Accordi di Abramo.  Dopo Emirati Arabi, Bahrein e Marocco, relazioni diplomatiche di Israele (anche) con il Kosovo.

Accordi di Abramo. Dopo Emirati Arabi, Bahrein e Marocco, relazioni diplomatiche di Israele (anche) con il Kosovo.

Gianmarco Pisa

Sono state avviate il primo febbraio, le relazioni diplomatiche tra la “Repubblica” del Kosovo e lo Stato di Israele: per il Kosovo, una circostanza che consente alle autorità albanesi kosovare di rilanciare il tema della propria, sebbene controversa, “statualità” e il decantato “rafforzamento della soggettività statale internazionale” del Kosovo; per Israele, un tassello ulteriore di una strategia, a sua volta legata ai cosiddetti Accordi di Abramo e al Piano che porta il nome dell’ex presidente Donald Trump, di allargamento dei rapporti diplomatici e di rafforzamento dei legami economici e strategici nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo, allo scopo di consolidare la presenza e il ruolo di Israele nella regione.

Dunque, il Kosovo e Israele stabiliscono relazioni diplomatiche. Il Ministero degli Affari Esteri e della Diaspora del Kosovo ha confermato, con un comunicato, che «lunedì 1 febbraio, una cerimonia virtuale ufficiale suggellerà la formalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Kosovo e Israele». In una dichiarazione, resa nota dagli organi di stampa, la ministra kosovara Meliza Haradinaj-Stublla ha richiamato uno dei retroterra dell’accordo, vale a dire il ruolo (e il peso) degli Stati Uniti e il “legame speciale” che il Kosovo ha con il suo principale sponsor internazionale: «Questo momento molto importante è una manifestazione della lunga amicizia tra i nostri popoli, ora coronata dalla instaurazione di relazioni diplomatiche» a partire proprio dalla gratitudine «eterna» nei confronti degli Stati Uniti.

Il ruolo (e il peso) degli Stati Uniti, come si diceva, non può essere disconosciuto. L’avvio delle relazioni col Kosovo da parte di Israele era stato concordato nell’ambito dell’Accordo di Washington sulla normalizzazione delle relazioni economiche tra Kosovo e Serbia, firmato nel settembre scorso alla Casa Bianca alla presenza dell’allora presidente Trump. Il piano non era tanto ambizioso in sé (consisteva in una ricapitolazione delle intese raggiunte tra le due capitali, Belgrado e Prishtina, fatta salva, appunto, l’introduzione delle clausole legate al protagonismo di Israele, con l’avvio delle relazioni diplomatiche israeliane con il Kosovo e lo spostamento dell’ambasciata di Serbia da Tel Aviv a Gerusalemme); piuttosto, era significativo perché confermava il tono della strategia di Donald Trump per il Vicino Oriente, una specie di “pace” in cambio di prosperità, con massicci investimenti economici, a tutto vantaggio di Israele.

Lo stesso piano per la “soluzione del conflitto” tra Israele e Palestina (appunto “Peace to Prosperity”) annullava di fatto l’esistenza sul terreno di uno Stato per la Palestina, trasformata in un sistema di bantustan, in cambio di una normalizzazione formale e di investimenti economici. Allo stato, quella “Peace to Prosperity” ha costituito una piattaforma, di fatto unilaterale, per il consolidamento del ruolo di Israele nella regione, come ha confermato il riconoscimento di Israele da parte di Emirati Arabi, Bahrein e Sudan, spesso sulla pelle della autodeterminazione dei popoli, come ha mostrato l’instaurazione di relazioni diplomatiche anche del Marocco con Israele, subito seguita dalla dichiarazione di Trump del riconoscimento USA della sovranità del Marocco sui territori occupati del Sahara.

«Amo Israele. È un grande Paese. Il Kosovo è amico di Israele», ebbe a dire l’ex presidente della “Repubblica” del Kosovo, Hashim Thaci (oggi sotto processo all’Aja per crimini di guerra e crimini contro l’umanità) poco dopo la dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008. «Siamo orgogliosi della nostra cooperazione con gli Stati Uniti e il popolo ebraico e Israele come Stato è un modello positivo», disse invece, l’ex primo ministro del Kosovo, Ramush Haradinaj, anch’egli tempo addietro incriminato all’Aja per crimini di guerra, in occasione di un più recente incontro con investitori internazionali a Prishtina in un ufficio decorato con bandiere di Kosovo, Stati Uniti e Israele. Nemmeno due mesi fa, lo scorso 10 Dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato l’ennesima risoluzione inerente alle politiche di Israele, come Stato occupante, che colpiscono «i diritti umani del popolo palestinese nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est».

Il ruolo chiave è quello degli Stati Uniti. La clamorosa violazione internazionale dell’aggressione alla Jugoslavia del 1999 e la catastrofe umanitaria che provocò sono stati i presupposti della progressiva “statualizzazione” del Kosovo, con la costruzione di una entità statale di fatto e la proclamazione unilaterale di indipendenza nel 2008. Se, nell’opinione pubblica kosovara, ruolo e politiche dello Stato di Israele restano controversi, e oggetto di dibattito, nella stessa opinione pubblica e, ovviamente, presso le élite locali, la propensione filo-americana è categorica: i risultati di un recente sondaggio Gallup hanno mostrato che i kosovari albanesi sono tra i più (se non i più) filo-americani al mondo e oltre l’80% dei kosovari albanesi sostiene le politiche e le scelte dell’amministrazione USA. Numerosi gli spazi pubblici in Kosovo dove fanno ampia mostra di sé le bandiere a stelle e strisce, ben noti i casi, a Prishtina, dei monumenti dedicati all’ex presidente Bill Clinton e all’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, nonché delle strade, due grandi assi stradali della “capitale”, dedicati non solo a Bill Clinton, ma anche a George Bush.

L’elenco sarebbe lungo, e ha un punto di contatto anche con l’attuale presidente: nel 2016 il governo kosovaro decise di rinominare una strada alla memoria del figlio del presidente, J. R. Beau Biden (tragicamente scomparso nel 2015), presso Uroševac/Ferizaj, poco distante da Camp Bondsteel, all’epoca la più grande base militare statunitense all’estero (quasi quattro chilometri quadrati), descritta nel novembre 2005, da Alvaro Gil-Robles, inviato per i diritti umani del Consiglio d’Europa, una «piccola Guantanamo» nel cuore dell’Europa. Le questioni, nello scenario internazionale, si intrecciano sempre. Questa data del primo febbraio è quindi oltremodo significativa, perché, come molte altre vicende, va ben al di là del suo significato specifico: allude alle grandi questioni della sicurezza, delle relazioni internazionali e dei diritti di autodeterminazione nel Mediterraneo; ammonisce circa le effettive speranze da riporre in un auspicato “cambio di paradigma” nelle politiche internazionali da parte della nuova amministrazione a stelle e strisce. Soprattutto per ciò che riguarda le questioni cruciali: i diritti di autodeterminazione, le resistenze dei popoli, la pace con giustizia.





 

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