Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico-marxista

Civiltà ecologica, rivoluzione ecologica. Una prospettiva ecologico-marxista

di John Bellamy Foster -

Sui nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo.

Quello che segue è l’adattamento di una conferenza sul tema della civilizzazione ecologica tenutasi alla John Cobb Ecological Academy a Claremont, California, il 24 giugno 2022. La conferenza si pone sulla scia della Fifteenth International Conference on Ecological Civilization di Claremont (26-27 maggio 2022). Al discorso, rivolto ad un pubblico in larga parte cinese, è seguita una lunga intervista condotta da alcuni studiosi di marxismo ecologico, intitolata Why Is the Great Project of Ecological Civilization Specific to China?, che sarà pubblicata in contemporanea, come Monthly Review Essay, sul sito web della Monthly Review. Sia la conferenza che l’intervista saranno co-pubblicate in Cina dal Poyang Lake Journal.

Vorrei parlarvi oggi dei nessi tra civiltà ecologica, marxismo ecologico e rivoluzione ecologica, e dei modi in cui i tre concetti, qualora considerati insieme dialetticamente, possano essere intesi nella direzione di una nuova prassi rivoluzionaria per il XXI secolo. Più nel concreto, vorrei chiedere: «Come dobbiamo intendere le origini e la portata storica del concetto di civiltà ecologica? Qual è il suo rapporto con il marxismo ecologico? E come è connesso tutto ciò alla lotta rivoluzionaria mondiale che mira a superare l’attuale emergenza planetaria e a proteggere quella che Karl Marx chiamava la “catena delle generazioni umane”, assieme alla vita in generale?».[1]

Nel 2018, lo studioso di teoria culturale Jeremy Lent, autore di The Patterning Instinct: A Cultural History of Humanity’s Search for Meaning (2017), ha scritto un articolo per il sito online Ecowatch, intitolato What Does China’s ‘Ecological Civilization’ Mean for Humanity’s Future?. L’articolo mostra un punto di vista propriamente occidentale: ovvero, sebbene riconosca la peculiarità dell’idea di civiltà ecologica in Cina, tenta nondimeno di scindere la concezione cinese di fondo al riguardo dal marxismo ecologico e dalla riflessione critica sul capitalismo. In apertura di articolo, Lent scrive:

«Immaginate un neoeletto presidente degli Stati Uniti che invoca nel suo discorso d’insediamento “una civiltà ecologica” che assicuri “l’armonia tra umanità e natura”. Ora immaginate che si spinga oltre e dichiari che “noi, in quanto esseri umani, dobbiamo rispettare la natura, seguire i suoi cicli e proteggerla” e che il suo governo “promuoverà stili di vita semplici, moderati, ecologici e a basse emissioni, e si opporrà agli sprechi e ai consumi eccessivi”. Continua a sognare, direste. Persino nelle nazioni occidentali europee più progressiste è difficile trovare un leader politico che prenda una simile posizione.
Eppure, il leader della seconda economia più grande al mondo, il cinese Xi Jinping, ha rilasciato queste e altre dichiarazioni nel suo discorso ufficiale al Congresso Nazionale del Partito Comunista a Pechino lo scorso ottobre [2017]. Ha proseguito specificando più nel dettaglio i suoi progetti volti ad “accrescere gli sforzi per definire un quadro politico e legale… che favorisca uno sviluppo ecologico, circolare e a basse emissioni”, a “promuovere la riforestazione”, a “rafforzare la salvaguardia e il ripristino delle paludi” e a “prendere duri provvedimenti per bloccare e punire tutte le attività che danneggiano l’ambiente”. Chiudendo il discorso con slancio retorico, ha proclamato che “quello che facciamo oggi” è “costruire una civiltà ecologica che porterà beneficio alle generazioni a venire”. E, al di là di ogni interesse particolare, ha dichiarato che la missione permanente del Partito è quella di “offrire nuovi e più grandi contributi all’umanità… sia per il benessere del popolo cinese che per il progresso umano”».[2]

Come mai la categoria di civiltà ecologica, oggi così centrale per la Cina, nel cuore del mondo capitalista è generalmente inconcepibile persino come argomento di discussione, e rimane completamente al di fuori della sua sfera ideologica? Lent sostiene che un tale principio è diametralmente opposto alla cultura occidentale tradizionale – da Platone al giorno d’oggi – con la sua visione alienata della natura, in cui l’ambiente è visto soltanto come qualcosa da conquistare. Il che si pone in netto contrasto, sostiene Lent, con la cultura più ecologica radicata nella plurimillenaria civiltà cinese – nonostante pure la Cina abbia sperimentato millenni di distruzione ecologica.[3] Cita quindi l’antico filosofo neoconfuciano Zhang Zai, che migliaia di anni fa scriveva:

«Il cielo è mio padre e la terra è mia madre, e io, che sono un bambino, mi ritrovo nel loro intimo».
«Ciò che riempie l’universo, lo considero il mio corpo; ciò che dirige l’universo, lo considero la mia natura».
«Tutti gli esseri umani sono miei fratelli e sorelle; tutte le cose sono mie compagne».[4]

