Bolivia tra voto e minacce di un nuovo golpe

Bolivia tra voto e minacce di un nuovo golpe

di Marco Consolo

Il prossimo 18 ottobre si svolgeranno in Bolivia le elezioni generali, rimandate per ben 3 volte dal governo golpista. Nelle urne si eleggeranno Presidente, Vicepresidente e i deputati al parlamento (Assemblea Legislativa Plurinazionale). L’ambiente è molto teso nel Paese e si rincorrono incessanti le voci di un nuovo possibile colpo di Stato in caso di vittoria della sinistra.

Come si ricorderà, nei mesi precedenti alle ultime elezioni dell’ottobre 2019, la destra suprematista golpista aveva creato le condizioni per un colpo di Stato, con l’immancabile appoggio degli Stati Uniti, del Brasile di Bolsonaro e dell’Organizzazione degli Stati Americani, la famigerata OEA, il cui Segretario Luis Almagro è stato un pilastro fondamentale del sanguinoso golpe. E con l’Unione Europea come mosca cocchiera dei diktat statunitensi, che da tempo preparavano la spallata finale. L’accusa principale al governo di Evo Morales era stata quella di brogli elettorali che avrebbero provocato “una frode scandalosa e gigantesca”, versione ripetuta all’infinito dalla grancassa dei latifondi mediatici internazionali, per consolidare la matrice di opinione.

A golpe avvenuto, diversi e autorevoli studi hanno dimostrato la falsità strumentale dell’accusa di brogli, e che in realtà Morales aveva ottenuto il 47% dei suffragi.Ma come si sa, il copione lo scrive chi alla fine vince.

In questi mesi, i golpisti hanno condotto un repressione spietata, hanno fatto di tutto per sbarazzarsi di Evo Morales e del Movimento al Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli (MAS-IPSP): hanno cercato di proscrivere il partito o almeno i suoi principali candidati, tra cui lo stesso Evo, costretto all’esilio in Argentina insieme a diversi dirigenti. Hanno assassinato, denunciato ed incarcerato dirigenti sociali, costretto alcune figure di spicco a rifugiarsi nelle ambasciate, chiuso le radio comunitarie e i pochi media filo-MAS, minacciato ed arrestato i giornalisti, etc.

In questo clima, si è aperta la guerra dei sondaggi dove spicca più di un 20 % di indecisi che faranno la differenza. Le previsioni più affidabili danno la vittoria al MAS ed al suo binomio Luis Arce- David Choquehuanca, che però, per vincere al primo turno, deve ottenere oltre il 50% o almeno 10 punti di distacco dal secondo piazzato. Emblematico il fatto che gli stessi mezzi di “comunicazione” filo golpisti siano costretti ad ammettere il distacco della candidatura di Carlos Mesa (lista Comunidad Ciudadana), anche se ne riducono le proporzioni e puntano ad arrivare al ballottaggio. E’ utile ricordare che si tratta dello stesso Carlos Mesa, vice-presidente nel 2003 quando la repressione provocò più di 80 morti e 500 feriti tra i movimenti sociali, che si battevano contro la privatizzazione di gas e acqua.

Due progetti opposti di Paese

A distanza di undici mesi dal sanguinoso colpo di Stato, si affronteranno quindi due progetti opposti.

Da un lato, quello che vuole recuperare la democrazia, la piena indipendenza economica e la sovranità, come condizione indispensabile per una prospettiva post-capitalista costruita sulla base del protagonismo degli ultimi, dei “dannati della terra”.

Dall’altra, la volontà di rafforzare la democra-tura per limitareancor di più la democrazia rappresentativa e chiudere tutti gli spazi di partecipazione politica, anche attraverso i golpe di nuovo tipo già realizzati in molti Paesi del continente, grazie alla “guerra giudiziaria” (Lawfare) ed alla manipolazione delle “reti sociali”.

Ma azzerare il protagonismo del blocco indigeno contadino, operaio e popolare non è stato e non sarà nè facile, nè indolore. Dalla sua progressiva comparsa nella politica boliviana, fino all’ascesa al governo negli ultimi anni (2006-2019), con quel blocco al governo guidato dalla presidenza di Evo Morales, lo Stato Plurinazionale della Bolivia ha visto il processo di trasformazione più radicale della storia del Paese.

