In Ecuador siamo condannati a vincere

In Ecuador siamo condannati a vincere

di Ricardo Patiño Aroca *

Hanno fatto l’impossibile per dichiarare Rafeal Correa inidoneo alle elezioni del febbraio 2021. La Revolución Ciudadana, sotto la copertura del Centro Democratico e di Fuerza Compromiso Social, presenta come candidato alla presidenza il giovane Andrés Arauz. La destra irreconciliabile si è unita contro di lui.

Gli ecuadoregni hanno reagito con questa frase all’assurda sentenza di otto anni di carcere che il sistema giuridico ha inflitto a Rafael Correa e a Jorge Glas per aver “irradiato un influsso psichico” su funzionari del loro governo perché chiedessero sostegni per le campagne elettorali. Era lunedi 7 settembre 2020. Il giorno stesso – guarda caso – un giudice boliviano ha dichiarato Evo Morales inidoneo come candidato a senatore, “perché non vive in Bolivia”.

Le élites ecuadoregne hanno fatto di tutto, in accordo con la strategia dell’impero statunitense, per evitare che la Revolución Ciudadana torni al governo, dopo che il tradimento di Moreno ha provocato il dissesto totale della marcia verso la Società del Buon Vivere che era partita nel decennio 2007-2017.

A noi, seguaci di Correa, hanno strappato il potere politico, in tre occasioni ci hanno impedito di registrare un nuovo movimento, ci hanno perseguitato per “cause” assurde tramite la Corte dei Conti e la Procura e ci hanno giudicato colpevoli in centinaia di processi per il solo fatto di aver difeso i diritti conquistati durante la “Década Ganada”1.

Bisogna chiarire che non è stato Moreno che ha governato il nostro paese per oltre 3 anni. Moreno è stato la marionetta dell’oligarchia finanziaria, dei comitati direttivi delle associazioni di impresa, delle grandi imprese mediatiche e del governo degli Stati Uniti, per adottare un’agenda economica che ha finito per far ricadere in condizioni di disoccupazione e povertà una gran parte della popolazione che aveva cominciato a vivere dignitosamente durante il governo di Correa.

La popolazione si è vista strappare il diritto alla salute, all’educazione, ad un impiego e uno stipendio decenti. Il diritto a non farsi rapinare dalle banche con interessi da usurai e commissioni abusive, il diritto dei contadini a non sottostare al lavoro interinale nel periodo del raccolto, ed altri.

A questo scopo, le élites imprenditoriali e finanziarie hanno insediato alla carica di ministro dell’Economia e delle finanze lo stesso presidente del comitato imprenditoriale2 ecuadoregno Richard Martinez, in modo da far ben capire al presidente Moreno quali devono essere le sue linee economiche direttrici. E con l’obiettivo di far apparire “tecnica” e “argomentata da esperti stranieri” la decisione di ridimensionare lo Stato – licenziare lavoratori, ridurre gli investimenti e la spesa pubblica – hanno provocato una crisi fiscale che li ha condotti “inevitabilmente” a ricorrere ai crediti del Fondo Monetario Internazionale.

Con ciò hanno piantato i chiodi sulla propria bara. Sono state applicate le ben note ricette del FMI e la popolazione ha reagito in massa scendendo in strada e questo ha scatenato la repressione; il rapido indebolimento del governo Moreno ha mandato tutto a carte quarantotto. Ora oltre il 90% della popolazione critica la gestione morenista.

La pandemia del Covid-19 si è accanita contro la città di Guayaquil. La pessima gestione sanitaria è dipesa dall’incapacità del presidente di dirigere, ma anche da tre elementi aggiuntivi: a) i tagli alla sanità degli ultimi tre anni; b) il licenziamento di migliaia di lavoratori del settore, compresa la brigata medica cubana che lavorava proprio nell’assistenza medica di base; c) la débâcle istituzionale e la corruzione generalizzata nell’acquisto di medicinali, materiale di consumo e attrezzature mediche, come conseguenza della criminale conversione degli ospedali in profitti per deputati ed altri eletti e per i politici, come quote politiche per la presunta governabilità del Parlamento.