Per Lent, la visione cinese di una civiltà ecologica – per quanto lodevole – non ha proprio nulla a che vedere con l’economia politica della Cina odierna, e nemmeno col marxismo.[5] La associa piuttosto, alla rigenerazione dei valori cinesi tradizionali. Ecco che, il fatto che il Partito Comunista Cinese faccia propria l’idea di una civiltà ecologica, quando invece una visione talmente avanzata risulta in larga parte incomprensibile in Occidente, è interpretato soltanto con riguardo ai diversissimi retaggi culturali di Europa e Cina. In questo modo, la divergenza di vedute tra Asia e mondo occidentale in tema di civiltà ecologica risulta in larga misura scissa da qualsivoglia base materiale e da questioni come il capitalismo o il socialismo. Perciò, nella prospettiva di Lent, la grande attenzione cinese in materia di civiltà ecologica non ha nulla a che vedere – se non in senso negativo – col marxismo ecologico. Anzi, la Repubblica Popolare Cinese è descritta come uno stato autoritario, vero e proprio simbolo dell’assenza di libertà. Lent indica come l’economia «iper-industriale» della Cina contemporanea, per forza di cose peggiore di quella che prevale in Occidente, spiani la via all’inquinamento dell’intero pianeta e vada contro la stessa dichiarazione cinese sulla costruzione di una civiltà ecologica.[6]

La tesi di Lent sembra questa: se l’Europa e il Nordamerica poggiano su fondamenta economiche e politiche superiori, da loro il progresso ecologico è però ostacolato da una cultura ecologica tradizionale più distruttiva. La Cina, in confronto, ha una cultura ecologica più armoniosa, radicata da millenni, ma è ostacolata dal suo regime politico-economico autoritario e «iper-industriale» nel portarla a compimento, e mette così in pericolo l’intero pianeta e l’umanità intera – a meno che, certo, la cultura ecologica tradizionale della Cina non prevalga sui suoi attuali obiettivi politico-economici di ispirazione marxiana.
Questo tentativo, col pretesto dei valori tradizionali cinesi, di scindere la nozione di civiltà ecologica dal marxismo ecologico e dalla questione di un cambiamento ecologico di portata rivoluzionaria mira, in definitiva, a disgiungere l’idea di progresso ecologico da una prassi socialista di sviluppo umano sostenibile. In antitesi, io sostengo che il concetto di civiltà ecologica è in realtà un prodotto storico dello sviluppo del marxismo ecologico. Ogni tentativo di separare le due cose, nonostante l’indubbia importanza dei valori cinesi tradizionali, equivale a negare la portata storica del concetto di civiltà ecologica, e la sua importanza nel concepire la necessaria rivoluzione ecologica mondiale.

Il marxismo ecologico e le origini del concetto di civiltà ecologica

Gli anni Settanta e Ottanta conobbero la rinascita del pensiero ecologico sovietico, che aveva guidato in molti modi il mondo nello sviluppo della scienza ecologica negli anni Venti e Trenta, per poi degenerare nei decenni successivi per ragioni politiche e sociali.[7] Tuttavia, col rinnovamento degli anni Settanta e Ottanta, l’ecologia sovietica assunse un carattere nuovo e peculiare, e cominciò a vedere il problema ecologico in quanto legato alla generale questione della civiltà.[8] Questo emergeva chiaramente in una importante collezione di saggi, Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, curata da A. D. Ursul e pubblicata nel 1983.[9] Il volume includeva contributi di alcuni tra i più eminenti scienziati e filosofi sovietici. Da qui si arrivò direttamente al concetto di civiltà ecologica, con un certo numero di altri lavori sull’argomento apparso nel 1983-84, e con l’idea stessa di civiltà ecologica che fece quasi subito il suo ingresso nel marxismo cinese, dove sarebbe divenuta una categoria centrale di analisi.[10]

La civiltà ecologica, nel senso marxiano, pone in evidenza la lotta per superare la logica di tutte le precedenti civiltà classiste, in particolare il capitalismo con la sua duplice dominazione/alienazione della natura/umanità. In Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, P. N. Fedoseev, vicepresidente dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, ha affrontato la questione del «rifiuto dei profitti della civiltà» implicita in molti tentativi green di affrontare il problema ecologico, tentativi che hanno spesso generato utopie storicamente infondate, sia retrograde che tecnocratiche.[11] L’eminente filosofo ambientale Ivan Frolov, sulla scia di Marx, ha sottolineato come il metabolismo umano con la natura sia mediato dai processi di lavoro e produzione, e dalla scienza, e come dipenda perciò dal modo di produzione.[12] Il filosofo V. A. Los ha studiato come «la cultura stia divenendo un’antagonista… della natura» e ha parlato della necessità di costruire una nuova civiltà o «cultura ecologica», ricostruendo su basi più sostenibili il ruolo della scienza e della tecnologia nei confronti dell’ambiente. Come ha spiegato: «È nella formazione di una cultura ecologica che possiamo aspettarci non soltanto una soluzione teorica alle gravi contraddizioni esistenti nel rapporto tra l’uomo e il suo habitat nella civiltà contemporanea, ma anche un confronto pratico con tali contraddizioni».[13]

