È tutta colpa di Rifondazione? Intervista a Maurizio Acerbo

È tutta colpa di Rifondazione? Intervista a Maurizio Acerbo

Alba Vastano*

Segretario, partiamo dal 26 maggio. La sconfitta della lista La Sinistra è stata deludente oltre ogni aspettativa. Da quanto hai dichiarato ad apertura del tuo intervento all’assemblea del 9, te l’aspettavi. Molti compagni e compagne che hanno partecipato con entusiasmo alla compagna elettorale erano più fiduciosi nel raggiungere il quorum. Ci spieghi i motivi per pensare ad una clamorosa sconfitta, ancor prima degli esiti?

Poteva andare decisamente meglio ma siamo arrivati alla lista unitaria troppo tardi e nel corso della breve campagna elettorale ho percepito che non era riuscita a conquistare adeguata visibilità né a darsi un profilo adeguato. La lista non è riuscita a convincere e attivare nemmeno tutta l’area militante della sinistra e dei movimenti che aveva partecipato 5 anni prima all’esperienza dell’Altra Europa. Non va sottovalutata la delusione per il fallimento delle recenti esperienze di Pap e LeU.
Il tentativo di unire tutte le formazioni a sinistra del PD in un fronte largo era giusto ma di fatto il risultato è stato – non per colpa nostra – che siamo arrivati alle elezioni  senza l’unità larga auspicata né il tempo per una campagna efficace. Ovviamente sto parlando delle ragioni contingenti ma la fragilità della nostra area ha radici culturali, politiche e sociali di lungo periodo che francamente mi stupisco che tanti compagni scoprano solo ora.

Quali saranno le prime conseguenze di questa sconfitta nella Sinistra europea. Considerando che si sono ridotte le forze del Gue in Parlamento europeo? Il terzo spazio in Europa che s’intendeva costruire è ormai accantonato?

Fai bene a segnalare che non c’è solo il nostro disastroso risultato ma l’arretramento complessivo delle formazioni della sinistra rossoverde anticapitalista e antiliberista del GUE con qualche positiva eccezione. Sul piano europeo ha pesato un dibattito politico-mediatico tutto dominato dalla contrapposizione tra “europeisti” e “sovranisti” e dalla paura dell’“onda nera”. Ma questi rapporti di forza sfavorevoli non cancellano la necessità di un terzo spazio alternativo ai neoliberisti, “europeisti” o “nazionalisti” che siano. E’ un dato di fatto che gli unici Paesi in cui si sta timidamente affermando un’alternativa di sinistra come Spagna e Portogallo sono quelli dove le formazioni del GUE in questi anni sono cresciute e hanno posto i “socialisti” di fronte alla scelta tra lo status quo e il cambiamento.

Contemporaneamente a molti Stati europei in Italia assistiamo all’avanzare e al radicarsi delle forze reazionarie  capitanate dalla Lega di  Salvini che sta praticamente mobilitando la maggioranza dell’elettorato…

Certamente strangolando 5 anni fa la Grecia di Tsipras, la Troika, la Bce di Draghi e i governi europei di centrodestra e centrosinistra hanno fatto un regalo all’estrema destra che ha potuto presentarsi come voce del malcontento sociale oltre che della xenofobia. Sul piano europeo l’onda nera è stata esagerata dimenticando che molte formazioni e governi “sovranisti” sono in realtà alleati fedeli della Germania e allineati con la Commissione sull’austerity neoliberista. L’Italia è il paese dell’Europa occidentale dove il trumpismo si afferma con Salvini. Non è ancora maggioranza ma sicuramente ha ricompattato l’elettorato del vecchio centrodestra, ripreso parte dei voti andati verso M5S e sfondato anche in settori popolari che tradizionalmente votavano a sinistra. Non è tutto merito suo. M5S e PD gli hanno portato e continuano a portargli l’acqua con le orecchie per dirla con il vecchio sketch di Corrado Guzzanti. I pop corn di Renzi li sta mangiando Salvini.

