Comunismo «assassino»

Comunismo «assassino»

di Paolo Favilli

Sinistra. Ragionare sui «comunismi» e sulla vicenda del Pci, ed in particolare sui modi della sua fine, significa riflettere sulla nostra realtà di oggi e sul becerume di Salvini

Sono completamente d’accordo con l’articolo di Luciana Castellina pubblicato il 18 gennaio su questo giornale. Non penso, tuttavia, che ci si debba stupire delle affermazioni di Salvini su Battisti «assassino comunista» e sulla lista di intellettuali «criminali ideologici» stilata da Veneziani.

Salvini e Veneziani fanno semplicemente il loro mestiere e nella logica del mestiere che cos’altro potrebbero dire, quando l’obbiettivo è quello di far dimenticare che alla base dell’odierna barbarie ci sono le logiche che veramente contano: quelle dell’accumulazione del capitale in assenza di antitesi. Ed anche il fatto che lo facciano con linguaggio e palesi simpatie fascisteggianti è del tutto coerente con lo spirito del tempo e con il loro modo di essere.

SALVINI, è un trasformista, un cane da guardia che usa tutti i mezzi per sollecitare il «popolo» impoverito a fare barriera per difendere coloro che lo impoveriscono. Un cane che si trasforma in «sciacallo» (copyright Saviano) politico per mordere dove, a suo parere, c’è odore di morte. Dove però, se la morte non è certificata (da chi?), c’è la possibilità di una ripresa di discorsi e pratiche davvero demistificanti.

Veneziani è un pubblicistica che non ha nessuna idea di che cosa siano gli studi seri, d’altra parte non li ha mai praticati, e quindi gli «strafalcioni» sono elemento normale della sua retorica. Alcuni dei nomi della lista da lui stilata sono e resteranno punti fermi della grande cultura del Novecento, mentre le righe tracciate dal Veneziani stanno già rotolando nel brusìo indistinto del dimenticatoio.

MA ANCHE DI CIÒ perché stupirsi. Gli «strafalcioni», risultato di ignoranza, cialtronismo, uso della dimensione più volgare dell’ideologia, sono la realtà con cui conviviamo da quasi trent’anni.

Gli esponenti politici che hanno avuto ed hanno i ruoli più alti nelle istituzioni repubblicane, (Bossi, Berlusconi, Renzi, Salvini, Di Maio) sono stati, e sono, la rappresentanza più chiara del binomio ignoranza-cialtronismo, tradotto in comunicazione (propaganda).

INOLTRE, perché chi esercita il potere considerando assolutamente naturale la dinamica del rapporto economico-sociale profondo alla base degli attuali processi di polarizzazione ricchezza/miseria che si riverbera su tutte le pieghe dei rapporti sociali, dovrebbe pensare alla storia dei «comunismi» con un minimo di rigore?

I «comunismi», anche quelli più diversi tra loro, non hanno forse avuto la loro ragione storica nella critica al modo di produzione capitalistico? Ed allora è del tutto ragionevole bastonare il cane che affoga; almeno per un po’ non ci saranno alternative, come diceva Margaret Thatcher.

Del resto coloro che nei «comunismi» si sono formati politicamente, ad esempio in quel Partito comunista italiano la cui importanza e prestigio internazionale è impossibile negare, come hanno pensato alla loro storia? Semplicemente non l’hanno pensata. L’hanno rimossa nel migliore dei casi, oppure se ne sono pentiti. Pentiti davvero anche quando dicono di non esserlo, perché di fatto riducono la loro militanza giovanile ad una esperienza «sentimentale».

Si rappresentano, in sostanza, sostituendo il termine «comunista» a quello «socialista», tramite il celebre aforisma (di Oscar Wilde? di Winston Churchill?) secondo il quale «se non si è socialisti a vent’anni si è senza cuore, se lo si è ancora a quaranta si è senza cervello». Un aforisma che in fondo potrebbe fare suo pure l’antico «comunista padano» Matteo Salvini, ed ovviamente, come ha scritto poco prima della fondazione del Pd un giornalista colto, «anche Massimo D’Alema e Walter Veltroni» (S. Romano, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2007).

IL DEPUTATO del Pd Morassut, nell’argomentare il suo non pentitismo per non aver militato in gioventù nel Pci («il manifesto», 17 gennaio), ci dà invece chiara dimostrazione del «pentimento reale». «Oggi parlare del Pci è fuori luogo o al meglio è nostalgia», afferma il deputato.

NON È VERO. Ragionare sulla vicenda del Pci, ed in particolare sui modi della sua fine, significa riflettere storicamente sulla nostra realtà di oggi. Anche sulle ragioni per cui Salvini e i suoi corifei possano esercitare il suddetto becerume propagandistico in assenza di una contrapposizione analitica forte relativa alle radici di questo tipo di anticomunismo.

Come ragionano sulla loro militanza comunista i Morassut, i Veltroni, i Fassino. ecc., quei giovani dirigenti del Pci che nel 1991 hanno preteso di «guardare avanti» e sono stati invece protagonisti del «grande balzo all’indietro»?

Ebbene erano nel Pci, ma non erano veramente comunisti. Erano nel Pci perché quel partito era decisamente schierato contro il terrorismo e «il capo dei comunisti era Enrico Berlinguer». E poi nella cultura di quel partito c’erano Labriola e Gramsci, marxisti antidogmatici.

MA BERLINGUER non era un comunista à la carte. Era un comunista moderno, certo, ma di una concezione della modernità antitetica a quella di cui erano portatori, negli anni Ottanta, Craxi, Berlusconi e molti altri anche nel Pci.

La sua diversa modernità era saldamente ancorata all’uso delle categorie connesse alla critica dell’economia politica, senza le quali il termine comunista rimane un puro flatus vocis.

Gramsci poi, il pensatore italiano più tradotto e studiato nel mondo dopo gli italiani del Rinascimento, era addirittura un comunista del Comintern, insomma «un criminale ideologico».

Senza parlare di Labriola che ben prima dell’esistenza delle scissioni che avrebbero dato luogo ai partiti comunisti, definiva se stesso, in virtù dell’uso della metodologia de Il capitale, un «comunista critico».

L’ABBANDONO, anzi il rifiuto, di questo nocciolo duro metodologico, vero elemento unificante di una storia complessissima e fortemente diversificata come quella dei «comunismi», significa una modifica sostanziale dello sguardo su quella storia.

Se si toglie il momento fondante dell’antitesi dalla storia dei «comunismi», dalla storia del Pci, si tolgono le pratiche politiche organizzative attraverso cui in quella storia ci sono i punti più alti dell’emancipazione umana, insieme all’orrore della disumanità.

È esattamente quello che hanno fatto coloro che dicono di essere stati nel Pci, anche al vertice del Pci, «senza essere comunisti» (Veltroni, «La Stampa», 16 ottobre 1999). Quella storia dimidiata, allora, diventa solo una storia di sangue, ed il sangue, si sa, attira gli sciacalli.

il manifesto, 25 gennaio 2019

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