Da una prospettiva marxista, l’emergente crisi ecologica globale ha dunque richiesto una trasformazione ecologica per creare una nuova civiltà ecologica, in linea con la lunga tradizione di analisi ecologica interna al marxismo, e un percorso socialista di sviluppo. Marx ed Engels hanno affrontato largamente le contraddizioni ecologiche del capitalismo, andando ben oltre le note discussioni sulla degradazione del suolo e la separazione fra città e campagna, per abbracciare temi quali l’inquinamento industriale, l’esaurimento del carbone e dei combustibili fossili più in generale (nei termini di ciò che Friedrich Engels definiva «dissipazione» del «calore solare passato»), la distruzione delle foreste, l’adulterazione del cibo, la diffusione di virus a causa dell’uomo, ecc.[14] La celebrata teoria marxiana della frattura metabolica, con cui Marx si riferiva alle crisi ecologiche del suo tempo, si è oggi estesa per indicare la distruzione di ecosistemi da parte del capitalismo e l’alterazione di quasi ogni aspetto dell’ambiente planetario.[15]

Nella Cina del XXI secolo, il marxismo ecologico ha contribuito allo sviluppo non solo di una potente critica alla devastazione ambientale contemporanea, ma anche alla promozione di una civiltà ecologica come risposta. Consapevole del fatto che l’ecologia costituisce, in definitiva, una base materialista più profonda per la società rispetto alla mera economia, Xi ha sottolineato, nella sua concezione di civiltà ecologica e di una “bella Cina”, che l’ecologia è «la forma più inclusiva di benessere pubblico».[16] Ha inoltre affermato: «L’uomo e la natura formano una comunità di vita; noi, in quanto esseri umani, dobbiamo rispettare la natura, seguire i suoi cicli e proteggerla. Solo osservando le leggi della natura l’umanità può evitare errori costosi nel suo sfruttamento. Ogni danno che infliggiamo alla natura ritornerà alla fine per tormentarci. Questa è una realtà che dobbiamo affrontare».[17] Queste parole sono strettamente connesse all’analisi ecologica classica di Marx ed Engels, i quali sostenevano con vigore che gli esseri umani sono parte della natura e che, nel produrre, devono seguire le sue leggi, mentre facevano riferimento alla “vendetta” della natura contro coloro che le ignorano.[18]

Si ritiene che il concetto di civiltà ecologica implementato oggigiorno in Cina rappresenti un modello di civiltà nuovo, rivoluzionario e trasformativo. Si pensa che le civiltà anteriori, in conformità con l’analisi marxista, siano legate alla società di classe, ma che storicamente abbiano dato origine a nuove fasi dello sviluppo. In quest’ottica, la civiltà ecologica è una fase nello sviluppo di «una grande società socialista moderna» che, diversamente dal capitalismo, non sacrifica al profitto le persone e il pianeta.[19] In antitesi con la dominante idea capitalistica di sviluppo sostenibile, la civiltà ecologica è intesa nel suo incorporare i settori della politica e della cultura, nella direzione di un «approccio cinque in uno» che va oltre la triade convenzionale di fattori ambientali, economici e sociali propria dello sviluppo sostenibile liberale. Una civiltà ecologica così concepita mira a uno sviluppo umano sostenibile, dando maggiore enfasi alla definizione non economica di benessere e affidando il comando delle operazioni alla politica.[20]

Come ha osservato Chen Xueming in The Ecological Crisis and the Logic of Capital, i principii di base che sottendono alla modernizzazione ecologica socialista associata alla civiltà ecologica sono «la prevenzione, l’innovazione, l’efficienza, la non-equivalenza, la dematerializzazione, la greenificazione, l’ecologizzazione, la partecipazione democratica, le tasse sull’inquinamento e scenari win-win tra economia e ambiente».[21] Le otto priorità per la fondazione di una civiltà ecologica sono così categorizzate: (1) pianificazione spaziale e sviluppo; (2) innovazione tecnologica e regolazione strutturale; (3) utilizzo sostenibile di terreno, acqua e altre risorse naturali; (4) protezione ecologica e ambientale; (5) sistemi regolatori per la civiltà ecologica; (6) monitoraggio e supervisione; (7) partecipazione pubblica; (8) organizzazione e implementazione di politiche e pianificazioni ambientali.[22]