In questo scenario devastante la sinistra sembra bloccata. Siamo evidentemente poco credibili come partiti di sinistra e non arriviamo neanche ai nostri, neanche nelle periferie dove generalmente eravamo riconoscibili. Cosa succede nella nostra classe di riferimento, se si può ancora parlare di classe?

Noi viviamo una crisi drammatica che spero aiuti a fare i conti con la realtà. Non c’è né un “popolo di sinistra” che si riattiva immediatamente alla notizia che noi e Si facciamo una lista unitaria né una classe che attende solo un soggetto radicale e coerente. Magari le cose fossero così semplici! Questo non implica né che si debba rinunciare a riunificare sinistra come accaduto in altri Paesi europei, né che non ci sia bisogno di programmi e pratiche coerenti. Per quanto riguarda classe e periferie credo che vanno evitate semplificazioni e mitologie. Le classi subalterne mica sono automaticamente di sinistra o comuniste. Tra l’altro per milioni di persone noi non esistiamo proprio e la sinistra è il PD. La vicenda di Casal Bruciato credo sia paradigmatica: il ragazzino in gamba che ha tenuto testa a Casa Pound era non casualmente figlio di un lavoratore della vertenza Almaviva. Ma appunto rappresenta uno su cento, perché veniamo da anni di indebolimento delle lotte sociali, della partecipazioni politica, di passività sindacale.

Tornando alla debacle della lista La Sinistra secondo te quali sono stati i motivi fondamentali  di questo infausto esito? Ha contribuito nell’elettorato la contemporaneità con le elezioni amministrative che vedevano i nostri alleati di Si affiancati in alcuni comuni al Pd? E, alla nostra disfatta, ha contribuito anche il voto utile per contrastare l’ascesa delle forze governative, nonché la grande mole di astensionisti?

Entrambe le cose. E’ evidente che le contraddizioni della nostra area ci hanno indebolito. C’è chi non ci ha votato perché una componente sui territori si allea spesso e volentieri col PD e c’è chi non lo ha fatto perché ha scelto il PD come argine alla destra o perché non voleva disperdere il voto. 5 anni fa c’erano le stesse contraddizioni e un PD al 40% eppure superammo lo sbarramento.  Nel frattempo la mancata costruzione di un progetto unitario credibile –e i recenti fallimenti di Brancaccio, Leu e Pap – ha provocato delusione e disaffezione anche in quella minoranza di elettori. L’astensionismo contiene dentro tante cose diverse ma ci sono anche tante persone di sinistra – tra cui molti delusi dal M5S – che non si sono sentite rappresentate neanche dalla nostra lista.

Dopo questa ennesima sconfitta si vocifera (voci di corridoio e da gossip di tastiera) di azzerare tutto, di sciogliere il partito per tendere ad unire tutte le forze comuniste in un unico fronte anticapitalista. Non sarebbe invece più efficace  lavorare al rafforzamento del partito, di cui, nell’epoca infelice della disintermediazione, c’è molta necessità?

L’unità dei comunisti come quella di una generica sinistra è un mito che non tiene conto dei fatti. Ci sono formazioni che sono per loro scelta incompatibili e che perseguono il proprio autoisolamento. Noi lavoriamo per l’unità sulla base della condivisione dei programmi, ma non possiamo costringere nessuno con la forza. Non vedo a cosa possa servire lo scioglimento di Rifondazione Comunista trattandosi del partito che con più convinzione ha lavorato per unire la sinistra sociale e politica antiliberista e anticapitalista.

Rifondazione, che ha nel suo Dna un processo di ricerca per la lettura critica della storia del 900 funzionale alla rifondazione della teoria e prassi comunista, dopo le sconfitte elettorali con alleanze varie ha ancora  la possibilità di rigenerarsi come ipotetico “erede” del partito comunista, di ideologia gramsciana?. O siamo in un’altra storia  che richiede davvero il superamento dei partiti e lo scioglimento in grandi movimenti? Da cosa e da chi dipenderà un’auspicabile nuova Rifondazione?

