Servizio Civile Universale: vittima di guerra.

Servizio Civile Universale: vittima di guerra.

Gregorio Piccin*

Non passa anno che Arci Servizio Civile non lanci un appello per chiedere un finanziamento del Servizio Civile Universale adeguato al numero delle candidature pervenute. Non passa anno che il trend del finanziamento sia sempre tendenzialmente negativo.

Anche se il governo giallo-verde si è rivelato come il peggiore di tutti rispetto a questo tema è pur vero che il finanziamento del Servizio Civile Universale (già Servizio Civile Nazionale) è sempre stato oggetto di estenuanti trattative con i governi di ogni colore sin dai tempi della sua istituzione e lo testimonia, a titolo d’esempio, il fatto che nel 2018 sono state finanziate meno della metà delle candidature pervenute (53.000 a fronte di 110.000).

Il governo Conte bis, per il 2020, ha finanziato 38.000 dei 63.000 volontari potenziali ma nella previsionale di Bilancio ha stanziato per i prossimi due anni appena 100 milioni, che copriranno il minimo storico di 18.000 volontari.

Il Servizio Civile Nazionale viene istituito con la legge 64 del 2001. In questa fase, preparatoria alla definitiva sospensione della leva, avevano accesso al SCN le sole donne, su base volontaria.

Con la definitiva sospensione della leva militare (e quindi dell’obiezione di coscienza) sopraggiunta con la legge 226 del 2004, il SCN entra nella sua fase attuativa piena con l’apertura dei bandi ad entrambi i sessi.

Ma da allora, l’afflusso di giovani che generava l’obiezione di coscienza verso associazionismo e Terzo settore è rimasto solo un pallido ricordo.

Un pallido ricordo che, con l’istituzione del SCN si è trasformato in una fregatura bella e buona…

L’ipotesi della professionalizzazione delle Forze armate e della conseguente sospensione della leva vinse praticamente a tavolino in primo luogo perché prospettò la promessa di liberare i giovani italiani dal fardello della leva obbligatoria (salvo “imporla” indirettamente ai disoccupati e ad una particolare fascia di territorio nazionale come unico sbocco occupazionale); in secondo luogo perché questa “riforma”, a suo tempo, mise d’accordo un po’ tutti:

- gli statunitensi che la imposero come standard Nato per potere disporre anche delle Forze armate italiane direttamente o indirettamente nei loro piani strategici post 89’;

- tutti i partiti rappresentati in parlamento con l’unica eccezione di Rifondazione Comunista;

- le aziende del comparto industriale militare per ovvie ragioni legate all’aumento di commesse con alto valore tecnologico e quindi all’aumento dei dividendi per manager e azionisti (con i sindacati di categoria confederali in una posizione sempre opaca e sulla difensiva nonostante il calo costante dell’occupazione);

- il Terzo settore che sperava di vedere risarcito il suo serbatoio di giovani (prima garantito dall’obiezione di coscienza) con l’istituzione del SCN.

Tra i favorevoli alla professionalizzazione delle Forze armate solo Stati uniti, Nato ed industria bellica hanno incassato enormi vantaggi: una inedita politica estera belligerante a sostegno della spesa militare che oggi si attesta sui 70 milioni di euro al giorno e che dovrà essere portata al 2% del Pil ossia 100 milioni di euro al giorno da un lato e un grande consumatore interno di hi-tech militare dall’altro.

Le cifre parlano chiaro e, tra tutti, il Terzo settore è rimasto col cerino in mano. Non a caso fu proprio lo stesso Terzo settore, per correre ai ripari, a suggerire al governo Renzi l’istituzione della “leva civile”, implicitamente parallela all’esercito professionale a sua volta indispensabile per la proiezione di forza oltre confine.

Un palese nonsenso peraltro finanziariamente insostenibile se consideriamo le cifre investite nell’impegno bellico permanente seguito alla professionalizzazione.

