La misteriosa fine del killer di Soleimani

La misteriosa fine del killer di Soleimani

di Alberto Negri -

La notizia, se fosse confermata, è di quelle che fanno sobbalzare. L’”Ayatollah Mike”, soprannome di Michael D’Andrea, il killer del generale iraniano Qassem Soleimani e Bin Laden, capo della Cia in Medio Oriente, sarebbe rimasto ucciso nell’aereo Usa abbattuto in Afghanistan il 27 gennaio. Ecco chi era.

La notizia, se fosse confermata, è di quelle che fanno sobbalzare. L’”Ayatollah Mike”, soprannome di Michael D’Andrea, il killer del generale iraniano Qassem Soleimani e Bin Laden, capo della Cia in Medio Oriente, sarebbe rimasto ucciso nell’aereo Usa abbattuto in Afghanistan il 27 gennaio. L’informazione è stata passata da fonti dell’intelligence russa, ripresa da diversi media ma per ora non è stata né smentita né confermata.

Washington ammette soltanto l’abbattimento di un velivolo accompagnato da un rigido silenzio. Trump è ormai in piena campagna elettorale e certe verità vengono rivelate con il contagocce, al punto che solo dopo molti giorni dalla rappresaglia iraniana sulle basi militari Usa in Iraq il Pentagono ha ammesso che vi sono stati almeno una cinquantina di feriti fra le proprie truppe dopo aver negato per settimane qualsiasi conseguenza.

Lunedì scorso un Bombardier dei quattro in dotazione alla Cia nella base afghana di Kandahar è stato colpito e abbattuto da un missile terra-aria. Chi sia stato è difficile dirlo: la colpa potrebbe essere attribuita ai Talebani che recentemente hanno fatto fuori quattro elicotteri e due droni ma alla guerriglia afghana mancano i mezzi bellici per colpire un aereo che comunque volava a notevole altitudine.

A bordo dell’apparecchio si sarebbe trovato Mike D’Andrea che nel 2017 era stato nominato a capo dell’Iran Mission Center dell’Agenzia e aveva messo a punto il piano dell’uccisione di Soleimani, oltre ad essere stato in passato uno dei cacciatori di Osama Bin Laden nonché uno dei maggiori responsabili di massacri di civili in tutta l’area mediorientale tanto da meritarsi soprannomi come “Principe delle tenebre” o Ayatollah Mike”.

D’Andrea si era guadagnato questi appellativi come capo della campagna della Cia di attacchi con i droni che in Afghanistan hanno ucciso migliaia di militanti islamici ma anche centinaia di civili.

Ayatollah Mike veniva descritto come un fumatore incallito e soprattutto come un convertito all’Islam. Michael D’Andrea dalla primavera del 2017 aveva ricevuto un nuovo incarico. Guidare le operazioni iraniane della Cia: fu questo il primo segnale importante che l’amministrazione Trump stava imboccando la linea dura contro l’Iran promessa durante la campagna elettorale e seguita poi dalla cancellazione dell’accordo sul nucleare del 2015 voluto da Barack Obama. Il nuovo ruolo assegnato a D’Andrea era una delle numerose mosse all’interno dell’agenzia di spionaggio che segnalavano un approccio più muscolare per le operazioni segrete sotto la guida di Mike Pompeo, allora capo della Cia e poi nominato segretario di Stato.

Il Principe delle Tenebre era sicuramente un duro. Secondo un articolo del “New York Times” negli anni successivi all’11 settembre, D’Andrea è stato profondamente coinvolto nel programma di detenzione e interrogatorio che ha portato alla tortura di un certo numero di prigionieri, condannato in un ampio rapporto del Senato nel 2014 come disumano e inefficace. L’amministrazione Trump ha iniziato a restituire al Congresso soltanto alcune parti di questo documento di 6.700 pagine (non soggetto al Freedom of Information Act) sollevando la concreta prospettiva che non verrà mai reso pubblico.

D’Andrea aveva assunto il comando del Centro antiterrorismo della Cia all’inizio del 2006 e aveva trascorso i successivi nove anni a dirigere la caccia ai militanti di tutto il mondo. I suoi agenti avevano svolto un ruolo fondamentale nel 2008 nell’uccisione di Imad Mugniyah, il capo delle operazioni internazionali per Hezbollah, il movimento sciita appoggiato dall’Iran con base in Libano. Lavorando con gli israeliani, la Cia aveva usato un’autobomba per uccidere Mugniyah mentre tornava a casa a Damasco.

Allo stesso tempo D’Andrea aveva accelerato il programma dei droni in Pakistan. I droni diventarono così lo strumento antiterrorismo preferito dal presidente Obama, che approvò personalmente gli attacchi contro i leader islamici radicali.

Quando D’Andrea subentrò come capo dell’antiterrorismo la Cia in Pakistan contava soltanto su una mezza dozzina di droni. Nel 2010, quando la campagna dei droni arrivò al culmine, la Cia aveva già lanciato 117 attacchi contro i militanti di Qaeda e altri jihadisti che si rifugiavano nelle aree tribali lungo il confine nord-occidentale del Pakistan con l’Afghanistan, il famigerato ”Af-Pak”.

Nella carriera dell’Ayatollah Mike però non ci sono stati soltanto successi. Nel gennaio 2015 uno dei suoi droni colpì un covo di Al Qaeda in Pakistan dove, all’insaputa della Cia, i jihadisti tenevano due ostaggi: Warren Weinstein, un consulente economico americano, e l’italiano Giovanni Lo Porto, 37 anni. Lo Porto era stato rapito nel 2012 mentre lavorava presso la Ong tedesca Welt Hunger Hilfe. Entrambi gli uomini furono uccisi nell’attacco ordinato dal Principe delle Tenebre. La magistratura aprì un fascicolo per indagare sulle reali cause del decesso di Lo Porto ma nel 2017 fu disposta l’archiviazione “per assenza di collaborazione da parte delle autorità americane”. Ora il Principe delle Tenebre si è portato via i suoi segreti.

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