Rifondazione ha cercato di difendere l’eredità del comunismo democratico italiano, del PCI, della “nuova sinistra” degli anni ‘60/’70, del socialismo di sinistra con grande apertura alle culture e alle pratiche dei movimenti. Viviamo da anni difficoltà enormi derivanti dallo stillicidio di scissioni che hanno visto protagonisti esponenti di primo piano del partito, dalla tenaglia del bipolarismo, dalla delusione per le esperienze seppur brevissime di governo. Siamo stati investiti per primi e più di altri dallo tsunami grillino. Abbiamo pagato anche il prezzo della nostra coerenza. Tenere una linea di alternativa al PD ha significato rimanere fuori da quasi tutti i livelli istituzionali nonché dai media. Paghiamo anche la nostra sacrosanta linea di costruzione di un’unitàpiù larga perché rinunciando alla presentazione autonoma del partito alle elezioni abbiamo perso anche quella occasione di visibilità e riconoscibilità di massa. In altri paesi i partiti comunisti hanno rinunciato alla presentazione elettorale ma sono nati movimenti unitari che hanno ottenuto discreti successi. A noi sono toccate quasi sempre delusioni. Quando distribuiamo i volantini le persone ci chiedono da anni: ma esistete ancora? Per le comuniste e i comunisti non sono tempi facili. E quando sono stato eletto segretario sapevo che non mi attendeva una comoda passeggiata.

Nel prossimo Cpn del 30 giugno la segreteria nazionale (doc pubblicato sul sito del partito) si presenterà dimissionaria. Se verranno confermate le dimissioni si andrà a congresso straordinario? Quali i rischi per la tenuta del partito se ciò dovesse avvenire?

Il Cpn deciderà come procedere. Io penso che sia necessaria l’apertura di una fase di discussione e elaborazione collettiva non superficiale nei prossimi mesi. Per questo non ritengo utile precipitare il tempo del congresso che comunque dovrà tenersi entro la primavera dell’anno prossimo. Credo che tutto il partito è chiamato a ragionare prima che a contarsi. Io penso che nei due documenti congressuali del precedente congresso ci fossero molte indicazioni giuste e non in alternativa. Ma complessivamente non sufficienti a superare le nostre difficoltà. C’è bisogno di coraggio per affrontare la realtà.

E il rapporto con il PD?

Non mi sembra che finora Zingaretti abbia cambiato impianto programmatico e la sua opposizione al governo è imbarazzante: fa la guerra a quota 100 e al reddito di cittadinanza invece che al “regionalismo differenziato che giustamente è stato definito la secessione dei ricchi. Anche se ci alleassimo col PD la destra stravincerebbe e comunque lo sbarramento sarebbe sempre del 3%. Meglio lavorare per dare maggiore incisività a una proposta politica autonoma della sinistra e dei comunisti.

Si prosegue con la Sinistra? E se ci saranno anticipatamente le politiche, come è probabile, ci ripresenteremo con la stessa coalizione, auspicando un coinvolgimento di altre forze di sinistra?

Se la lista alle europee aveva tra i suoi principali limiti quello di essere stata possibile solo all’ultimo momento credo che sarebbe ottuso smontarla. Dobbiamo proseguire nella costruzione dello spazio unitario coinvolgendo anche i soggetti che non hanno partecipato finora ma che sono programmaticamente affini. E non mi riferisco solo alle organizzazioni politiche ma anche ai settori di movimento e alle singole persone. Non possiamo rassegnarci a vivere in un paese senza Sinistra.

*Collaboratrice redazionale del periodico cartaceo Lavoro e Salute www.lavoroesalute.org

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