Nel caso cinese, si stanno tentando queste riforme ecologiche di portata rivoluzionaria addirittura in un contesto di rapida crescita economica, che mira a portare la Cina al livello dell’Occidente. Una pianificazione integrata che protegga l’ambiente è inserita in tutti i piani di sviluppo economico. La serietà con cui è perseguita la civiltà ecologica si rispecchia nel chiaro riconoscimento che, nell’implementazione di questi piani ecologici, la crescita economica dovrà un po’ rallentare rispetto ai decenni precedenti.[23] Si può giudicare questa attenzione verso l’ambiente alla luce delle trasformazioni radicali che la Cina ha introdotto in ambiti quali la riduzione dell’inquinamento, la riforestazione e l’afforestazione, lo sviluppo di fonti energetiche alternative, l’imposizione di restrizioni in aree fluviali sensibili, la rivitalizzazione rurale, l’autosufficienza alimentare attraverso strumenti collettivi, e molti altri.[24] La Cina ha fatto notevoli progressi nel ridurre il suo livello di dipendenza dal carbone, ma a causa della crisi pandemica e mondiale, negli ultimi anni è in parte regredita sotto questo aspetto.[25] Ciononostante, ha stabilito alcune date precise per l’implementazione della sua civiltà ecologica, tra cui: mettere in atto le componenti di tale civiltà entro il 2035; fondare la “bella Cina” entro il 2050; raggiungere un livello di emissioni nette di carbonio pari a zero entro il 2060.[26]

La lotta per la creazione di una civiltà ecologica in Cina avrebbe ovviamente poco significato se fosse un semplice programma top-down, che perderebbe quasi certamente il proprio impeto e soccomberebbe di fronte alle forze economiche e burocratiche. La natura radicale della trasformazione è salvaguardata dal fatto che, nella società post-rivoluzionaria cinese, le metamorfosi ecologiche provengono sia dall’alto che dal basso e attingono alle lotte per la ricostruzione rurale in risposta al divario tra città e campagne. Ad esempio, Yin Yuzhen, una contadina che vive nel deserto di Uxin Banner, nella Mongolia interna, ha deciso di rigenerare il deserto intraprendendo una lotta lunga trentasette anni nel corso della quale lei e la sua famiglia hanno piantato cinquecentomila alberi. Yin Yuzhen è diventata una stimata esperta nella riforestazione dei deserti. I contadini della regione si sono uniti allo sforzo di afforestazione, e quasi 6.700 chilometri quadrati di sabbia sterile sono divenuti un’area verde. Yun Jianli, un’ex insegnante delle scuole superiori, si è mobilitata con successo contro l’inquinamento delle acque. Nel 2002 ha fondato Green Han River, un’organizzazione ambientalista, al fine di proteggere il fiume Han dall’inquinamento, producendo innumerevoli report ambientali e opponendosi a industriali e dirigenti d’azienda; l’organizzazione conta più di 30.000 volontari. Fino al 2018, avevano organizzato più di mille missioni di ricerca per studiare le fonti di inquinamento lungo il fiume, percorrendo nel complesso più di centomila chilometri. L’obiettivo è quello di mobilitare la società intera alla protezione ambientale. Wang Pinsong, che vive a Shangri-La, presso il fiume Jinsha, nella Cina sudoccidentale – un’area che ospita quindici gruppi etnici – ha guidato il suo villaggio nella mobilitazione contro un progetto di costruzione di una diga nella Gola del Salto della Tigre, che avrebbe costretto centomila persone a spostarsi e sommerso trentatremila acri di terreno fertile lungo gli argini del fiume. Nella Cina odierna, i movimenti ambientalisti dal basso, basati sull’auto-mobilitazione delle popolazioni locali, sono forze potenti che puntano allo sviluppo di un nuovo comunismo ecologico.[27]

Un indizio rilevante dell’approccio della Cina alle questioni e alle minacce ambientali è dato dalla sua efficace risposta al COVID-19, che ha avuto come effetto un tasso di mortalità di quattro morti per milione di abitanti, contro il tasso di mortalità da COVID negli Stati Uniti di 3.107 per milione (alla data del 22 giugno 2022). Il successo della Cina nel proteggere la sua popolazione e, in una situazione win-win, nel proteggere anche la sua economia, è ampiamente equivocato in Occidente, che lo reputa il semplice risultato di un insieme di lockdown autoritari imposti dal vertice della società. E tuttavia, il segreto del successo cinese, soprattutto nelle prime fasi, è stata l’adozione del modello della guerra rivoluzionaria del popolo: assicurarsi l’auto-mobilitazione dell’intera popolazione nella lotta contro il COVID e il ritorno della linea di massa, collegando la popolazione con lo stato e il partito.[28]

