alla Liberazione, che nel discorso pronunciato ai funerali dei caduti cercherà invano – subissato dai fischi – di derubricare la strage a fatto locale, gesto folle di isolati.<br />
Non capisce il vescovo di Brescia, monsignor Morstabilini, che nella sua omelia non saprà andare oltre un’innocua invettiva contro lo “spirito di Caino”. Capisce ancor meno – ma come potrebbe! – il presidente della Repubblica Giovanni Leone, che resterà muto ed impietrito di fronte alla piazza che lo contestava dopo avere tentato, senza successo, di ottenere una revisione edulcorata dei discorsi ben altrimenti espliciti degli altri oratori.<br />
Capisce perfettamente il presidente del<br />
Consiglio, Mariano Rumor, che rinuncia a prendere parola.</p>
<p>Il corteo funebre che per tre chilometri e mezzo percorre le strade cittadine, dalla piazza al cimitero Vantiniano, si snoda fra folte ali di folla. Il selciato è totalmente coperto di fiori, si intravede appena l’asfalto sottostante.</p>
<p>Un nuovo “ordito” democratico, una nuova legalità costituzionale</p>
<p>Ormai si era aperta una cesura, una vera e propria frattura: alla delegittimazione di poteri istituzionali privi di credibilità corrisponde l’affermazione di un movimento di massa che rivendica e soprattutto pratica una nuova legalità costituzionale, forse per la prima volta così esplicito, dai giorni della sconfitta del fascismo. Per questo quel sedimento, estesamente penetrato nella coscienza collettiva, è durato. Per questo il ’74 diventa, a Brescia, il mito propulsore di una nuova fase dei rapporti sociali, di un rilancio delle istanze di rinnovamento sociale e politico radicale che ispirarono le lotte del ’68 e del ’69. Per questo si verificherà negli anni successivi – come ricordò Claudio Sabattini – un doppio movimento che imporrà un mutamento dei rapporti di forza tanto in fabbrica quanto nel rapporto fra cittadini e istituzioni. Non a caso prende corpo, in quegli anni, la breve ma intensa esperienza dei Consigli di zona, vale a dire il più ambizioso tentativo operaio di proiettare all’esterno della fabbrica, nel territorio, nella società civile quella carica egualitaria di rinnovamento e di partecipazione che aveva innervato le lotte di fabbrica e che aveva attratto a sé forze intellettuali e strati sociali fino a poco tempo prima refrattari o diversamente dislocati. Per questo, infine, in quella temperie poté forgiarsi e perdurare una leva di quadri di estrazione operaia che segnerà a lungo la storia eccentrica quanto feconda del sindacalismo bresciano.</p>
<p>Sappiamo chi è STATO</p>
<p>Come sappiamo, tutto questo non è stato sufficiente a Brescia – come prima a Milano e poi a Bologna – a individuare e sanzionare giuridicamente i mandanti dello stragismo nero, i protagonisti della strategia della tensione. C’è però una verità politica e storica che nessuna acrobazia, nessun depistaggio, tuttora coperti da interessate omertà, può cancellare.<br />
Il giudizio politico e la stessa ricostruzione degli eventi, della trama che li preparò, sono stati già ampiamente conseguiti, sin da quando, il 1° giugno del ’74, in piazza della loggia comparve per la prima volta lo striscione che portava scritto “Sappiamo chi è STATO”.</p>
<p>Le inchieste, i processi, fra omissioni e depistaggi</p>
<p>La catene processuale durò oltre 40 anni. E da subito si mise in moto la catena di depistaggi, di manomissione delle prove.<br />
Siamo nell’epoca delle “larghe intese”, della “solidarietà nazionale”, che a Brescia ha radici profonde. E c’è un teorema politico che guida l’indagine giudiziaria: bisogna circoscrivere il campo delle responsabilità, da limitare ai fascisti locali, del tutto privi di legami esterni.<br />
Così recintata, la prima inchiesta dei sostituti pm Vino e Trovato porterà, nel luglio del ’79, alla condanna all’ergastolo del mitomane Ermanno Buzzi e Angelino Papa, personaggi in bilico fra criminalità comune e neo-fascismo. Tutti gli altri imputati, anch’essi appartenenti alle organizzazioni del fascismo bresciano, verranno assolti per insufficienza di prove o con formula piena. Penseranno Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, uomini di Avanguardia nazionale, a “giustiziare” Ermanno Buzzi tappandogli la bocca per sempre nel carcere di Verona.<br />
Sarà la corte d’assise d’appello, nel marzo dell’82, a dimostrare la totale infondatezza della precedente sentenza e ad assolvere tutti: giudizio confermato<br />
La Cassazione che annulla la sentenza e dispone che si rifaccia il processo: nuovi imputati (compaiono fra questi anche il comandante dei carabinieri Delfino e Pino Rauti), ma identico esito. Tutti assolti.<br />
La Cassazione annulla anche questa sentenza e si torna a chiedere che si ricominci da capo. Ma anche tutte le successive sentenze, nei vari livelli di giudizio (’89, ’93, 2010, 2012) portano allo stesso punto morto.<br />
La Cassazione stabilisce che un nuovo processo dovrà accertare le responsabilità di due degli imputati che nei processi di primo e secondo grado erano stati assolti: Maurizio Tramonte, un uomo vicino ai servizi, che tanto ha parlato negli anni di eversione e bombe, e Carlo Maria Maggi, ottantenne medico veneziano, all&#8217;epoca a capo di Ordine Nuovo nel Veneto. Nel 2015, quarantun’anni dopo la strage, si conclude l’iter processuale con la condanna all’ergastolo di Maggi e Tramonte.</p>
<p>Buio sui mandanti: la durissima requisitoria del giudice Zorzi</p>
<p>Buio totale sui mandanti, sui depistaggi e sulle complicità istituzionali. Sarà il giudice istruttore Zorzi a denunciare l&#8217;esistenza di un meccanismo &#8220;che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell&#8217;esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo&#8221;.<br />
Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell&#8217;opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l&#8217;intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell&#8217;intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell&#8217;epoca delle bombe”.</p>
<p>In tutte le stragi di cui oggi abbiamo parlato si è vista l’alacre attività di depistaggio degli apparati dello Stato.<br />
A Brescia si parlò di “pista libica”, poi si sostenne che la bomba fosse rivolta non già contro i manifestanti, ma contro le forze di polizia che di solito stazionavano nel luogo dove esplose l’ordigno; infine si cercò incredibilmente di attribuire l’attentato ad Euplo Natali, il pensionato ed ex partigiano perito nell’esplosione! Altrettanto, come è noto, accadde per la bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano, quando la “pista anarchica” che portò all’incriminazione di Pietro Valpreda e all’assassinio di Giuseppe Pinelli negli uffici della questura milanese fu ampiamente sostenuta dalle autorità istituzionali e da una potente campagna mediatica. E a Bologna, dove ancora oggi si tenta di attribuire l’attentato alla stazione ferroviaria ad una trama palestinese!</p>
<p>La strage di Brescia: una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia</p>
<p>Le stragi nere – e in modo esemplare quella di Brescia – sono state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in italia.</p>
<p>I conti mancati con il fascismo e il “sovversivismo” delle classi dominanti</p>
<p>C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.</p>
<p>Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza dalla strage di Brescia, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/file/d/152JadkVQrJpraamaFHhwlJyiOs8OHPRT/view?usp=sharing" target="_blank">Versione .docx</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=953</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sconfiggere l’islam politico e l’imperialismo (2009)</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=949</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=949#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 18:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Samir Amin]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=949</guid>
		<description><![CDATA[di Samir Amin. Traduzione di Sergio Ricaldone &#8211; L’articolo che segue è la traduzione integrale di quello apparso sul n. 83 della rivista francese “Recherches [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/10/260px-Middle_East.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-950" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/10/260px-Middle_East-150x150.png" alt="260px-Middle_East" width="150" height="150" /></a>di Samir Amin. Traduzione di Sergio Ricaldone &#8211;</p>
<p>L’articolo che segue è la traduzione integrale di quello apparso sul n. 83 della rivista francese “Recherches Internationales” col titolo “Mettre en deroute l’islam politique et l’imperialisme”.<br />
La scena politica medio-orientale è interamente occupata dal dispiegamento del progetto militare degli Stati Uniti e da quelli messi in campo dall’islam politico sul versante opposto.<br />
Ma si tratta veramente di progetti contrapposti ? Cercherò di spiegare le ragioni per cui non lo sono affatto (1).</p>
<p>Il progetto degli Stati Uniti, sostenuto dagli alleati subalterni europei e israeliani, mira a stabilire il controllo militare sull’insieme del pianeta. Il “Medio Oriente/Caucaso/Asia centrale” è stato scelto, in questa prospettiva, come primaria regione strategica per quattro ragioni: i suoi giacimenti petroliferi sono i più abbondanti del pianeta e il loro diretto controllo militare darebbe a Washington una posizione privilegiata mettendo i suoi alleati – Europa e Giappone – e i suoi antagonisti &#8211; la Cina &#8211; in una scomoda posizione di dipendenza per i loro bisogni energetici; essa è situata nel cuore del vecchio mondo e ciò facilita l’esercizio della minaccia militare permanente contro la Cina e la Russia; la regione attraversa un momento di debolezza e di confusione che permette all’aggressore di assicurarsi una facile vittoria, almeno nell’immediato; gli Stati Uniti dispongono nella regione di un alleato fedele, Israele, che dispone di armi nucleari.<br />
Lo schema dell’aggressione prevede l’inclusione di paesi e nazioni situati sulla linea del fronte (Afghanistan, Iraq, Palestina, Libano, Siria e Iran) nella potenziale condizione di paesi distrutti (i primi quattro), o minacciati di esserlo (Siria e Iran).<br />
La questione per Washington è quella di sapere quale regime politico sia in grado di sostenere localmente un simile progetto. Il marketing propagandistico di Washington promette, come al solito, “democrazia”. In effetti Washington non si impegna ad altro che a sostituire gli autocrati usurati da un populismo superato con altri autocrati oscurantisti islamici, come impone la specificità culturale di ciascuna comunità. L’alleanza rinnovata con un Islam politico “moderato” capace cioè di padroneggiare la situazione con un certo grado di efficacia e impedire le derive “terroriste” dirette contro gli Stati Uniti &#8211; solo quelle, beninteso &#8211; rappresenta l’asse dell’opzione politica di Washington. L’alleanza privilegiata tra gli USA e l’arcaica autocrazia saudita dell’islam wahabita si colloca appunto in questo quadro.</p>
<p>A fronte di quello americano, gli europei hanno messo a punto un loro progetto chiamato “partenariato euro mediterraneo”. Un progetto assai poco audace, pieno di chiacchiere senza seguito, che si propone a sua volta l’obbiettivo di “riconciliare i paesi arabi con Israele”, ma che esclude i paesi del Golfo da questo “dialogo euro mediterraneo”, riconoscendo che la gestione dei rapporti con questi paesi è competenza esclusiva di Washington.<br />
I popoli dei paesi arabi coinvolti sembrano d’altra parte seguire massicciamente i partiti dell’Islam politico, siano essi moderati o estremisti e “terroristi”.<br />
Islam “radicale” e islam “moderato” differiscono solo sulle tattiche da seguire, ma l’obiettivo è comune.<br />
Il progetto dell’islam politico non ha la dimensione sociale necessaria per poter dare legittimità alle trasformazioni necessarie per reggere la sfida del capitalismo (2). E’ un progetto conservatore, assolutamente accettabile dall’ordine mondiale del capitalismo, ossia un progetto di dittatura politica dei capi religiosi, che non esclude affatto ma integra le altre componenti del blocco egemonico reazionario : l’armata e la borghesia compradora antidemocratica.<br />
L’islam, come tutte le altre religioni, ha saputo talvolta adattarsi a delle società diverse da quelle in cui è nato. Ma il terzo secolo dopo l’egira (fuga di Maometto, dalla Mecca alla Medina, nell’anno 622, ndt) Ibn Hanbal elabora un Credo che sarà ufficializzato dal potere e imposto come sola forma di interpretazione dei sacri testi, escludendone qualsiasi altra.<br />
Da quel momento in poi l’islam praticato (detto degli “ancestrali” – Islam Salafi) non è altro che quello diventato, a partire dal quinto secolo dopo l’egira, l’interpretazione religiosa di un mondo ormai bloccato ed entrato nella fase di decadenza.<br />
L’islam politico contemporaneo non propone altro che una versione convenzionale e sociale della religione limitata al rispetto formale e integrale delle pratiche rituali. Questa versione dell’islam può essere definita una “comunità” alla quale si appartiene per diritto ereditario (l’etnicità) e non per una convinzione personale intima e forte. Suo scopo è soltanto quello di affermare un’identità collettiva. Nient’altro.<br />
L’islam politico contemporaneo non è il prodotto di una reazione ad abusi compiuti in nome della laicità, poiché nessuna società mussulmana dei tempi moderni – salvo quelle facenti parte della scomparsa Unione Sovietica – non è mai stata veramente laica. Lo Stato semimoderno della Turchia kemalista, dell’Egitto nasseriano, della Siria e dell’Iraq baasisti, si è limitato ad ammansire gli uomini di religione per poter imporre loro un percorso destinato esclusivamente a legittimare le opzioni politiche del potere statuale.<br />
