Le continue fonti del marxismo. L’interesse per il movimento complessivo

Le continue fonti del marxismo. L’interesse per il movimento complessivo

di Richard Levins

Pubblichiamo la traduzione di un articolo dello scienziato marxista Richard Levins* dalla rivista americana Montly Review del gennaio 2011.  Una visione del rapporto tra marxismo e ecologia, femminismo, pacifismo assai in sintonia con l’elaborazione e le pratiche di Rifondazione Comunista. 

 Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx e Engels affermano che ciò che contraddistingue i comunisti dagli altri socialisti è l’internazionalismo e l’interesse del movimento complessivo (looking for the movement as a whole nel testo inglese). L’interesse per il movimento complessivo è un concetto fluido che si espande fino ad abbracciare tutte le lotte contro il capitalismo, per un mondo giusto e sostenibile. Un movimento centrato sulla classe lavoratrice deve promuovere sempre più l’intera causa della specie.

Nel 1913 Lenin individuò tre fonti del marxismo: la filosofia tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo utopistico francese – ognuno di questi creatosi nelle condizioni sociali delle loro società.(1) Ma il processo non si concluse qui. Il marxismo continua a crescere e ad apprendere, da ogni periodo storico, le idee più innovative di libertà. (Viene influenzato anche in maniera negativa, restringendo i propri orizzonti e venendo trascinato dalla moda, durante i tempi di crisi). Voglio qui identificare quattro fonti contemporanee di arricchimento per il marxismo: l’ecologia, il femminismo, le lotte nazionali/razziali, e il pacifismo. È importante riconoscerle quali fonti di idee, e non solamente come alleate nelle lotte politiche. La loro interazione con il marxismo è ovviamente diversa rispetto a quella delle fonti pre-marxiste. Approdano al marxismo dall’esterno, un esterno in parte già influenzato dal marxismo, e sono al contempo gradite e contrastate.

 

Ecologia

 Il marxismo, sin dalle sue origini, adottò un approccio globale alla posizione della nostra specie nel mondo.(2) Lo sfruttamento selvaggio della natura durante la prima industrializzazione, la frattura metabolica tra la città e la campagna, l’inquinamento delle città e di tutta la terra, erano dati di fatto già noti, stigmatizzati e fatti propri dalla critica del capitalismo. L’inseparabilità dell’umanità e della natura era implicita nella visione dialettica della vita e della società.

Ma anche i movimenti socialisti si opposero all’ecologia. In particolare, quei movimenti che avevano abbandonato l’obiettivo socialista, consideravano il lavoro come un’urgenza irrefrenabile della classe lavoratrice maschile, e qualsiasi idea che rallentasse la creazione di posti di lavoro veniva vista con ostilità. I movimenti ambientalisti che scaturivano dai ceti medio alti erano considerati un lusso borghese, e l’ambientalismo, attraverso l’uso di un “noi” generico che indicava tutta l’umanità, avrebbe finito per distrarci dalla lotta di classe. La questione animale veniva rigettata in quanto oscena, se confrontata con la grande sofferenza umana. Nella poesia “Coloro che verranno” di Bertolt Brecht, ci viene detto, “Ah, quali tempi sono questi / quando discorrere d’alberi è quasi un delitto / perché su troppe stragi comporta silenzio”. Oggi, ovviamente, diremmo l’opposto (in accordo con l’ironia di Brecht): il silenzio sugli alberi è il delitto, complice dell’ingiustizia.(3)

Tuttavia, nonostante questo disagio verso l’ecologia, singoli marxisti parteciparono alle lotte ambientaliste e svilupparono la teoria ecologica. Nell’URSS e nei suoi alleati europei, una prima adesione costituzionale alla tutela della natura venne compromessa dall’urgenza frenetica di espandere la produzione nel nome di un’idea progressista della modernizzazione, che non criticava più la tecnologia capitalistica ma solo i suoi impieghi. Col successivo svilimento del marxismo, si arrestò il pionierismo sovietico nel campo della scienza del suolo, dell’ecologia evolutiva e della ricerca sull’ecosistema. La rivoluzione tecnico-scientifica promossa da Brezhnev, in quanto soluzione alla paralisi dell’economia dell’URSS, accettò l’idea di un’unica via di sviluppo della produzione, particolarmente disastrosa per l’agricoltura. Le multe per inquinamento era già state imposte da tempo, ma presto, le imprese statali cominciarono ad inserire il pagamento di queste multe nei budget per i loro piani quinquennali.

