Egitto: diritti umani va cercando

Egitto: diritti umani va cercando

di Stefano Galieni*

L’11 febbraio 2011, a seguito delle immense proteste scoppiate in Egitto, il suo presidente/dittatore che per 30 anni aveva guidato il Paese con pugno di ferro, è costretto alle dimissioni. L’intera area del Maghreb e del Mashref era in quel periodo sconvolta da tensioni; povertà, corruzione endemica, assenza totale di libertà e di prospettive per il futuro, portarono soprattutto i giovani a ribellarsi, senza un progetto politico davanti se non quello di abbattere quanto li opprimeva. La rivoluzione egiziana esplode con la stessa tragicità di quella tunisina, il 17 gennaio un uomo si era dato fuoco per protesta, pochi giorni dopo il gesto viene replicato da due operai a cui era stato imposto un trasferimento forzato per lavorare che rendeva loro ancora più impossibile vivere. Il 25 gennaio l’immensa Piazza Tahrir si riempie di almeno 30 mila manifestanti, chiedendo riforme sociali e politiche simili a quelle per cui si stava lottando in Tunisia contro Ben Alì. Non giunge alcuna risposta se non quella repressiva. Almeno 500 le persone arrestate il giorno dopo. Due le vittime, un civile e un agente, molti i feriti durante le cariche brutali. Ma l’onda non si arresta anzi si estende a Suez ed Alessandria e a molte altre città. Decine di migliaia di persone vanno in piazza il 29 chiedendo le dimissioni del Presidente, anche se questo aveva annunciato in tv un cambio del governo e tentato di far passare i disordini come un “complotto per destabilizzare la società”.

Il numero dei morti sale ad almeno 100, iniziano gli assalti ai ministeri, polizia ed esercito reagiscono con armi da fuoco e circondano Piazza Tahrir con i carri armati. Durante gli scontri anche un gruppo di detenuti riesce a fuggire dalla prigione più importante del Cairo prendendo le armi e dando fuoco ai posti di guardia, anche il Museo egizio viene saccheggiato. In quei momenti si comprende che l’unica autorità in grado di ottenere consensi è l’esercito che mantiene una posizione ambigua, al punto che in numerosi episodi militari e manifestanti solidarizzano. Ma in altri casi è l’esercito a rendersi responsabile della repressione più sfrenata. Il presidente chiede e ottiene di utilizzare ancora più mezzi blindati e aerei e al 30 gennaio i morti sono più di 150, mentre il principale leader dell’opposizione Mohammed Al – Barāde’i rinnova la richiesta di dimissioni di Mubarak, anche l’amministrazione Usa, Obama/Clinton, propone una “ordinata transizione. Il 31 gennaio si forma un nuovo governo di fedeli del presidente e di militari, di significativa c’è la sostituzione del ministro dell’Interno ritenuto responsabile della repressione con un anziano generale, Maḥmūd Wajdī. Come atto di distensione si propone anche l’apertura di una commissione di inchiesta sulla regolarità delle elezioni parlamentari dell’anno precedente, che è considerato uno dei tanti elementi scatenanti della rivolta.

Ma la protesta è ormai totale, si lancia una manifestazione che si propone di portare al Cairo un milione di persone, l’esercito, disobbedendo a Mubarak dichiara che non interverrà a fermarla e in piazza si ritrovano almeno 2 milioni di uomini e donne. I comitati sorti per gestire la rivolta decidono il 2 febbraio di mantenere i presidi, il governo introduce il coprifuoco, a partire dalle ore 15.00 e sale la tensione. Si verificano anche scontri fra sostenitori di Mubarak e oppositori, e la capitale egiziana diviene teatro di vera e propria guerriglia urbana. Girare anche di giorno è impossibile, si susseguono posti di blocco ovunque, retate, controlli e abusi di ogni tipo. Piazza Tahrir è l’epicentro del conflitto, il luogo in cui avvengono gli scontri più feroci ma anche quello in cui, soprattutto i giovani, sperimentano momenti di libertà e di convivenza. C’è chi ancora ne parla con nostalgia, come giorni in cui ci si è scoperti adulti e responsabili. I giornalisti internazionali, venuti a riprendere quel momento storico sono trattati con calore e ospitalità dai manifestanti anti regime, con odio dai sostenitori del Rais che non vogliono si mostri quanto sta accadendo nelle strade della capitale. Intanto Mubarak sembra indeciso, da una parte le pressioni perché si faccia da parte, dall’altra si sente il solo in grado di assicurare il controllo del Paese ed è consapevole che il suo percorso politico volge alla fine. Anche il personale ONU, temendo la guerra civile, abbandona l’Egitto.