Alla pessima gestione del governo Moreno si è accompagnata l’applicazione della strategia imperiale del lawfare, la giudizializzazione della politica, che ha cercato di denigrare i processi progressisti e rivoluzionari latinoamericani, tacciandoli di corrotti e architettando sentenze per mettere in galera e distruggere la vita dei loro dirigenti principali. Sono casi emblematici quello di Lula e Dilma Rousseff in Brasile, Cristina Kirchner in Argentina, Evo Morales in Bolivia e – in Ecuador – Rafael Correa, Jorge Glas e decine di dirigenti politici ed ex funzionari.

Per questo, nel caso dell’Ecuador, violando la Costituzione e la legge, hanno distrutto la istituzionalità costruita in dieci anni, hanno destituito funzionari, ne hanno nominato illegalmente altri, compresi giudici, procuratori ed una Corte Costituzionale illegittima, fino a costruire una trama complessa in grado di mettere in galera tutto quello che potrebbe odorare a “correista”, in una politica neofascista che copre la nostra America Latina di vergogna.

Ora l’Ecuador ha avviato un processo elettorale che si concluderà nel febbraio del 2021. Le élites finanziarie, imprenditoriali e mediatiche e l’imperialismo sanno che Rafael Correa è sempre nel cuore del suo popolo, e perciò si sono proposti di eliminarlo dalla contesa. A questo scopo nel 2018 hanno organizzato in modo fraudolento un referendum che gli impedisse di presentarsi come candidato alla presidenza. Però, per evitare anche che fosse candidato alla vicepresidenza, hanno nuovamente violato la legge introducendo un regolamento che rende praticamente impossibile la sua candidatura alla carica.

Non contenti, hanno architettato contro Correa e Glas un processo pieno di irregolarità, senza capo né coda, che hanno portato avanti sovvertendo tempi e procedimenti, e che sono riusciti a presentare all’ultima istanza proprio pochi giorni prima della registrazione delle candidature, allo scopo di rendere Rafael Correa inidoneo. Il montaggio giudiziario architettato per condannarlo è talmente grossolano che siamo certi che nelle istanze internazionali questa sentenza sarà dichiarata nulla. L’inchiesta di una stazione televisiva aperta rivela che l’82% degli ecuadoregni ritiene che la sentenza sia ingiusta.

La Revolución Ciudadana, che ora si presenta come Centro Democratico e Fuerza Compromiso Social, ha come candidato alla presidenza Andrés Arauz, un eccellente giovane economista di 35 anni, con una formazione professionale straordinaria ed una esperienza di gestione accumulata durante il decennio del governo di Rafael Correa, che ha messo la destra tradizionale e oligarchica sui carboni ardenti.

Preoccupata per i risultati dell’inchiesta, la destra – che in questi anni ha co-governato con Moreno – per la prima volta dopo molti anni ha deciso di fondare una grande alleanza, alla quale prendono parte Jaime Nebot e Guillermo Lasso, presunti nemici inconciliabili, spinta dal timore che la propria dispersione apra la strada al trionfo di Andrés Arauz già al primo turno, risultato che potrebbe essere raggiunto con un voto al 40% se superasse il secondo candidato di 10 punti.

Ora tocca al popolo ecuadoregno assumere le sue responsabilità, organizzarsi dappertutto nel paese e passare all’offensiva elettorale per realizzare, il 7 febbraio prossimo, questo grido di futuro e di speranza, “Siamo condannati a vincere”.

Ricardo Patiño Aroca

Ricardo Patiño Aroca

*ex Ministro degli Esteri dell’Ecuador, 30/09/2020

Fonte: https://www.mundoobrero.es/pl.php?id=9670 Traduzione di Nora Tagliazucchi

1 Il decennio di governo di Correa, 2007-2017 (NdT).

2 Una sorta di Confindustria (NdT).


 

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