La recessione tedesca e la fuga di giovani dal Mezzogiorno

La recessione tedesca e la fuga di giovani dal Mezzogiorno

di  Forges Davanzati

Il rallentamento dell’economia tedesca costituisce un allarme per il già fragile tessuto produttivo europeo, dal momento che buona parte dell’imprenditoria italiana è strutturalmente legata – tramite rapporti di subfornitura – al capitale nord europeo. Ciò che maggiormente desta allarme è la caduta della produzione industriale in Germania, giacché questa si traduce – e in parte già si sta traducendo – in una caduta degli ordinativi di prodotti intermedi fabbricati dalle nostre imprese più grandi sul piano dimensionale e con più elevata produttività del lavoro, localizzate nel Nord del Paese.

Si tratta di un problema che riguarda l’intera economia italiana, a fronte del quale le rivendicazioni secessioniste di Veneto e Lombardia – la c.d. autonomia differenziata – appaiono del tutto inappropriate. Il progetto di costituzione di macroregioni (con un Nord sostanzialmente autonomo, sia per quanto attiene al gettito fiscale che può trattenere in loco, sia per quanto riguarda le competenze normative che farebbe proprie, a partire dal settore dell’istruzione) non può infatti salvare quelle stesse aree dal probabile arrivo di una nuova fase recessiva. E non può farlo proprio perché, questa volta, la recessione parte dalla Germania e, proprio perché, le imprese che insistono in quelle regioni producono e vendono per quelle tedesche.

Vi è ampio e trasversale consenso in merito al fatto che l’economia italiana ha bisogno di un ampliamento del mercato interno (e non del suo esatto contrario, ovvero di una secessione simulata per provare a crescere esportando), sebbene vi siano divergenze di opinioni in merito a ciò che bisognerebbe fare per ampliarlo. Occorrono certamente incrementi salariali, e dunque maggiori consumi, così come prioritariamente occorre stimolare gli investimenti privati e metter mano a un programma di lungo periodo di espansione degli investimenti pubblici.
Ma ciò che da subito occorrerebbe fare è provare a far crescere l’economia meridionale con idee nuove. Le misure di decontribuzione e gli sgravi fiscali (si pensi alle ZES) non hanno fin qui prodotto risultati apprezzabili e verosimilmente non ne produrranno. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che la detassazione è una condizione necessaria ma non sufficiente per indurre le imprese a investire di più, essendo gli investimenti privati fondamentalmente trainati dalle aspettative.

La domanda interna in Italia può crescere a condizione che si inverta la piramide demografica e che, dunque, si contrasti il progressivo invecchiamento della popolazione, soprattutto mediante misure di rientro dei nostri numerosissimi giovani emigrati in altri Paesi. A tal fine potrebbe essere ragionevole programmare un più incisivo intervento pubblico, soprattutto nel Mezzogiorno (giacché la gran parte delle nostre migrazioni riguarda giovani provenienti dalle aree economicamente più deboli del Paese), che riprenda e ammoderni l’esperienza, troppo rapidamente superata, della Cassa per il Mezzogiorno. Anche in quel caso, come in molti altri casi – si pensi al caso di Olivetti, della quale si decise di vendere i segmenti più innovativi delle sue produzioni, o alle posizioni di eccellenza perse a seguito della cessione di imprese nei settori della chimica e dell’elettronica di consumo – si trattò di un’occasione mancata. Così come nel caso di Mediobanca, che, almeno fino agli anni settanta, svolse un’importante funzione di sostegno finanziario dei segmenti più maturi della nostra economia, in quella fase storica.

Come rilevato da SVIMEZ, il tasso di crescita dell’intero Mezzogiorno si assesta al modesto +0.6% e i divari regionali sono in continuo aumento, già dalla prima metà del 2018. Il calo dei consumi (soprattutto di prodotti alimentari) combinato con la continua riduzione della spesa pubblica e il calo del commercio internazionale costituiscono i principali fattori del rallentamento dell’economia meridionale, in un quadro generale che si presenta come recessivo.

Il tentativo di far rientrare giovani emigrati – tentativo che andrebbe nella direzione di generare incrementi di domanda interna, assecondando peraltro un sentire diffuso di contrasto a una condizione percepita da molte famiglie meridionali come ingiusta – non può passare attraverso soli provvedimenti di incentivazione, come quello recentemente approvato dalla Regione Molise. Ci si riferisce al cosiddetto “reddito di residenza attiva”, dell’ammontare di 700 euro mensili destinati a chi torna in Regione e decide di restarci – con una unità produttiva – per almeno cinque anni. L’iniziativa coinvolge circa cento piccoli comuni molisani, ormai quasi del tutto spopolati.

E’ un’iniziativa meritoria, che tuttavia sconta non pochi problemi, non imputabili a quella Regione, per esempio, la carenza di infrastrutture e la bassa dotazione di capitale pubblico.

Negli ultimi quindici anni dal Sud sono andati via circa due milioni di individui, come rilevato da SVIMEZ. Il contrasto alle crescenti divergenze regionali passa o dovrebbe passare attraverso politiche di riequilibrio e innanzitutto attraverso maggiori investimenti pubblici nelle aree più deboli del Paese. Il neo-ministro Provenzano si è già espresso in tal senso e, a quanto pare, le mutate condizioni politiche in Italia pongono le condizioni per la fattibilità del processo.

Maggiori investimenti pubblici (soprattutto nei settori della formazione e della ricerca) implicano maggiori assunzioni nella pubblica amministrazione, maggiori consumi, più alta domanda e un potenziale circolo virtuoso che porti l’intero Paese fuori dalla recessione attraverso l’uscita dalla recessione della sua parte economicamente più debole.

fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia, 26 settembre 2019

 

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