La lunga guerra alla parità

La lunga guerra alla parità

Loredana Fraleone*

Mentre i media si occupano, come tutti gli anni, degli esami di maturità, nel modo rituale e stucchevole che ben conosciamo, la Scuola subisce l’ennesimo attacco alla sua natura costituzionale, ridotta ormai al lumicino. Con un emendamento approvato in commissione al Senato, per la conversione del Pnrr2, si introducono “premi” salariali una tantum, per chi si farà formare e valutare. I docenti di ruolo che si faranno formare in corsi triennali, saranno valutati ogni anno e alla fine dell’intero percorso. Chi avrà una valutazione positiva potrà ricevere “un elemento retributivo una tantum di carattere accessorio, stabilito dalla contrattazione collettiva nazionale, non inferiore al 10% e non superiore al 20% del trattamento stipendiale in godimento.”

Così recita il testo che persiste nei tagli di circa 10.000 cattedre, motivati dal decremento demografico, che poteva offrire invece l’occasione per la riduzione del numero degli alunni per classe, stabilisce percorsi a ostacoli per il personale precario e qualche modifica delle modalità concorsuali.

L’ulteriore taglio economico alla Scuola è particolarmente grave, stando a tutto ciò che è emerso durante la pandemia, a partire dalle classi pollaio, che rimangono inalterate, ma l’aspetto strutturale più grave riguarda l’ossessione anti paritaria che ha attraversato tutti i governi, da quasi 30 anni a questa parte, dai tempi del “concorsone” del ministro Luigi Berlinguer nel lontano 1999. Allora una straordinaria mobilitazione dei docenti fece retrocedere il ministro, affossando il provvedimento e il ministro stesso, che a distanza di 20 anni, nel 2019, è tornato a sostenere che i docenti più impegnati debbano essere premiati.

La domanda che poniamo da allora è che se venissero premiati i/le migliori, quale vantaggio ne avrebbe la qualità generale della Scuola? Il problema semmai sarebbe quello di migliorare le prestazioni di tutti e tutte. Il rovesciamento logico che si mette in atto rispetto alla qualità dell’insegnamento è lampante. Qual è allora il vero motivo che induce a gerarchizzare ciò che è paritario? Innanzitutto vi è l’obiettivo del controllo, le gerarchie funzionano in questo senso, non a caso si è iniziato con la trasformazione dei presidi e direttori didattici da coordinatori e coordinatrici didattico culturali in dirigenti burocratico amministrativi, funzione esaltata dalla “Buona Scuola” di Renzi. Tranne lodevoli eccezioni si è passati cioè dal preside che nel collegio docenti ti diceva: “dica la sua opinione collega”, al dirigente che ti riprende se metti in discussione le direttive ministeriali. Con questo governo sembra che siamo ormai alla realizzazione di una gerarchizzazione finalizzata al controllo e al disciplinamento dei docenti e attraverso di loro delle nuove generazioni, nonché alla messa in mora del lavoro cooperativo, che tanto aveva dato proprio nel salto di qualità di alcune generazioni di docenti. Inoltre non bisogna sottovalutare il tema della valutazione, che lungi da essere l’unica forma utile, se basata sul confronto e lo scambio collettivo, è sempre più dimensionata sul metodo INVALSI, cioè la misurazione di competenze sconnesse tra di loro, registrabili con le crocette su vero e falso, disastrosamente utilizzate per registrare le conoscenze degli studenti e già introdotte negli ultimi concorsi per docenti.

Una scuola paritaria è potenzialmente ribelle, non a caso è stata in questi ultimi venti anni l’unico settore della società che nel suo insieme ha resistito alle politiche liberiste, anche con importanti tratti pacifisti e antifascisti e di capacità inclusiva. Il governo del centrodestra e del centrosinistra sembra chiudere il cerchio con la “pacificazione” di un mondo, che con l’ultimo sciopero del 30 maggio ha dato ancora segni di una certa vitalità, la gerarchizzazione infatti continua ad essere un nervo scoperto e quindi di possibili conflittualità future.

 

*Responsabile Scuola Università Ricerca PRC/SE


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