Informazione e guerra

Informazione e guerra

di Angelo d’Orsi -

Il XXV Aprile, la Marcia Perugia-Assisi, la resistenza dell’ANPI agli attacchi sempre più scomposti, la nascita, tardiva ma non inconsistente, di un movimento contro la guerra e “per la pace”, i dubbi che cominciano a serpeggiare in una opinione pubblica opportunamente conformata e omologata… E l’esistenza, e la resistenza, di pochissime voci, nella carta stampata e sugli altri media, a dispetto delle volgarità di una teppaglia giornalistica. Tutto questo mi consente di non rinunciare dal tutto alla speranza. Ma, va detto, stiamo vivendo una situazione inedita, almeno nella vicenda dell’Italia repubblicana. Non si ricorda, né sul piano della memoria individuale o collettiva, né su quello della ricostruzione storica, nulla di simile. Anche se risaliamo alla più aspra e violenta delle campagne elettorali, quella del 1948, noi non troviamo liste di proscrizione, non troviamo ukase, non troviamo atti volti a silenziare chi la pensa diversamente, non troviamo censure preventive, non troviamo che qualche autorità chiedesse, imponesse, giuramenti a uno studioso, a un musicista, a un artista, prima di potersi esprimere, non a livello di chiacchiera, non in talk show, bensì per potere esercitare liberamente, anche se magari non serenamente (cosa improbabile in questo clima) le proprie competenze, le proprie attitudini professionali; esercitare il proprio mestiere.

Anche in fasi di polemica estrema, come nella piena guerra fredda, fra il 1947, la cacciata delle Sinistre dal governo su imposizione di Washington, e il 1958 (l’elezione di Papa Giovanni, che diede una mano alla coesistenza pacifica), anche quando si raccontava che i comunisti mangiavano i bambini, anche nei manifesti murali della DC nel 1948, per le elezioni del 18 aprile, anche se nei foglietti parrocchiali si ricordava che “dio ti vede, Stalin no”, il tono per quanto acceso, non fu mai drammatico e pesante come oggi; era piuttosto da burletta, e del resto accanto alla vita reale c’era la vita reinventata nella letteratura e quindi al cinema. La saga di Giovannino Guareschi, con gli immortali anti-eroi Don Camillo e Peppone, annacquava, ridicolizzava, riduceva tutto all’eterno “volemose ben”, benché poi tutto convergesse nella messa a punto di un meccanismo volto a favorire la DC e portarla (e tenerla) al governo del Paese.

C’erano i giornali della borghesia, è vero, compresi quelli di destra schietta, ma c’era pure il giornale operaio, quello che Gramsci chiamava, nel suo lavoro all’ “Avanti!”, fra il 1915 e il 1929, “il trincerone della lotta di classe”. Esistevano due fogli, all’epoca, che marciavano uniti, nelle differenze, contro il blocco di potere clericale, tra parrocchie e giornali padronali, tra Ambasciata degli Stati Uniti, e Confindustria: due voci importanti che si chiamavano “Avanti!” e “l’Unità”, due testate storiche, che allora e successivamente, a lungo, una (il giornale comunista) meno l’altra (il quotidiano socialista), difendevano le classi subalterne e ne esponevano le ragioni. Erano schierati, sia pure entro la logica di Yalta, dalla parte dell’URSS, dei Paesi del “campo socialista”, e si batterono contro l’adesione al Patto Atlantico. In questi giorni sta circolando il magnifico discorso tenuto di Sandro Pertini, in quel dibattito della primavera del 1949, quando spiegò che l’Alleanza che stava per nascere non aveva alcun significato difensivo nell’era post-guerra, specie dopo l’esperienza tragica di quel conflitto, ma all’opposto era una macchina per la guerra.

Ebbene, qui sta la prima importante differenza tra il modo con cui si sta indirizzando la pubblica opinione nella crisi generata dalla guerra in Ucraina e i conflitti interni (spesso specchio di quelli esterni: si pensi alla guerra di Corea) del passato, nelle quali l’Italia era o spettatrice interessata, sul piano diplomatico, oppure direttamente coinvolta. In breve, oggi manca completamente un contraltare informativo, in quanto non c’è più nessun grande partito di sinistra, non c’è più neppure quella efficace “controinformazione” che passava attraverso volantini e dazebao, dei gruppuscoli extraparlamentari. Quella era una dimensione al di fuori delle istituzioni, che corrispondeva a una precisa scelta; oggi la sinistra, quella che sta sotto il 3% è esclusa quasi da tutte le istituzioni, non più per scelta, ma come esito di una sconfitta epocale, alla quale è tempo di reagire, favorendo un processo – oggi non solo indispensabile, ma urgente – di vera e propria rinascita.

Si può anche aggiungere che la controinformazione, pur essendo assai rudimentale rispetto a oggi, fatta con ciclostilati e fotocopie, era più efficace, perché? Perché, credo, c’era un popolo di sinistra pronto ad accoglierla e rilanciarla, guidato da un partito, almeno uno, i cui eredi oggi sono i più accaniti propalatori delle verità di regime. Ed esistevano una verità e una menzogna. Oggi sono scomparse ambedue. Siamo nell’epoca della post-verità e delle fake news, e si è persa la fede stessa nella possibilità di arrivare alla verità, con i propri mezzi, con la propria intelligenza: l’avanzata del post-moderno è stata devastante, l’ermeneutica (specie quella a buon mercato di tanti stolti chiacchieratori) ha rimosso la fiducia nella stabilità delle cose, ha reso tutto fluido, anzi, come dice Bauman, “liquido”, ogni forma di “episteme”, di sapere razionalmente e scientificamente fondato, è stata trasformata in “doxa”, in opinione, ma ora dal 24 febbraio si è fatto un passo ulteriore: non è più soltanto il trionfo dell’opinionismo e il dileggio verso gli studiosi seri. Oggi non è più concesso neppure il libero dibattito delle opinioni: oggi l’informazione, o meglio la “comunicazione”, che è in mano alle forze politiche di governo e ai gruppi finanziari che producono armi (e il PD è pienamente inserito in questo complesso militar-industriale-comunicativo) è essa stessa guerra, una guerra parallela a quella sul campo, una guerra che impone lo schieramento. O stai con Putin o con Zelensky. E se respingi questa falsa alternativa, rientri immediatamente nelle liste di proscrizione, che gli sgherri de la Repubblica, del Corriere e della Stampa, la sacra triade del pensiero unico, aggiornano e implementano quotidianamente, con una sorta di furore ideologico che fa paura.

Per conto mio, posso dire che all’intellettuale spetta il compito di cercare e dire la verità? E di non farsi trascinare dalla canea bellicistica, come invitava accorato, Romain Rolland: correva l’anno 1914. Abbiamo imparato qualcosa dalle lezioni della storia?


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