Gli effetti negativi delle sanzioni contro il Venezuela

Gli effetti negativi delle sanzioni contro il Venezuela

Julian Isaias Rodriguez Diaz, Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia

 

In un rapporto informativo del Dipartimento di Stato, il governo degli USA riconosce di aver adottato 150 misure coercitive unilaterali contro il Venezuela a partire dal 2017. Tali misure comprendono gli ordini esecutivi (Executive Orders) e le segnalazioni della lista dell’Ufficio di controllo dei beni stranieri (Office of Foreign Assets Control, OFAC) che cercano di inasprire la sofferenza economica e sociale della popolazione, come un’arma efficace per il cambiamento del regime.

 

Mirano alle istituzioni dello Stato responsabili delle finanze del paese, alle attività commerciali internazionali e, con particolare durezza, al punto gravitazionale dell’economia venezuelana: la PDVSA, la compagnia Petróleos de Venezuela. La legge 113-278 ha un impatto sulla relazione del Venezuela con la banca privata, i mercati del debito e altre istituzioni finanziarie internazionali. Stabilisce “sanzioni” alla Banca centrale del Venezuela, la massima autorità in materia monetaria dello Stato e a Petróleos de Venezuela S. A.

 

Questa legge prevede misure unilaterali per bloccare e congelare fondi, attivi, beni, sospensione dell’entrate, revoca di visti o altra documentazione a funzionari che ricoprono cariche pubbliche, ufficiali militari e rappresentanti diplomatici. Cerca di imporre un embargo economico, finanziario e commerciale sul Venezuela, oltre a ostacolare la sua partecipazione al mondo internazionale. Si tratta quindi di misure unilaterali, arbitrarie e coercitive per intervenire negli affari interni del nostro paese.

 

Commerzbank, banca tedesca, ha chiuso in maniera unilaterale i conti correnti delle nostre istituzioni e Citibank ha interrotto il servizio di corrispondenza in valuta straniera; Novo Banco, banca portoghese, ha informato che non realizzerà operazioni con le banche venezuelane e le tre grandi agenzie di rating statunitensi spaventano gli investitori con la dichiarazione di default.

 

La società Crane Currency, produttore del conio monetario venezuelano, ritarda l’invio di nuove banconote; la banca svizzera Credit Suisse vieta ai suoi clienti di effettuare transazioni con il Venezuela; le banche russe dichiarano l’impossibilità di effettuare transazioni con le banche venezuelane a causa di restrizioni imposte da altre banche corrispondenti negli Stati Uniti, e in Europa la filiale della banca BDC Shandong, per motivi amministrativi, ha bloccato transazioni per 200 milioni di dollari, anche se i fondi erano già stati inviati alla Repubblica popolare cinese.

 

Ben 23 operazioni finanziarie del Venezuela, destinate all’acquisto di generi alimentari, beni primari e farmaci (per 39 milioni di dollari) sono state rifiutate dalle banche internazionali; l’agenzia di rating Standard and Poor’s minaccia di dichiarare il Venezuela in “default selettivo”, manipolando tecnicamente alcuni processi di pagamento. Bloccano i pagamenti del servizio di cabotaggio per il trasporto di carburante e sono stati chiusi arbitrariamente un totale di 19 conti correnti bancari all’estero, impedendo così il pagamento ai rispettivi creditori. E poi il colmo: sono stati trattenuti, fuori dal nostro paese, 471 mila pezzi di ricambio per vari macchinari i cui pagamenti erano già stati effettuati.

 

C’è di più, molto di più; potremmo continuare a lungo dando dati di questa natura. Sono stati bloccati 9 milioni di dollari di forniture per dialisi; ci hanno chiuso la banca Bandes Uruguay S.A., il Banco de la Mujer, la banca dei lavoratori e hanno paralizzato oltre 30 petroliere. Tutto ciò viene accettato e descritto come “legale”, una carta bianca per la confisca dei beni del mio paese nel sistema finanziario da parte degli stati complici.

 

Questo insieme di misure ha causato perdite per milioni di dollari al mio paese, ostacolando continuamente e chirurgicamente il suo sistema di pagamento per isolarlo. Vogliono far fallire la nostra economia. E sono andati oltre. Hanno instaurato un “governo parallelo” per svuotare il paese dalle sue risorse finanziarie e petrolifere. Una retata globale, a livello finanziario, ha confiscato illegalmente i nostri asset energetici con la scusa che in Venezuela “c’è un nuovo governo”.

 

Si tratta di un saccheggio aperto manovrato da un governo veramente dittatoriale. E non intendo il governo non eletto in Venezuela; un governo non votato e assolutamente illegittimo; non mi riferisco neppure al “presidente ad interim” che, quando è stato eletto deputato, ha ottenuto 98.000 voti in un paese che ha venti milioni di elettori; un “governo” che gli Stati Uniti e i loro alleati chiamano democratico. No, non mi riferisco a questo presunto Governo, ma a quel Governo che nel 1823 ha ideato la dottrina Monroe e intende mantenerla in vita, dopo quasi 200 anni. In relazione a tale dottrina, Simón Bolívar ha detto a Guayaquil, il 5 agosto 1829: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza ad affliggere l’America con la miseria in nome della libertà”.

