Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono

Gli eroi se ne vanno, gli arrabbiati piangono

Questo articolo è stato pubblicato ormai 11 anni fa su Liberazione  e vuole essere un ricordo non solo di un gruppo musicale fra i migliori che abbiano mai calcato le scene italiane, (il migliore probabilmente) ma la foto di un’epoca lontana, dimenticata  e malraccontata per mille ragioni. Un’epoca ed una storia che hanno ancora molto da dire

Stefano Galieni

19 giugno 2009

Trent’anni fa scompariva “Il maestro della voce” e il riflusso inghiottiva una generazione

“Nei tuoi occhi c’è una luce/ che riscalda la mia mente/ con il suono delle dita/ si combatte una battaglia/ che ci porta sulle strade/ della gente che sa amare”.

Versi di una canzone, ripresa poi negli anni ma che nessuno ha mai cantato come Demetrio Stratos, che nessuno ha mai suonato come gli Area, forse il miglior gruppo musicale mai cresciuto in Italia. Il titolo della canzone ricorreva nelle tempeste degli anni Settanta come una meteora, un sogno a cui continuare a guardare, “Gioia e rivoluzione”.

14 giugno 1979, piove a Milano, di quella pioggia plumbea che a tratti sembra dare tregua e che poi riprende incessante. Piove sui volti e sui corpi di sessantamila persone radunate all’arena civica, per una speranza che si era trasformata in un addio.

Una storia ancora difficile da mandare giù: Demetrio Stratos e gli Area erano divenuti in pochi anni, l’emblema stesso di una militanza non rituale, della capacità propria della musica, come delle arti, di toccare corde profonde, testi intensi e carichi di allusioni, musiche frutto di infinite contaminazioni, la scelta di stare sul palco alla stessa maniera di cui si andava in piazza, ma con la voglia perenne di rompere schemi, consuetudini, retoriche. Ares Tavolazzi al basso, Patrizio Fariselli alle tastiere, Giulio Capiozzo alla batteria, diventano gli assi portanti del gruppo, nato nel 1972, ma sono numerosi i musicisti che hanno attraversato questa singolare esperienza musicale e politica. E poi la voce di Demetrio, qualcosa che arrivava da un mondo ignoto, figlia del suo essere nomade, partorita dal Mediterraneo. Demetrio Stratos era nato ad Alessandria d’Egitto il 22 aprile del 1945, da genitori greci, sin da piccolo inizia a studiare pianoforte e fisarmonica al conservatorio. Dopo il colpo di stato di Nasser, la famiglia lo aveva mandato a studiare a Cipro, ma nel 1962 era a Milano, iscritto ad Architettura. Ma la musica prima e la politica poi, lo assorbono rapidamente. Soul, rhytm and blues, rock, suoni senza confini, world music diremmo oggi, mano mano diviene cosciente dei propri mezzi vocali. Un periodo beat, con I Ribelli e poi finalmente gli Area e la casa discografica che tenta di rompere il dominio delle major la “Cramps”. Con gli Area i testi diventano chiaramente militanti, il gruppo sostiene i gruppi della sinistra radicale di allora, le cause internazionaliste, viaggia nei festival della gioventù in mezzo mondo e ogni volta torna più ricco di sonorità e di contenuti.

Dischi di impatto forte Arbeit macht frei , Caution Radiation Area , Crac , il live Are(a)zione , Maudits fino a 1978, gli dei se ne vanno gli arrabbiati restano , per citare i più noti.

Ma l’esperienza degli Area, nonostante la vasta risonanza internazionale va stretta a Demetrio che da tempo aveva iniziato un lavoro sperimentale partendo dall’incredibile assurda voce di cui era dotato. Una voce capace di raggiungere i 7000 hz di frequenza, oltre 12 volte quella di un normale tenore, la capacità di emettere contemporaneamente due, tre, quattro suoni. Una voce che lo portò ad inoltrarsi nei territori della ricerca etnomusicologa, era diventato Il maestro della voce . Aveva mille progetti quando la diagnosi arrivò come un fulmine inatteso, anemia aplasica. Allora le sole speranze le davano le cliniche statunitensi, e allora una corsa contro il tempo, bisognava raccogliere i soldi per pagare le spese, per trovare le cure. Demetrio non era mai diventato ricco.

E allora un concerto, un evento unico in cui i musicisti avrebbero suonato gratuitamente e l’incasso sarebbe andato direttamente per salvarlo. Ma come in un romanzo scritto male, il 13 giugno del 1979, alla vigilia dell’appuntamento, Demetrio Stratos moriva a New York per arresto cardiocircolatorio.