La piazza chiede che Mubarak si dimetta il 4 febbraio “giornata della partenza”, la diplomazia Usa cerca di concordare il passaggio dei poteri al vicepresidente Omar Sulaymān ma non ottiene il risultato sperato. Si estendono gli incidenti di nauta dolosa, come l’esplosione di un oleodotto nel Sinai e gli assedi alle città minori. Ma nel frattempo si aprono le trattative, fra il vice presidente, peraltro capo dei servizi segreti, e l’opposizione plurale fra cui spicca la presenza della Fratellanza Musulmana, finora tollerata da Mubarak a patto che non cercasse di influenzare la vita politica. Ma non bastano riforme di facciata e il momento tanto atteso giunge il 10 febbraio, quando, mentre Piazza Tahrir è gremita, il presidente annuncia che darà le dimissioni che ci saranno libere elezioni a settembre, in cui non intende ricandidarsi. Ma le dimissioni ancora non ci sono e il popolo in piazza compie un gesto simbolico ritenuto estremamente offensivo, mostra le scarpe alzandole in alto, come segno di disprezzo. Sono le forze armate che intervengono garantendo che assicureranno il passaggio del paese a libere elezioni. Solo a quel punto e a quale prezzo di sangue versato, l’11 febbraio Mubarak lascia la presidenza e consegna all’esercito il destino del paese. La festa esplode ovunque in Egitto, incontenibile. Poco conta quanto abbiano pesato nelle decisioni, le pressioni della Casa Bianca che teme di perdere il controllo di un paese strategico in Medio Oriente e poco conta che il potere passi nelle mani del Consiglio supremo delle Forze Armate, composto da 18 alti ufficiali e presieduto dal feldmaresciallo Moḥammed Ḥoseyn Ṭanṭāwī, Mubarak lascia il Cairo e si trasferisce nella residenza privata di Sharm el-Sheikh. Viene sciolto il parlamento e sospesa la costituzione, i militari promettono che porranno fine allo stato di emergenza, in vigore dall’insediamento di Mubarak, quando le condizioni lo renderanno possibile. Elemento importante che tranquillizza l’occidente è la garanzia da parte dei militari, del rispetto degli accordi con Israele. I fatti si susseguono con velocità: il 3 marzo si dimette il primo ministro Shafiq, ritenuto colluso col regime, il 19 dello stesso mese il 77,2% della popolazione vota alcune modifiche costituzionali. Ma la pace non è duratura. A fine novembre, per il primo turno e poi a gennaio, per il secondo si vota per eleggere il nuovo parlamento che esce estremamente frammentato anche se si registra la vittoria netta dell’Alleanza Democratica per l’Egitto seguita dal Blocco Islamista. Nel giugno 2012 i risultati cambiano con le elezioni presidenziali e viene eletto Mohamed Morsi, della Fratellanza Musulmana. Ma passa solo un anno e il 3 luglio 2013 e giunge l’atteso colpo di stato militare. L’ex comandante in capo delle forze armate egiziane Abd al Fattah al Sisi assume il potere e viene poi eletto con un plebiscito nel giugno 2014. Ma a votare va meno della metà degli aventi diritto. I giovani, quelli di Piazza Tahrir e della Primavera Araba, non credono più a nessuno e sognano la fuga. Al Morsi aveva tentato di imporre il dominio religioso anche in ambito legislativo e questo non era accettabile per un paese complesso come l’Egitto ma la repressione che si scatena contro la Fratellanza, considerata organizzazione terroristica segna solo l’inizio di un regime crudele quanto il precedente. Sindacalisti, intellettuali, donne, giornalisti, attivisti, studenti e lavoratori, nelle carceri c’è posto per tanti, spesso con accuse indefinite ma accomunate dal fatto di voler destabilizzare il clima. Un’organizzazione indipendente ha calcolato che solo fra luglio 2013 e maggio 2014 siano state arrestate 40 mila persone, almeno un migliaio i minorenni, 166 i giornalisti. Secondo Wikithawra, questo il nome dell’organizzazione, l’89% degli arresti è per ragioni politiche, il 4% fa riferimento ad attività terroristiche. Gran parte degli arresti si concentra negli ambienti universitari, studiare e fare ricerca è pericoloso. Molti detenuti spariscono nel nulla, per altri il processo viene continuamente rinviato e con esso la formulazione dei capi di accusa. Quello