La Cina e la rivoluzione ecologica

La Cina, così come la produzione mondiale nel suo insieme, affronta enormi contraddizioni ecologiche in seno alla propria società. In termini di emissioni annuali di anidride carbonica, la Cina è il maggior inquinatore. E tuttavia, larga parte di esse è legata alla produzione di articoli manufatturieri per il consumo occidentale, mentre, a livello storico, gli Stati Uniti e l’Europa superano di gran lunga le emissioni cinesi: la responsabilità statunitense riguardo alla concentrazione pro capite di biossido di carbonio nell’atmosfera è sette volte maggiore di quella cinese. Per quanto riguarda le emissioni pro capite di biossido di carbonio, la Cina ne produce oggi meno della metà degli Stati Uniti.[29] In Will China Save the Planet? (2018), Barbara Finamore, senior strategic director per l’Asia del Natural Resources Defense Council negli Stati Uniti, sostiene che «se la Cina è ancora il più grande produttore di gas serra, si può però affermare che stia facendo più di ogni altro paese per provare a ridurre le emissioni globali di anidride carbonica – benché continui a fronteggiare sfide enormi».[30] Non c’è dubbio che le battaglie della Cina per creare una civiltà ecologica, qualora messe a confronto con gli sforzi di altri paesi, siano rivoluzionarie. Ciò si deve in larga misura al suo ruolo di formazione sociale post-rivoluzionaria orientata verso il socialismo che conserva una vasta componente fatta di capacità di pianificazione economica, direzione statale e valori collettivi, corroborata da una mobilitazione popolare continua, sia nelle aree rurali che in quelle urbane.

Questo ci riporta alla domanda che Lent pone implicitamente nel passaggio citato all’inizio del discorso. Perché è davvero impossibile che un capo di stato europeo o statunitense possa aver fatto riferimento, diversamente da Xi Jinping, ad un obiettivo presente e futuro per la società, che non sia espresso in termini di mera crescita economica, ma che evidenzi l’importanza di creare una civiltà ecologica? La risposta non è semplicemente, come Lent vorrebbe farci credere, che la Cina ha rigenerato i propri tradizionali valori ecologici, o che l’Occidente è legato a una cultura plurimillenaria finalizzata alla «conquista della natura». Piuttosto, la differenza fondamentale è quella tra una società post-rivoluzionaria che ha adottato un marxismo con tipicità cinesi – abbracciare la critica ecologica che proviene dal materialismo storico classico e considerarla centrale per tutta la lunga rivoluzione del socialismo – e il puro ordine capitalista, il cui solo mantra è «Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti».[31]

Non c’è nessuna possibilità che le classi dirigenti di un paese capitalista centrale come gli Stati Uniti, che per lungo tempo ha coltivato un modo di produzione e «uno stile di vita imperiale» di cui hanno beneficiato soprattutto i vertici della società, per qualche motivo cambino idea e propugnino uno stile di vita a basse emissioni, «semplice, moderato, ecologico» o si oppongano al consumo eccessivo e alle disuguaglianze come proposto dall’idea cinese di civiltà ecologica.[32] Piuttosto, la principale proposta radicale in Occidente per affrontare la minaccia ecologica globale è quella di un Green New Deal patrocinato dallo stato, solitamente articolato in termini di meccanismi di mercato, progresso tecnologico e climate jobs, che permettano alla produzione di continuare essenzialmente immutata. Finora, la prospettiva di un Green New Deal, considerate le dimensioni dell’opposizione al capitale fossile che vi sarebbe richiesta, negli Stati Uniti e in Europa non è andata da nessuna parte, poiché persino una tale prospettiva viene considerata una serissima minaccia agli interessi delle classi dirigenti.[33] Il risultato è che nel sistema capitalistico contemporaneo, ironicamente, il salvataggio del pianeta in quanto luogo di abitazione umana è affidato quasi del tutto al settore privato, che storicamente è la fonte della distruzione ecologica globale, mentre gli sforzi di riforme ambientali si sono ridotti alla creazione di mercati green per società private finanziati dallo stato e di nuove forme di finanziarizzazione della natura.[34] Perciò, l’inarrestabile forza capitalista prosegue nel suo movimento in avanti, distruggendo lungo il percorso le condizioni stesse del futuro umano.

In termini di pura e semplice capacità, i paesi ricchi, sviluppati e tecnologicamente avanzati, al centro del sistema capitalistico mondiale potrebbero facilmente prendere l’iniziativa nell’affrontare il problema ecologico. La loro inabilità politica nel farlo è legata alla debolezza di principi socialisti, collettivi ed ecologici nella società capitalistica delle merci, alla virtuale assenza di pianificazione (eccetto quella militare), e alla paura delle classi dirigenti di una auto-mobilitazione popolare, che è necessaria nel caso in cui si debbano effettuare trasformazioni di portata rivoluzionaria nel nostro rapporto economico con l’ambiente. Quel che serve per fare una rivoluzione ecologica volta alla sopravvivenza umana non è una semplice riforma ambientale, ma una ben più ampia rivoluzione ecologica e sociale che miri a superare la logica del capitalismo stesso.

L’ecosocialismo rivoluzionario e il futuro

Fino ad ora ho sottolineato l’importanza dell’ecosocialismo rivoluzionario (o marxismo ecologico) nella concezione di una civiltà ecologica. Non è un caso che il concetto di civiltà ecologica sia comparso dapprima nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta, e che venga implementato come principio guida e progetto centrale in Cina, mentre se ne discute a malapena nel resto del mondo. Tutto questo non può essere attribuito soltanto alla cultura tradizionale cinese, benché essa abbia avuto un ruolo. E non ha nemmeno senso collegarlo al concetto di cultura postmoderna, la quale non ha avuto una rilevanza sostanziale al riguardo.[35] Piuttosto, l’idea di civiltà ecologica risulta inconcepibile in qualsivoglia senso compiuto al di fuori di una società impegnata nel costruire il socialismo, e perciò attivamente impegnata nel combattere il primato dell’accumulazione di capitale in quanto misura suprema del progresso umano. È esattamente in questo che l’ecologia marxiana ha un enorme ruolo da svolgere.