Nel Terzo mondo, dove la distruzione ambientale faceva ovviamente parte dell’assalto colonialista, la difesa dell’ambiente era ovviamente considerata una parte della lotta per la liberazione. Ma questa intuizione entrò in conflitto con l’urgenza dello “sviluppo”.

Singoli marxisti parteciparono sempre alle lotte contro l’avvelenamento da pesticidi, in particolare dei braccianti agricoli, e dei rischi professionali. Nel 1962, Rachel Carson scrisse Primavera silenziosa. E, a partire dagli anni Sessanta, la sinistra diede inizio alla sua lotta per il reinserimento dell’ecologia all’interno della sua visione politica. Gli Studenti per una Società Democratica (SDS), insieme alla New University Conference, pubblicarono degli opuscoli in cui l’ambiente veniva considerato parte del progetto di liberazione. L’approccio dialettico nei confronti dell’umanità ci rendeva una specie tra le tante specie nel mondo, colta in una deviazione di seimila anni attraverso la società di classe, le cui relazioni col resto della natura mutavano ogniqualvolta una nuova forma sociale aveva rimpiazzato quella precedente. A Cuba, gli anni Ottanta e Novanta furono testimoni dell’adozione consapevole di una via sostenibile di sviluppo, che includeva l’agricoltura ecologica nelle città e nelle campagne, la riforestazione, la protezione delle risorse idriche e degli habitat fragili, oltre che l’attenzione alla biodiversità e al cambiamento climatico.(4) Il contributo dell’ecologia al marxismo moderno è una guida alla prassi, nonché una critica del sacrificio opportunistico del futuro per il bisogno immediatodove i marxisti guidano i governi. Si concentra sulla resistenza di fronte alla distruzione capitalistica dove i governi non fanno altrettanto. Nell’ambito di una teoria su vasta scala, l’ecologia marxista presta attenzione alla specie nel suo complesso.

 

Femminismo

 La seconda influenza rinfrescante sul marxismo è il femminismo.(2) I primi scritti delle femministe risalenti al XVIII e XIX secolo, a partire da Mary Wollstonecraft, esprimevano l’esigenza dell’uguaglianza delle donne, rifiutando qualsiasi giustificazione religiosa o biologica della subordinazione della donna. Talvolta, attribuivano la repressione delle donne ad un’ipotetizzata rivoluzione patriarcale. Questo punto di vista venne riportato nel marxismo classico, ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, di Engels, in cui si faceva riferimento alla “storica sconfitta mondiale del sesso femminile.”(5)

Engels evidenziò che la società è basata sui rapporti di “produzione e riproduzione dell’esistenza immediata” ma, in pratica, la riproduzione è solitamente stata riconosciuta e poi ignorata.(6) I movimenti marxisti generarono donne femministe eccezionali come Eleanor Marx, Alexandra Kollontai, e Claudia Jones, ma spesso le emarginarono (o ne emarginarono le idee) dal movimento complessivo. I sindacati e i partiti dominati dai maschi consideravano la manodopera femminile una minaccia per l’impiego maschile, ed esigevano uno stipendio familiare che permettesse all’uomo di mantenere la “sua” donna e i bambini. La nascita del femminismo borghese fu usata per giustificare il rifiuto del femminismo, in quanto diversivo dalla lotta di classe. Ma negli anni Quaranta, fece la sua comparsa, nel Partito comunista degli Stati Uniti, un nucleo forte di protofemministe, proprio quando il maccartismo stava rendendo ardua qualsiasi organizzazione rossa.(7) Molte delle pioniere della seconda ondata di femminismo negli Stati Uniti affondavano le loro radici nei movimenti comunisti e socialisti, oltre che nei sindacati.

