Vogliamo prodotti a “sfruttamento zero” non solo a “km zero”

Vogliamo prodotti a “sfruttamento zero” non solo a “km zero”

Le cronache di questi giorni, come in ogni estate, ci riportano all’estrema, nauseante e reiterata realtà che riguarda la tematica del lavoro e dello sfruttamento nei campi.
Un imprenditore neretino, che faceva lavorare diversi cittadini tunisini in condizioni di sfruttamento ai limiti dello schiavismo, è stato arrestato dai carabinieri di Nardò.
Questi sono i fatti riportati da un quotidiano locale, ma la ricetta è sempre la stessa, come ogni estate: un “imprenditore” – il virgolettato è d’obbligo – che chiede lavoratori stranieri perché disposti ad accettare condizioni umilianti per estrema necessità ed un caporale che “offre” queste persone, decurtando poi dalla loro paga giornaliera: il costo del trasporto per farli arrivare in campagna, quello di un panino per mangiare e di una bottiglietta d’acqua per bere, oltre a farsi pagare per un giaciglio malsano in un qualche rudere sperduto nella campagna.

Come un vero sciacallo intento a scavare nella carne umana con il proprio becco, il “caporale”, spolpa il lavoratore agricolo fino all’osso, traendo da tutto questo, lauti guadagni illeciti.
Il giorno successivo agli arresti, in tanti si sono precipitati sotto i riflettori della stampa per esprimere sdegno e per “rendere grazie” alla legge contro il caporalato, ringraziare le forze dell’ordine ed esprimere due paroline di rito, buone solo per assicurarsi una citazione sulla stampa locale.
E poi? E poi il nulla. Si va avanti verso i prossimi casi di sfruttamento che si sono ripetuti fino ad oggi, nonostante la legge sul caporalato, nonostante in tanti vedano e sentano.
La legge contro il caporalato è sicuramente una legge fondamentale per depotenziare il fenomeno dello sfruttamento in agricoltura, ma certamente non sufficiente per eliminarlo in maniera definitiva.
Anche perché il problema dello sfruttamento di manodopera è da ricercare a monte giacché quello che accade nelle campagne è solo l’ultima fase di una filiera, per nulla sostenibile, che vede come atto perverso i ribassi con cui la Grande distribuzione organizzata (Gdo) tiene in scacco i produttori.

È questo il frutto del tanto decantato “Made in Italy”? C’è solo da vergognarsi!
Il ribasso dei prezzi si ripercuote su tutta la filiera, dall’industria di trasformazione agli agricoltori, e genera i fenomeni del caporalato e dello sfruttamento del lavoro.

Il compito della politica, come quello dei sindacati, è intervenire sull’intero processo e costringere la GDO a rivedere i propri parametri e dare così la possibilità a chi deve scegliere un prodotto, di poterne acquistare uno a sfruttamento zero!
Teniamo sempre a mente che il caporalato è solo una conseguenza di questo modello perverso di agricoltura industriale, che strozza i produttori e rende tutto il comparto ripiegato su sé stesso, lasciando la strada spianata a criminali senza scrupolo.
Il 6 agosto dello scorso anno, a seguito della morte di 12 braccianti agricoli nel foggiano, l’attuale governo, nella persona di Conte e Salvini, tuonavano sui giornali che avrebbero “sfidato il caporalato”, “svuotato i ghetti”, garantito “la dignità della vita e la dignità del lavoro”.

A distanza di quasi un anno è facile quanto amaro constatare che nulla è stato fatto, la situazione è rimasta inalterata e questo governo ha semplicemente inaugurato qua e la per il Paese qualche pulmino per i braccianti agricoli e poi il nulla.
Tutto ciò a dimostrazione che il governo giallo-nero sia solo chiacchiere e pernacchie da propaganda, proprio come fa Salvini, che ha solamente saputo fare incetta di voti a discapito del M5s, ma che nei fatti sta fallendo su tutti i fronti, smentendo tutte le promesse fatte e concretizzando solo il sogno suo e della Lega Nord della autonomia differenziata delle regioni, la “secessione dei ricchi”, e indovinate un po’? Non siamo noi!

Delle risposte sociali, forti, a questo triste fenomeno le troviamo nel mondo dell’associazionismo, come l’associazione “Diritti a Sud” di Nardò e “Solidaria” di Bari che insieme hanno messo in piedi un progetto chiamato “Sfrutta Zero”. Una filiera etica al 100%, fatta da ragazze e ragazzi che lavorano nel pieno rispetto delle leggi sul lavoro e della dignità umana. Ma questo non basta, non basta la buona volontà di pochi, occorre l’impegno di molti e soprattutto l’impegno della politica, quella capace di rappresentare e di difendere le istanze e i diritti dei lavoratori, tutti, di qualunque colore sia la loro pelle.

Partito della Rifondazione Comunista, segreteria provinciale della Federazione di Lecce

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