L’innesto di un’idea laica non ha mai fatto presa sullo Stato; quest’ultimo, accantonato il progetto nazionalista, è talvolta ripiegato su posizioni più arretrate. La spiegazione di questo compromesso al ribasso è abbastanza evidente : escludendo la democrazia questi regimi l’hanno sostituita con il concetto di “omogeneità della comunità”, la cui crescente pericolosità ha finito per intaccare la nozione di democrazia nello stesso Occidente contemporaneo.<br />
Non c’è alcun dubbio che l’emergere di movimenti che si richiamano all’islam è l’espressione di una rivolta perfettamente legittima contro un sistema che non ha nulla da offrire ai popoli in questione. E’ importante rilevare che la legislazione in atto nelle periferie del sistema capitalistico mondiale mostra tutta l’impotenza della borghesia nazionale, incapace di compiere una rivoluzione democratica borghese – prima proclamata poi abbandonata – per paura dell’emergere di rivendicazioni popolari.<br />
Simultaneamente questa legislazione e l’esercizio dell’autocrazia che l’accompagna costituiscono un handicap supplementare all’organizzazione della classe operaia e contadina. Questa doppia impotenza delle moderne classi lavoratrici a regolare con le loro lotte e/o i loro compromessi la questione del potere, ha aperto la via ai colpi di Stato e al nazionalismo populista il quale, a sua volta, ha rapidamente esaurito il suo potenziale di trasformazione della società necessario per affermare la propria indipendenza e far fronte al sistema mondiale dominante.</p>
<p>Il nasserismo e il baasismo hanno soppresso con la violenza i due poli attorno ai quali si organizza la vita politica : il polo liberal-borghese – o meglio, moderatamente democratico – e il polo comunista. La depoliticizzazione che questa doppia soppressione ha prodotto ha creato un vuoto che l’islam politico ha riempito, preceduto dal processo di islamizzazione dello Stato e della società deciso dai populismi nazionali per sbarrare la strada al comunismo.<br />
L’islam politico moderno era stato inventato dagli orientalisti al servizio del potere britannico in India prima di essere ripreso tale e quale dal Mawdudi Pakistanese. Si trattava di “provare” che i mussulmani credenti non erano autorizzati a vivere in uno Stato che non fosse egli stesso islamico (così è stata anticipata la spartizione dell’India) poiché l’islam esclude la possibilità di una separazione tra Stato e religione. I suddetti orientalisti hanno omesso di ricordare che gli stessi inglesi del 13° secolo non concepivano una loro sopravvivenza al di fuori della cristianità.<br />
Abu Ala Mawdudi riprende dunque il teorema secondo il quale il potere emana da Dio e da lui solo, rifiutando perciò il concetto che siano i cittadini ad avere il diritto di legiferare. Lo Stato islamizzato non ha che il compito di applicare la legge &#8211; ossia la “charia” – una volta per tutte. Joseph de Maistre aveva già scritto cose analoghe, accusando la Rivoluzione del crimine di avere inventato la democrazia moderna e l’emancipazione dell’individuo.<br />
L’islam politico rifiuta anche il principio stesso della democrazia, ossia il diritto della società di costruire il proprio avvenire attraverso la libertà che si è data di legiferare. Il principio della “shura”, che attribuisce all’islam politico la pretesa di essere la forma islamica della democrazia, lo rende prigioniero del divieto di innovazione (ibda).<br />
La “shura” non è che una delle molteplici forme di consultazione già presenti nelle società premoderne, predemocratiche. In Egitto Sayed Qotb, l’ideologo dei Fratelli Mussulmani, adottò integralmente queste tesi, fatte proprie in seguito dal Marocco e dall’Indonesia. Che dire di più? Si tratta di un progetto che offre credibilità ai discorsi dell’orientalista reazionario e islamofobo Bernard Lewis, secondo il quale i credenti (islamici) sono ineluttabilmente condannati a schierarsi con quella formula in quanto essa costituisce il “vero islam”.</p>
<p>Non è difficile constatare che, sotto questo basilare punto di vista, non è poi molta la differenza tra le correnti cosiddette “radicali” dell’islam politico e quelle che invece ostentano un aspetto “moderato”. Il progetti di entrambe le correnti sono identici. I loro testi pubblicati(andrebbero letti prima di parlarne) lo confermano. Questi progetti si pongono tutti come obbiettivo la formazione di una teocrazia nel senso pieno del termine e respingono ogni forma di democrazia : solo Allah è autorizzato a legiferare. Chi dunque interpreta questa legge divina (la “charia”) che stabilisce il regno di Dio (hakimiya lillah)?<br />
Solo i religiosi sono autorizzati a farlo (wilaya al faqih), ed è perciò solo a loro che spetta il diritto di esercitare la totalità dei poteri. E’ difficile immaginare una società che non abbia una qualche forma di regole giuridiche in grado di gestire le pratiche che la vita impone.</p>
<p>Sebbene sia l’islam politico a proporle il clero islamico ricusa il legislatore eletto quale legittimo titolare ed esecutore delle leggi dello Stato. Si tende invece ad affidare questo ruolo a dei “giudici” che considerano la “charia” una nozione estensibile a tutti gli ambiti della vita sociale e politica. Un governo di soli “giudici” come quello praticato in Somalia, quello dei “tribunali islamici”, è la forma veramente suprema dell’islam politico.<br />
Simultaneamente tutti questi programmi vietano allo Stato di intervenire nella vita economica che deve essere integralmente sottomessa alle sole regole dei rapporti mercantili permessi dalla “charia”. Essi non intaccano minimamente i poteri reali delle classi dominanti, ribadiscono la sacralità e l’inviolabilità della proprietà privata, lasciano intatte le grandi fortune, quale che sia la loro entità, e l’ineguaglianza tra ricchi e poveri. Le pratiche del capitalismo sono considerate tutte lecite ad eccezione dei prestiti a tasso di usura (un divieto che le banche islamiche aggirano facilmente). Per contro il socialismo, anche quello riformista moderato, è sempre considerato empio.<br />
Si comprende perciò perché l’islam moderato sia considerato da Washington un proprio alleato. Solo Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano sono condannati dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei. Ma solo perché questi partiti sono obbligati dalla collocazione geografica a resistere alle aggressioni sioniste.</p>
<p>Uniti nel loro obbiettivo finale i partiti religiosi non differiscono gli uni dagli altri se non sulla tattica da adottare. I “moderati”, come i Fratelli Mussulmani, preconizzano l’infiltrazione ad ogni livello negli apparati dello Stato. Non hanno torto poiché un programma come il loro, che non concepisce altra forma di potere che non sia violentemente autocratica, non disturba minimamente le dittature al potere e la borghesia compradora. Si tratta infatti di regimi che assecondano la dittatura teocratica.<br />
Se gli islamici sono riusciti a controllare la società civile, è proprio grazie alla complicità attiva dei governi. Infatti lo Stato autocratico interviene con estrema violenza contro i movimenti popolari vietando alle forze progressiste qualsiasi forma di azione e di protesta (bollate immediatamente come “agitazione comunista”) e proibendo l’autonoma organizzazione di sindacati e cooperative.<br />
Di fronte a possenti movimenti di rivendicazioni sociali (come gli scioperi operai in Egitto nella primavera 2008 o la resistenza dei contadini alla restituzione delle terre, ottenute con la riforma agraria, ai loro vecchi proprietari) i Fratelli Mussulmani hanno assunto una posizione chiara e ostile difendendo il “sacro diritto alla proprietà”, condannando la riforma agraria e i diritti del lavoro come un prodotto del “satana comunista”.<br />
La deriva del mondo mussulmano contemporaneo verso un progetto di islam politico alternativo sia al capitalismo che al socialismo (entrambi qualificati come opzioni strettamente “occidentali” e pertanto estranee alla cultura dei popoli islamici) e l’affermazione perentoria che solo “l’islam è la soluzione”, non deve essere preso troppo alla leggera. Le risposte date a certe sfide del tipo “allearsi all’islam politico” contro i regimi autocratici, o l’inverso, imposte da considerazioni di natura strettamente tattica, nel breve termine non consentono di capacitarsi del pericolo, che è gigantesco. Accettare in un tale contesto l’accesso al potere degli islamici cosiddetti moderati per via elettorale, come suggerito da certi democratici occidentali, significa cedere al peggio. La sola rivendicazione democratica sostenibile è quella di esigere il riconoscimento dei diritti delle classi popolari e delle forze progressiste, delle loro organizzazioni e delle loro azioni di lotta. Esse sole possono sbarrare la strada al fascismo declinato in islamismo.<br />
Sul trittico modernità / democrazia / laicità è aperto ovunque il dibattito.</p>
<p>L’immagine che la regione araba e islamica dando oggi di se stessa è quella di una società nella quale la religione islamica occupa il proscenio in tutti gli aspetti della vita sociale e politica. Fino al punto che sembra persino incongruo immaginare che possa essere diversamente. La maggioranza degli “osservatori” stranieri (il personale politico e mediatico) conclude che prima o poi la modernità, ossia la democrazia, si adegueranno a questa pesante presenza dell’islam, rinunciando di fatto alla laicità.<br />
La modernità costituisce una rottura della storia universale iniziata in Europa a partire dal 16° secolo. La modernità proclama l’essere umano responsabile della sua storia individualmente e collettivamente e nel contempo tronca con le ideologie dominanti premoderne. La modernità consente la democrazia ed esige la laicità, ossia la separazione dell’ambito religioso da quello politico. Formulata dagli Illuministi del 18° secolo, resa operante dalla Rivoluzione francese, la complessa associazione dei suoi tre elementi, modernità/democrazia/laicità, ha avuto momenti di affermazione e di riflusso restando comunque un aspetto centrale del mondo contemporaneo. Ma la modernità stessa non è stata solo una rivoluzione culturale. Il suo senso compiuto lo ha ottenuto con lo stretto rapporto stabilito tra la nascita e l’affermarsi del capitalismo. Questo rapporto ha condizionato i limiti storici della modernità “realmente esistente”. La forma concreta della democrazia e della laicità visibili qua e là devono quindi essere considerati come i prodotti della storia concreta dell’affermarsi del capitalismo, modulata dalle condizioni concrete nelle quali la dominazione del capitale si è espressa attraverso i compromessi storici che definiscono i contenuti sociali dei blocchi egemonici (quello che io definisco “percorsi storici delle culture politiche”) (3).</p>
<p>Dove si collocano, da questo punto di vista, i popoli del Medio Oriente oggetto della nostra analisi? L’immagine di folle di barbuti prosternati, attorniati da donne coperte col velo, spinge a trarre conclusioni troppo frettolose sul grado di intensità e di adesione religiosa degli individui. Si menzionano raramente le pressioni sociali esercitate per ottenere un simile risultato. Le donne non hanno scelto volontariamente il velo ma gli è stato imposto con la violenza. Il farsi cogliere senza alla preghiera costa quasi sempre la perdita del lavoro e, qualche volta, anche la vita.<br />
Gli amici occidentali che si appellano al rispetto della diversità si informano raramente sugli accorgimenti messi in atto dal potere per offrire l’immagine che più conviene. Ci sono certamente anche gli “invasati di Dio”. Ma sono forse più numerosi e fanatici dei cattolici di Spagna che sfilano a Pasqua evocando il Medioevo ? O delle folle di invasati che negli Stati Uniti ascoltano e seguono i telepredicatori ?<br />
In ogni caso la regione del Medio Oriente non ha sempre offerto una simile immagine di se stessa. Pur considerando le differenze tra singoli paesi si può identificare una grande regione che va dal Marocco all’Afghanistan ed integra tutti i popoli arabi (ad eccezione di quelli della penisola arabica), i turchi, gli iraniani, gli afgani, i popoli dell’Asia centrale ex-sovietica, nella quale il potenziale di sviluppo della laicità è tutt’altro che trascurabile. La situazione è invece diversa presso altri popoli contigui, gli arabi della Penisola e i pakistani.</p>
<p>Nella regioni considerate le tradizioni politiche sono state fortemente segnate dalle correnti radicali della modernità : l’Illuminismo, la rivoluzione francese, la rivoluzione russa, il comunismo della terza internazionale sono state presenti e hanno occupato uno spazio culturale ben più ampio di quello del parlamentarismo di Westminster. Queste correnti hanno ispirato i modelli più importanti della trasformazione politica che le classi dirigenti hanno compiuto e che potremmo qualificare, per certi loro aspetti, forme di “dispotismo illuminato”.<br />
E’ certamente il caso dell’Egitto di Mohamed Alì o del Khediv Ismail. Il kemalismo in Turchia e la modernizzazione in Iran hanno operato con dei metodi molto simili. Il nazional populismo presente nelle tappe più recenti della storia medio orientale appartiene alla stessa famiglia di progetti politici “modernisti”. Le varianti di questo modello sono state numerose (FLN algerino, burghibismo tunisino, nasserismo egiziano, baasismo di Siria e Iraq), ma la direzione del movimento è stata analoga. Le esperienze, in apparenza estreme, dei regimi cosiddetti comunisti in Afghanistan e Yemen del Sud non sono state in realtà molto diverse. Tutti questi regimi hanno realizzato molto e, non a caso, hanno avuto un sostegno popolare molto largo. Sebbene siano state delle esperienze non veramente democratiche, esse hanno aperto la via ad una possibile evoluzione in quella direzione.<br />