Le femministe di sinistra dovettero presto fare i conti con la triplice oppressione di classe, di genere e razziale, lottando contro il “classismo” (credenze associate alla gerarchia di classe), il sessismo e il razzismo. Ma sebbene queste tre oppressioni siano collegate linguisticamente dagli “ismi” e negli slogan come manifestazioni di oppressione, il nostro obiettivo in relazione ad ognuna di esse è molto diverso. Il razzismo verrà eliminato eliminando la categoria pseudo-biologica di razza, non abolendo la pigmentazione. Il sessismo non crollerà cancellando le differenze sessuali, ma abolendo l’oppressione di genere. E il “classismo” non verrà sconfitto promuovendo un atteggiamento più “tollerante”, ma abolendo la società di classe.

Il femminismo ha arricchito il marxismo non solo attraverso il riconoscimento dello sfruttamento delle donne, ma anche attraverso i ruoli chiave che le donne svolsero nelle lotte per il lavoro e la pace. Inoltre, il femminismo diede al nostro movimento alcune importanti proposizioni teoriche (e domande chiave) che approfondirono la nostra comprensione del lavoro, della riproduzione e della sessualità, dei processi sociali, dell’ideologia e dell’organizzazione.

(1) Le donne lavorano. Loro probabilmente fanno la maggior parte del lavoro nel mondo, contraddicendo l’eroica immagine del “lavoratore”, un maschio muscoloso  che forgia l’acciaio. Il lavoro delle donne si distribuisce tra la produzione e la riproduzione in ogni società, e il modo in cui questo viene svolto è un elemento determinante del loro status sociale. Ma per di più l’analisi si è focalizzata sulla produzione, ignorando ampiamente la riproduzione nella costruzione della nostra teoria. La riproduzione è una categoria più ampia rispetto alla gravidanza, e include tutte le attività che producono la popolazione di coloro che producono. Fra queste attività rientrano la cura dei bambini e la socializzazione, estendendosi alla sessualità non riproduttiva.

(2) Le donne sono lavoratrici salariate in molti settori; sono coinvolte nel settore dei servizi come lavoratrici domestiche, in ristoranti e negli hotel; svolgono lavoro non retribuito nella fattoria e in casa. La maggior parte di ciò che noi chiamiamo “consumo” è in realtà lo stadio finale della produzione, come ad esempio la preparazione di alimentari di stampo artigianale, e una parte significativa di quelli che noi chiamiamo beni di consumo sono gli strumenti e i contributi per questo tipo di produzione.

(3) La vita privata di ogni società è un prodotto sociale. La disuguaglianza che la società di classe impone alle donne si riflette anche all’interno delle mura domestiche, cosicché il femminismo di sinistra si fece avanti con lo slogan “il privato è politico”. Il sessismo all’interno della famiglia e nei movimenti politici di sinistra ha prodotto un forte indebolimento della lotta, uno spreco di talenti, una riproduzione dell’oppressione nella sfera pubblica. Di conseguenza, la lotta contro il sessismo è un ingrediente essenziale nella costruzione di un movimento e nella costruzione del socialismo. Quando una società vacilla nel suo impegno verso il femminismo, ci troviamo spesso di fronte ad un sintomo di regressione verso il capitalismo. A Cuba, la lotta contro il sessismo è inclusa nel Codice della famiglia, che prescrive uguali diritti e doveri nella famiglia. Ma il sessismo rimane nella cultura, e le femministe devono continuamente identificare e sfidare le espressioni sessiste nella prassi e negli atteggiamenti predominanti. Le rivoluzionarie hanno anche una vita privata. Le giovani rivoluzionarie devono prendere decisioni nel corso della loro vita, scegliendo come mettere insieme gli obiettivi personali e il loro impegno per un cambiamento sociale, come fare i conti con l’impatto emotivo prodotto dall’oppressione su loro stesse e sui loro figli, come far coesistere il rischio di sconvolgere la propria vita con la responsabilità genitoriale. Fintanto che ignoreremo le dimensioni più intime e profonde del nostro impegno, saremo vulnerabili alla seduzione di visioni del mondo magiche e religiose.

