La storia di Longo, un grande politico

La storia di Longo, un grande politico

di Aldo Tortorella -

La biografia di Luigi Longo scritta da Höbel sfata l’immagine riduttiva di un uomo a lungo considerato soprattutto un comandante partigiano, restituendo il ritratto di un capo politico colto e lungimirante, uno dei protagonisti della peculiarità del Pci. Il lungo rapporto di collaborazione con Togliatti.

In una encomiabile ricerca che dura ormai da molti anni Alexander Höbel sta ricostruendo con scrupolo rigoroso di storico e partecipazione umana (senza di cui un autentico biografo è, credo, impensabile) la vita e l’opera, poco o male conosciute dai più, di un prota­gonista tra i maggiori della storia dell’antifascismo, della Repubblica italiana e del Pci. Ispettore genera­le delle brigate internazionali accorse a difendere la repubblica spagnola dall’aggressione dei fascisti di Francisco Franco, capo delle brigate Garibaldi e vice­comandante dell’esercito partigiano nella Resistenza italiana, più volte incarcerato e confinato in Italia e in Francia, parlamentare dalla Costituente in poi, vi­cesegretario e poi segretario del Pci che aveva contri­buito a fondare, Longo ha percorso in prima fila tut­ta la vicenda politica italiana e del movimento ope­raio e comunista internazionale dagli anni Venti del Novecento fino alla morte nel 1980, a ottanta anni esatti, figlio del secolo e interprete tra i più lucidi del “secolo breve”. Di questa vita e di questa opera Höbel ci ha già dato una anticipazione con un denso volume sul corso politico seguito dal Pci per opera di Longo durante la sua segreteria (1964­1972). Ora con Luigi Longo, una vita partigiana (1900­1945) (prefazione di Aldo Agosti, Roma, Carocci, 2013, pp. 374), Höbel ci dà la prima parte della biografia del dirigente comu­nista: dalla nascita in una famiglia contadina del Monferrato sino alla vittoriosa conclusione della Re­sistenza.

Si tratta di un libro notevole innanzitutto per­ché l’accurata ricerca dell’autore sfata una serie di false opinioni su Longo, spesso alimentate da lui stes­so. Longo aveva il vezzo, forse l’unico in un carattere naturalmente riservato e educato alla severità verso se stesso dalla famiglia e da tanti anni di clandesti­nità e di lotte con il partito e dentro il partito, di vo­ler apparire come uomo semplice e contadino, lonta­no da ogni complicazione intellettuale. In più la sua vita di comandante partigiano in Spagna e in Italia, diventata quasi mitica, contribuiva a creare attorno alla sua figura un aura guerresca (De Gasperi disse una volta in parlamento di temere le truppe del “ge­nerale Longo”), lontana dalla immagine del politico creatore di una idealità e di un orientamento anche perché culturalmente attrezzato, come era, per esem­pio, Togliatti. Ma erano, questo vezzo personale e que­st’aura militaresca, il contrario del vero. Longo, come si vede in questo libro, è stato uno dei principali crea­tori della unicità del Partito comunista italiano, un capo politico colto e lungimirante.

La famiglia di contadini piccolissimi proprieta­ri, poi diventati osti a Torino, da cui veniva Longo, vive la vita dei poveri e delle lotte operaie durante la prima guerra mondiale: è l’antefatto rapidamente il­lustrato in questo libro, un antefatto che pesa molto, perché è a contatto con la sofferenza dei più poveri che si risveglia nell’adolescente, scolaro modello, il primo sentimento di rivolta. Le sorelle sono avviate al lavoro, mentre per lui, che ha dimostrato forte at­titudine, i genitori si sacrificheranno perché prosegua gli studi. Di che tempra laconica fossero lui e sua ma­dre lo dice il reciproco saluto quando, a diciotto anni, parte per andare soldato. Lui: «Allora vado». La ma­dre: «Abbiti riguardo». Le madri spartane, al confron­to, erano prolisse.

La guerra gli viene risparmiata per poco (gli ultimi ad andare al fronte furono i ragazzi del 1899), ma la vita in caserma lo convince ancor più che c’è tutto «un sistema» da cui derivano «guerra, mi­seria, brutalità, ignoranza». Il giovane socialista, e poi dirigente della organizzazione giovanile del par­tito, che si avvicinerà a Gramsci e al gruppo dell’Or­dine Nuovo, è ormai un intellettuale, un universita­rio del famoso Politecnico di Torino (tra i professori c’è Luigi Einaudi) che per conto suo ha incominciato a leggere Marx e si presenta sulla scena pubblica del­la sinistra scrivendo per l’Avanti! articoli asperrimi non solo contro la frazione riformista ma contro i mas­simalisti “unitaristi” di Serrati. È uno studente rivo­luzionario che «parla difficile» – ricorda Teresa Noce
– ma «si fa capire dagli operai» – dice Mario Monta­gnana.

