Rifondazione: cosa fare per fermare le stragi quotidiane nel Mediterraneo

Rifondazione: cosa fare per fermare le stragi quotidiane nel Mediterraneo

Maurizio Acerbo

Stefano Galieni

C’è una percezione e un racconto mediatico di quella che i leader della destra xenofoba definiscono “immigrazione incontrollata” e che 4 anni fa l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti definiva in maniera più inquietante e raffinata “minaccia alla tenuta democratica del Paese”, la cui falsità è tanto palese quanto difficile da smontare. Dal primo gennaio al 3 maggio sono giunti, via mare in Italia 10132 richiedenti asilo, una parte di loro verrà rapidamente rimandata – con gli accordi bilaterali di riammissione – nei paesi di provenienza mentre un’altra parte dovrebbe, se l’UE rispetterà gli impegni presi, trovare accoglienza e collocazione in uno dei 27 Paesi che la compongono. Al di là delle molte difficoltà alla ricollocazione e delle lunghezze burocratiche, le differenti normative fra Stati che rallentano le procedure di concessione di asilo o di protezione umanitaria, sfugge un particolare. Che queste cifre impattano su una delle sette potenze mondiali, con 60 milioni di abitanti che teoricamente dovrebbe trovarsi ad accogliere poco più di una persona per ogni comune e su un continente di 550 milioni di abitanti. Praticamente niente, anzi l’arrivo di richiedenti asilo in Europa è in forte calo negli ultimi anni e questo non dipende né dalla diminuzione dei conflitti né tantomeno dai costosi dispositivi di dissuasione messi in campo dall’UE e costati in 2 anni oltre 1,5 mld di euro. Si, 1,5 mld di euro per fermare 10 mila persone in un quadrimestre. La diminuzione degli arrivi dipende da diversi fattori: intanto la pandemia che ha ridotto i movimenti migratori anche all’interno del continente africano (l’80% in totale), poi dall’aumento dei costi e dei rischi derivanti dal finire nei lager libici restandoci. Da ultimo dal fatto che soprattutto il Mediterraneo Centrale, pur essendo una delle zone più sorvegliate del pianeta è pressoché divenuta deserta per quanto riguarda le prestazioni di soccorso alle imbarcazioni in difficoltà. L’agenzia Frontex, nata nel 2004 per “sorvegliare le frontiere” ha visto aumentare funzionari e risorse ma, pur avendo dal 2016 obblighi di soccorso, ha negli ultimi due anni smantellato la propria forza in quel tratto di mare destinando le risorse ad aerei in grado di sorvegliare dall’alto. Il meccanismo è semplice: ci fosse una imbarcazione delle missioni di Frontex o di altro Stato UE a dover raccogliere un SOS, magari grazie al telefono di Alarm Phone, unico strumento rimasto per chiedere aiuto prima di affondare, l’imbarcazione non solo avrebbe il compito di raccogliere i naufraghi ma non potrebbe riconsegnarli in porti che non siano considerati “sicuri” (Place of Safety) quindi li dovrebbero portare in salvo in Italia o tutt’al più a Malta o in Spagna.

In assenza di imbarcazioni gli aerei di ricognizione si limitano, se vedono qualcuno in difficoltà ad avvisare il Paese competente, quello le cui acque siano più vicine alle proprie coste. Il Mediterraneo Centrale è infatti diviso in “zone SAR (Search And Rescue), “ricerca e soccorso. Acque internazionali di competenza di singoli paesi. Malta non accoglie quasi mai tali richieste di soccorso, sia per scelta politica, sia perché la piccola isola non può ospitare troppe persone, sia perché la zona SAR di sua competenza è troppo ampia. Per chi fugge da Libia o Tunisia, raggiungere le acque di competenza italiana o spagnola è pressoché impossibile quindi le richieste di soccorso le raccolgono soltanto Tunisia e Libia.

La linea di condotta di Tripoli, avallata dal comportamento UE e di Frontex (il suo direttore Fabrice Leggerì è indagato per aver fatto respingere nel paese nordafricano quasi 20 mila persone) è discrezionale. Le sue motovedette, pagate dai governi italiani in un comune sforzo per cui poche settimane fa, il presidente del Consiglio Mario Draghi, ha ringraziato il nuovo leader libico transitorio Abdulhamid Dbeibah, per i salvataggi effettuati, a volte intervengono e riportano i fuggitivi nei centri di detenzione, anche con la forza, altre no e lasciano le persone affogare come sta avvenendo da tempo.