In alcune circostanze – come quella dell’Egitto dal 1920 al 1950 – l’esperienza della democrazia elettorale è stata tentata, sostenuta dal centro antimperialista moderato (il Wafd), combattuta dalla potenza imperialista dominante (la Gran Bretagna) e i suoi alleati locali (la monarchia). La laicità, sebbene proposta nella sua variante moderata, non è stata rifiutata dai popoli; sono stati invece gli uomini di religione ad opporsi, perciò giudicati degli oscurantisti dalla pubblica opinione, e tali erano nella loro grande maggioranza.</p>
<p>Le esperienze moderniste – dal dispotismo illuminato al nazional populismo radicale – non sono state prodotte da impulsi spontanei, ma imposte da possenti movimenti politici egemonizzati dalle classi medie che esprimevano in tal modo la loro volontà di affermarsi come partners a pieno titolo e con ogni diritto ai processi di moderna mondializzazione.</p>
<p>Questi progetti, espressi dalle “borghesie nazionali”, possono essere definiti modernisti, laicizzanti e potenzialmente portatori di evoluzioni democratiche. Ma proprio perché questi progetti entravano in conflitto con gli interessi dell’imperialismo dominante, quest’ultimo li ha combattuti senza tregua mobilitando sistematicamente per questo scopo le forze oscurantiste in declino.<br />
Conosciamo la storia dei Fratelli Mussulmani, letteralmente creati, negli anni ‘20 in Egitto dai britannici e dalla monarchia, per sbarrare la strada al Wafd democratico e laico.<br />
Conosciamo la storia del loro ritorno in massa nei loro rifugi sauditi dopo la morte di Nasser, organizzata dalla CIA e da Sadat. Conosciamo la storia dei talebani formati dalla CIA in Pakistan per combattere i “comunisti” che avevano osato aprire le scuole a tutti, giovani e ragazze. Sappiamo altresì che gli israeliani hanno sostenuto Hamas al suo debutto sperando di indebolire le correnti laiche e democratiche della resistenza palestinese.<br />
L’islam politico avrebbe avuto molte difficoltà a superare le frontiere dell’Arabia Saudita e del Pakistan senza il sostegno risoluto, permanente e possente degli Stati Uniti. La società dell’Arabia Saudita non avrebbe mai iniziato di sua volontà l’uscita dalla tradizione se non quando fu scoperto l’oceano di petrolio del suo sottosuolo. L’alleanza tra l’imperialismo e la classe dirigente “tradizionale” di Riad, sigillata con vantaggio reciproco dai due partners, ha impresso una spinta nuova all’islam politico reazionario e wahabita.</p>
<p>Da parte loro i britannici non avevano esitato a rompere l’unità dell’India convincendo i leaders mussulmani a separarsi e a fondare il proprio Stato sanzionando l’atto di nascita dell’islam politico. Non va dimenticato che la “teoria” con la quale questa novità è stata legittimata – indebitamente attribuita al solo Mawdudi – era stata preliminarmente e integralmente redatta dagli orientalisti inglesi al sevizio di sua Maestà. Si comprende perciò che l’iniziativa presa dagli Stati Uniti per rompere il fronte dei paesi d’Asia e d’Africa, realizzato a Bandung nel 1955, è stata quella di creare una “conferenza islamica” immediatamente promossa nel 1957 dall’Arabia Saudita e dal Pakistan. L’islam politico è penetrato nella regione a partire da quella iniziativa.<br />
La minima delle conclusioni che si può trarre dai vari passaggi dell’islam politico è che la sua nefasta crescita non è affatto il prodotto spontaneo di profonde ed autentiche convinzioni religiose dei popoli interessati. Esso è stato costruito dall’azione sistematica dell’imperialismo col pieno sostegno, beninteso, delle forze reazionarie e oscurantiste e delle classi compradore.<br />
Da questo quadro appare indiscutibile la responsabilità delle sinistre che non hanno né visto né saputo far fronte alla sfida.<br />
Quattro le avanzate compiute, ma seguite da riflussi drammatici (Afghanistan, Iraq, Sudan, Yemen del Sud) Gli esempi di avanzate seguite da arretramenti drammatici hanno riempito la storia del 19° e del 20° secolo. Esse costituiscono la trama di tre grandi rivoluzioni del mondo moderno (quella francese, russa e cinese). Avanzate meno spettacolari ma non meno importanti hanno segnato la storia dei popoli asiatici e africani nell’epoca di Bandung (1955-1980).<br />
Ovunque sono state seguite da arretramenti e, in alcuni casi, dalla risalita al potere della borghesia compradora subalterna al dominio imperialista (4).<br />
In quattro paesi – Afghanistan, Iraq, Sudan e Yemen del Sud – importanti avanzate rivoluzionarie sono state seguite da sconfitte drammatiche. Si tratta di quattro casi di società mussulmane. Tuttavia questa comune appartenenza religiosa non spiega gran che. Le quattro esperienze condividono invece una caratteristica comune di ben altra importanza : esse sono state prodotte da “situazioni rivoluzionarie”. Intendo con ciò sottolineare la connessione di fattori oggettivi e soggettivi che hanno condotto sul piano teorico e pratico a scegliere soluzioni rivoluzionarie. Fattori oggettivi : si tratta di paesi dove la struttura sociale e l’organizzazione del potere erano attraversati da contraddizioni più esplosive che altrove. Fattori soggettivi : la presenza di partiti comunisti forti e decisi a tentare la soluzione rivoluzionaria, “armati del pensiero marxista”.</p>
<p>Le quattro società in questione erano e sono, se confrontate alle altre, meno omogenee dal punto di vista confessionale o etnico. Ma si tratta di una realtà frequente nella storia dei popoli essendo l’omogeneizzazione un prodotto della modernizzazione. Una realtà che non significa “ostilità naturale” tra le varie componenti di un paese. Sia che si tratti di sciiti o di sunniti, di arabi o di curdi (Iraq), di popoli di lingua persiana o turca (Afghanistan), di mussulmani e di non mussulmani (Sudan) o di persone divise da barriere feudali (Yemen del Sud). Questa eterogeneità è stata un fattore favorevole alla risposta rivoluzionaria in quanto ha fatto leva sulla debolezza relativa dei poteri locali, “indipendenti” o sottomessi – con la modernizzazione – alla protezione delle potenze imperialiste. Si tratta di una debolezza di questi poteri che si trasforma – nei momenti di crisi – in un confronto durissimo che definiscono l’eterogeneità delle linee contrapposte; mentre le forze rivoluzionarie sono nelle condizioni di trarre vantaggio dall’aspirazione generale all’unità del popolo in lotta contro i poteri locali.<br />
Nei quattro paesi in questione, la società “moderna”, minoritaria di fronte ad una massa in apparenza “tradizionale”, è stata attirata dalle soluzioni radicali, ossia da un progetto di modernizzazione partito dall’alto e sostenuto dal basso, collocato entro una prospettiva socialista. Il successo dei partiti comunisti tra le “minoranze” modernizzate della società è stato qui importante. Questi partiti sono riusciti ad aprire avanzate rivoluzionarie veramente notevoli : in Afghanistan e Yemen hanno conquistato il potere statale, in Iraq e in Sudan ci sono arrivati abbastanza vicini.</p>
<p>Le cause delle sconfitte di quelle quattro avanzate rivoluzionarie sono diverse.</p>
<p>La prima è data dalla volontà deliberata di Stati Uniti e Gran Bretagna, nonché dei loro alleati subalterni europei, di bloccare e distruggere queste avanzate con la violenza più estrema compreso l’intervento militare (messo in atto in Afghanistan e più tardi, in Iraq), o la minaccia di compierlo. Va ricordato che i quattro paesi considerati sono così importanti dal punto di vista degli interessi globali dell’imperialismo che ben difficilmente esso potrebbe rinunciare al loro controllo. La strategia imperialista si è basata sulla mobilitazione di tutte le forze oscurantiste possibili e immaginabili, finanziandole ed armandole di tutto punto. I Fratelli Mussulmani e i Wahabiti arcaici d’Arabia si sono schierati con l’imperialismo. Va invece segnalata la benevola neutralità (talvolta la complicità) dei regimi nazional populisti di Egitto e Libia.<br />
La seconda causa risiede nella difficoltà reale di integrare nel blocco democratico di sostegno all’avanzata rivoluzionaria certi segmenti delle “classi medie”. Tutti gli sforzi sono stati compiuti in modo sistematico, soprattutto da parte dei Fratelli Mussulmani, sostenuti da interventi brutali del potere (divieti di organizzazione, arresti in massa e torture) per impedire ogni forma di contatto tra partiti comunisti e masse popolari.<br />
La terza causa va ricercata nelle debolezze “teoriche” dei partiti in questione e nella loro troppo “sommaria” analisi del marxismo (5). Nati e cresciuti sull’onda possente della rivoluzione russa in Oriente, i partiti comunisti si sono collocati senza esitazione nel campo del “marxismo-leninismo” al quale essi sono restati verbalmente fedeli fino al crollo del 1990, crollo che li ha sorpresi non essendosi mai posti quesiti sulla natura del sistema sovietico e dei suoi problemi. La perestroika è stata percepita inizialmente come una nuova tappa positiva del socialismo trionfante. Essi hanno ignorato la crisi profonda della società sovietica che ne è stata l’origine. In seguito essi hanno valutato le sventurate opzioni di Gorbaciov, non come dei semplici errori, ma come un vero e proprio tradimento.</p>
<p>Convinti del carattere “marxista-leninista” del partito comunista sovietico i partiti in questione si sono sempre ispirati verbalmente alle posizioni assunte dalla diplomazia sovietica, peraltro anch’essa molto attenta agli sviluppi interni di questi paesi strategici. Ho usato il termine “verbalmente” poiché nei fatti questi partiti – almeno molti dei loro quadri dirigenti – hanno sovente ignorato gli insistenti interventi di Mosca. Così è stato quando Mosca ha insistito perché questi partiti si sciogliessero aderendo ai partiti nazionalisti al potere (nasseriani e baasisti) considerati impegnati su una “via non capitalista”.</p>
<p>La combinazione di questi elementi spiega le sconfitte subite.<br />
La riflessione sulla questione “democratica” dovrebbe essere l’asse centrale della conclusioni che si possono trarre da queste tragiche storie. Non perché i partiti comunisti in questione siano stati “antidemocratici” per natura (o “totalitari” come ripetono i propagandisti occidentali). Essi rappresentano invece le forze più democratiche di quelle società, anche se rapportate a certi limiti delle loro pratiche interne (il cosidetto “centralismo democratico”, ecc.)<br />
L’esempio del Sudan illustra tragicamente la contraddizione tra la pratica della democrazia elettorale multi partito e rappresentativa da un lato, e dall’altro i bisogni urgenti di una democrazia autentica al servizio del progresso sociale. Più di una volta nella storia contemporanea del Sudan (prima che il potere fosse assunto dalla dittatura militareislamica), paese in cui erano radicate libere elezioni, la rivoluzione in marcia, appoggiata dal popolo, è stata rimessa in discussione da un Parlamento eletto correttamente ma dominato da partiti tradizionali nemici da sempre della democrazia (quando necessario) e del progresso sociale (sempre).<br />
L’alternativa ? Il “dispotismo illuminato” di un partito come in Afghanistan ? Ossimoro diranno certuni : il dispotismo è sempre antidemocratico mentre gli Illuministi sono sempre democratici. Si tratta di una semplificazione dogmatica che non tiene conto dell’esigenza dei tempi lunghi di apprendistato e di approfondimento della democrazia, nonché della creatività necessaria e permanente di forme nuove (comprese quelle istituzionali) che dovranno andare ben oltre la formula classica di democrazia elettorale rappresentativa.<br />
L’alternativa ? Partito “unico” o fronte di forze diverse, autenticamente autonome (non cinghie di trasmissione) ma coscienti della esigenza di una convergenza reale su una strategia di lunga transizione ? I partiti dei quattro paesi considerati non hanno mai ignorato la questione, né nel senso burocratico banalizzato altrove (e di questo gli va riconosciuto il merito), né nel senso di un formulazione coerente di alternativa. Certe debolezze mostrano semmai uno degli aspetti di interpretazione sommaria del marxismo che li ha caratterizzati.</p>
<p>L’Afghanistan.</p>
<p>In Afghanistan una monarchia qualificabile come feudale, governava (a malapena) un insieme di regioni dalle frontiere fluide, gestite direttamente dai padroni locali. Il lungo tentativo di resistenza all’aggressione della Gran Bretagna – decisa a tagliare la via dell’oceano Indiano, prima ai russi poi ai sovietici insediati in Turkestan – non aveva comunque permesso di dare omogeneità al Paese e di creare forze capaci di rispondere alla sfida della trasformazione sociale. Non è dunque sorprendente che le elite sociali e intellettuali capaci di valutare la misura di questa sconfitta, si siano naturalmente convinte – all’unanimità o quasi – che il modello di socialismo (sovietico) fosse la sola risposta possibile.<br />
Il partito comunista d’Afghanistan, praticamente due in uno (Parcham, la bandiera e Khalq, il popolo), non è giunto al potere con un colpo di Stato militare ordito a Mosca (secondo i modelli sperimentati dalla CIA) come si è fatto credere all’opinione occidentale. Il potere è stato occupato contro una monarchia corrotta ormai in stato di liquefazione; il gruppo di ufficiali che hanno “invaso” il Palazzo non hanno imposto la loro dittatura, ma aperto la via al potere del Partito. Mosca non ha fatto gran che all’inizio ; anzi si sarebbe accontentata di una monarchia “non allineata” in politica internazionale. Ma uno dei segmenti del PC afgano valutava invece che nell’eventualità, prevista e inevitabile, di un’aggressione militare degli Stati Uniti (il che era indiscutibilmente un’analisi corretta), il sostegno sovietico era assolutamente necessario. L’altro segmento del Partito stimava invece che un sostegno diretto dell’Urss non avrebbe rafforzato la capacità del Paese di resistere vittoriosamente all’imperialismo ma, al contrario, avrebbe complicato l’impresa.<br />