I primi anni nel Pci e i rapporti con Togliatti

Il ritratto che traccia Höbel fa capire bene la svolta di Longo: bordighiano e astensionista dapprima e poi come dirigente dei giovani comunisti – che costitui­vano l’ossatura del neonato Partito comunista d’Ita­lia – sarà protagonista determinante della afferma­zione della linea di Gramsci al congresso di Lione.
Questa svolta non è una illuminazione improvvisa: nel momento stesso in cui egli sosteneva una rigida e quasi militaresca disciplina di partito sia per convin­zione teorica sia per le necessità della lotta contro un fascismo prima sottovalutato e poi trionfante, si dif­ferenziava da Bordiga per una visione del partito non come gruppo chiuso ma come suscitatore di ampi mo­vimenti operai e popolari. Il suo assillo è allora, e ri­marrà sempre, il “lavoro tra le masse”. E la imposta­zione del suo punto di vista politico è quella della os­servazione la più attenta possibile della condizione reale degli stati d’animo dei lavoratori. Si pensa di so­lito che la parola d’ordine della penetrazione nelle or­ganizzazioni fasciste di massa sia tarda, ma vediamo qui che è proprio Longo, negli anni Venti e già diri­gente dei giovani comunisti al livello della Interna­zionale, a dire che se i fascisti fanno “divertire” gli operai nei “dopolavoro” da essi creati è anche lì che bisogna andarli a cercare.

Molte delle dispute interne al movimento comu­nista di allora diventano oggi comprensibili solo agli specialisti della materia, ma ciò che è rilevante, e que­sto libro lo mette ampiamente in luce, è la quantità e qualità delle analisi, e dunque degli scritti, con cui ciascuno sosteneva la polemica. Longo, che rimane “di sinistra” assieme alla organizzazione giovanile – e cioè sostenitore della lotta al fascismo in nome del passaggio al socialismo (il “governo operaio e conta­dino”) –, argomenta in nome della comprensibilità delle parole d’ordine rispetto al proletariato, Togliat­ti che pone l’accento su un obiettivo intermedio (la “assemblea repubblicana”) pone il tema, su cui tor­nerà sempre, della funzione essenziale del ceto medio in un paese sia pure solo relativamente sviluppato.

Il rapporto dialettico tra i due uomini che saran­no i capi del Pci per mezzo secolo non è però – come talora appare nella vulgata – quello tra un “destro” (Togliatti) e un “sinistro” (Longo). I due si stimano e si completano vicendevolmente. Togliatti, e tale sarà sempre, vede forse con più anticipo la complessità del­la costituzione materiale delle società capitalistiche, ma intende la necessità di non smarrire una critica di fondo al loro funzionamento; Longo, che sente come essenziale il bisogno di tenere in primo piano l’obiet­tivo di una trasformazione radicale, non è però sordo al bisogno degli obiettivi parziali e intermedi. Togliatti, quando si afferma la sua tesi, difenderà Longo e la sua collocazione, osteggiata dai compagni più a destra, nel­la segreteria del Partito e, viceversa, Longo rifiuterà di sostituirlo come segretario quando nel Comintern c’era chi avrebbe favorito il ricambio, dopo il VI Congresso dell’Internazionale, quello che proclamerà l’esigenza di una lotta a fondo contro i socialdemocratici.

Sarà poi la catastrofica vittoria del nazismo in Germania a rinsaldare un rapporto che non si era mai spezzato (e non si spezzerà neppure quando Secchia otterrà, all’inizio dei Cinquanta, un voto della dire­zione del Pci per rispedire Togliatti in Urss: non vo­tarono a favore solo Terracini e Longo, che pure era­no stati contrapposti al confino di Ventotene, quando proprio Longo aveva favorito l’espulsione di Terraci­ni dal partito, salvo poi sostenere Togliatti per la riammissione e la presidenza della Costituente). Anzi, Longo diverrà il protagonista della lotta inter­na ed esterna per i fronti popolari, e cioè l’alleanza tra comunisti e socialisti, divenuta la parola d’ordine del­l’Internazionale al suo VII Congresso, anche per me­rito di Dimitrov e di Togliatti. Anche se, pur propu­gnando l’intesa, mantiene, nota Höbel, accenti anti­riformistici «non privi di schematismi». È la esperien­za del successo del fronte popolare in Francia e, so­prattutto, della guerra civile in Spagna ad ammae­strare Longo sulla necessità di un politica largamen­te unitaria per battere il fascismo. Era stato tra gli artefici del patto di unità d’azione tra comunisti e so­cialisti, diviene ora uno degli attori principali dell’al­leanza antifascista tra comunisti, socialisti, repubbli­cani e azionisti, proprio quegli azionisti che aveva precedentemente criticato con asprezza come super­riformisti. E si farà, poi, banditore del “partito unico”, della fusione tra comunisti e socialisti anche, come scriverà, riesaminando elementi della concezione del partito, salvo il divieto del ritorno al frazionismo.