In Cina, dove il marxismo ecologico si è sviluppato con riguardo alla sua «tradizione rivoluzionaria vernacolare», i nuovi concetti critici sono visti come mirati direttamente al problema e immediatamente messi in pratica.[36] Il che differisce dalla sua concettualizzazione in Occidente, dove i ricercatori ecosocialisti sono più lontani dalla prassi e, in generale, sono stati coinvolti in più ampi, e spesso più astratti, sviluppi teorici. Una preoccupazione primaria dell’ecologia marxiana in Occidente (come pure in molta parte del resto del mondo) è stata quella di ricostruire la teoria di Marx della frattura metabolica, e di come migliorare la critica permanente al capitale in questo ambito. Dare spazio a questa rinnovata critica ecologica che proviene dal materialismo storico classico nell’affrontare i problemi legati alla costruzione di una civiltà ecologica in Cina dovrebbe dunque essere una priorità – e, in effetti, molti studiosi in Cina vi sono attualmente impegnati.

A partire da ciò che abbiamo imparato dal recente rinnovamento e dalla recente elaborazione dell’ecologia marxiana, alcuni concetti risultano cruciali. Prima tra questi è la triade concettuale marxiana di «metabolismo universale della natura», «ricambio sociale» e «incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale» – o frattura metabolica provocata dallo sviluppo capitalistico.[37] Il concetto di metabolismo universale della natura riconosce che gli esseri umani e le società umane sono una parte emergente della natura. Il metabolismo sociale esprime il modo in cui l’umanità interagisce con la natura e la trasforma attraverso la produzione. E la frattura metabolica riflette il fatto che un metabolismo sociale alienato, volto all’espropriazione della natura in quanto mezzo di sfruttamento da parte dell’uomo e di accumulazione del capitale, produce per forza di cose una crisi ecologica, causando un conflitto tra il metabolismo sociale alienato e il metabolismo universale della natura di cui siamo parte.

Lo stesso Marx fornì un’acuta definizione di quel che oggi chiamiamo sviluppo umano sostenibile. Nessuno, neppure tutti i popoli o tutte le nazioni del mondo – sosteneva – sono proprietarie della terra; la teniamo piuttosto in usufrutto e, da boni patres familias, dobbiamo mantenerla per la catena delle generazioni successive.[38] Su questo fronte, un progresso genuino che superi l’alienazione di umanità e natura legata ai processi di espropriazione e sfruttamento, deve abbracciare l’idea non solo di proletariato economico (e classe contadina economica) in quanto forza principale per il cambiamento ma, nell’ottica di un materialismo più inclusivo, quella di proletariato ambientale (e classe contadina ambientale). Infatti, le tre categorie da cui siamo partiti – civiltà ecologica, rivoluzione ecologica e marxismo ecologico – quasi non hanno senso senza questo quarto termine, il proletariato ambientale.

La nostra relazione con la terra è la nostra relazione sostanziale più importante; da essa derivano la nostra produzione, la nostra storia e le nostre relazioni sociali. Coloro che sono più alienati, sfruttati e degradati dal sistema nel loro relazionarsi con la natura e la terra, costituiscono sia la forza che gli strumenti per il cambiamento nel XXI secolo.[39] In quella che Marx chiamava la «gerarchia dei bisogni [umani]», la nostra relazione con la terra viene necessariamente per prima, poiché costituisce la base di sopravvivenza e di sviluppo della vita stessa.[40]

Note

[1] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, Ristampa anastatica della IV edizione (novembre 1965), Roma, dicembre 1989, p. 925.

[2] Jeremy Lent, “What Does China’s ‘Ecological Civilization’ Mean for Humanity’s Future?”, «Ecowatch», February 9, 2018, ecowatch.com; Xi Jinping, The Governance of China, vol. 3, Beijing, Foreign Languages Press, 2020, pp. 54-56; Xi Jinping, Full Text of Xi Jinping’s Report at the 19th CPC National Congress, «China Daily», November 4, 2017. Si corregge un errore nelle citazioni di Xi da parte di Lent, dove usa “uomo e natura” invece di “umanità e natura”..

[3] Vedi Pat Kane, A New History of Cultural Big Ideas Looks to the East for Solace, «New Scientist», May 24, 2017; Mark Elvin, The Retreat of the Elephants: An Environmental History of China, New Haven, Yale University Press, 2006. Il tentativo da parte di Lent di far risalire a Platone la divergenza tra umanità e natura, che caratterizza la contraddizione ecologica dell’Occidente, non è del tutto convincente, dal momento che lo stesso Platone ha commentato la distruzione ecologica del suo tempo nel suo Crizia, mentre altri pensatori antichi, in particolare materialisti, come Epicuro e il suo seguace romano Lucrezio, hanno evidenziato profondi valori ecologici. Su Epicuro, vedi John Bellamy Foster, Marx’s Ecology, New York, Monthly Review Press, 2000, 2–6, 33–39.