L’Afghanistan ha conosciuto il momento migliore della sua storia moderna all’epoca della Repubblica cosiddetta “comunista”. Un regime di dispotismo illuminato modernista, che ha aperto le scuole all’educazione di massa per i giovani di entrambi i sessi ed ha contrastato l’oscurantismo ottenendo sostegni decisivi all’interno della società. La riforma agraria iniziata era composta da un insieme di misure destinate a ridurre il potere tirannico dei capi tribù. Il sostegno – quanto meno tacito – della maggioranza dei contadini, rendeva probabile, in prospettiva, il successo di questa riforma ben modulata. La propaganda ostile veicolata tanto dai media occidentali che da quelli dell’islam politico ha presentato questa esperienza come quella di un “totalitarismo comunista e ateo” rifiutata dal popolo afgano.</p>
<p>In realtà il regime, come quello ai tempi di Ataturk, era lungi dall’essere impopolare.<br />
Il fatto che i suoi promotori si siano auto qualificati come comunisti appartenenti alle due maggiori frazioni (Khalq e Parcham) non è affatto sorprendente. Il modello dei progressi compiuti nei paesi vicini dell’Asia Centrale sovietica (malgrado tutto ciò che si potuto raccontare su questo argomento e malgrado le pratiche autocratiche del sistema), se confrontati con i disastri sociali permanenti perpetrati dalla gestione imperialista britannica nei paesi vicini (India e Pakistan), hanno avuto come effetto, qui come in altri Paesi della regione, di incoraggiare i patrioti a prendere coscienza dell’ostacolo costituito dall’imperialismo contro tutti i tentativi di modernizzazione. L’invito rivolto ai sovietici da alcune frazioni per sbarazzarsi di altre ha certamente pesato negativamente e ipotecato l’affermarsi di un progetto nazional-populista modernizzatore.<br />
Gli Stati Uniti in particolare e i loro alleati della triade in generale sono sempre stati avversari implacabili dei modernizzatori afgani, comunisti o non. Sono loro che hanno mobilitato, addestrato e armato le forze oscurantiste dell’islam politico pakistano (i Talebani) e i signori della guerra, ossia i capi tribù, neutralizzati poi con successo dal regime cosiddetto comunista. Anche dopo il ritiro sovietico la resistenza e la capacità di cui il governo di Najibullah ha dato prova avrebbe potuto reggere il confronto se non ci fosse stata l’offensiva militare pakistana a sostegno dei talebani e poi, con il paese nel caos, quella delle ricostituite forze dei signori della guerra.<br />
L’Afghanistan è stato devastato dall’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati e agenti, islamici in particolare. L’Afghanistan non può essere ricostruito sottostando al loro potere attualmente rappresentato da un buffone travestito, senza radici nel Paese, paracadutato dalla transnazionale texana di cui era dipendente. La pretesa “democrazia” in nome della quale Washington, la Nato e l’Onu pretendono di giustificare la loro “presenza” (di fatto una vera e propria occupazione), menzoniera fin dalle origini, è diventata una grossolana farsa.<br />
Non c’è che un soluzione al problema afgano: che tutte le forze straniere lascino il paese e che tutte le potenze siano costrette ad astenersi dal finanziare ed armare i loro “alleati”.<br />
Alle anime belle che esprimono il timore che il popolo afgano possa ricadere sotto la dittatura dei talebani (o dei signori della guerra) risponderei che la presenza straniera è stata finora il più efficace sostegno alle dittature tribali e religiose! Al dispotismo illuminato dei “comunisti” l’occidente civilizzato ha sempre preferito il dispotismo oscurantista, infinitamente meno pericoloso per i suoi interessi!</p>
<p>L’Iraq</p>
<p>In Iraq la monarchia sunnita di importazione britannica non poteva restare al potere che rinunciando alla sua indipendenza. Il partito comunista iracheno ha avuto la capacità di conquistare un consenso di massa tra i curdi e gli arabi sciiti, di guadagnare terreno in tutta la classe scolarizzata, in particolare tra gli studenti, ma anche tra larghi segmenti delle classi medie urbane nuove (professori, ufficiali dell’Armata). All’ordine monarchico asservito ai britannici esso ha saputo opporre la forte realtà di un’unità millenaria della Mesopotamia – il paese del Tigri e dell’Eufrate – malgrado le sue diversità.<br />
In Iraq la caduta della monarchia nel 1958 non è più stata provocata da un “colpo di Stato militare”. L’intervento di un gruppo di ufficiali (tra cui dei comunisti ma anche dei nazionalisti progressisti) non ha fatto altro che coronare grandi lotte di massa, nelle quali il partito comunista ha avuto un ruolo decisivo (in cooperazione con altre organizzazioni arabe e curde, progressiste a vari livelli). Il Baas e i Fratelli Mussulmani sono stati visibilmente assenti da queste lotte. Il regime, presieduto da Abdel Karim Kassem, è stato insediato da una alleanza politica che raggruppava il partito comunista, i movimenti progressisti curdi e i nazionalisti (indipendenti dal Baas). La concorrenza tra questi ultimi e il partito comunista è stata vivace e permanente. Fino al punto che ad un certo punto, poggiandosi sulla frazione degli ufficiali comunisti o simpatizzanti, il partito comunista si è convinto di essere in grado di far pendere la bilancia in suo favore. Il fallimento di questa scelta è stata provocata dalla simultaneità dell’intervento di forze reazionarie locali, sostenute dall’esterno, e dall’alleanza congiunta di nasseriani e baasisti. In Iraq il rapporto di forze ha potuto essere rovesciato solo attraverso le sanguinose dittature di Abdelsalam Aref, poi del Baas, con il sostegno incondizionato dei Fratelli Mussulmani, dei regimi autocratici pro imperialisti del Golfo, e anche dall’Egitto nasseriano. Nasser non è stato forse il “padre dell’indipendenza del Kuweit” quando è stato costruito dai britannici nel 1961 col sostegno dell’Egitto ? Così è stata aperta la via al regime di Saddam Hussein.</p>
<p>La diplomazia armata degli Stati Uniti si era posta l’obiettivo di distruggere letteralmente l’Iraq ben prima che il pretesto gli fosse offerto per due volte, in occasione dell’invasione del Kuweit, nel 1990, e poi dall’11 settembre, sfruttato a tal fine da Bush junior con lo stesso cinismo di Goebbles (“ripetete una menzogna mille volte e diventerà una verità”).<br />
La ragione è molto semplice e non ha nulla a che vedere con certi appelli alla “liberazione” del popolo iracheno dalla sanguinosa dittatura (reale) di Saddam Hussein. L’Iraq possiede nel suo sottosuolo una buona parte delle migliori risorse petrolifere del pianeta ; ma è riuscito, inoltre, a formare quadri scientifici e tecnici ben preparati in grado di sostenere con la loro massa critica un consistente progetto nazionale. Questo “pericolo” doveva essere eliminato con una “guerra preventiva” che gli Stati Uniti si sono assunti il diritto di compiere quando e dove senza il minimo rispetto del diritto internazionale.<br />
Al di là di questa banale constatazione, parecchie questioni molto serie devono essere analizzate : perché il piano di Washington ha potuto assumere le apparenze di un successo così folgorante e agevole ? Con quale nuova situazione si deve oggi confrontare la nazione irachena ? Quali risposte stanno dando le varie componenti del popolo iracheno a questa sfida ? Quali soluzioni le forze democratiche e progressiste irachene, arabe e internazionali possono mettere in atto ?<br />
La disfatta di Saddam Hussein era prevedibile. Di fronte a un nemico il cui vantaggio principale consiste nella capacità di compiere un genocidio con bombardamenti aerei impuniti, i popoli non hanno che una sola risposta possibile ed efficace : dispiegare la loro resistenza sul territorio invaso come ha saputo fare un po’ più tardi il popolo libanese.</p>
<p>Purtroppo il regime di Saddam si è impegnato ad annichilire tutti i mezzi di difesa del suo popolo, con la distruzione sistematica di tutte le organizzazioni, di tutti i parti politici (a cominciare da quello comunista) che sono stati protagonisti della storia dell’Iraq moderno, compreso lo stesso Baas che è stato uno degli attori più importanti di questa storia. Ciò che dovrebbe sorprendere, in queste condizioni, non è che il popolo iracheno abbia lasciato invadere il suo paese senza combattere, né che certi comportamenti (come la sua ostentata partecipazione alle elezioni organizzate dall’invasore o l’esplosione di lotte fratricide tra curdi, arabi sunniti e arabi sciiti) sembrino costituire l’indice di una disfatta possibile e accettata (quella su cui Washington aveva fondato i suoi calcoli). Ma, al contrario, la vera sorpresa è stata che la resistenza sul terreno si sia rafforzata giorno dopo giorno (malgrado e nonostante le debolezze dimostrate da questa resistenza) ed abbia già reso impossibile la vita ad un regime di lacchè incapace di assicurare nemmeno una apparenza di “ordine”. E’ questo che dimostra in qualche modo le dimensioni dello scacco subito dal progetto di Washington. Il servile riconoscimento internazionale da parte dell’Onu di questo governo fantoccio non cambia minimamente la realtà: non è né legittimo né accettabile.</p>
<p>Una nuova situazione si è tuttavia creata a seguito dell’occupazione straniera. La nazione irachena è realmente minacciata perché il progetto di Washington, incapace di mantenere il suo controllo sul paese (e di saccheggiare le sue risorse petrolifere) attraverso un governo fantoccio intermediario, solo in apparenza “nazionale”, non può che proseguire continuando la distruzione del paese. La sua separazione in almeno tre entità statuali (curda, arabo sunnita e arabo sciita) è forse stata fin dall’origine l’obbiettivo di Washington concordato con Israele (saranno gli archivi a rivelarcelo in avvenire). Sicuramente è oggi la “guerra civile” la carta principale su cui punta Washington per legittimare la sua occupazione, in quanto l’occupazione permanente è stata, ed è tuttora, il vero obiettivo e il solo mezzo per garantire il suo controllo sul petrolio. Non si può dare alcun credito alle dichiarazioni di intenti americane del tipo “noi lasceremo il paese dopo che l’ordine sarà ristabilito”. Nessuno dimentica che i britannici hanno sempre detto che l’occupazione dell’Egitto, a partire dal 1882, sarebbe stata “provvisoria” mentre è durata fino al 1956!</p>
<p>Nel frattempo, beninteso, gli Stati Uniti distruggono il paese con ogni mezzo, anche i più criminali, le sue scuole, le sue fabbriche, le sue capacità scientifiche.<br />
Le risposte del popolo iracheno alla sfida non sembrano – almeno nell’immediato – all’altezza della sua estrema gravità. Questo è il meno che si possa dire. Quali sono le ragioni ?<br />
All’indomani della prima guerra mondiale la colonizzazione britannica ha incontrato molte difficoltà a vincere la resistenza del popolo iracheno. In piena consonanza con la loro tradizione imperiale i britannici hanno costruito e insediato, a sostegno del loro potere, una monarchia importata e una classe di proprietari latifondisti, concedendo in pari tempo una posizione privilegiata all’islam sunnita. Tuttavia malgrado i loro sforzi sistematici i britannici hanno fallito. Il partito comunista e il partito baasista hanno costituito le forze politiche organizzate più importanti che hanno sconfitto il potere della monarchia sunnita detestata da tutti : dal popolo sunnita, sciita e curdo. La concorrenza violenta tra queste due forze, che ha occupato il proscenio tra il 1958 e il 1963, si è conclusa con la vittoria del Baas, salutata all’epoca con sollievo dalle potenze occidentali. Il programma comunista conteneva in sé una possibile evoluzione democratica mentre quello del Baas non la prevedeva affatto. Partito nazionalista panarabo all’inizio, ammiratore del modello prussiano di costruzione dell’unità tedesca, radicato tra la piccola borghesia laicizzante, ostile alle espressioni oscurantiste della religione, il Baas una volta insediato al potere si è evoluto, conformemente a ciò che era perfettamente prevedibile, in una dittatura il cui statalismo è stato antimperialista solo per metà. Nel senso che, secondo le congiunture e le circostanze, un compromesso poteva essere accettato tra i due poteri principali: il baasismo in Iraq e l’imperialismo americano dominante nella regione. Questo “nuovo corso” politico ha incoraggiato le tendenze megalomaniache del leader fino ad immaginare che Washington potesse accettare di farlo diventare il suo principale alleato nella regione.</p>
<p>Il sostegno di Washington a Bagdad (con la cessione di armi chimiche in appoggio) nella guerra assurda e criminale contro l’Iran del 1980/1989 sembrava dare credibilità ai suoi calcoli. Saddam non immaginava che Washington barava, che la modernizzazione dell’Iraq era inaccettabile per l’imperialismo, e che la decisione di distruggere il paese era già stata presa. Caduto nella trappola tesa (il semaforo verde era stato dato a Saddam per l’invasione del Kuweit, di fatto una provincia irachena che gli imperialisti britannici avevano separato per farne una delle loro colonie petrolifere), l’Iraq è stato sottoposto a dieci anni di sanzioni destinate a dissanguare il paese, in modo da facilitare la gloriosa conquista del vuoto agli “eroici marines” americani.<br />
Si può accusare di tutto i regimi successivi del Baas, compreso quello dell’ultima fase del suo disfacimento sotto la direzione di Saddam, eccetto quello di avere provocato conflitti confessionali tra sunniti e sciiti. Chi dunque è responsabile degli scontri sanguinosi che oppongono oggi le due comunità ? Riusciremo certamente un giorno a sapere come la Cia (e senza dubbio anche il Mossad) hanno organizzato molti di questi massacri. Ma è altrettanto vero che il deserto politico creato dal regime di Saddam e l’esempio che egli ha dato, con i suoi metodi opportunisti privi di scrupoli, hanno incoraggiato i candidati al potere di tutte le risme a impegnarsi su questa via, sovente protetti dagli occupanti, talvolta persino ingenui al punto di credere che essi potrebbero tornare utili. I candidati in questione, sia che si tratti di capi religiosi (sciiti o sunniti), di presunti “notabili” (paratribali) o di “uomini d’affari” notoriamente corrotti esportati dagli Stati Uniti, non hanno mai avuto un radicamento politico reale nel paese. Anche quei capi religiosi che i credenti rispettavano non hanno mostrato di possedere idee o programmi accettabili dal popolo iracheno. Senza il vuoto creato da Saddam non si sarebbe mai sentito pronunciare il loro nome. Di fronte a questo “nuovo mondo” politico costruito dall’imperialismo e dalla mondializzazione liberale, altre forze politiche autenticamente nazionali e popolari, e possibilmente democratiche, avranno i mezzi per potersi ricostituire?</p>