(4) La critica femminista al dominio maschile si espanse fino a diventare una critica delle strutture gerarchiche nelle organizzazioni e nella società. Questa venne influenzata spesso da una sensibilità anarchica. Le organizzazioni femministe introdussero delle procedure aventi lo scopo di assicurarsi che tutte potessero avere non solo una possibilità, ma anche un vero incoraggiamento a partecipare; che in una discussione, bisogna concludere un argomento prima di proporre altri temi (“Roberta’s Rules” nella Chicago Women’s Liberation Union). La tradizione critica e autocritica marxista si è evoluta per includere la valutazione degli incontri dal punto di vista su come una discussione potesse aiutare le persone a sviluppare le proprie capacità.

(5) La disuguaglianza e l’abuso nella riproduzione, e ancora più ampiamente nei rapporti sessuali, rese l’indagine di questi ambiti della vita una parte del pensiero femminista. Sebbene sia gli uomini che le donne pratichino rapporti sessuali, questi si inseriscono spesso in rapporti di potere diseguali. Le donne hanno assunto la guida nelle lotte riguardanti la sessualità, e anche contro l’omofobia.

(6) Il movimento femminile non è una cosa sola. Negli Stati Uniti, è solitamente stato associato al femminismo bianco della classe media, che domina alcune organizzazioni come la National Organization for Women e la rivista Ms., ed enfatizza le questioni che stanno maggiormente a cuore a quel tipo di elettorato. I mass media diretti dai maschi hanno aperto la via per una definizione del femminismo, consacrandone le guide. Ma questo femminismo più visibile, e quasi rispettabile, ha coesistito insieme a vari tipi di femminismo radicale, come il separatismo lesbico, il femminismo socialista, l’ecofemminismo, il womanism di quelle persone di colore che rifiutavano il punto di vista del femminismo bianco della classe media.(8) Gruppi come Redstockings, la Chicago Women’s Liberation Union, e il Combahee River Collective, nonché pubblicazioni come Sojourner, hanno sviluppato una presa di posizione contro l’intero sistema di oppressione. All’interno del femminismo, le marxiste hanno svolto un ruolo guida insistendo su un’analisi di classe che mostrasse che le “donne” non potevano essere trattate come una massa omogenea con interessi in comune, e lottarono inoltre contro il razzismo all’interno del movimento femminista. Oggi, di regola, le femministe di sinistra pongono l’attenzione verso l’intersezione tra razza, classe e genere, senza collocarle in ordine di importanza. Il Combahee River Collective, un collettivo di femministe nere, preparò la sua Dichiarazione delle femministe nere nel 1977. “Il resoconto generale delle nostre politiche ad oggi ci vede attivamente impegnate nel combattere le oppressioni razziali, sessuali, eterosessuali e di classe ed il nostro compito particolare è lo sviluppo di analisi e pratiche integrate basate sul fatto che i maggiori sistemi di oppressione sono tra di loro interconnessi.”(9) Ma talvolta vengono oscurate le vere differenze tra i vari tipi di oppressione: la razza è un prodotto sociale che si basa su una giustificazione biologica totalmente falsa. Il nostro obiettivo è quello di abolire questa categoria biologica e razziale costruita socialmente che definisce le persone. Il genere è una differenziazione dei ruoli sociali che deriva dalla biologia, ma che è passata attraverso il setaccio delle relazioni sociali, a partire dalla famiglia, in ogni società. Il nostro obiettivo attuale è quello di abolire l’oppressione di genere, cosicché gli uomini e le donne possano relazionarsi tra loro in quanto uguali. Infine, la società è divisa in classi, attraverso le quali si realizza lo sfruttamento economico (l’appropriazione del surplus economico dei produttori diretti). A questo proposito, il nostro scopo è l’abolizione delle classi.