che accade nelle celle, nelle stanze di sicurezza dei commissariati, nelle camere di tortura allestite per far parlare i renitenti è agghiacciante. E se ci ritroviamo a parlare d’Egitto in questo febbraio scandito dalla pandemia che ha chiuso gli orizzonti verso il mondo intero è per ricordare almeno 3 vicende, due individuali, una più estesa. Il 25 gennaio del 2016 (a 5 anni dai fatti di Piazza Tahrir, veniva rapito Giulio Regeni, ricercatore che si interessava della vita dei lavoratori e del lavoro dei sindacati indipendenti. Il suo corpo veniva ritrovato in condizioni irripetibili il 3 febbraio. Lo sappiamo, era stato venduto da traditori, preso da militari, torturato e poi ucciso, si conoscono i nomi e i cognomi degli esecutori e anche di alcuni dei mandanti ma ottenere la verità e la giustizia che la famiglia e i legali chiedono appare un sogno, reso ancora più arduo da una timidezza italiana e delle istituzioni europee che non vogliono mettere a repentaglio gli affari con l’Egitto. Solo il governo italiano ha siglato e sta mantenendo fede a commesse militari per miliardi di euro, con l’invio di fregate, elicotteri, droni e altri strumenti di morte. Una seconda inquietante vicenda riguarda lo studente Patrick Zaki, egiziano, che frequentava l’università di Bologna ma in Egitto era attivista di un’organizzazione di tutela dei diritti umani, l Egyptian Initiative For Personal Rights. Il 7 febbraio del 2020, tornato a casa per visitare la famiglia Patrick Zaki è stato prelevato dagli agenti dei servizi segreti egiziani e condotto in carcere. Per 24 ore si sono totalmente perse le sue tracce. Durante quest’anno e nonostante numerosi appelli e pressioni internazionali, lo studente è rimasto in carcerazione preventiva che viene puntualmente rinnovata, ogni 45 giorni, senza mai essere giunti a un minimo di capo d’accusa ad alcuna imputazione ascrivibile a reati punibili. E in questi mesi numerosi sono stati gli attivisti e le attiviste che, in simili condizioni, sono stati rinchiusi senza reato dimostrando la totale inconsistenza del rispetto dei diritti umani in quel paese. Il 18 dicembre scorso, anche il parlamento europeo ha approvato a grande maggioranza una risoluzione in cui, partendo dalle vicende di Regeni e Zaki, si sono chiesti provvedimenti europei contro il governo egiziano ma, quando il 25 gennaio, data simbolo ormai in Egitto, i ministri degli Affari esteri dei 27, durante la riunione del Consiglio europeo, non si sono pronunciati in materia, avendo bisogno dell’unanimità per poter assumere le decisioni necessarie come la rottura delle relazioni diplomatiche con Al Sisi o di fermare almeno le commesse militari verso il regime. Ma c’è un ultimo elemento, di persone senza nome né volto. L’Egitto non è un paese in cui poter rimpatriare le persone, il rischio di essere sottoposti a trattamenti disumani e degradanti è comprovato. Ma questo non vale per i governi europei. Dall’Italia, nel solo 2019 sono state deportate 363 persone verso l’Egitto, nel 2020 sono diminuiti da quel paese tanto gli arrivi quanto i rimpatri causa covid. Ma che fine hanno fatto? Quanti di loro hanno subito danni dal ritorno? Le richieste di asilo o di protezione per chi arriva dall’Egitto raramente hanno risultato positivo e i rimpatri avvengono velocemente anche grazie ai vecchi accordi bilaterali firmati dai governi e mai ratificati, né votati o comunicati nei parlamenti. Ma sono nomi poco significativi, che spariscono nel dimenticatoio. Qualcuna riesce a sfuggire come una poetessa, una donna di una sensibilità infinita e di una cultura straordinaria che vive a Roma. Si chiama Amal e lei non potevano rimpatriarla. Ci ha provato a chiedere di rientrare, per conoscere una nipote nata da poco. Le hanno detto: «Nessun problema se vuole rientrare ma lei ha scritto cose che danneggiano il paese. La veniamo a prendere all’aeroporto e le faremo conoscere la sua nipotina. Ma lei non deve più scrivere, quindi prima, per il suo bene, le tagliamo le mani». La minaccia di uno sbirro zelante? Forse ma meglio evitare.

* www.transform.it





 

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