<p>C’è stato un tempo in cui il partito comunista è stato il polo di attrazione delle forze migliori che la società irachena potesse esprimere. Era ben presente in tutte le regioni del paese e in posizione dominante nel mondo degli intellettuali, sovente di origine sciita (sono convinto che lo sciismo abbia prodotto soprattutto dei rivoluzionari e dei leaders religiosi, raramente dei burocrati o dei compradores). Il partito comunista era autenticamente popolare e antimperialista, poco incline alla demagogia, potenzialmente democratico. E’ possibile che il partito comunista sia ormai destinato a sparire definitivamente dalla storia dopo il massacro di migliaia dei suoi migliori militanti compiuti dalla dittatura baasista, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica (alla quale non era preparato) e dopo il comportamento di quegli intellettuali che hanno ritenuto accettabile di rientrare dall’esilio a bordo dei blindati americani ? No, non è affatto impossibile, ma è tutt’altro che ineluttabile.<br />
La questione curda è una questione reale in Iraq, come lo è in Iran e in Turchia. Ma su questo argomento si deve ricordare che le potenze occidentali hanno sempre praticato con il più grande cinismo la regola dei “due pesi, due misure”. La repressione delle rivendicazioni curde non ha mai raggiunto in Iraq e in Iran il grado di violenza poliziesca e militare, politica e morale come quella praticata da Ankara. Né l’Iran, né l’Iraq non sono mai giunti a negare l’esistenza stessa dei curdi. Mentre si tollera e perdona tutto alla Turchia, membro della Nato, cosiddetta alleanza di nazioni democratiche – ci ricordano spesso i media – evitando di citare che tra i soci fondatori figurano “democratici” del calibro di Salazar, dei colonnelli greci e dei generali turchi<br />
Il fronte popolare iracheno formatosi attorno al partito comunista e al Baath nel periodo migliore della sua storia movimentata, ogni volta che essi hanno esercitato responsabilità di potere, hanno sempre trovato un terreno d’intesa con i principali partiti curdi, che sono sempre stati peraltro loro alleati.</p>
<p>La deriva antisciita e anticurda di Saddam è invece un fatto reale : i bombardamenti della regione di Bassora compiuti dall’armata di Saddam dopo la sua disfatta in Kuweit nel 1990, l’impiego dei gas contro i curdi. Sebbene questa deriva sia stata motivata quale “risposta” alle manovre della diplomazia armata di Washington, che aveva mobilitato alcuni apprendisti stregoni ansiosi di cogliere l’occasione di precipitare il paese nel caos, ciò non toglie che sia stata una risposta criminale e per giunta stupida considerando che gli appelli americani avevano avuto effetti molto limitati. Ma si poteva aspettarsi qualcosa di diverso da un dittatore come Saddam ?<br />
La potenza della risposta data dalla resistenza all’occupazione straniera è stata di dimensioni inattese e, date le difficili condizioni, sembra quasi un miracolo. La realtà, semplice ed elementare, è che il popolo iracheno nel suo insieme (arabi e curdi, sunniti e sciiti) detestano gli occupanti e subiscono un lunga catena di crimini quotidiani (assassini, bombardamenti, massacri, torture). Si dovrebbe allora immaginare una sorta di Fronte Unito di Resistenza Nazionale (chiamatelo come volete) che, proclamatosi tale, rendesse noti i nomi, la lista delle organizzazioni e dei partiti che ne fanno parte, il loro programma comune. Non è stato purtroppo così fino a questo momento, soprattutto dopo la distruzione del tessuto sociale e politico prodotto dalla dittatura di Saddam e da quella degli occupanti.</p>
<p>Ma quali che siano le ragioni, questa debolezza costituisce nondimeno un handicap serio, che facilita le manovre di divisione, alimenta gli opportunisti fino a farli diventare dei collaboratori, semina la confusione sugli obbiettivi della liberazione.<br />
L’islam politico, qui in Iraq come altrove, si è tuffato nel vuoto prodotto dall’autocrazia di un regime nazionalista largamente responsabile del disastro. Un progetto teocratico come il suo evoca necessariamente la guerra civile tra le confessioni mussulmane, separate da interpretazioni diverse della legge religiosa, wahabita saudita, sunniti tradizionali, sciiti. Gli appelli allo sterminio proferiti in particolare dai wahabiti (armati dai petrodollari) sono responsabili del tragico empasse nella quale si trova la resistenza irachena. La storia insegna, qui come altrove, che la laicità è il solo mezzo per evitare le guerre di religione.<br />
Chi sarà in grado di superare questi gravi handicaps? I comunisti dovrebbero essere i più preparati a farlo. Già ora i militanti operanti nel territorio si dissociano dai loro “leaders”, pressoché sconosciuti, che, non sapendo più con che piede danzare, tentano di ricostruirsi una legittimità che giustifichi il loro sostegno al governo collaborazionista ma anche sostenendo le azioni di resistenza armata ! Anche molte altre forze politiche potrebbero, nelle attuali circostanze, prendere iniziative decisive per la costituzione di questo fronte.</p>
<p>Malgrado le sue “debolezze” la resistenza irachena ha comunque già fatto fallire, almeno sul piano politico (non su quello militare) il progetto di Washington. E’ esattamente questo che inquieta gli atlantisti dell’Unione Europea. Gli alleati subalterni degli Stati Uniti temono oggi che una sconfitta americana rafforzerebbe la capacità dei popoli del Sud di costringere le multinazionali della triade imperialista a rispettare gli interessi delle nazioni e dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina.<br />
Alcune frazioni della sinistra irachena hanno avanzato proposte che consentirebbero di uscire dallo stallo e di aiutare gli Stati Uniti a ritirarsi dal vespaio : costituzione di una autorità amministrativa di transizione formata col consenso del Consiglio di Sicurezza ; lo stop simultaneo delle azioni di resistenza e degli interventi militari e polizieschi degli eserciti di occupazione ; la partenza di tutte le autorità militari e civili straniere entro un periodo di sei mesi. I dettagli di questo piano sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista araba Al Mustaqbal Al Arabi di Beirut nel gennaio 2006.<br />
Il silenzio assoluto che i media europei hanno opposto alla diffusione di questo piano di pace conferma la tenace solidarietà tra partners imperialisti. Le forze democratiche<br />
progressiste europee hanno il dovere di dissociarsi da questa politica della triade imperialista e di sostenere le proposte della resistenza irachena. Lasciare che il popolo iracheno affronti da solo il suo avversario non è un’opzione accettabile. Non farebbe che confermare la pericolosa idea che esso non può aspettarsi nulla dall’occidente e dai suoi popoli e incoraggerebbe nel contempo le pulsioni criminali praticate da certi movimenti di resistenza.<br />
Più presto le truppe di occupazione straniera lasceranno il paese e più forte sarà stato il sostegno delle forze democratiche del mondo al popolo iracheno, più grandi saranno le possibilità di un avvenire migliore per questo popolo martire. Più a lungo durerà l’occupazione, più oscure e nefaste le conseguenze della sua pur inevitabile conclusione.</p>
<p>L’aggressione contro il Libano</p>
<p>L’aggressione di Israele contro il popolo libanese, compiuta l’11 luglio 2006, è parte integrante del piano di Washington per la regione medio orientale. I preliminari di questo progetto erano stati preceduti da una risoluzione dell’Onu che intimava il ritiro dell’armata siriana dal Libano e il disarmo di Hezbollah dopo l’assassinio di Rafic el Hariri, sul quale non è stata fatta alcuna luce. Gli Stati Uniti e l’Europa ripetono che essi esigono l’applicazione integrale di quella risoluzione, ma si guardano bene dal ricordare che i mezzi per far applicare la risoluzione 242, che esigeva l’evacuazione della Palestina occupata dal 1967, non hanno mai avuto seguito! E scordano anche l’esigenza di restituire il Golan alla Siria ! Questa lunga serie di rimozioni sono piuttosto grossolane.<br />
Il progetto statunitense che mira a sottoporre l’intera regione sotto il controllo militare americano (declinato quale esportazione della democrazia !) ha fatto proprio un chiodo fisso del sionismo : la scomposizione della regione in micro Stati su basi etniche o religiose, l’esercizio da parte di Israele di una sorta di “protettorato” su questi Stati nell’ambito di una supervisione affidata, come sempre, agli Stati Uniti.</p>
<p>L’esecuzione in progress di questo ambizioso piano ha tuttavia subito un prima severa battuta d’arresto. Il popolo libanese ha inflitto una lezione di unità a sostegno dei suoi combattenti, deludendo così le attese di Tel Aviv, di Washington, degli europei. La resistenza libanese ha saputo dare, sebbene con mezzi rudimentali, del filo da torcere all’esercito nemico super armato e sostenuto dal ponte aereo stabilito dalla base americana di Diego Garcia (di cui è tristemente nota la sua utilità di sostegno ai progetti criminali di dominio mondiale di Washington). La resistenza popolare armata del sud del Libano ha dimostrato tutta la sua efficacia. Si spiegano dunque gli sforzi compiuti dagli Stati Uniti e dall’Europa miranti ad imporre il suo disarmo per consentire una facile vittoria alla prossima aggressione di Israele. E’ perciò necessario, oggi più che mai, difendere il diritto imprescindibile dei popoli di preparare la loro resistenza armata di fronte all’aggressione imperialista e quella dei suoi agenti regionali.<br />
Non si può accettare in alcun modo le accuse di terrorismo rivolte ad Hezbollah (e ad Hamas in Palestina). Si tratta semplicemente di resistenza all’aggressione straniera e al terrorismo di Stato con cui viene consumata. Il vero terrorismo è quello degli USA, della Nato e dello Stato di Israele. Non sono forse stati alcuni presidenti USA che hanno minacciato di “ricondurre con i loro bombardamenti massicci, questo o quel paese, all’età della pietra”? Non sono stati ancora gli USA ad inaugurare l’epoca delle “guerre preventive” e a minacciare di utilizzare per primi l’arma atomica ?<br />
Pur rifiutando di mischiare il tutto non possiamo sottoscrivere il progetto di società di Hezbollah poichè non è diverso da quello degli altri partiti dell’islam politico. Quello sciita è un modello di potere che prospetta lo stesso immaginario teocratico e trascina verso la guerra civile contro i mussulmani sunniti. Hezbollah si considera una struttura di organizzazione confessionale del potere e non accenna a un suo superamento. Il partito comunista, suo avversario, è il solo partito non confessionale e potenzialmente democratico del Libano. Nello specifico qualificare Hezbollah come avversario non è una forzatura. Sostenuto da Teheran, ha eliminato i comunisti che tenevano la linea del fronte contro Israele nel sud del Libano con mezzi autenticamente terroristi (anche con l’assassinio).</p>
<p>Il Sudan</p>
<p>In Sudan il partito comunista era riuscito a realizzare conquiste eccezionali nell’ambito della modernizzazione del paese : i sindacati operai (a partire dai ferrovieri), quantunque minoritari nella società, rappresentavano tuttavia una forza importante, non per sé stessa ma per il ruolo svolto in favore dell’intero popolo, per la difesa dei diritti sociali dei lavoratori e per l’impulso dato all’organizzazione delle classi popolari in difesa dei diritti democratici; i contadini delle regioni modernizzate dall’irrigazione e incorporate nel capitalismo in maniera più diretta ; l’organizzazione delle donne in lotta contro l’oppressione patriarcale ; i giovani scolarizzati e gli studenti ; gli ordini professionali organizzati in sindacato dal partito ; un buon numero di ufficiali dell’armata organizzati politicamente.</p>
<p>La forza del partito comunista nella società civile “moderna” (operai, contadini della Gezira, studenti, donne, professionisti, ufficiali) mostra come la dittatura del generale Abud (sostenuto dai britannici) è stata battuta non da un “colpo di stato militare”, ma da un movimento di massa gigantesco (che gli ufficiali si erano rifiutati di reprimere). Momenti alti e bassi della lunga lotta che è seguita, caratterizzata dalla mobilitazione ostile dei partiti tradizionalisti e oscurantisti sottomessi al potere coloniale (Ansar e Ashiqqa), sostenuti dai Fratelli Mussulmani, dai diplomatici dell’Egitto nasseriano e dalla Libia di Gheddafi. Il blocco reazionario composto dagli oscurantisti e dai “nazionalisti” (considerati antimperialisti senza le necessarie sfumature) è stato sostenuto dalla politica occidentale contro la forza più democratica del paese ! Le vittorie di questo blocco reazionario sono sempre state fragili e limitate per merito di un partito comunista riuscito ogni volta a rimontare e a bloccarne i tentativi. Il partito comunista non ha affatto tentato un colpo di Stato militare come è stato detto. Il generale Nimery aveva lui stesso ordito un golpe militare sostenuto dall’alleanza reazionaria, dai diplomatici egiziani e libici, dai Fratelli Mussulmani, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Il complotto è fallito perché la maggioranza degli ufficiali dell’armata (comunisti e nazionalisti) si è opposto e, senza troppe difficoltà, hanno isolato e messo agli arresti Nimery. Dopo questo successo si profilava il ritorno di un potere civile democratico in cui emergeva un partito comunista rafforzato. Ma un terzo colpo di Stato reazionario (questa volta con l’intervento diretto delle potenze straniere e di Geddafi) ha annullato la prospettiva democratica.<br />