Quando viene il tempo della Resistenza in Ita­lia, sarà Longo a realizzare, nel nord del Paese, una unità totale delle forze politiche antifasciste che arri­va fino ai monarchici, difendendola in aperta discus­sione con i compagni come Scoccimarro, ma anche Amendola, che non avevano inteso subito l’esigenza di unità ampia che la guerra antifascista imponeva, una unità che doveva giungere anche alla collabora­zione col governo Badoglio ormai schierato, volente o no, con gli Alleati della coalizione anti­nazista. E Hö­bel ha ragione nel vedere in questa polemica del “cen­tro” settentrionale diretto da Longo con il “centro” ro­mano diretto da Scoccimarro una anticipazione della famosa “svolta di Salerno”, quella che promuoverà Togliatti, quando riuscirà a tornare in Italia: la svol­ta che rinviò la questione monarchica al dopoguerra, al fine di promuovere un governo di tutte le forze an­tifasciste, compreso Badoglio.

L’esperienza della Resistenza

Certo, come dice il titolo, questa prima parte della esi­stenza e della attività militante di Longo è quella di «una vita partigiana». Ma il titolo non dice tutto. Pro­prio la ampia documentazione fornita da Höbel chia­risce che nei primi venticinque anni di impegno poli­tico Longo si impone come principale dirigente dopo Togliatti, non solo per il suo coraggio, per la sua ca­pacità organizzativa, per una dedizione straordina­ria, per la sua astuzia (come nella interpretazione del proclama di Alexander che invitava i partigiani alla fine della lotta e che lui trasforma, invece, in un mero invito a una più prudente tattica invernale). Senza dubbio Longo è tutto questo ed è anche un uomo ca­pace di mai esibiti eroismi, capace di sopportare i ri­petuti arresti e anche i pestaggi e la tortura senza smarrire se stesso e la missione che si è data. Ma Gal­lo, questo era il suo nome di battaglia, ha conquista­to i suoi galloni di capo anche e soprattutto per la sua acuta intelligenza politica che univa, come qui si di­mostra, una lucida visione della realtà e delle possi­bilità effettuali alla fedeltà alla causa della giustizia sociale cui si era dedicato sin dalla prima giovinezza.

Longo, cioè, è altra cosa dal capo militare capa­ce di dirigere gli uomini in battaglia facendosi forte della disciplina, cui egli pure molto teneva e cui si sot­topose nelle defatiganti e talora deprimenti prove del­le dure lotte interne di partito di cui qualche volta parlava. È un dirigente che attraverso un ininterrot­to lavoro di confronto teorico e politico (il libro descri­ve molte delle infinite riunioni e discussioni entro il partito e entro l’Internazionale nel tempo della clan­destinità e della emigrazione) viene elaborando e af­finando la sua posizione politica e ideale, conquistan­do per questa via anche la capacità di raccogliere at­torno a se un gruppo dirigente politicamente e uma­namente esperto.

Come era stato duro e difficile staccare la gio­ventù comunista dal bordighismo, fu duro e difficile superare opportunismi e rivoluzionarismi verbali, prima e durante (e dopo) la Resistenza. Ogni volta c’e­ra un diverso ostacolo da superare per affermare una linea che corrispondesse, appunto, alla realtà e alle possibilità e non sbucasse in un vicolo cieco. Ed è in tal modo che, poi, potrà anche guidare un esercito in­tero, quando verrà la lotta militare e un partito di massa quando sarà conquistata la possibilità dell’a­zione politica democratica. La differenza con Secchia, che gli fu compagno fedele a lungo, stette proprio nel­la superiore capacità di Longo di interpretare le mu­tazioni della realtà e, dunque, le situazioni concrete con cui volta a volta ci si doveva misurare.

Una capa­cità che si vedrà ancor più chiaramente nei successi­vi trentacinque anni di vita e di lotta politica legale di Longo alla testa del Pci, di cui, speriamo, Höbel ci darà prossimamente la storia: quella precedente e successiva al segretariato di cui ci ha già parlato, ma su cui forse tornerà nuovamente. E chissà che non ci sia qualcosa da sapere interpellando i superstiti. Ma, per ora, complimentiamoci con l’autore che ha com­piuto una grande fatica certamente utilissima e ci ha dato un libro importante.


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