(7) Il lavoro casalingo non è produzione di merci, nonostante abbia risvolti economici. La produttrice non è alienata dal prodotto del suo lavoro, perché ne ricava risultati e soddisfazioni. Si tratta di un ambito della vita che non è limitato dall’eccessiva specializzazione. La resistenza alla mercificazione della vita si manifesta come resistenza alla penetrazione del capitalismo nell’agricoltura, dove spesso le donne hanno condotto le battaglie contro il sacrificio della produzione per l’uso a vantaggio della produzione per lo scambio. Questo sacrificio rende l’agricoltura più vulnerabile alla depredazione ecologica e ostacola notevolmente attività essenziali come la raccolta del legno e dell’acqua. La casa è anche il nucleo della resistenza alla mercificazione delle funzioni riproduttive, del sostegno emotivo, e del sesso, caratteristica delle relazioni capitalistiche di mercato in ogni epoca. Poiché la produzione di merci è la massima alienazione dalla natura, le donne spesso sono state considerate più vicine alla natura. Non si tratta di una caratteristica intrinseca al loro doppio cromosoma X, ma è dovuta alla loro condizione sociale, la quale ha reso le donne particolarmente inclini a cercare una relazione umana e sostenibile con il resto della natura.

 

Lotte nazionali/razziali

Le persone sono connesse all’insieme dell’umanità tramite vari tipi di affiliazione, come la classe, la religione, le identità etniche e razziali e, in alcuni luoghi, le caste. Di solito i marxisti scartano le affiliazioni non relative alla classe, come la religione e la nazionalità, ritenendole prodotti dell’oppressione che mantiene divisi i lavoratori. Di conseguenza, abbiamo spesso sottovalutato l’importanza che queste affiliazioni assumono nella lotta per la liberazione umana e per la coscienza dei popoli oppressi. Di per sé, possono rappresentare qualcosa di reazionario se dividono i lavoratori ma, nei gruppi oppressi, sono anche diventate veri e propri punti di riferimento contro l’oppressione. Quindi, abbiamo dovuto mantenere un duplice punto di vista per quanto riguarda il nazionalismo. Ci opponiamo al nazionalismo aggressivo che costituisce la base logica dell’imperialismo, e sosteniamo i nazionalismi difensivi degli oppressi. In Sud Africa, la lotta contro l’apartheid fu una lotta per la liberazione dei neri. Ma oggi, le richieste di solidarietà dei neri contro le persistenti disuguaglianze vengono usate come arma contro la società non razziale che costituisce l’obiettivo del Congresso Nazionale Africano (ANC). Tuttavia, la solidarietà tra i diversi popoli di colore, come nel caso della diaspora africana, ci offre un modo per affrontare l’ideologia razzista dominante. A questo proposito, il più grande errore commesso dai movimenti marxisti è stato quello di confondere la finale obsolescenza dell’identità etnica e razziale col significato immediato che questa assume nella vita dei popoli, ignorando le complessità dell’ideologia razzista. Nonostante la paura che la coscienza nera possa dividere un popolo che ha bisogno di restare unito, dai vari movimenti della coscienza nera dobbiamo assorbire la verità della persistenza del razzismo e il bisogno di combatterlo in tutte le sue forme, prima e dopo il rovesciamento del capitalismo. Il razzismo non se ne andrà da sé. La disuguaglianza ereditata dal passato rimane in quanto realtà sociale ed economica che fornisce l’esperienza quotidiana che rinforza le credenze e le pratiche razziste. Bisogna rompere questo circolo vizioso a vari livelli e, nel frattempo, permettere alla solidarietà etnica e razziale di diventare un ponte per l’intera umanità.

José Carlos Mariátegui la Chira, il comunista peruviano, sollevò la “questione indigena”(10) come un punto chiave per i movimenti rivoluzionari in America Latina, un orientamento portato avanti dalle rivoluzioni boliviane, venezuelane ed ecuadoregne di oggi.

Pertanto, noi rifiutiamo il tipo di marxismo primitivo e lineare che immagina che le società con sistemi di produzione precapitalistici fossero intellettualmente inferiori e che la loro sostituzione con i rapporti capitalistici sia progressiva. E rifiutiamo anche quelle versioni sentimentalistiche del passato, che spesso esordiscono con “Gli Antichi affermano…” senza chiedersi chi fossero questi Antichi, come sia possibile che i loro detti siano stati preservati e non quelle di altri egualmente antichi, quale fosse la loro localizzazione sociale, quali esperienze fornissero loro intuizioni e quali li accecassero? Quali sono le conquiste precapitalistiche che possono aiutarci a guardare al di là del capitalismo? Quali di questi possono frenarci?

