La recessione e il “partito” di Repubblica

La recessione e il “partito” di Repubblica

di Roberta Fantozzi -

Credo che si debba fare la massima opposizione a questo governo, ma la critica di chi la fa, attribuendo il rischio di recessione prioritariamente alle politiche del governo, è sballata ed alla fine svolge il solo ruolo di dire che “prima” andava tutto bene.
Come l’articolo sulla Home di Repubblica ieri, e Repubblica non è un giornale, è un partito, dai confini fluidi, ma un partito.

La frenata è globale, colpisce in particolar modo l’Europa, e sono decenni che l’Italia vive una crisi nella crisi, con differenziali costanti nei tassi di crescita.

E l’Italia vive una crisi nella crisi, perché ha attraversato una lunga fase di austerità soft, prima di quella hard.

Perché ha anticipato le politiche neoliberiste, con la privatizzazione della gestione del debito, attraverso il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia.

Perché il raddoppio dell’indebitamento in 10 anni, che ne è seguito, mentre entrava in vigore Maastricht, ha fatto sì che ne seguissero più di un quarto di secolo di avanzi primari.

Perché in questi anni ci siamo venduti tutte le leve strategiche per un intervento pubblico efficace, dalle banche alle principali aziende pubbliche, e siamo stati nella divisione internazionale del lavoro, competendo sul taglio dei salari, la distruzione dei diritti, gli incentivi a pioggia alle imprese.

Certo il governo ci mette del suo, ma perché il FMI non critica la Flat-Tax o il nuovo condono?
E non è del tutto evidente che bisognerebbe, ora, rimettere urgentemente in discussione le politiche di austerità, a partire dal Fiscal Compact?

Se non si mette in piedi rapidamente una coalizione della sinistra di alternativa capace di un altro discorso pubblico, con la situazione instabilissima in cui siamo, può anche andare a finire che il governo vada in crisi, sì, ma cresca Casa Pound.
Proviamo ad evitarlo.

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