La controrivoluzione di Nimery ha aperto la via a un regime che ha messo in coppia la dittatura dei militari con quella degli islamici. Malgrado la brutalità di questa forma di potere i settori “moderni” della società hanno opposto un fronte di resistenza (ormai più passivo che attivo), totalmente ignorato dai cosiddetti “amici della democrazia” dell’Occidente.</p>
<p>L’interminabile guerra del Sud, la spaccatura del paese (province dell’Est contro il Darfur all’Ovest) sono il prezzo che il popolo sudanese sta pagando dopo la sconfitta delle avanzate rivoluzionarie. L’intervento “umanitario” delle potenze occidentali non le assolve dalla loro complicità con coloro che hanno assassinato la democrazia sudanese in nome dei loro interessi economici (petrolio e uranio in particolare).</p>
<p>Lo Yemen del Sud</p>
<p>Nello Yemen del Sud i britannici avevano rafforzato la loro presenza frazionando un sistema feudale sottomesso e suddividendo i poteri locali in una moltitudine di “mashiakhas” (piccoli sceiccati o pretesi tali), sultanati e emirati (ridotti a una borgata e tre villaggi), riservando all’amministrazione coloniale diretta il porto di Aden. Il partito comunista (unificatosi con il nome di Partito socialista) non ha avuto molte difficoltà a riunire tutte le componenti della società moderna (operai del porto, studenti, classe media urbana) sotto la bandiera : “abolizione delle strutture create dai britannici, unità, liberazione, socialismo”.<br />
Il Partito (ufficialmente “socialista”) si è costituito unificando cinque gruppi comunisti di origine diversa che hanno compreso la necessità di fondersi pur mantenendo una loro specifica identità. I britannici, che avevano deciso di concedere una falsa indipendenza alle loro colonie (Aden, gli Emirati della Costa dei Pirati), avevano elaborato un piano che garantiva il trasferimento “pacifico” del potere ai feudatari (emirati e simili) ai quali essi avevano rafforzato i poteri durante il periodo coloniale. Il piano di Londra ha funzionato senza intoppi sulla costa del Golfo e il risultato è stato la creazione degli Emirati Arabi Uniti. Il partito socialista dello Yemen non c’è stato al gioco e ha mobilitato tutti gli elementi dinamici della società attorno a una parola d’ordine: indipendenza reale, abolizione dei sistemi di oppressione politica spacciati per “tradizionali”, giustizia sociale. La radicalità di questa linea ha pagato : le forze mobilitate hanno prima occupato Aden, poi l’insieme dei capoluoghi del paese. Queste forze sono entrate in corto circuito con un concorrente sostenuto da Nasser e con il regime dello Yemen del Nord. Le avanzate realizzate in seguito sono state incontestabili, in particolare la liberazione delle donne, la regressione dell’oscurantismo, l’avvio ad una interpretazione moderna e democratica della religione e della laicità dello Stato. La popolarità acquisita da questa politica è stata incontestabile.</p>
<p>Il potere comunista si è paradossalmente suicidato nel 1991 accettando l’unità con lo Yemen del Nord. Come spiegare questa incredibile scelta? E’ certamente vero che lo Yemen è costituito da una sola nazione e che l’aspirazione del suo popolo è quella di eliminare la separazione della sua costa meridionale imposta dalla colonizzazione britannica. Ma il rapporto Nord/Sud nello Yemen non era certamente analogo a quello che opposto le due Germanie. Qui è accaduto esattamente l’inverso. La società arretrata e il potere politico del Nord, pur avendo cacciato l’iman dopo la “rivoluzione”, erano stati rimpiazzati da un populismo ispirato da confusi discorsi alla Gheddafi, (espressione di un potere, quello libico, che non ha concluso gran che in materia di realizzazioni progressiste) e dunque incapace di reggere il confronto con quello del Sud. La prova: all’indomani dell’unità il popolo del Sud si è ribellato considerandosi “tradito dai capi del suo partito”. E’ stata perciò necessaria la brutale repressione militare per imporre l’unità. Spiegazione parziale : certi dirigenti del partito (non tutti), delusi e scoraggiati dal crollo dell’URSS, hanno preferito aggregarsi al campo di coloro che alla fine sarebbero risultati i vincitori.<br />
Alcuni hanno temuto (non a torto) un possibile blocco economico selvaggio degli Occidentali e forse anche un intervento militare motivato da un pretesto qualsiasi.</p>
<p>Conclusioni</p>
<p>L’islam politico difende gli interessi delle classi privilegiate e perciò non può essere considerato un avversario autentico della mondializzazione capitalista-imperialista.<br />
Washington lo sa bene e perciò non teme alternative di potere esercitate dagli “islamici moderati”.<br />
Oggi i “conflitti politici” oppongono nella regione tre raggruppamenti di forze : quelle che si richiamano ad un passato nazionalista ma non sono altro, in realtà, che gli eredi degenerati e corrotti di burocrazie nazional-populiste che tentano di affermarsi agitando rivendicazioni “democratiche” compatibili con la gestione economica liberale. Nessun potere gestito da queste forze è accettabile da una sinistra attenta agli interessi delle classi popolari e a quelli della nazione. Attraverso queste tre tendenze emergono chiaramente gli interessi delle classi compradore affiliate in loco al sistema imperialista. La diplomazia degli Stati Uniti ha mantenuto sotto stretta osservazione tutte e tre le tendenze intervenendo nei loro conflitti interni per trarne il massimo dei benefici possibili. Non sempre ciò è stato possibile. Hezbollah e Hamas, come tutti i patrioti libanesi e palestinesi, dovendosi scontrare frontalmente con la colonizzazione sionista, sono diventati per ritorsione i nemici di Washington. Lo stesso dicasi per i talebani, fino a ieri strumento della strategia degli Stati Uniti, poi diventati un ostacolo quando l’occupazione permanente dell’Afghanistan è diventata una priorità del progetto USA di dominazione dell’Asia centrale e dell’accerchiamento militare di Cina e Russia. Quanto ai terroristi di Al Qaida, il cui leader Bin Laden è stato, e forse lo è ancora, un agente della CIA, i loro interventi sembrano studiati apposta per dare una patente di legittimità al progetto militare di Washington.</p>
<p>Una strategia alternativa di democratizzazione delle società della regione, è indissociabile dal progresso sociale e dal rispetto della sovranità delle nazioni ed esige la sconfitta del progetto americano di controllo militare della regione e del mondo e del progetto teocratico reazionario dell’islam politico. Questi due progetti si alimentano reciprocamente l’un l’altro e sono nei fatti oggettivamente solidali. Tentare di “inserirsi” nei conflitti che oppongono i “regimi” e l’islam politico con delle alleanze con questi o con quelli (preferendo i regimi al potere per evitare l’oscurantismo dell’islam politico o, viceversa, cercare di allearsi con quest’ultimo per sbarazzarsi dei “regimi”) sono operazioni azzardate destinate all’insuccesso. La sinistra deve affermarsi impegnandosi nelle lotte laddove si manifestano le contraddizioni e i conflitti : la difesa degli interessi sociali, delle classi popolari e della sovranità nazionale deve essere concepita come indissociabile dalla democratizzazione della società. Tutti i democratici del mondo devono sostenere le opportunità di queste forze, condannando in primo luogo tutti gli interventi degli Stati Uniti, della Nato, di Israele e quelle dei loro alleati locali nella regione.</p>
<p>La regione del Grande Medio Oriente è oggi centrale nel conflitto che oppone la leadership imperialista e i popoli del mondo intero. Sconfiggere il progetto dell’establishment americano è la precondizione per riprendere ad avanzare in qualsiasi regione del mondo quale che sia la possibilità di imporsi. Viceversa ogni conquista diverrà estremamente vulnerabile. Ciò non significa sottovalutare le lotte condotte in altre regioni del mondo, in Europa, in America latina, in Nepal e altrove. Significa soltanto che esse devono collocarsi entro una prospettiva globale che contribuisca a sconfiggere Washington nella regione che essa ha scelto per infliggere al progresso un colpo criminale.</p>
<p>Note:<br />
(1) In un articolo pubblicato dalla rivista La Pensèe, n° 351, 2007, ho proposto un’analisi della sfida sul tema della modernità riguardante le società mussulmane (³/¶islam politico contemporaneo, una teocrazia senza progetto sociale´) i cui argomenti sono trattati nella mia opera Modernizzazione, religione, democrazia (Paragon, 2008). In un secondo articolo pubblicato dalla Monthly Review newyorkese (“Political Islam in the service of imperialism”, dicembre 2007) ponevo l’accento sulla complicità politica che di fatto associa l’islam politico e il progetto di Washington mirante al controllo militare della regione. Questo articolo riprende e aggiorna quello della Monthly Review.<br />
(2) Rinvio il lettore al mio articolo de La Pensèe.<br />
(3) Nel mio articolo su La Pensèe insisto sulla questione della laicità, elemento non aggirabile della modernità e della democrazia. Propongo una spiegazione delle ragioni con le quali la Nahda (Rinascita) araba del 20° secolo è inciampata su questa questione sostenendo che essa non costituisce la prima tappa della modernizzazione delle regioni prese in esame ma il suo aborto.<br />
(4) Samir Amin, /¶eveil du Sud, Le temps des cerises, 2008. In questo saggio propongo un’analisi delle avanzate compiute nel periodo di Bandung (1955 – 1980) in Asia e in Africa, le ragioni della loro erosione, poi del fallimento, sotto i colpi dell’imperialismo passato all’offensiva.<br />
(5) Esiste una buona documentazione sulla storia dei Partiti comunisti arabi (in lingua araba ovviamente).</p>
<p><em><a href="https://drive.google.com/file/d/18TKee48K0INU4eClz4I57EHuc5YwhtjU/view?usp=sharing" target="_blank">Documento Microsoft Word</a></em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=949</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il sogno di una cosa. Karl Marx duecento anni dopo</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=922</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=922#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 22 May 2020 10:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Carmela Covato]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>
		<category><![CDATA[Donatello Santarone]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Puglielli]]></category>
		<category><![CDATA[Gennaro Lopez]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Nebbia]]></category>
		<category><![CDATA[Lelio La Porta]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Prospero]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ciofi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Petrucciani]]></category>
		<category><![CDATA[Vladimiro Giacché]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=922</guid>
		<description><![CDATA[Sono stati pubblicati gli atti di un importante convegno su Marx svoltosi a Roma nell&#8217;ottobre del 2018 e svoltosi presso il Dipartimento di Scienze della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono stati pubblicati gli atti di un importante convegno su Marx svoltosi a Roma nell&#8217;ottobre del 2018 e svoltosi presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell&#8217;Università di Roma Tre. Segue la copertina e una breve presentazione del volume.</em></p>
<p>I contributi raccolti in questo volume sono il frutto di una giornata di studio &#8211; rivolta prevalentemente a studenti e docenti della scuola e dell’università &#8211; che si è svolta il 18 ottobre 2018 presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Roma Tre. In essa si è discusso della multiforme ricerca marxiana sulla natura del capitale e sulla sua capacità di condizionare tutti gli aspetti della vita umana.</p>
<p><em><strong>Scritti di: Paolo Ciofi, Carmela Covato, Vladimiro Giacché, Dino Greco, Lelio La Porta, Gennaro Lopez, Giorgio Nebbia, Stefano Petrucciani, Michele Prospero, Edoardo Puglielli, Donatello Santarone.</strong></em></p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/sognocosa22.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-923" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/05/sognocosa22-725x1024.jpg" alt="sognocosa22" width="725" height="1024" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=922</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sei anni fa moriva Carla Ravaioli</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=905</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=905#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 16:14:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Carla Ravaioli]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Greco]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=905</guid>
		<description><![CDATA[Sei anni fa moriva Carla Ravaioli, colpevolemente dimenticata da quanti in lei avrebbero dovuto riconoscere l’interprete più lucida e lungimirante di un femminismo capace di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/ravaioli.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-906" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/ravaioli-150x150.jpg" alt="ravaioli" width="150" height="150" /></a>Sei anni fa moriva Carla Ravaioli, colpevolemente dimenticata da quanti in lei avrebbero dovuto riconoscere l’interprete più lucida e lungimirante di un femminismo capace di parlare all’universo dei generi e di un ambientalismo capace di ridisegnare un paradigma strategico indispensabile per il rilancio di un socialismo del terzo millennio.<br />
Quando Carla morì, il 16 gennaio del 2014, Liberazione, nella sua versione on-line, pubblicò la prefazione che Ravaioli scrisse al suo straordinario “La donna contro se stessa”, pubblicato nel lontano 1969.<br />
Riproduciamo integralmente quel testo e la breve premessa che lo presentava.</p>
<p>“La donna contro se stessa”</p>
