Fuori la Nato dalla storia

Fuori la Nato dalla storia

Stefano Galieni*

Pochi anni fa, al culmine della crisi turco-siriana (ovvero l’invasione dei soldati di Erdogan nel Rojava col beneplacito occidentale), durante una seguita trasmissione televisiva un noto politologo ebbe a dire: “La Nato va sciolta in quanto organizzazione obsoleta e inadeguata al presente”. A parlare non era un uomo dell’estrema sinistra ma il prof. Ernesto Galli della Loggia, editorialista del maggior quotidiano della borghesia italiana. Con quell’affermazione, contemporaneamente, l’editorialista diceva una bugia e una verità. C’è del vero a dire che per i cantori della globalizzazione liberista la Nato è strumento da “guerra fredda” vetusto rispetto alla mobilità di capitali e alla fluidità delle alleanze geopolitiche del presente, ma poi, se si analizza la storia degli ultimi 30 anni almeno, la Nato non solo si è ampliata ma è stata protagonista attiva e criminale di quasi tutti i conflitti esplosi nel pianeta. E proprio in questi giorni, quando soffiano i venti di guerra in Ucraina che potrebbero portare verso scenari estremamente disastrosi, è utile ricostruire il filo di quanto accaduto negli ultimi decenni. Ovviamente con un’avvertenza forse pleonastica: rifiutando ogni logica “campista”, non si vuole con questa ricostruzione affermare che le potenze occidentali alleate nell’Organizzazione si siano scontrate o abbiano aggredito il governo faro del socialismo mondiale. Piuttosto – e questo è innegabile – la politica guerrafondaia della Nato ha posto in condizioni di emergenza umanitaria e di dissoluzione statuale, centinaia di milioni di persone.

È con la dissoluzione dell’Urss e del Patto di Varsavia che per la Nato si sono aperti nuovi e per certi versi imprevedibili scenari.

Già nel 1991, con la Prima guerra del Golfo, anche se solo indirettamente, di fatto la Nato ha giocato un ruolo attivo insieme alle forze statunitensi. Dopo l’invasione irachena del Kuwait nell’agosto 1990, il Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (Shape), struttura di comando della Nato, aveva implementato misure precauzionali per garantire la sicurezza dei membri mediterranei dell’alleanza e “prevenire il diffondersi di tensioni e conflitti”. Misure che includevano una maggiore copertura dell’area da parte di velivoli di “allarme rapido” e il dispiegamento di forze navali. Il tutto allo scopo di far fronte, preventivamente, a qualsiasi minaccia alla navigazione nel Mediterraneo, alla fornitura di un supporto logistico e di difesa aerea alla Turchia (Stato membro), al dispiegamento di forze aeree, sempre in Turchia, dal gennaio 1991. Solo una funzione di supporto?

Cambia lo scenario e nel 1992 in Bosnia. Prima il supporto alle “missioni di pace Onu”, poi il controllo affinché venissero rispettate le sanzioni, infine un’escalation che portò ad attacchi aerei a vasto raggio senza neanche richiedere il parere dell’Onu. Dopo il massacro di Srebrenica (luglio 1995) e l’attentato del 28 agosto al mercato di Sarajevo, i bombardamenti Nato contro obiettivi serbo-bosniaci, di cui spesso hanno pagato le conseguenze soprattutto i civili, si sono succeduti in maniera incessante. In meno di un mese, con l’operazione Deliberate Force, sono stati effettuati 338 attacchi verso obiettivi individuali. Con gli accordi di novembre di Dayton si è fissata la presenza di 60 mila militari effettivi in Bosnia, parte della “Forza di attuazione”, poi denominata “Forza di stabilizzazione” rimasta presente nella regione fino al 2004.

Ma già nel 1999 si apriva un nuovo fronte che ci riguardava molto da vicino. L’operazione di dissoluzione della Jugoslavia che, al di là dei giudizi storici, ha rappresentato per decenni un esempio di convivenza fra popoli diversi, era già iniziata con la dichiarazione di indipendenza della Slovenia e della Croazia. Il disastro in Bosnia e in Serbia, il terrore della pulizia etnica portato avanti da Milosevic, ma non solo, portò nel 1999 la maggioranza albanese del Kosovo a chiedere l’indipendenza da quanto restava della Federazione jugoslava. Tentativi per un accordo di pace impossibile, veto di Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, per autorizzare intervento congiunto, permisero alla Nato di intervenire militarmente senza alcuna autorizzazione. Gli aerei Nato, partiti anche dalle basi italiane, portarono alla distruzione di gran parte delle infrastrutture civili e produttive, oltre che sanitarie, in Kosovo come in Serbia (si ricordi il bombardamento di Belgrado durante il governo D’Alema), centinaia di migliaia, soprattutto serbi e rom, furono costretti alla fuga, molti in Europa e sono indimenticabili le scene degli immensi cortei dolenti, fra la neve, di chi cercava salvezza dopo aver ricevuto una missione umanitaria e di pace. Nessuno sconto per i governanti serbi che hanno determinato il tentativo osceno di pulizia etnica, né tantomeno per criminali come Mladic, ma è stata questa la pace della Nato. Ancor oggi il Kosovo è una sorta di protettorato in cui chi non è di origine albanese subisce soprusi, in cui la guerra non è dimenticata e in cui la povertà continua a trionfare.

