Neoliberisti con i neoliberisti, socialisti con i socialisti

Neoliberisti con i neoliberisti, socialisti con i socialisti

di Paolo Favilli

Pietro Nenni, nella seconda metà degli anni Sessanta, utilizzava l’espressione «comunisti con i comunisti, socialisti con i socialisti», per sottolineare la differenza teorico-politica con la sinistra socialista dei Lucio Libertini e dei Vittorio Foa e fare chiarezza sulla prospettiva strategica del Psi.
In un contesto affatto diverso, con soggetti politici affatto diversi, rimane tuttavia la stessa necessità di fare chiarezza sulle incerte prospettive di una sinistra che non vuole definirsi tale solo «per simmetria».
Sia sul piano teorico che su quello politico la «sinistra per simmetria» è componente rilevante della costellazione «neoliberista».
Il neoliberismo, a differenza del liberismo del laissez faire, non ha dei rapporti economici una concezione naturalistica, e considera la dinamica delle relazioni di mercato come il frutto di una costruzione politico-culturale, dunque di un processo normativo. Il percorso legificante del trattato europeo di «stabilità» e «governance» (fiscal compact) è, a proposito, di una perfezione esemplare.
Pareggio di bilancio e tagli strutturali alla spesa pubblica ne sono il cuore pulsante. Il suo significato teorico è l’elezione del solo paradigma neoclassico a punto di riferimento di tutte le politiche economico-sociali. Il voto favorevole del Pd fu essenziale per quella maggioranza dei due terzi indispensabile a non sottoporre la modifica costituzionale a referendum popolare.
L’adesione alla costellazione neoliberista delle varie «cose» prima, e del Pd dopo, fino ad aggi, è verificabile nel concreto delle politiche perseguite. Una ormai ampia e rigorosa letteratura di analisi economica e di analisi politica ne fornisce prove difficilmente controvertibili.
I «socialisti» fanno parte di una costellazione diversa, di un insieme composito, debole e frazionato, ma che, potenzialmente, conserva i germi per intraprendere il percorso di ricostruzione dell’antitesi.
Siamo tutti consapevoli di quanto lo stesso termine «socialista» abbia un alto grado di indeterminatezza, del fatto che storicamente, come nel momento attuale del resto, venga usato con significati spesso contrapposti. Possiamo, però, delineare un minimo comun denominatore che
corrisponda al nucleo profondo di una storia politica e teorica di lunga durata. Socialisti sono coloro che affondano le loro radici nel complesso delle teorie critiche del capitalismo e delle forme organizzative che ne sono derivate. Socialisti sono coloro la cui analisi del presente si svolge
all’interno delle categorie necessarie alla comprensione delle forme, sempre nuove, in cui si articolano le diverse fasi dell’accumulazione del capitale, che ragionano sui movimenti del capitale tramite il paradigma della profondità. Un metodo del tutto contraddittorio rispetto alle forme nuove che assume via via il paradigma neoclassico. Un metodo che permette di non scambiare gli opportuni ripensamenti ed aggiustamenti dell’establishment dopo gravi crisi economico-sociali, con «la fine del lungo ciclo neoliberista» (D’Alema, «il manifesto», 13 gennaio).
L’esigenza da cui siamo partiti, quella di fare chiarezza sui presupposti delle collocazioni e, quindi, su fini e modi dell’agire politico, non deve assolutamente risolversi in costruzioni dottrinarie naturalente portatrici dell’esiziale malattia del settarismo. Una constatazione di fatto, come l’appartenenza del Pd alla costellazione neoliberista, non implica per niente che ci si possa comportare come se si fosse di fronte ad «una massa unica reazionaria». Il Pd non ne fa parte e, dunque, in particolari circostanze, non si possono escludere intese con quel partito contro il prevalere della «massa reazionaria» così forte e pericolosa per la convivenza democratica. Ma le intese si fanno tra forze, anche disuguali, e l’insieme italiano estraneo al neoliberismo non è una forza, ma un pulviscolo. Le sue componenti, comunisti di varia natura, socialisti ancora legati alle ragioni della critica dell’economia politica, verdi che pensano le possibilità reali di una politica ambientalistica in termini antiteteci con le logiche dell’accumulazione del capitale, organizzazioni locali a base mutalistica, ecc., sembrano aver dimenticato la grande lezione del realismo di Machiavelli e di Marx sul ruolo centrale della forza nella politica.

Senza avvertire l’urgenza di lavorare, subito, alla costruzione di questa forza, sia pure nelle condizioni difficilissime del nostro presente, non ci sarà nessuna costellazione socialista a frenare la tendenza, insita nella costellazione neoliberista, a chiudere la «gabbia d’acciaio» del capitale totale.

pubblicato su Il manifesto, 20 gennaio 2022


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