Lo scontro con Confindustria e il governo “populista”

Lo scontro con Confindustria e il governo “populista”

di Roberta Fantozzi -

Lo scontro tra Confindustria e Salvini, non dovrebbe essere nascosto, come sembra, leggendo alcuni quotidiani di oggi. Può essere all’opposto usato per cercare di capire di più non solo la manovra e il suo rapporto con quelle precedenti, ma i caratteri di questo governo, e a trarne qualche indicazione sul da farsi.

 

Le grandi opere, i soldi di Salvini e quelli di Renzi

Nello scontro che si è determinato c’è certo in ballo prima di tutto la richiesta di contrastare qualsiasi rimessa in discussione delle grandi opere come la Tav: inutili e dannose per la collettività, ma utilissime a far girare soldi tra appalti e studi di fattibilità. Tanto più prima della mobilitazione dell’8 dicembre.

Ma c’è anche altro: c’è il fatto in questi anni Confindustria si é “abituata” alla pioggia di risorse che il governo Renzi ha dato alle imprese, quanti altri mai, incrementandole ad un ritmo che – va detta la verità – questo governo non ce la fa a reggere.

Renzi ha prima tagliato l’Irap ( 4,3 miliardi in meno a regime ), poi ha tagliato l’Ires cioè la tassa piatta sui profitti delle società di capitale dal 27,5 al 24% ( altri 4 miliardi a regime), poi ha istituito l’Iri, cioè l’imposta sul reddito d’impresa che avrebbe consentito anche alle società di persone di usufruire dell’imposta al 24% invece della tassazione progressiva dell’Irpef (costo 2 miliardi) anche se questo provvedimento è stato poi rinviato da Gentiloni (e sostituito da questo governo con la flat-tax per il lavoro autonomo). In aggiunta a queste, una serie di altre misure strutturali.

Ci sono state inoltre le copiosissime risorse per la decontribuzione per gli assunti con il Jobs Act, inutili ai fini di creare occupazione stabile, ma utili per prendere un po’ di soldi. In attesa dei dati ufficiali che dovrebbero arrivare a fine anno, le stime più accurate per la sola decontribuzione piena, sono di almeno 16 miliardi netti per il triennio 2015-17.

Poi c’è Industria 4.0 con 10 miliardi di euro stanziati per il triennio 2018-2020 a cui si aggiungono una serie di altre misure. Industria 4.0 è una politica industriale? Molto parzialmente, poiché a tralasciare ogni altra considerazione in gran parte significa incentivi che si traducono in importazioni di beni ad alto valore aggiunto dai paesi, in primis la Germania, che hanno un sistema di reale innovazione tecnologica.

 

La Cgil ha stimato negli ultimi 4 anni 55 miliardi complessivi tra incentivi, agevolazioni e riduzioni di imposte, di cui 12 annui strutturali.

Nella tabella che segue, c’è invece il riepilogo, sostanzialmente convergente, di Confindustria (senza la decontribuzione del “contratto a tutele crescenti”)

 

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Il governo giallo-verde, non è che non dia risorse aggiuntive, ma non al ritmo incrementale di Renzi. Ha inoltre spostato risorse, tagliando da alcune voci e mettendole su altre.

Le principali operazioni strutturali riguardano la non entrata in vigore dell’Iri e il taglio dell’Ace introdotta da Monti, sostituite dalla mini Ires al 15% e dalla Flat Tax (o meglio Dual Tax) per lavoro autonomo e imprenditori individuali. Viene inoltre ridotto il finanziamento a Industria 4.0,  mentre si mettono risorse aggiuntive su altre poste dentro una logica complessiva di sostegno alla piccola impresa. Non è invece corrispondente a verità il dato di un aumento dell’imposizione su banche e assicurazioni: l’operazione che viene fatta è quella di uno dilazionamento nel tempo della deducibilità di alcune imposte, con un aggravio il primo anno recuperato nei seguenti.

