PER VISCO, DRAGHI E CONFINDUSTRIA LA CRISI LA DEVONO PAGARE I LAVORATORI

PER VISCO, DRAGHI E CONFINDUSTRIA LA CRISI LA DEVONO PAGARE I LAVORATORI

 

Antonello Patta*

“Evitare vane rincorse prezzi salari”: è la frase della relazione del governatore della Banca d’Italia che campeggia nei titoli dei giornali del padronato italiano. Visco esprime in modo esplicito ciò che era già negli intendimenti di governo e Confindustria quando hanno proposto il patto sociale: scaricare i costi dell’inflazione, ai massimi da 36 anni, sui salari delle lavoratrici e dei lavoratori italiani.
Come si può definire tutto ciò se non come una spudorata arroganza? Siamo il paese con i salari medi inferiori del 3% rispetto a 30 anni fa, quando venne abolita del tutto la scala mobile, mentre in Francia e Germania sono cresciuti del 30% e negli stati uniti del 50% (Dati Ocse). Siamo il paese con milioni di lavoratori poveri, specie giovani e donne, a causa di precarietà, lavori saltuari, part time obbligati e centinaia di contratti pirata. Siamo il paese con milioni di pensionati che campano con meno di mille euro al mese. L’inflazione al 6,9%, che aumenterà ancora insieme alle sanzioni, e già molto più alta per i redditi bassi, inferirà un colpo durissimo alle condizioni di esistenza di milioni di famiglie ampliando la fascia di quelle che non arrivano a fine mese. Il bonus di 200 euro è un misero palliativo.
Non basta.  Visco ricorda, rilanciando l’allarme sul debito, la necessità condivisa da Draghi di un giro di vite sulle politiche fiscali e monetarie, di tornare a consistenti avanzi primari, di evitare scostamenti di bilancio per finanziare la spesa, di accelerare le riforme strutturali a partire da quella sulla concorrenza.
Nessuna critica alla vergogna di un ridisegno del fisco che scarica il 97% dell’Irpef su lavoratori e pensionati
E’ il ritorno alla medicina dell’austerità e delle politiche neoliberiste che negli ultimi decenni hanno massacrato il lavoro, tagliato la spesa pubblica, spinto il paese verso produzioni di bassa qualità, aumentato le divergenze tra l’economia italiana e quella degli altri paesi europei, fatto crescere disuguaglianze e squilibri territoriali, di genere e generazionali.
Al contrario del governatore e del governo noi pensiamo che per invertire il disastro economico e sociale del paese occorrono subito forti aumenti salariali per tutti, un salario minimo orario di dieci euro netti, pensioni minime di mille euro, il blocco degli aumenti sulle bollette e prezzi calmierati dei beni di prima necessità, piani nazionali per l’occupazione e per la casa, abolizione delle norme sulla precarietà, aumento consistente della spesa per scuola e sanità, politiche industriali a guida pubblica con forti investimenti per la riconversione ecologica a partire dal sud; e un fisco meno iniquo: progressività del prelievo su tutti i redditi da lavoro e da capitale, tassa progressiva sulle grandi ricchezze a partire da un milione di euro.

* responsabile nazionale lavoro
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra europea


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