Negli anni successivi si sono utilizzati diversi espedienti per permettere l’utilizzo dell’Alleanza Nord Atlantica, indipendentemente dai trattati internazionali. L’art. 5 del trattato ad esempio, è stato utilizzato, dopo gli attacchi dell’11 settembre, per permettere che in Afghanistan venissero dispiegate truppe della cosiddetta Isaf, a guida Nato. Lo statuto della Nato ha permesso di inviare poi addestratori militari in Iraq, intervento nel contrasto alla pirateria, l’applicazione di una “no fly zone” durante l’attacco alla Libia nel 2011.

Attraverso un altro articolo, il 4, si è potuta invocare la consultazione fra i membri dell’Alleanza durante particolari crisi: guerra in Iraq, guerra civile siriana, annessione della Crimea alla Federazione Russa. Quest’ultimo caso ha rafforzato il ruolo aggressivo della Nato. La popolazione della Crimea, in maggior parte russofona, ha chiesto tale annessione. L’organizzazione atlantica, per tutta risposta, ha reagito creando una nuova forza “Punta di diamante”, composta allora da 5.000 soldati, situati nelle basi dei Paesi Baltici, in Polonia, Romania e Bulgaria. E sempre per dare l’idea del proprio approccio, l’Alleanza, nel vertice tenutosi a Cardiff, nel 2014, si è impegnata a spendere l’equivalente di almeno il 2% del prodotto interno lordo per la “difesa” almeno fino al 2024. All’inizio c’è stata refrattarietà a sottostare a tale richiesta, dei 30 Stati membri solo 3 hanno immediatamente risposto positivamente, Nel 2020 si è arrivati a 11. Se si eccettuano gli Usa, negli ultimi 6 anni c’è stata una crescita delle spese militari negli altri Stati membri che ha portato ad una media dell’1,73% del Pil. 29 Stati membri non statunitensi hanno registrato sei anni consecutivi di crescita della spesa per la difesa, portando la loro spesa media all’1,73% del Pil.

E mentre ripartiva la corsa agli armamenti la Nato ometteva di condannare le repressioni attuate dalla Turchia nelle zone abitate dalle popolazioni kurde e di altre minoranze, non solo in Turchia ma anche in Siria, ometteva di prender parola in merito all’intervento, sempre turco, nel conflitto in Libia, nella mancata risoluzione di quanto accaduto già negli anni 70 a Cipro. La stessa Nato che partecipa a missioni per “esportare la democrazia” si rifiuta strenuamente anche di discutere il Nuclear Weapon Ban Treaty, l’accordo vincolante per i negoziati che portino all’eliminazione totale delle armi nucleari, promosso dalle Nazioni Unite e firmato da oltre 120 Paesi.

Dopo la dissoluzione dell’Urss, la Nato si è espansa soprattutto comprendendo anche i Paesi dell’ex Patto di Varsavia e l’allargamento ad Est è sempre stato una delle questioni che ha più creato tensioni ai confini europei. Il prossimo Paese che dovrebbe entrare a farne parte è la Bosnia Erzegovina ma nel contempo, l’Alleanza ha realizzato numerosi accordi di partenariato, anche individuali, con singoli Stati, per accrescere la propria sfera di influenza. Ed è in questo quadro che va inquadrata la crisi in Ucraina. Il tema non è solo geopolitico e va guardato con gli strumenti del presente, non del passato. In Ucraina il cuore del problema non è “soltanto” un’area del Paese – peraltro governato dall’estrema destra – che, a maggioranza di lingua russa, rivendica una propria indipendenza e in cui si tenta di attuare una pulizia etnica, il Donbass. L’Ucraina, un tempo “granaio dell’Urss” è oggi fondamentale, dal punto di vista strategico, per il passaggio del gasdotto e del petrolio verso l’UE. Il tentativo che l’atlantismo, a cui richiamano anche le forze sedicenti riformiste in Italia, è quello di spostare non solo i confini della Nato ma quelli dell’Unione e questo non può che produrre tensione. C’è solo da augurarsi che l’Alleanza Nord Atlantica (ma che ormai riguarda anche Paesi che si affacciano su ben altri mari), dopo le scelte a dir poco scellerate, attuate, da ultima quella in Afghanistan, non voglia cercare una sua rivincita ad Est, con tutto quello che ne può derivare.

Da ultimo poi, al di là di una posizione etica antimilitarista e contraria alle risoluzioni delle dispute mediante i conflitti, c’è il tema dei costi. L’Italia, che non è il maggior contribuente dell’Alleanza, ha versato alla Nato direttamente quasi 165 milioni di euro, rispetto ai 150 del 2019. Ma all’Alleanza si contribuisce anche potenziando il proprio arsenale militare che, in base al trattato, deve essere considerato a disposizione dei contraenti. Sempre nel 2021, il bilancio delle spese militari italiane complessive ha superato i 25 miliardi di euro, 4 mld in più rispetto al 2019 e questo nonostante la pandemia che sta falciando l’intera società. Miliardi che evidentemente si trovano per continuare a svolgere un ruolo imperialista che, ce ne scusi Galli della Loggia, evidentemente è ben lontano dall’essere superato.

A maggior ragione oggi, mentre la destra nazionalista scopre una vocazione europea lanciando slogan del tipo “Fuori la Nato dall’Europa” e mentre si assiste anche ad un ulteriore potenziamento delle basi militari in buona parte del continente, lo slogan da recuperare a sinistra, in un’ottica realmente antimperialista è, forse, “fuori la Nato dalla storia”.

* https://transform-italia.it/


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