Gli unici soggetti che intervengono sono le navi umanitarie delle ong, quando possono. Dall’inizio del 2017 infatti – sempre sotto Minniti – queste organizzazioni, che suppliscono al lavoro che dovrebbe essere compiuto dalle istituzioni europee e che vorrebbero anche smettere di intervenire, sono sotto un attacco concentrico tanto da parte delle istituzioni italiani quanto del circuito mediatico. Entrambi accusano le ong di essere push factor (fattore di attrazione) al punto da divenire la causa delle fughe dalla Libia. Non solo si tratta di un falso comprovato – dai lager libici si scappa comunque – ma da sempre le ong comunicano ogni intervento di soccorso alla Guardia costiera italiana, al suo comando Imrcc nei pressi di Roma, agendo in piena regola. Certo in assenza di risposte agiscono per evitare ulteriori vittime – in 7 anni hanno già perso la vita 24 mila persone – ma non agiscono certo in combutta con trafficanti e scafisti.

Durante il periodo del governo “giallo verde” il ministro Salvini, con una tanto gonfiata quanto inutile azione dettata dalla propaganda, chiudeva i porti fermando tanto le navi umanitarie quanto anche navi militari italiane che avevano prestato soccorso, per settimane al largo, per “difendere i confini nazionali” blaterava.

Vicende per cui il leader leghista è oggi sotto processo con l’accusa di sequestro di persone, vicende che si sono concluse con il dover, causando inutili ulteriori sofferenze a migranti e ad equipaggi, concedere un porto di attracco. Col Conte 2 la ministra Lamorgese, rimasta anche con l’attuale governo, ha scelto un’altra linea. Fa attraccare le navi umanitarie che prestano soccorso ma poi il ministero dà indicazioni affinché queste subiscano un “sequestro amministrativo” sovente per inesistenti inadeguatezze delle imbarcazioni (scialuppe non in regola, luci non conformi, dimensioni insufficienti ecc…) facendole così restare in rada e mettendole non in condizione di operare per mesi.

Col risultato che in questi giorni di mare burrascoso e di numerose partenze nel Mediterraneo Centrale è presente una sola imbarcazione, la Sea Watch 4 che sta già rientrando in Sicilia dopo aver effettuato quattro operazioni di soccorso e che presumibilmente subirà un ulteriore fermo.

Appurato che non si è di fronte ad alcuna invasione ma ad una serie di colpevoli stragi che devono essere evitate cosa propone Rifondazione Comunista in materia?

In fondo cose già dette e, come tante cose di buon senso, mai realizzate.

1)    Corridoi umanitari e percorsi di ingresso legale e sicuro che portino, in una dimensione europea ad evacuare dalla Libia chi è costretto nei centri di detenzione per valutare in Europa le domande di asilo e redistribuire i fuggitivi in base ad un reale vincolo solidale

2)    Creazione di una forza navale continentale, riprendendo le risorse date indebitamente a Frontex, per garantire la salvezza di chi continuerà a partire nel breve termine.

3)    Abrogazione della “zona SAR” libica fino a quando nel Paese non ci sarà una pace duratura, non verrà ratificata e posta in essere la Convenzione di Ginevra, non verranno chiusi i centri di detenzione.

4)    Abrogazione del “Regolamento Dublino 3” che impone a chi arriva in Europa di fermarsi a chiedere asilo e protezione nel primo paese di approdo. In molte/i hanno legami parentali, affettivi, comunitari, linguistici, in altri Paesi UE, perché debbono fermarsi per oltre due anni – tempo necessario ad essere rimpatriati o ad ottenere uno status di garanzia – invece di potersi ricongiungere volontariamente in condizioni tali da non pesare più neanche sul bilancio dei singoli Stati?

Sono pochi punti di partenza per riportare il discorso che riguarda solo una parte infinitesimale delle questioni connesse all’immigrazione, su un binario di civiltà e di garanzia democratica ma su cui non è possibile transigere. Non basta il lutto e il cordoglio continuo che ci ritroviamo a dover esprimere di fronte a tragedie provocate non dal mare ma da chi sul mare alza muraglie e non basta neanche l’indignazione emotiva. Occorre una reale azione politica in cui una sinistra degna di questo nome si deve riconoscere, confrontare e unirsi per cambiare l’esistente. Scegliendo se stare dalla parte dei carnefici o se accettare la logica, enunciata da una delle menti più lucide del Paese come Luigi Ferrajoli per cui “migrare deve divenire un potere costituente” più di un diritto, che sia base fondamentale per quella che vorremmo come Europa

 





 

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