 

Lo scorso 25 aprile ha sorpreso il mondo un rapporto della società indipendente, Centro per la Ricerca Economica e Politica (Center for Economic and Policy Research, CEPR per il suo acronimo in inglese) con sede negli Stati Uniti, che ha fatto una perfetta radiografia dell’impatto di queste cosiddette “sanzioni”. Il menzionato rapporto è stato realizzato dagli economisti Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs. Entrambi concludono che la cifra stimata “delle morti in Venezuela” provocate dalle cosiddette “sanzioni” potrebbe essere vicina a 40 mila venezuelani. I due intellettuali segnalano che tali “misure” esprimono un “castigo contro il Governo venezuelano” e sono destinate a provocare sofferenza collettiva. I ricercatori, riconosciuti in tutto il mondo, affermano che se gli Stati Uniti non avessero adottato queste misure, la situazione economica del Venezuela sarebbe stata diversa.

 

Ad oggi, la Repubblica Bolivariana del Venezuela non è stata in grado di mantenere conti all’estero in dollari statunitensi e neanche in Euro. La maggior parte delle banche corrispondenti ha chiuso i conti alle nostre principali istituzioni finanziarie al fine di forzare una situazione di isolamento finanziario nel sistema internazionale. Le perdite generate dalla diminuzione del valore di mercato dei titoli emessi dal Venezuela e l’incapacità di mobilitarli, ammonta a un miliardo 429 milioni, 246 mila 836 euro.

 

Il blocco economico ha aumentato le difficoltà per l’arrivo di navi cariche di materie prime necessarie alla nostra produzione e per l’acquisto di alimenti: i costi connessi che il Venezuela ha dovuto coprire per poter investire in tale settore sono pari a 309 miliardi 981 milioni e 426 Dollari, mentre l’appropriazione illegale dell’impresa petrolifera e venezuelana CITGO ha causato una svalutazione di 11 miliardi di dollari, oltre a 7 miliardi in più per l’appropriazione illegale dei suoi attivi.

 

Le perdite non si fermano: 1 miliardo e 359 milioni di dollari vengono trattenuti dalla Bank of England per 31 tonnellate d’oro; 655 mila dollari per trasferimenti, richieste di pagamento e modifiche di trasferimento; 5 miliardi di dollari per blocco di fondi, depositi e altri attivi finanziari liquidi; 1 miliardo 543 milioni di euro nella banca portoghese Novo Banco, dove si trovano i soldi per il pagamento agli ospedali italiani per i servizi clinici, gli onorari professionali, le cure mediche e l’assistenza a 25 pazienti venezuelani, sottoposti a trapianto di midollo osseo. Il denaro bloccato è sempre maggiore, gentili giornalisti, ma non voglio tediarvi. Si stima che le perdite per il Venezuela derivanti da queste misure coercitive, arbitrarie e unilaterali ammontino a 30 miliardi di dollari.

 

Come è evidente, il blocco economico, finanziario e commerciale imposto al nostro paese genera un danno di enormi dimensioni alla sua economia, al suo sviluppo sociale e, soprattutto, all’importazione di beni di prima necessità. Ricordiamo, inoltre, che gli Stati Uniti controllano le rotte commerciali delle principali compagnie di navigazione e ciò rende difficile l’arrivo di beni essenziali per la nostra popolazione.

 

Se a questo aggiungiamo il divieto di importare beni e servizi, materiali industriali e servizi finanziari necessari per l’attività economica, è indiscutibile che le restrizioni imposte dagli al Venezuela abbiano un impatto negativo sul godimento e sul pieno esercizio della carta dei diritti umani e, allo stesso modo, sull’adempimento dell’obbligo di proteggere e garantire tali diritti.

 

Sanzionare un paese richiede più di un decreto unilaterale da parte un governo potente. Non è un semplice atto amministrativo nazionale, dettato con la presunzione soggettiva che ci si trova di fronte ad un atto riprovevole. Chiunque sanzioni unilateralmente e arbitrariamente, senza alcuna scusa o difesa, condanna senza alcuna regola. Ma la cosa più grave, è che questo processo non è scritto o definito in alcun accordo o testo giuridico, in nessuna parte del diritto internazionale, nemmeno nel vecchio Trattato di Versailles con il quale la Germania fu umiliata e venne avviata la Seconda Guerra Mondiale.

 

Le misure unilaterali e arbitrarie, decise e implementate dagli USA contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, accrescono la sofferenza di un intero popolo e non sono imparziali: limitano la fornitura di servizi pubblici da parte dello Stato e la garanzia dei diritti umani, sociali e individuali di ogni cittadino.