Altra vittima della contro-riforma che ha sospeso la leva è stata, indirettamente, la Protezione Civile.

In pieno caos climatico, la Protezione Civile ha infatti perso un collaboratore di primo piano: l’Esercito, con logistica, mezzi e personale è in tutt’altro affaccendato, strutturalmente incapace di essere impiegato in maniera massiccia e risolutiva nelle emergenze ambientali plurime che ci colpiscono ogni anno.

Forse è arrivato il tempo di ripensare organicamente il tema della “difesa e sicurezza della patria”, così come costituzionalmente sancito.

Ricomporre una visione d’insieme oggi significa abbandonare approcci parziali (compresa l’istituzione di un Dipartimento di Difesa Civile che nel contesto attuale nascerebbe già seppellito da una belligeranza strutturale) e fare i conti con l’attuale modello di Difesa nel suo complesso per superarlo.

Nel 1999, nella sua solitaria ma lungimirante opposizione alla professionalizzazione della truppa Rifondazione Comunista inserì l’istituzione di un Dipartimento di Difesa Popolare Nonviolento in un Disegno di legge organico che avrebbe ridimensionato drasticamente la quota militare per destinare la gran parte dei giovani nelle funzioni di Difesa civile. Ecco un estratto saliente del Disegno di legge:

…Il cittadino davanti alla leva obbligatoria si troverebbe a dover scegliere tra quattro possibilità:

a) svolgere il servizio militare di leva normale o a ferma prolungata;

b) richiedere di far parte del contingente di leva impegnato nella protezione civile;

c) fare l’ausiliare nei Corpi di polizia e nella Guardia di finanza;

d) dichiararsi obiettore di coscienza ed entrare a far parte della Difesa popolare nonviolenta (DPN).

 L’articolo 9 del nostro disegno di legge, infatti, istituisce il Dipartimento della difesa popolare nonviolenta…

http://www.senato.it/leg/13/BGT/Testi/Ddlpres/00004113.htm

Mentre è chiaro, alla prova dei fatti, che la professionalizzazione delle Forze armate ha prodotto la militarizzazione della politica estera del nostro Paese (e guarda caso di tutti quelli che la hanno adottata come modello per le Forze armate) diventando la chiave di volta tecnica e giuridica di una vera e propria privatizzazione della guerra permanente, è altresì evidente che per cambiare rotta bisogna avere il coraggio politico di abbandonarla.

Lo stato in cui versa il Servizio Civile Universale è lo specchio di ciò che diventerà un eventuale Dipartimento di Difesa Civile con l’attuale modello di Difesa. Non certo “un’altra Difesa possibile” ma, nella migliore delle ipotesi, una (scarsamente finanziata) operazione di “peace washing” per la belligeranza strutturale che il Paese esprime.

Crediamo sia necessario recuperare l’impianto organico del Disegno di legge che Rifondazione Comunista avanzò nel 1999 per aggiornarlo, attualizzarlo e trasformarlo in una proposta di riforma generale del comparto Difesa adatto ai tempi che stiamo vivendo.

Ciò significa fare un passo indietro per farne quattro in avanti: recuperare e potenziare la funzione di supporto ed integrazione delle Ff.aa con la Protezione Civile nelle emergenze ambientali; restituire a questo Paese un Servizio Civile come alternativa con pari dignità a quello militare; rendere le Forze armate strutturalmente indisponibili ad una politica estera belligerante asservita agli interessi Nato/statunitensi e ai fatturati dell’industria militare e contemporaneamente offrire il contesto materiale per iniziare un ragionamento concreto di conversione della stessa.

Quattro passi in avanti per un’Italia neutrale, ponte di pace e cooperazione per il Mediterraneo e Paese promotore di politiche di distensione e disarmo: un grande, difficile eppure necessario ricollocamento strategico in un mondo che sta scoppiando.

*Responsabile Pace PRC-S.E.





 

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