[4] Jeremy Lent, The Patterning Instinct, New York, Prometheus, 2017, 264–65. Vedi anche Ira E. Kasoff, The Thought of Chang Tsai (1020–1077), Cambridge, Cambridge University Press, 1984. Opinioni simili si trovavano, ovviamente, nel Taoismo. Il carattere ecologico del primo pensiero cinese è stato fortemente sottolineato dal grande scienziato marxista, pensatore ecologico e sinologo Joseph Needham. Vedi John Bellamy Foster, The Return of Nature, New York: Monthly Review Press, 2020, 498–501. La relazione del Taoismo con l’ecologia è sottolineata da P. J. Laska, The Original Wisdom of Dao De Jing: A New Translation and Commentary, Green Valley, AZ: ECCS, 2012.

[5] Nel tentativo di dimostrare che Marx era antiecologico e proponeva una visione prometeica della conquista della natura equivalente a quella del pensiero borghese, Lent cita la famosa affermazione di Marx nel Capitale, Libro terzo, sulla regolazione razionale del metabolismo tra gli esseri umani e la natura per conto della catena delle generazioni umane in accordo con le condizioni naturali-materiali e lo trasforma in un’affermazione piatta intesa a suggerire l’esatto opposto. Quindi, usando la traduzione inglese originale, rimuovendo la frase «produttori associati» (che rappresenta l’argomento dell’affermazione di Marx) e sostituendola con «socialismo», scrive, «Karl Marx ha scritto che l’obiettivo del socialismo era “regolare razionalmente [da parte dell'umanità] il ricambio materiale con la natura e portarla sotto il controllo comune” – come se ciò implicasse un semplice degrado della natura. Al contrario, l’affermazione di Marx, citando la traduzione della Penguin: recita: «Freedom, in this sphere, can consist only in this, that socialized man, the associated producers, govern the human metabolism with nature in a rational way, bringing it under their collective control, instead of being dominated by it as a blind power; accomplishing it with the least expenditure of energy and in conditions most worthy and appropriate for their human nature. (La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa)». Particolare risalto qui viene dato alla questione dello sviluppo umano sostenibile. Lent, The Patterning Instinct, p. 280; Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 933; Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 926.

[6] Lent, What Does China’s ‘Ecological Civilization’ Mean for Humanity’s Future?; Kane, A New History of Cultural Big Ideas Looks to the East for Solace.

[7] L’analisi di questa sezione si basa su John Bellamy Foster, Capitalism in the Anthropocene, New York, Monthly Review Press, 2022, 433–56.

[8] John Bellamy Foster, Late Soviet Ecology and the Planetary Crisis, «Monthly Review» 67, no. 2, June 2015, 1–20.

[9] Arkadij Dmitrievič Ursul, Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, Moscow, Progress Publishers, 1983.

[10] Dopo la pubblicazione nel 1983 di Philosophy and the Ecological Problems of Civilization, sembra che il vicepresidente dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, P. N. Fedoseev (anche Fedoseyev), che aveva scritto il saggio introduttivo sull’ecologia e il problema della civiltà nel libro sopra citato, abbia inserito una trattazione di “Ecological Civilization ” nella seconda edizione del suo Scientific Communism.. Vedi P. N. Fedoseev (Fedoseyev), Scientific Communism, Moscow, Progress Publishers, 1986; Jiahua Pan, China’s Environmental Governing and Ecological Civilization, Berlin, Springer-Verlag, 2014, 35; Arran Gare, Barbarity, Civilization and Decadence: Meeting the Challenge of Creating an Ecological Civilization, «Chromatikon» 5, 2015, 167–89; Qingzhi Huan, Socialist Eco-Civilization and Social-Ecological Transformation, «Capitalism Nature Socialism» 27, no. 2, 2016, 2.

[11] N. Fedoseev (Fedoseyev), The Social Significance of the Ecological Problem, in Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, ed. Ursul, 31; Wang Hui, Revolutionary Personality and the Philosophy of Victory: Commemorating Lenin’s 150th Birthday, «Reading the China Dream» (blog), April 21, 2020.

[12] Ivan T. Frolov, The Marxist-Leninist Conception of the Ecological Problem, in Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, ed. Ursul, 35–42.

[13] A. Los, On the Road to an Ecological Culture, in Philosophy and the Ecological Problems of Civilisation, ed. Ursul, 339.

[14] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 46, New York, International Publishers, 1975, p. 411 [N.d.T. Si tratta di una lettera inviata da Engels a Marx, da Londra il 19 dicembre del 1882, in cui Engels fa riferimento alla teoria di Podolinsky]; John Bellamy Foster, Marx’s Ecology, op. cit., pp. 141-77.

[15] Foster, Capitalism in the Anthropocene, 73–74.

[16] Xi Jinping, The Governance of China, vol. 3, op. cit., pp. 6, 20, 25, 417-24.