 

I saldi degli interventi strutturali a regime configurano un alleggerimento fiscale per le imprese pari a oltre 2 miliardi (2,4 per la dual Tax, 2,4 per la mini Ires, – 2,6  a regime per l’abrogazione di Iri e Ace). Un’alleggerimento ulteriore, rispetto a quanto fatto da Renzi, ma per l’appunto non ai ritmi di Renzi. Inoltre c’è uno spostamento verso la piccola dimensione d’impresa, il referente sociale privilegiato della Lega ed in parte anche del M5S. E c’è il fatto indubbio, che  negli equilibri complessivi della manovra (iniziale) le poste principali stessero su pensioni e reddito (con 14 miliardi circa).

 

Quindi Confindustria va allo scontro, e sin dall’inizio sono state sulla stessa linea le critiche di PD e di FI (troppi pochi soldi alle imprese, troppi su pensioni e reddito). Né questo è stato ininfluente – tutt’altro – rispetto al rapporto con la Commissione UE.

 

Si cambia davvero dunque?

Questo significa che la manovra e il governo sono davvero nel segno del “cambiamento”? Per nulla.

E non solo perché questo è un governo che  fa del razzismo, del securitarismo e del sessismo la propria cifra principale, a prescindere da qualsiasi considerazione sulla politica economica.

E non solo perché, sul terreno della politica economica, si continuano a destinare comunque ulteriori risorse alle imprese, senza mettere in campo reali politiche industriali pubbliche, dalla ricerca all’industrializzazione, che provino a colmare la distanza sul versante tecnologico, e che siano indirizzate alla riconversione ecologica dell’economia.

Ma perché le nuove misure introdotte ed in particolare la flat/dual tax sono ampiamente sottovalutate nel dibattito pubblico rispetto al potenziale distruttivo che possono innescare.

Portare il prelievo su un reddito (presunto perché la base di calcolo sono i fatturati) di 50mila euro al 15% o su uno di 75mila al 20%, per lavoratori autonomi, professionisti, imprese individuali, non è solo iniquo in sé, rispetto alla condizione di altri lavoratori autonomi che pagheranno la stessa aliquota con redditi assai più bassi, ma costruisce una differenza inaccettabile rispetto al lavoro dipendente. E se per “equiparare” la situazione, come del resto è nelle dichiarazioni del “contratto” di governo, si procedesse, magari per gradi, alla generalizzazione della Flat Tax al lavoro dipendente, non solo aumenterebbero enormemente le disuguaglianze, ma l’esito sarebbe distruttivo per il welfare, giacchè tutte le simulazioni danno minori entrate per 50-60 miliardi.

La manovra, se intanto agisce sul blocco sociale di riferimento della Lega, spinge i processi in quella direzione, in un paese in cui si tratterebbe di fare l’opposto: riportare tutti i redditi dentro il regime di progressività fiscale (oggi è dentro solo il lavoro dipendente e le pensioni!) e incrementare quella progressività, riducendo le imposte sui redditi più bassi e alzandole su quelli più alti.

La costruzione di risposte giuste al mondo del lavoro autonomo doveva e poteva andare in tutt’altra direzione: da un sistema di ammortizzatori sociali, all’equiparazione della no tax area, non certo nel senso delle misure assunte da questo governo. Che rappresentano da questo punto di vista, la premessa per il massimo delle politiche neoliberiste.

 

C’è però un ulteriore considerazione da fare. Il fatto che questo governo non sia del “cambiamento” non significa neppure, come capita di leggere, che sia in mera “continuità” con i precedenti. Le risorse su pensioni e reddito erano (nella versione iniziale) certo non risolutive, ma effettivamente in controtendenza rispetto alle stagioni precedenti. Ed invece di far finta di non vedere questo fatto, per l’ovvio imbarazzo che suscita, conviene guardarci dentro.

 

Il governo populista, antiausteritario (un po’) ma neoliberista. 

Questo governo è un governo populista, se con populista si intende lo stare sul livello del senso comune.

E’ composto – casualmente (Di Maio aveva tentato anche l’accordo con il PD) – da due forze che sono cresciute negli anni, sul disagio, la sofferenza sociale, la rabbia prodotta dalle politiche di austerità e neoliberiste. Politiche di austerità e neoliberiste, che sono state portate avanti insieme, in particolare in Europa, dove la pressione dell’austerità è stata funzionale al taglio del welfare, ma che non sono la stessa cosa e la distinzione è decisiva: perché l’austerità significa politiche di bilancio restrittive, mentre il neoliberismo è l’assunzione della competizione come criterio supremo di tutti i processi di riproduzione sociale, che implica la distruzione di diritti del lavoro e la rideterminazione dell’intervento pubblico a sostegno della competizione.