E il concerto, che dalla pubblicistica è ricordato come la “Woodstock italiana”, si trasformò in un omaggio, un saluto a cui risposero musicisti di ogni tipo e a cui accorsero ragazzi e ragazze da tutta Italia. Ore di musica, a bestemmiare contro quella pioggia che sembrava cadere apposta, contro i primi segni del riflusso per cui c’era anche chi contestava il musicista sul palco perché poco orecchiabile, a emozionarsi quando salivano le icone del tempo, poche parole e giù una canzone che sembrava tirata su apposta. C’erano artisti ancora in attività come Guccini, Finardi, Vecchioni, Il banco del Mutuo Soccorso, Venditti, Branduardi, gruppi scomparsi come i Carnascialia (Con Mauro Pagani), i Kaos Rock, gli Skiantos, e tanti e tanti altri. Difficile ricordarli tutti, si celebrava un funerale gioioso ed emotivamente accomunante, ma insieme a Demetrio se ne stava andando un epoca, anche se era impossibile rendersene conto.

Suonavano altri, ma sognavamo che da li ad un momento sarebbe apparso Demetrio, con l’aria scanzonata che gli era solita, il profilo inconfondibile, un cappellaccio e un sorriso sghembo.

Sognavamo di sentire riecheggiare “Luglio, agosto, settembre nero”, “L’elefante bianco”, “La mela di Odessa”, di svegliarci da un incubo grazie ad una voce che arrivava da un altro pianeta.

Il concerto andò avanti per ore, fra continui black out dovuti alla pioggia, pause estenuanti, microfoni che non funzionavano, amplificazioni che tossivano e distorcevano. C’era chi saliva sul palco come se nulla fosse accaduto, chi a testa bassa, con il cuore altrove, chi preso dal proprio pezzo, chi consapevole di rappresentare una parte di un cosmo, di una generazione che andava in frantumi. Fuori c’erano l’eroina e la solitudine, la metropoli che si imbarbariva, le relazioni che saltavano, il piombo delle ultime avanguardie armate e il trionfo della Milano degli affari e della corsa al profitto. Fuori c’era un mondo che era andato in senso contrario rispetto alle aspettative, alle speranze, ai sogni di molte e di molti, si tornava indietro, protetti da modelli rassicuranti ed escludenti, di cui presto si sarebbero visti i frutti. Ma dentro quell’arena c’era ancora voglia di sperare e di credere che la musica non si sarebbe interrotta, che si stavano condividendo insieme, una tappa dura di un percorso che non terminava lì, che non moriva come era morto Demetrio.

L’Arena, fradicia, era un guscio di noce a cui aggrapparsi, in cui pensare che suoni e parole potessero tornare a riempire il silenzio che cominciava ad invadere le vite e la quotidianità. Le parole erano le parole dolci e dure di chi non si rassegnava, la musica permetteva di intravedere un domani meno piovoso, carico di ironia, passione, rabbia, vitalità. Squarci di luce che non potevano essere irrigimentabili in un razionale progetto politico tradizionale, che guardavano verso il mondo in mutazione con la voglia di riappropriarsene, di impedire che qualcosa o qualcuno di cui non si conosceva l’identità, trasformasse tutto in merce. Gli Area, senza Demetrio salirono più volte sul palco, a voler sfidare il mondo e la mortalità delle persone, a voler proporre un futuro dalle sonorità distorte e penetranti, capaci di rinnovarsi, di saltare l’ostacolo, di esistere. Le facce dei membri della band erano poco più che un punto dagli spalti. Anni dopo, a riguardare i filmati di repertorio, si ritrovano volti segnati e improvvisamente induriti dagli anni, dalla Storia che passava davanti, dalla tensione, da un dolore che si trasformava in accordi.

Arrivò come un colpo al fegato, l’Internazionale distorta e suonata con rabbia e coraggio. Arrivò in un silenzio irreale che nessuno voleva rompere. Note lancinanti che chitarra e basso elettrico rendevano infinite, la batteria scaricava tuoni, forse scomposti. Pochissimi, interminabili minuti.

Ed erano tanti i volti di uomini e donne rigati dalle lacrime, tanti gli ingenui e sinceri pugni alzati.

Contro un cielo, contro una morte, contro qualcosa che finiva, inevitabilmente, come tutto.

La Cramps, in uno dei suoi ultimi ruggiti, trasse dal concerto un doppio LP, che in tanti oggi custodiscono come si fa con qualcosa di caro e intimo.

E c’è chi ancora oggi ascolta gli Area nel periodo del massimo splendore, chi li scopre e resta incantato da suoni e parole ancora avanti nel tempo.

Imparare a leggere le cose /intorno a te/ fino a che non se ne scoprirà /la realtà/ districar le regole che non ci funzionan più/spezzando tutto con/radicalità.

 


 

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