[17] Xi Jinping, The Governance of China, vol. 3, op. cit., p. 54.

[18] Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, vol. XXV, Roma, 1974, p. 467; si veda anche Cheng Enfu, China’s Economic Dialectic: The Original Aspiration of Reform, New York, International Publishers, 2019, p. 150.

[19] Xi Jinping, The Governance of China, vol. 3, op. cit., p. 20.

[20] Arthur Hanson, Ecological Civilization in the People’s Republic of China: Values, Action, and Future Needs, Manila, Asian Development Bank, 2019, pp. 3-9. Si veda anche John B. Cobb in conversazione con Andre Vltchek, China and Ecological Civilization, Jakarta, Badak Merah Semesta, 2019; Paul Burkett, Marx’s Vision of Sustainable Human Development, «Monthly Review» 57, no. 5, Ottobre 2005, pp. 34-62.

[21] Chen Xueming, The Ecological Crisis and the Logic of Capital, Boston, Brill, 2017, 573.

[22] Hanson, Ecological Civilization in the People’s Republic of China, 6.

[23] Vedi Stephen S. Roach, China’s Growth Sacrifice, Project Syndicate, August 23, 2022.

[24] Vedi Joe Scholten, How China Strengthened Food Security and Fought Poverty with State-Funded Cooperatives, Multipolarista, May 31, 2022.

[25] Xiaoying You, What Does China’s Coal Push Mean for its Climate Goals? Carbon Brief, March 29, 2022.

[26] Hanson, Ecological Civilization in the People’s Republic of China, 6.

[27] Sit Tsui and Lau Kin Chi, Surviving through Community Building in Catastrophic Times, «Monthly Review» 74, no. 3, July–August 2022, 54–69.

[28] Coronavirus Updates by Country, Worldometer, as of June 22, 2022; Wang Hui, Revolutionary Personality and the Philosophy of Victory.

[29] James Hansen et al., Young People’s Burden: Requirements of Negative CO2 Emissions, «Earth System Dynamics» 8, 2017, 578; James Hansen, China and the Barbarians, Part 1, Columbia University, November 24, 2010; Each Country’s Share of CO2 Emissions, «Union of Concerned Scientists», August 12, 2020.

[30]  Barbara Finamore, Will China Save the Planet?, Cambridge, Polity, 2018, 119.

[31] Karl Marx, Il capitale, Libro primo, Ristampa anastatica della V edizione (ottobre 1964), Roma, dicembre 1989, p. 651; Xi, The Governance of China, vol. 3, 55.

[32] Ulrich Brand and Markus Wissen, The Imperial Mode of Living: Everyday Life and the Ecological Crisis of Capitalism, London, Verso 2021, 5–10.

[33] Per capire fino a che punto la legislazione sul clima, contenuta nell’Inflation Reduction Act del 2022, approvato dal Congresso degli Stati Uniti con l’appoggio dell’amministrazione di Joe Biden, non sia un Green New Deal, vedi Jim Walsh and Peter Hart, Will the Manchin Climate Bill Reduce Climate Pollution, «Food and Water Watch», August 10, 2022; Anthony Rogers-Wright, Why the Inflation Reduction Act is Less a ‘Climate Bill’ and More a Poison Pill for Black and Indigenous Communities and Movements, «Black Agenda Report», August 24, 2022.

[34] John Bellamy Foster, The Defense of Nature: Resisting the Financialization of the Earth, «Monthly Review» 73, no. 11, April 2022, 1–22.

[35] In quanto sostenitore del determinismo culturale, basato su quella che chiama “storia cognitiva” o sullo sviluppo delle visioni del mondo alla base delle culture, Lent cerca di intrecciare quelle che considera visioni del mondo culturali non essenzialiste con il postmodernismo, e le usa per spiegare perché alcune culture sono più distruttive di altre dal punto di vista ecologico. Ciò che viene meno è qualsiasi visione del mondo materialista, lasciando queste architettoniche visioni del mondo, sospese nell’aria senza fondamenta. Vedi: Jeremy Lent, Beyond Modernist and Postmodernist History, IAI News, January 28, 2022.

[36] Teodor Shanin, Marxism and the Vernacular Revolutionary Traditions, in Late Marx and the Russian Road, ed. Teodor Shanin, New York, Monthly Review Press, 1983, 243–79.

[37] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 926; John Bellamy Foster, Marx and the Rift in the Universal Metabolism of Nature, «Monthly Review» 65, no. 7, Dicembre 2013, pp. 1-19.

[38] Karl Marx, Il capitale, Libro terzo, op. cit., p. 887.

[39] I concetti sopra esposti, tratti dall’ecologia di Marx e dall’ecologia marxiana in generale, sono tutti centrali nell’analisi di John Bellamy Foster, Capitalism in the Anthropocene.

[40] Karl Marx, Texts on Method, Oxford, Basil Blackwell, 1975, p. 195.

Traduzione di Marco Bianco

Fonte: Monthly Review 01.10.2022
https://antropocene.org/

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