La paura dell’altro che attanaglia l’Italia secondo il Censis. Restare chiusi nei selfie o tornare a costruire alternativa?

La paura dell’altro che attanaglia l’Italia secondo il Censis. Restare chiusi nei selfie o tornare a costruire alternativa?

Stefania Brai*

La fotografia dell’Italia che emerge dal 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis conferma in realtà l’analisi politica, sociale e culturale che da anni andiamo facendo, anche se ovviamente con altri “occhi” e con letture diverse.

Secondo il Censis gli italiani stanno sfuggendo dal mulinello della crisi ma l’insicurezza è diffusissima (il 63 % guarda al futuro con incertezza e il 17 % è pessimista) e genera ansia e stress esistenziale (lo dichiara il 74 % degli italiani; il consumo di sedativi e ansiolitici è aumentato del 20 % in tre anni). Causa di tutto ciò – sempre secondo il Rapporto – lo stravolgimento sociale epocale degli ultimi anni: diminuzione della protezione sociale garantita dal welfare, rottura del cosiddetto ascensore sociale e rischio di declassamento sociale. Sono crollati anche due pilastri della sicurezza familiare: la proprietà della casa – che prima era un investimento per il futuro ed adesso un peso e un pericolo – e i Bot che ormai non rendono quasi più nulla per cui il risparmio si è trasferito “sui contanti”. Risultato di questo stravolgimento è l’autotutela individuale per la sopravvivenza: si deve contare solo sulle proprie forze per porre una diga, un “muretto” al rischio di franare verso il basso.

La stessa analisi del Censis dice che con la caduta del Muro di Berlino si era dichiarata la “fine della storia” nel senso che “finalmente” erano finiti i regimi socialisti e restavano in piedi solo le democrazie liberali e il capitalismo, ma che adesso forse la “storia si rimette in moto”.

*resp. cinema, teatro, beni culturali, PRC-S.E.

Chi pensava cioè che la fine delle ideologie e la vittoria di una sola ideologia, quella della globalizzazione neoliberista, quella del mercato e della mercificazione globale risolvesse i problemi e le contraddizioni della società di classe, si trova di fronte al fatto che la storia appunto ricomincia. Con una nuova guerra fredda, con i nuovi sovranismi e la costruzione di frontiere invalicabili. Con le lotte, le rivolte e le “ribellioni” in tutto il mondo.

Quella del Censis è una radiografia piena di elementi apparentemente – e solo apparentemente a mio avviso – contraddittori e che fotografa una società parcellizzata e senza speranze (l’unico elemento “in avanti” sono i giovani di Fridays for future), risultato delle politiche scellerate degli ultimi venti anni non solo sul piano sociale ed economico ma anche su quello della formazione, dei saperi e della cultura. Politiche che hanno tragicamente generato un impoverimento complessivo dei livelli di coscienza e di consapevolezza di sé e dei propri diritti, di strumenti di conoscenza della realtà e della possibilità di modificarla. Politiche che hanno generato la diffusione di un sistema di valori fondato sul ribaltamento delle priorità individuali e collettive.

Ma i dati che emergono dal Rapporto Censis credo ci debbano far riflettere per capire meglio anche come e su quale terreno – sociale e culturale – portare avanti le nostre battaglie e le nostre idee, il nostro progetto di società, ma anche la nostra comunicazione politica.

Abbiamo sempre detto che la “crisi” di tutto l’apparato di rappresentanza degli interessi collettivi, insieme alla crisi economica, ha portato ad una società di individui “singoli e soli”, che in mancanza di protezione sociale e di rappresentanza politica il nemico viene individuato in chi è come te, in chi ti sta a fianco e rischia di toglierti il lavoro, che si deve combattere solo per se stessi e non più per i diritti collettivi. Con il rischio concreto della diffusione di un senso comune pervaso da pulsioni antidemocratiche. E i dati del Censis ci dicono proprio che il 75,5 % degli italiani ritiene che non si è mai abbastanza prudenti nei rapporti con gli altri (73,4 % tra gli operai, 78,6 % tra i disoccupati). Che il 76 % della popolazione (81 % degli operai e lavoratori esecutivi, 89% dei disoccupati) non ha fiducia nel sistema politico e che il 48,2 % è favorevole ad un’ “uomo forte” che non debba “preoccuparsi” del Parlamento (67 % tra gli operai e i lavoratori esecutivi). E in apparente contraddizione il 42 % degli italiani indica le notizie di politica nazionale come quelle che lo interessano di più (anche più dello sport), ma il 90,3 percento vorrebbe vedere di meno nei programmi televisivi i politici, l’87 % i sindacalisti, l’81 % i religiosi, mentre il 73 % vorrebbe invece vedere di più scienziati, medici ed esperti. Bisogno di politica, di un’altra politica e di una informazione documentata che dia gli strumenti per capire cosa sta accadendo.

Allora quali sono oggi gli strumenti di comunicazione politica e i mezzi di informazione?

Come è sotto gli occhi di tutti la carta stampata è sempre più in difficoltà, con un calo di numero di copie vendute del 7,5 %. Più colpiti i quotidiani economici (- 17%) rispetto ai quotidiani nazionali (-6,8%). Per quanto riguarda i quotidiani on line il trend è positivo: i giornali che nel periodo settembre 2018-luglio 2019 hanno registrato il maggior numero di utenti nel giorno medio sono Repubblica con un picco a ottobre 2018 di 3 milioni di utenti e Il Corriere con 2 milioni e mezzo nello stesso periodo. Il Messaggero ha circa 2 milioni di utenti, la Stampa circa 1 milione.

La radio mantiene ancora dei livelli alti di ascolto e i social network sono i maggiori mezzi di comunicazione personale e di disintermediazione: in testa ma stabile Facebook, Instagram in grande ascesa, Twitter “elitario e ondivago”. Ma i telegiornali restano ancora la fonte principale di informazione per il 65 % degli italiani, segue Facebook per il 25 %, la radio per il 20 %, i quotidiani per il 14,8 % .

Il dato più rilevante nell’analisi dei mezzi di comunicazione individuale è la diffusione dello smartphone perché è lo strumento che ha consentito il superamento del digital divide, essendosi abbassata la soglia delle competenze necessarie all’uso degli strumenti digitali, ed è diventato “l’icona della disintermediazione”. La percentuale dei fruitori di cellulari smart è passata dal 15% del 2009 all’attuale 73,8% e il numero dei possessori di smartphone coincide con quanti hanno accesso a internet. L’acquisto di un cellulare smart è diventato per le famiglie anche un investimento economico (la spesa per la telefonia è aumentata del 290 % in dieci anni) perché consente non solo un risparmio di tempo ma anche l’accesso rapido a beni e servizi on line.

Ma la diffusione di queste tecnologie personali ha comportato una specie di “mutazione antropologica”: tra i fattori ritenuti centrali nell’immaginario collettivo della società di oggi il 38,5% mette in testa il posto di lavoro, al secondo posto i social network (28,3%), al terzo la casa di proprietà (26,2%), al quarto lo smartphone (25,7%), al sesto posto il selfie (18,9%), all’ottavo il titolo di studio (14,9%).

Credo che sia proprio questa “mutazione antropologica”, come la definisce il Censis, questo spaesamento sul futuro e all’opposto il fortissimo attaccamento neanche all’oggi ma “al momento” intrappolato nel selfie (quasi il 22% per le persone tra i 14 e i 44 anni), insieme al bisogno di una comunicazione senza intermediazioni e tutta esclusivamente “virtuale” che ci dice che il lavoro da fare è davvero enorme.


 

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