 

Questo problema preoccupa anche gli studiosi della materia. Molti descrivono le sanzioni come crimini di lesa umanità e aggiungono che gli Stati Uniti le implementano unilateralmente, senza alcuna competenza, senza legittimità o status legale, sentenziando e punendo senza offrire il diritto alla difesa. Da parte loro, i paesi “sanzionati” da uno degli stati più potenti del mondo dovrebbero arrendersi e umiliarsi come ai tempi dell’Antica Roma di Domiziano. Questa insolita mancanza di giustizia trasforma le cosiddette “sanzioni” in una chiara e manifesta violazione dei diritti umani. Questa procedura abusiva prescrive atti che infrangono qualsiasi schema di collaborazione tra paesi nella misura in cui interi popoli vengono condannati al sottosviluppo.

 

Tali azioni dovrebbero generare responsabilità internazionali e le persone che le implementano dovrebbero essere giudicate per fatti punibili contro persone e contro beni pubblici e privati. La necessità di recuperare i valori sociali e morali, così come i principi politici, minano la convivenza pacifica dei popoli ed è urgente porre fine a questa situazione.

 

Questo tipo di azioni possiede molte letture e occorre combatterle con decisione, per cercare di non cadere in scenari di violenza che mettano in pericolo la pace nel mondo. La comunità internazionale deve compiere ogni sforzo per rafforzare le istituzioni del diritto internazionale. Il male può attaccare l’armonia del pianeta, condannando alcuni Stati a sostenere la precarietà, allontanandoli dalla stabilità, dalla sicurezza, dai servizi pubblici, dal benessere individuale e dai diritti sociali inerenti gli esseri umani.

 

Con una consistente prepotenza, la politica delle cosiddette sanzioni blocca il paese attraverso misure di pressione economica, non isolate da imposizioni diplomatiche, mediatiche, comunicative, oltreché sociali e di carattere politico e militare, orchestrate con la forza e dal carattere pericolosamente bellicoso, contro paesi indipendenti e sovrani. Ogni “sanzione” fornisce la visibile alternativa di un intervento militare e il suo scopo è chiaro: scoraggiare, costringere, punire e puntare allo smantellamento del modello politico e sociale.

 

Le sanzioni rappresentano l’applicazione di un’arma di distruzione di massa con obiettivi di guerra, che tende ad essere applicata in modo extraterritoriale, violando il diritto alla pace e all’autodeterminazione dei popoli, come indicato nella Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; trasgrediscono il diritto internazionale attraverso l’uso non autorizzato della forza, consumano crimini contro l’umanità, impediscono l’accesso della popolazione ai servizi pubblici, confiscano illegalmente beni fisici e finanziari attraverso un saccheggio progressivo, ostacolano la salute, l’educazione, il cibo e la libertà.

 

Marco Tulio Cicerone venne assassinato il 7 dicembre del 43 a.C. La sua morte fu un tema popolare per gli studiosi romani che analizzarono l’arte oratoria. Fu uno dei più brillanti fallimenti del vecchio ordine repubblicano. Al di là delle sue esitazioni e dei suoi cambi di lealtà, spinse alla congiura di Lucio Sergio Catilina. Si vantava di aver salvato lo Stato romano dalla distruzione nel 63 a.C. Denunciò Catilina al Senato e lo scacciò dalla città. Gli altri cospiratori furono giustiziati senza processo, attraverso un decreto di “poteri di emergenza”. Questo è stato uno dei dibattiti più difficili del primo secolo a.C. Roma ha discusso più volte dei cosiddetti “poteri di emergenza” e la questione continua a circolare nei fori del diritto: quanto è lecito che un governo costituzionale sospenda i diritti costituzionali del suo popolo? Lo stesso vale per gli stati: fino a che punto è legittimo che uno Stato si arroghi il potere di sottomettere a un altro stato sovrano?

 

Voglio ricordare il famoso discorso di Marco Tullio Cicerone davanti al Senato Romano “Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?” Oggi Catilina potrebbe avere un altro nome, ma la domanda resta sempre la stessa. Oggi l’espressione di Cicerone viene usata come una sfida all’ordine stabilito. E l’ idea che “volere è potere”, in Grecia, si è rivoltata contro Atene nella sua guerra contro Sparta, sigillando la sua sconfitta. Non si può estorcere “facendo quello che vuoi, esigendo ciò che non devi”.

 

Non dovrebbe essere questo il modo di manifestare il potere quando, in realtà, lo si ha già. Ci si espone ad un altro Vietnam. Ad Atene costò una sconfitta per le sue sfrenate ambizioni imperiali. Pagò questa violenza arrogante con la storia. L’alleanza spartana vinse. Tucidide lo scrisse con un leggero accento greco. La politica del suo adorato Pericle affondò gli Ateniesi. E’ tutto scritto nella guerra del Peloponneso.

 

Ebbene, come abbiamo imparato a leggere Cicerone attraverso Jonson, Voltaire e Ibsen, concludo ricordando Marco Tullio Cicerone: Quousque tandem …? Quousque tandem …? Lo facciamo perché Cicerone continua ad essere assolutamente attuale nel XXI secolo.

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