<p>di Carla Ravaioli &#8211;</p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito un testo Di Carla Ravaioli ormai pressoché introvabile nelle librerie, eppure così storicamente importante per lo sviluppo di un pensiero e di una pratica sociale e politica del movimento femminista. Si tratta della prefazione dell’autrice – integralmente riprodotta – alla seconda edizione de “La donna contro se stessa”, ripubblicato nel 1977, ben nove anni dopo la prima edizione. Un messaggio che non sente il peso dei decenni trascorsi e che non finisce mai di dire – anche e forse soprattutto nel mondo odierno – quel che aveva da dire. Pochissimi giorni fa, Carla ci ha fatto dono di questo suo libro, con le sottolineature vergate di sua mano. Non è certo questo il solo suo lavoro di valore, ma è senz’altro quello con cui ha più profondamente scavato in se stessa, in controluce quasi un’autobiografia e un testamento culturale e politico.</em><br />
<strong><em>(Dino Greco)</em></strong></p>
<p>Rileggere, per la prima volta dall’inizio alla fine, questo libro significa per me rituffarmi in un passato che mi sembra lontanissimo, e che per certi versi lo è davvero. Sono trascorsi nove anni esatti da quando, nel giugno 1968, lo consegnai all’editore (la data della prima edizione è di sei mesi dopo, gennaio 1969) e nove anni non sono pochi nella vita di una persona, né lo sono nella vicenda di una società come la nostra, così carica di spinte al mutamento e di mutamenti già in atto; ma sono moltissimi se questa società la si legge entro l’ottica specifica del problema femminile, e se questo problema è stato ed è motivo dominante nell’esistenza di una persona, come lo è stato per me.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=1VWxykHS1bQOnPzYwsEg8fSMM2UQUzOh0" target="_blank">Leggi tutto</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=905</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>A trent&#8217;anni dall&#8217;89</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=902</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=902#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2020 14:45:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Raul Mordenti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=902</guid>
		<description><![CDATA[di Raul Mordenti &#8211; (Intervento al Convegno Futura Umanità- Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, 7-2-20) &#8211; Concentrerò il mio intervento su un problema specifico, la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/berlino-min.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-903" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/berlino-min-150x150.jpg" alt="berlino-min" width="150" height="150" /></a>di Raul Mordenti &#8211;</p>
<p>(Intervento al Convegno Futura Umanità- Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, 7-2-20) &#8211;</p>
<p>Concentrerò il mio intervento su un problema specifico, la narrazione che è stata fatta dell’89 da parte del pensiero unico dominante, un aspetto più importante di quanto potrebbe sembrare, perché la narrazione significa uso politico, gestione dell’immaginario e del senso comune delle masse, e i nostri avversari sono stati capaci di usare la loro narrazione dell’89 contro il movimento operaio, non solo contro i comunisti.<br />
In questa loro operazione politica – occorre riconoscerlo – essi non hanno trovato ostacoli, e noi abbiamo perso una battaglia ideale importantissima senza neppure combatterla.<br />
Segnalo a questo proposito un fatto su cui credo che valga la pena riflettere: c’è una stranezza, anzi un unicum, nel rapporto degli ex-comunisti con il crollo del muro di Berlino, l’implosione dell’URSS e lo scioglimento del PCI.<br />
In cosa consiste questa stranezza, anzi questo unicum nella storia politica del Paese? Nel fatto che gli ex-comunisti (o la loro maggior parte), quelli che ne erano gli eredi diretti, sono stati in prima fila nel vituperare quelle esperienze e/o nell’affermare di non aver avuto mai nulla a che fare con esse.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=143nCyyvugksI28iIw-7c-kgN7zFgganS" target="_blank">Leggi tutto</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=902</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Socialismo, Costituzione: riappropriamoci delle parole</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=899</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=899#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2020 14:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ciofi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=899</guid>
		<description><![CDATA[di Paolo Ciofi &#8211; Universalità e diversità dei socialismi. La conquista storica della Costituzione italiana. «Quando l’economia è ridotta a un casinò vuol dire che [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/2018_costituzione-italiana.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-900" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2020/03/2018_costituzione-italiana-150x150.jpg" alt="2018_costituzione-italiana" width="150" height="150" /></a>di Paolo Ciofi &#8211;</p>
<p>Universalità e diversità dei socialismi. La conquista storica della Costituzione italiana.</p>
<p>«Quando l’economia è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene» sosteneva Keynes. Il capitalismo nelle cui mani siamo finiti &#8211; aggiungeva &#8211; «non è bello, non è giusto, non è virtuoso &#8211; e non fornisce alcun bene». Una profezia che si è avverata. Dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione capitalista ha generato un mondo instabile e pericoloso, percorso da disuguaglianze insostenibili, e da un’insostenibile condizione umana e climatico-ambientale. A rischio è l’esistenza stessa del pianeta, nel degrado della politica e della democrazia, pur in presenza di una rivoluzione scientifica e tecnica che consentirebbe con il lavoro digitale di salvaguardare la natura, conquistando condizioni di vita più elevate per tutte e tutti.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=1iDaJwLUJX54WOuy26MFG4HJkLrpOXKxF" target="_blank">Leggi tutto</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=899</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#039;&#8221;invenzione&#8221; della classe operaia: Marx e il &#8220;partito come classe&#8221;</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=891</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=891#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 02 Dec 2019 16:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=891</guid>
		<description><![CDATA[Un saggio dello storico Paolo Favilli tratto dal libro Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva (2001). &#8220;Finito il concetto di una vita, di un [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/12/wc02.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-892" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/12/wc02-150x150.jpg" alt="wc02" width="150" height="150" /></a>Un saggio dello storico Paolo Favilli tratto dal libro Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva (2001).</p>
<p>&#8220;Finito il concetto di una vita, di un sapere tecnico, di un lavoro. Il lavoratore del futuro dovrà essere pronto a un riciclaggio continuo, se non vuole finire accantonato in un mercato del lavoro in perenne riconversione, dove sicuri e tranquilli probabilmente saranno solo i conferenzieri occupati a vendere la necessità di non essere né sicuri né tranquilli” (M. Vázquez Montalbán, 1994)</p>
<p>Vorrei iniziare riflettendo su alcune affermazioni di un grande scrittore italiano: Italo Calvino.<br />
Calvino, agli inizi degli anni sessanta, affrontava, con la consueta &#8220;leggerezza metodologica&#8221;, il problema della &#8220;centralità operaia” nel discorso culturale contemporaneo in uno di quei suoi articoli costruiti in attento e calibrato equilibro tra specifico letterario e teoria della società, ed affermava: “Da più di un secolo a questa parte, il termine “operaio” da denominazione d’una condizione sociale o professionale è diventato elemento esplicito o implicito di ogni discorso culturale. (…) l’operaio è entrato nella storia delle idee come personificazione dell’antitesi&#8221;.</p>
<p>&#8211; <a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2bGhsUFd5VnNoc0kyWERMMXpRRmhtSnNKOW9n" target="_blank">leggi tutto</a> -</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=891</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Value in platform capitalism: where is the (surplus) value created and where is it going?</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=880</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=880#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 15:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Fumagalli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=880</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Fumagalli &#8211; Why are platforms so important? They are paradigms of a new model of organization (accumulation) and valorization, which incorporate the main [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/fumagalli5.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-881" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/fumagalli5-150x150.png" alt="fumagalli5" width="150" height="150" /></a>di Andrea Fumagalli &#8211;</p>
<p>Why are platforms so important?</p>
<p>They are paradigms of a new model of organization (accumulation) and valorization, which incorporate the main characteristics of bio-cognitive capitalism.</p>
<p>Even the labour performance changes and takes on new peculiarities, although we are often accustomed to connect to the platforms mainly manual labour (riders, Amazon, logistics in general).</p>
<p>But, this view is too partial.</p>
<p>In platform capitalism all forms of work (from semi-slavery to consulting) are present together, and each of these forms is synergic with the others.</p>
<p>According to Srnicek (2017), platforms embody four characteristics.</p>
<p>&#8211; <a href="http://https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2RnAyRk5sajAwbVZWS19ZcVZydHRoaTE5VHk4" target="_blank"><strong>Leggi tutto</strong></a> -</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=880</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Per una teoria del valore-rete: big data e processi di sussunzione?</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=877</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=877#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 14:23:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Fumagalli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=877</guid>
		<description><![CDATA[di Andrea Fumagalli &#8211; Saggio tratto da: D. Gambetta (a cura di), Datacrazia, Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data, DEditore, Ladispoli [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/bigdata.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-878" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/11/bigdata-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di Andrea Fumagalli &#8211;</p>
<p>Saggio tratto da: D. Gambetta (a cura di), Datacrazia, Politica, cultura algoritmica e conflitti al tempo dei big data, DEditore, Ladispoli (Roma, 2019, pp. 46-69</p>
<p>1. Introduzione</p>
<p>Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una notevole accelerazione tecnologica. Diversi settori sono stati contaminati. E si tratta di settori che hanno sempre più a che fare con la gestione (governance) della vita umana. La lettura del genoma umano, a partire dal 2003, ha aperto spazi enormi nella possibilità di manipolazione della vita individuale e della sua procreazione. Gli effetti sulla medicina, a partire dall’utilizzo delle cellule staminali, sono stati assai importanti. Così come la tavola periodica degli elementi naturali di Mendeleev del 1869 ha aperto la strada alla creazione di materiali artificiali che hanno profondamente inciso sulle innovazioni di processo e di prodotto del periodo fordista, oggi la decrittazione del genoma umano apre alla possibilità di creare artificialmente tessuto umano e combinarlo con elementi macchinici, altrettanto artificiali. Siamo così di fronte alla nascita di una nuova tecnologia biopolitica, ovvero di una “bio-tecnica”&#8230;</p>
<p>&#8211; <a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2ekNBVElUOFo0OHJYOGlTcVlUMjNrb3haQkI0" target="_blank"><strong>Leggi tutto</strong></a> -</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=877</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Enzo Traverso. Le metamorfosi delle destre radicali nel XXI secolo</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=858</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=858#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 17:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Traverso]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=858</guid>
		<description><![CDATA[Il testo &#8211; Che cosa vuol dire fascismo all’inizio del XXI secolo? Quando usiamo, oggi, questa parola la riempiamo degli stessi contenuti con cui si [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/traverso_destre.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-860" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/traverso_destre-150x150.png" alt="traverso_destre" width="150" height="150" /></a>Il testo &#8211; Che cosa vuol dire fascismo all’inizio del XXI secolo? Quando usiamo, oggi, questa parola la riempiamo degli stessi contenuti con cui si connotava tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento? Enzo Traverso misura la natura e i molti volti – e con essi le parole e gli immaginari – che alimentano il linguaggio delle destre, soprattutto guardando alla Francia.<br />
