Sarà di lunga durata se la sinistra non cambia paradigma

Sarà di lunga durata se la sinistra non cambia paradigma

di Paolo Favilli -

L’«incubo» Meloni il quadro politico che abbiamo di fronte è davvero «orrendo», ma non è altro che l’approdo, ora consolidatosi dopo un lungo periodo oscillatorio, del percorso iniziato con la sintesi tra la destra padronale, la destra del micronazionalismo padano, la destra neofascista, che portò, nel 1994, alla formazione del primo governo Berlusconi Due editoriali di Norma Rangeri (22 e 26 ottobre) hanno fatto il punto su ciò ch’ella definisce l’«incubo» del momento attuale. Nel primo Rangeri si chiede la ragione per la quale «il nostro mondo stia vivendo un dramma tanto profondo, quasi esistenziale». Nel secondo si dà una risposta: «Quando si gioca alla morte delle ideologie, in sostanza togliendo di mezzo le idee della sinistra, succede che vince l’ideologia che resta in campo». Una risposta giusta, ma che non può essere davvero compresa, però, se riferita al tempo breve in cui l’incubo si materializza con «l’orrendo risveglio».

Certo il quadro politico che abbiamo di fronte è davvero «orrendo», ma non è altro che l’approdo, ora consolidatosi dopo un lungo periodo oscillatorio, del percorso iniziato con la sintesi tra la destra padronale, la destra del micronazionalismo padano, la destra neofascista, che portò, nel 1994, alla formazione del primo governo Berlusconi. Oggi le componenti si sono redistribuite tra di loro in maniera diversa e la prevalenza di quella neofascista non fa altro che rendere ancora più agghiacciante la combinazione, ma i caratteri restano quelli di allora. Su tali caratteri esiste una pubblicistica di buon livello assai conosciuta: affarismo, conflitti di interesse, plebeismo borghese e proletario, invenzione «del passato per governare il presente» (D. Conti, «il manifesto 30 ottobre), estraneità totale allo spirito della Costituzione. D’altra parte, questo insieme delle destre fa il suo mestiere, e non è lì che dobbiamo cercare le cause principali dell’esistenza di una sola «ideologia». Le «idee della sinistra» sono «ideologie»? Quello relativo al termine di «ideologia» è un vero e proprio universo che riguarda il concetto nei suoi rapporti con la scienza sociale, con il discorso politico e, più in generale, con il campo della battaglia delle idee. La sinistra, o meglio la tradizione politico-culturale del socialismo d’ispirazione, in varie maniere, marxista, quando ha usato la parola in senso neutrale e non negativo, ha sempre, comunque, legato l’analisi dei movimenti della sfera politica a quella degli effetti della fase di accumulazione in corso.

Esattamente al contrario degli «ideologi» di oggi, tanto più tali quanto più considerano il loro pensiero conforme alla natura delle cose, alla normalità degli svolgimenti senza contraddizioni profonde e connessa conflittualità radicale. L’adesione a questo tipo di normalità, sia pure ad iniziare dalla dimensione politica, è stato un contributo di primo piano a «togliere di mezzo le idee della sinistra». Nel 1995 Massimo D’Alema pubblicò un libro in cui si congratulava con sé stesso per essere riuscito a condurre a termine «il compito della generazione», cioè «portare la sinistra italiana al governo del paese», tramite «un cambiamento dolce». Possibile ormai in «un’Italia meno nervosa di ieri e più ottimista», dopo un anno di sinistra al governo, un’Italia che chiede al governo «cose semplici e chiare: stabilità, tranquillità, normalità».

Il Grande Dizionario del Battaglia definisce la normalità come «una condizione abituale, consueta e ampiamente accettata e che non presenta alcuna irregolarità, né lascia presagire alcun elemento di imprevisto e di inquietudine» e dunque il «paese normale» è quello dello «stato abituale». In un «paese normale» non c’è posto per conflitti radicali capaci di suscitare cesure negli equilibri economico-sociali «abituali». I cambiamenti in profondità, invece, sono le risultanti di conflitti, di conflitti anche assai aspri. D’altra parte, se la lotta di classe non c’è più (come la storia del resto) si può ipotizzare una realtà che cambia attraverso una «normalità autoregolantesi», proprio come il «mercato autoregolato». La «sinistra per simmetria» ha interiorizzato questa «ideologia» fin dal suo primo inoltrarsi nel percorso della «governabilità» senza aggettivi.

Oggi si discute molto sulla nuova identità che dovrebbe assumere il Pd alla conclusione del suo itinerario congressuale. Ma l’identità di un partito non si definisce in una formulazione astratta. L’identità di un partito, in questo caso la continuità tra le varie «cose», è ancorata strettamente alla sua storia. I risultati non potranno essere altro, al di là delle formulazioni di comunicazione (propaganda), che una scelta tra i diversi gradi di un capitalismo compassionevole. Senza un cambio di paradigma, il «nuovo», che è cosa seria, si risolve in «novello» al pari del beaujolais (o del chianti). Senza un cambio di paradigma anche «l’antifascismo non serve più a niente»

(C. Greppi, Laterza, 2020). © 2022 il manifesto


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