 

Nell’insicurezza crescente, l’una, cioè la Lega, formazione esplicitamente di destra e interna al paradigma neoliberista, declinato nella logica della comunità organica territoriale da proteggere e far competere al meglio con altre comunità, ha indicato il nemico nel migranti e costruito su questo una parte decisiva del proprio discorso pubblico. Come altre formazioni della destra post austerity si è impossessata delle “parole della sinistra” registrando e facendo propria la rabbia (giusta) per il provvedimento che forse più di tutti ha aumentato la sofferenza sociale: la controriforma Fornero.

Mentre il M5S, ha raccolto di tutto: dal più pubblico del referendum sull’acqua, alla promessa del reddito, al meno tasse…  indicando come proprio avversario “la casta”. Ha in questo modo, evocato uno scontro “basso alto” del tutto corrispondente alla situazione sociale, ma non si è mai misurato, nemmeno da lontano con una critica del neoliberismo., a differenza di forze che hanno usato la stessa cifra, come Podemos dentro la critica al paradigma liberista.

 

La manovra si è costruita in questo modo. Lega e M5S hanno prodotto un provvedimento, assai meno austeritario di quello che prevedevano le regole del Fiscal Compact, violandole, sia perché è effettivamente folle continuare con le politiche di austerità, tanto più in una situazione di riduzione della crescita, sia per dare risposta alle aspettative (giuste) su cui hanno accumulato consenso popolare (pensioni e reddito). Hanno avviato allo stesso tempo la flat-tax per dare risposte al proprio blocco sociale di riferimento (la piccola impresa in specie del nord) con una manovra che sul terreno fiscale è assolutamente iniqua e pone le premesse per l’ulteriore distruzione di ruolo pubblico, cioè per l’ulteriore dispiegarsi delle politiche neoliberiste. Neoliberismo che segna anche il merito di alcuni provvedimenti chiave: il modo in cui si fa il reddito, decide della maggiore o minore ricattabilità anche dentro il rapporto di lavoro, e le condizionalità che sembrano (giacchè un testo non c’è) accompagnare il “reddito di cittadinanza”, lo definiscono come una misura che darà qualche risposta, insufficiente ma significativa alla povertà, incrementando al tempo stesso la ricattabilità del lavoro. Il che sta insieme all’abbandono di tutte le promesse fatte dal M5S in relazione al Jobs Act, al contrasto alla precarietà e alla reintroduzione dell’articolo 18.

 

C’è un indicazione per una sinistra che voglia ricostruirsi come sinistra antiliberista e popolare, capace di una proposta economicamente e socialmente sostenibile e che sia in grado di riprendersi le parole che gli sono state tolte? A me pare di sì.

Non lasciando al governo la contestazione delle politiche di austerità della UE, che continuano ad essere folli:  economicamente, socialmente, politicamente.

E producendo un ordine del discorso sulla manovra opposto a quello dei cosiddetti “responsabili” (PD e FI) e di Confindustria: troppi pochi soldi alle imprese, troppi per pensioni e reddito.

Quelli a cui piacevano le politiche di Renzi, con la gran quantità di risorse date alle imprese, che per questo – oltre che per il Jobs Act, la buona scuola, il tentativo di controriforma costituzionale – ha goduto di una rilevante flessibilità da parte della UE.

Il centro dello scontro dovrebbero  essere le politiche fiscali: il rafforzamento della progressività ed una patrimoniale sulle grandi ricchezze, con cui reperire le risorse per fare meglio e di più su pensioni e reddito, e per fare quello che non c’è: politiche industriali pubbliche e per la riconversione ecologica, un piano per la (buona) occupazione.

Alla fine non è nemmeno difficile a dirsi! E la sinistra (quella vera) si riprenderebbe le sue parole, quelle che parlano del cambiamento.

 

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