La Francia, per Traverso, è lo scenario (soprattutto nelle emozioni) in cui misurare il senso della crisi di questo nostro tempo. Uno scenario in cui la parola fascismo è molto abusata perché diventa uno strumento che le destre rovesciano sulle sinistre; un concetto che le destre e molti a sinistra propongono per leggere le pulsioni e i movimenti dei diversi mondi della propria immigrazione, soprattutto quella proveniente dai Paesi arabi; ma anche una parola, osserva Traverso, che potrebbe prendere la forma di un programma politico fondato sulla espulsione dei non integrati.<br />
Oltre la semplice condanna e oltre l’uso indiscriminato di tale concetto, è bene capire e distinguere le realtà circoscritte e ogni volta diverse che il fascismo, nella sua dimensione trans-storica e trans-nazionale, porta con sé.</p>
<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/09/traverso_destreradicali.pdf">Enzo Traverso. Le metamorfosi delle destre radicali nel XXI secolo</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=858</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sergio Garavini: la svolta di Chianciano</title>
		<link>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=842</link>
		<comments>http://www.rifondazione.it/formazione/?p=842#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Aug 2019 14:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[amministratore]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Materiali]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Agostini]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Garavini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.rifondazione.it/formazione/?p=842</guid>
		<description><![CDATA[di Luigi Agostini &#8211; Non hai otra vertud que ser valiente. Borges Sergio Garavini è stato tra i più grandi dirigenti comunisti della Cgil del [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/08/sergio_garavini.png"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-843" src="http://www.rifondazione.it/formazione/wp-content/uploads/2019/08/sergio_garavini-150x150.png" alt="sergio_garavini" width="150" height="150" /></a>di Luigi Agostini &#8211;</p>
<p><em>Non hai otra vertud que ser valiente. Borges</em></p>
<p>Sergio Garavini è stato tra i più grandi dirigenti comunisti della Cgil del dopoguerra. Se non il più grande, almeno per me.<br />
La EDIESSE meritoriamente ha già dedicato, alla formazione politico-sindacale e al contesto particolarmente torinese di Garavini, &#8211; a cura di due brillanti e informatissimi autori A. Ballone e F. Loreto, &#8211; un’opera ammirevole per profondità e documentazione.<br />
Una biografia seppur parziale per l’arco temporale che copre, ma essenziale per la comprensione dell’uomo e del dirigente, sfrondata di ogni retorica, come d’altra parte era la persona ed il dirigente Garavini, aliena da qualsiasi forma di narcisismo: malattia senile del comunismo.<br />
Le parole servono per convincere, per persuadere, non per manipolare e tanto meno per corrompere;<br />
Uno stile retorico il suo volutamente privo di ogni artificio, di ogni “ornamento” che potesse apparire anche lontanamente una forma di captazio benevolentiae, che non fosse la persuasione: lo stile “attico” che si addice ad un uomo e ad una forza di combattimento.<br />
Centralità del Sindacato, Insufficienza “politica “del Sindacato, secondo me, rappresenta la forma più perfetta per tradurre il modo di pensare di Garavini, il carattere distintivo della sua figura nel panorama della Cgil e del Sindacato Italiano: da cui la lotta sempre sui due fronti, il fronte del sindacato concepito come cinghia di trasmissione del Partito, ed il fronte del Pansindacalismo, del sindacato/partito, tentazione sempre ricorrente anche se in forme mutevoli nella storia del Sindacalismo.<br />
Dialettica ma senza sudditanze tra Partito e Sindacato: ma a partire dalla questione delle questioni, lo sfruttamento e l’alienazione capitalistica del lavoro<br />
Le idee di fondo che guideranno tutta la sua vita: la fabbrica come luogo privilegiato dello sfruttamento e della alienazione del lavoro, il ruolo dei lavoratori, la lotta e la contrattazione articolata, “il salario come anello a cui aggrapparsi per mettere in moto la catena dell’offensiva del lavoro contro il grande padronato”, la centralità del sindacato e appunto la sua “insufficienza politica”, il ruolo del Partito, la democrazia operaia e le forme di partecipazione, sono figlie di questa esperienza concreta, di questo continuo e duro apprendimento sul campo.<br />
Al di là delle classifiche, sempre molto personali, quello che vorrei trattare in questo ritratto-omaggio ad un mio venerato Maestro, riguarda un momento specifico del suo pensiero: la valutazione di Garavini sulla svolta di Chianciano della CGIL.<br />
Riproporre oggi i termini di tale confronto non è una esercitazione da culto della memoria per due buone ragioni:<br />
La Cgil di oggi è in gran parte figlia della cosiddetta svolta di Chianciano: la sua cultura, con il peso preponderante che ha acquistato la dimensione giuridica e istituzionale; la sua struttura organizzativa, con il peso preponderante che hanno conquistato i cosiddetti servizi alla persona; in definitiva il suo concetto di se, la sua retorica, persino il suo slogan di riferimento &#8211; Sindacato dei diritti &#8211; sono più o meno consapevolmente, il prodotto di quella elaborazione, o comunque il prodotto che quella elaborazione ha facilitato e indotto nella sua progressiva affermazione.<br />
La prima critica che Garavini fa all’impianto proposto a Chianciano si può sintetizzare in una sequenza concettuale: in un tempo non lontano &#8211; sostiene Garavini &#8211; lo spostamento dell’accento sui diritti individuali avrebbe offuscato la dimensione collettiva, politica, dell’azione del sindacato, (prendersi cura di se termina facilmente con il prendersi cura di se, come direbbe il filosofo), avrebbe spinto verso una sempre più piena istituzionalizzazione del sindacato stesso, un sindacato in cui i servizi alla persona, sarebbero venuti a svolgere una funzione sempre più preminente, alimentando una burocrazia elefantiaca;<br />
Un sindacato la cui cultura &#8211; da strategico-politica, sarebbe diventata sempre più giuridico-istituzionale;<br />
Un sindacato sempre più distante dal momento produttivo, dai luoghi di lavoro, e una democrazia sindacale in cui il tema dominante diventa il mandato di rappresentanza e non l’organizzazione delle forze di contrasto.<br />
Una seconda critica, sul piano della Organizzazione: tale impianto avrebbe assecondato una metamorfosi destinata a produrre un cambiamento della stessa struttura organizzativa, e dei suoi quadri, sinteticamente del rapporto anche quantitativo tra servizi e apparato politico, e a trasformare la CGIL da una élite di combattimento ad una enorme fureria.<br />
Una burocrazia elefantiaca nei suoi numeri, istituzionale nella sua concezione: fino a concepire perfino la contrattazione come un diritto “esigibile”, con i suoi contenuti, i suoi tempi e addirittura il seguito di relative penalità.<br />
Infine una critica di fondo. Una forma sindacato, un Sindacato di Programma, tende a configurarsi come un ibrido Sindacato/Partito, una inedita forma di Pansindacalismo, in cui tende ad esaurirsi fino a scomparire la dialettica tra sociale e politico; in cui tende ad annegare il concetto fondante della intera impostazione di Garavini, il concetto della centralità del Sindacato ma anche della sua “insufficienza” politica; in cui, definitiva si realizza il distacco del Sindacato dalla Politica ,la autoalimentazione di una ideologia della autosufficienza, che porta a legittimare ogni forma di corporativizzazione del sociale.<br />
La seconda, di metodo, riguarda il senso della storia che ogni grande Organizzazione deve sempre applicare anche a sé stessa, ai dilemmi che nella sua vita è stata chiamata ad affrontare, alle scelte fatte e ai suoi approdi: un andirivieni critico e continuo tra presente e passato, unica vera garanzia per avere un futuro.<br />
Per di più, a distanza ormai di due decenni è inoltre possibile una valutazione di bilancio delle scelte fatte, una specie di punto-nave nella peregrinazione della storia e della politica che ogni organizzazione è chiamata a vivere.<br />
Va subito detto che tale confronto, inteso come confronto politico organizzato tra due tesi politiche, non ci fu. Fu piuttosto un confronto personale tra Trentin e Garavini alla presenza di pochissimi. Quorum Ego.<br />
La Cgil in gran parte era interessata ad altro: veniva da una lunga crisi del suo gruppo dirigente ed era soprattutto interessata ad una soluzione quasi a qualsiasi costo. E la soluzione era Trentin.<br />
A tutt’oggi i due documenti di rilievo sono rappresentati dalla Relazione stessa di Trentin e dal saggio che Garavini dedica alla Conferenza di Chianciano.<br />
Rileggendo oggi il saggio di Garavini, ciò che colpisce è la capacità di previsione, circa l’esito che, nel tempo, tali scelte avrebbero prima innescato e poi prodotto. Tali aspetti sono sfuggiti ai più.<br />
Forse perché la svolta è data non soltanto da ciò che è stato detto, ma anche da ciò che è stato taciuto o sottovalutato.<br />
Dal saggio di Garavini è possibile estrarre tre ordini di argomenti: teorico-culturali, politici, organizzativi.<br />
Sistemando per prima cosa la questione più rilevante: la questione culturale, la questione dei diritti individuali, proposti come la nuova pietra angolare della forma-sindacato.<br />
I diritti della persona, la loro rivendicazione, attraversa la storia, dalla antichità ad oggi; sono i valori primigeni. Quello che colpisce, dice Garavini, è la loro decontestualizzazione storico-politica, la loro presentazione in termini dichiaratorii: diritti senza che siano analizzate le condizioni sociali e politiche necessarie alla loro realizzazione.<br />
La lenta marcia dei diritti sembra configurabile come un ritardo della storia, da colmare con una azione illuministica, piuttosto che il prodotto di forze che contrastano tale marcia, con ogni mezzo.<br />
“Il Sindacato emerge più come un agente per superare un generale ritardo storico nella società, nella quale vi è una parte che deve ancora sottostare a rapporti che opprimono le sue libertà che come un soggetto di uno scontro, come un polo di una contraddizione sociale e politica, da cui dipenda la soggezione di coloro che il sindacato intende organizzare e rappresentare.”<br />
Conclude su questa parte Garavini: il discorso sui diritti individuali salta l’analisi dell forze, salta la questione dell’economia, cioè dei rapporti di Produzione: la fatica storica del movimento operaio di porre in relazione la soggezione del lavoro con i rapporti economici e sociali dati del sistema, viene confinata al tema della umanizzazione del lavoro, che troverà nella istituzione di pura marca trentiniana dell’Alta Scuola di formazione, il suo luogo privilegiato di ideazione e di codeterminazione. Di inveramento del suo discorso.<br />
L’accento insistito e dichiaratorio sui diritti individuali cosi decontestualizzati, alla fine si configura quasi come un tentativo di ricostruire, fuori dalle motivazioni in primo luogo economiche, le ragioni di fondo del Sindacato.<br />
Discorso che può a sua volta prestarsi ad una doppia declinazione: una declinazione massimalista versus le tante condizioni di oppressione concreta, che però possono alimentare alla fine dei conti una casistica infinita di ribellioni individuali, intessuta di illusioni/disillusioni; ed una declinazione general-generica sui diritti universali della persona, di un sindacato “generale”, che in quanto tale non contempla oppositori.<br />
Una azione di” civilizzazione” dell’attuale modo di produzione.<br />
Questa doppia declinazione però in entrambi i versanti, salta il problema storico posto al movimento dei lavoratori: il rapporto cioè fra “l’affermazione delle esigenze ed i diritti che si vogliono affermare e l’analisi delle forze e degli interessi in campo, da organizzare e da contrastare” (corsivo mio).<br />
Per ultimo il tema più nevralgico: quello della democrazia sindacale<br />
Nella crisi del sindacato degli anni 50 e nella ripresa degli anni 60, le posizioni più avanzate hanno mirato a identificare il sindacato nei lavoratori, in forme di democrazia diretta e senza preventive mediazioni, superando in questo modo anche divisioni ideologiche e politiche.<br />
Il carattere ed il programma di quel sindacato stavano in quelle forme di democrazia diretta e di rappresentanza.<br />
Nella svolta di Chianciano il discorso viene rovesciato.<br />
Un sindacato generale, non può reinventare il suo progetto, la sua strategia, ad ogni occasione di verifica della sua iniziativa contrattuale, dice Trentin.<br />
Replica Garavini: così facendo, il sindacato si propone come il referente dei lavoratori ma non come il soggetto che assume i lavoratori come la base della sua identità e del suo programma.<br />
A Sparta, una volta che le decisioni erano assunte dai capi, venivano messe ai voti;<br />
Ad Atene, il confronto democratico avveniva su come giungere alle decisioni. Sui principi in base ai quali scegliere concretamente.<br />
La svolta di Chianciano sceglie Sparta.<br />
Non è una scelta dura per una fase di combattimento. È il prevalere della logica della preventiva mediazione istituzionale e del primato delle organizzazioni, dei loro gruppi dirigenti. Ma è anche la logica della cooptazione degli stessi gruppi dirigenti. Molto spesso della loro burocratizzazione.<br />
Il rapporto democratico fra sindacato e lavoratori si ferma sulla soglia della definizione del Programma, della identità del sindacato, della formazione dei gruppi dirigenti.<br />
L’Ibrido che nasce a Chianciano è sotto i nostri occhi. Il sindacato è parte della crisi del Paese.<br />
La sua crisi rende ancora fertile il pensiero di Sergio Garavini.</p>
<p><a href="https://drive.google.com/open?id=0B67WGnM899N2TVRUMWRTczZ5R2dEYk1WZ2ZlWUMxeXlpRTY0" target="_blank">Ricevi il .docx</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.rifondazione.it/formazione/?feed=rss2&#038;p=842</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