Si sono concretizzate misure importanti come la nazionalizzazione del petrolio e del gas insieme alla ridistribuzione dei loro profitti, il recupero di altre aziende, l’inizio della sostituzione del modello neoliberista per uno sociale-comunitario, l’industrializzazione del litio (materiale strategico di cui è tra i principali produttori mondiali). Il recupero della sovranità nazionale dall’ingerenza imperiale si è inoltre concretizzato nell’espulsione dell’ambasciatore statunitense, Philip Goldberg (per la sua aperta ingerenza nella politica boliviana) e nella decisione di prescindere dai servizi del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

E soprattutto i popoli originari, (mal chiamati “indigeni”) hanno recuperato la dignità e l’orgoglio, hanno acquisito organizzazione e consapevolezza come risultato dell’accumulazione politica, organizzativa e di coscienza in decenni di lotte, con le loro sconfitte e vittorie.

Lungi dal nascondersi dietro un dito, va detto che, come in tutti i reali processi di trasformazione, ci sono state luci ed ombre, contraddizioni ed errori, alcuni oggetto di critiche feroci da parte di alcuni settori. Gli stessi che oggi tacciono con un silenzio assordante, appellandosi ad una “neutralità” che fa acqua da tutte le parti.

A quasi un anno dal golpe, sono diversi i fattori che sembrano orientare il voto a favore del MAS. Innanzituttola disastrosa gestione economica del governo de facto, diretto da Jeanine Añez e sostenuto dallo squadrista di Santa Cruz, Luis Fernando Camacho, e da Mesa. Una gestione basata sul suprematismo bianco, il disprezzo per il campo popolare, la sistematica repressione attraverso l’uso dell’apparato statale e di gruppi paramilitari (in particolare delle regioni della “media luna”). Pesano poi le denunce di corruzione sfacciata nell’acquisto di respiratori ed apparati medici in tempi di pandemia, come nelle imprese statali YPFB, ENTEL e BOA e nei Ministeri dei Lavori Pubblici e Comunicazioni, Sanità, Interni e Difesa.

Dulcis in fundo, l’assoluta sottomissione agli ordini degli Stati Uniti, anche in politica estera, con l’attacco frontale ai processi di integrazione continentale come ALBA, UNASUR e CELAC, la rottura diplomatica con Cuba e con il Venezuela bolivariano dove i golpisti appoggiano l’ autoproclamato Juan Guaidó. Parallelamente, il governo de facto ha ristabilito i rapporti diplomatici con Israele (interrotti dal Evo Morales in solidarietà con la popolazione palestinese) e raffreddato quelli con l’Iran, chiudendo la missione diplomatica “per risparmiare”.

A ciò si è sommato il dramma della pandemia, con un governo impreparato, incompetente ed incapace di dare risposte, che ha cercato di accusare il MAS ed i movimenti sociali di ogni nefandezza.

Viceversa, forte dei risultati ottenuti fino al 2019, la proposta politica, economica e sociale del MAS punta sul “vivir bien” ed implica la ricostruzione del Paese, il miglioramento delle condizioni di vita e una strenua battaglia contro il “razzismo”: un’alternativa che offre speranza alla maggioranza della popolazione.

La destra non molla

Di fronte alla possibilità della vittoria del MAS, la destra ha poche frecce al suo arco, ma non appare disposta a cedere. E l’ambasciata statunitense ha convinto ben 2 candidati della destra a rinunciare (l’auto-proclamata Presidente Áñez, e Jorge Tuto Quiroga, ex braccio destro del dittatore Hugo Banzer), cercando di non disperdere voti e concentrarli sull’ex-Presidente Carlos Mesa, il meglio piazzato a destra. E non è da scartare la possibilità che aumentino le pressioni interne ed esterne sullo stesso Camacho per farlo ritirare e confluire su Mesa.

Sebbene le condizioni sociali e politiche in Bolivia non siano le stesse del novembre 2019 per dare un nuovo colpo di Stato, a poche ore dal voto i settori più conservatori e radicali delle oligarchie locali non appaiono disposti ad accettare una possibile vittoria elettorale del Movimento al socialismo (MAS), alleato della Central Obrera Boliviana (COB) e del Pacto de Unidad (PU). C’è quindi il rischio del ricorso alla violenza da parte dei golpisti, con l’utilizzo di gruppi paramilitari, ex poliziotti, guardie di sicurezza private, provocatori, gruppi para-militari giovanili di Santa Cruz e Cochabamba. Settori che cercano sostegno dagli stessi promotori del primo colpo di Stato: Mike Pompeo, Segretario di Stato statunitense, Luis Almagro, senatori repubblicani di Miami come Ted Cruz o Marco Rubio, ex Presidenti ed ex ministri boliviani che vivono negli Stati Uniti. Magari con attacchi terroristici di “falsa bandiera” con l’obiettivo di attribuirli al MAS e impedire così la sua vittoria elettorale.

Contro la “campagna dell’odio e della paura”, la miglior risposta sarà la partecipazione ed il voto per riprendere il cammino interrotto. Molti occhi nel mondo sono puntati sulla Bolivia.

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