La difesa della cultura dei popoli non implica fornire sostegno a tutto ciò che una cultura fa, in quanto “nostra”. Anche le società precapitalistiche avevano le loro oppressioni. Non c’è nulla di progressivo nelle tradizionali e spesso barbariche forme di sessismo. Oggi, le nostre culture non sono un qualcosa da dover congelare per salvaguardarci dal colonialismo, ma costituiscono la base su cui costruire una nuova società più umana.

L’esame delle culture degli oppressi è anche una questione teorica fondamentale, perché mette insieme il determinismo sociale con la relativa autonomia dell’ideologia, facendoci affrontare il problema di come cambino le credenze. In America Latina, i nuovi sforzi per costruire il “Socialismo del XXI secolo” traggono ispirazione dai movimenti indigeni e dalla teologia della liberazione, nonché dalla sinistra tradizionale. Le innovazioni principali riguardavano la governance collettiva dal basso verso l’alto e i valori umanitari, non come qualcosa di nuovo ma come priorità.

 A questo punto, è importante evitare di usare un argomento semplicistico, affermando che alcune teorie sono straniere o obsolete e dunque per noi non rilevanti. La maggior parte delle idee sono straniere in qualsiasi luogo, e molte buone idee sono straniere quasi dappertutto dove non sono state adottate. Dare il benvenuto al pensiero rivoluzionario ovunque si manifesti e studiare le esperienze di tutti i movimenti per la liberazione è molto differente dal copiare esempi iconici.

 

Pacifismo

 Nel movimento pacifista e in quello per i diritti civili, lavoriamo spesso a contatto con pacifisti le cui fonti di ispirazione sono cristiane, gandhiane, umanistiche e di altro genere. Sebbene spesso indicate col nome di pacifismo, traggono la propria denominazione dal termine “pace” non passività. Non sono in alcun modo passive. Il termine “pacifismo” di per sé è fuorviante, e viene spesso sostituito da “nonviolenza”. Io, in assenza di un nome migliore, continuo ad utilizzare il termine “pacifista”.

La prima cosa che apprendiamo dai pacifisti è che la nonviolenza non è passività di fronte all’oppressione, ma un modo particolare di affrontarla. Da semplici alleanze, le lotte comuni di marxisti e pacifisti costituirono vincoli di reciproco riconoscimento, affetto e profondo dialogo. I pacifisti dimostrarono che l’intensità della rabbia non è l’unità di misura dell’impegno. Loro ci danno anche il principio di testimonianza: noi pensiamo spesso che non valga la pena compiere un’azione a meno che questa non sia in grado di mobilitare le masse, mentre la nozione di “testimone” fa riferimento all’idea che le azioni di pochi possano essere di insegnamento per molti.(11) I comunisti francesi furono relativamente passivi per quanto riguarda l’oppressione degli algerini colonizzati per paura di isolarsi dalle masse, fino a che singoli individui tra le fila del movimento cominciarono a protestare e a trascinarsi dietro il proprio partito. La paura di essere isolati, come reazione comune al rischio, vissuto negativamente, di sfociare nel dogmatismo, ha spesso impedito ai comunisti di “interessarsi al movimento complessivo”.

Ovviamente, i pacifisti hanno enfatizzato la critica della violenza. Da loro, possiamo imparare a considerare l’ampio spettro di conseguenze delle azioni proposte, e non solamente l’obiettivo desiderato. Tutte le conseguenze delle nostre azioni includono l’impatto sull’obiettivo immediato e diretto delle nostre azioni, l’effetto a lungo termine sulle persone a cui noi ci opponiamo ma che vorremmo al nostro fianco e con cui dovremo vivere in seguito, l’effetto su coloro che osservano la nostra attività, e l’effetto su noi stessi. Le “nostre azioni” includono anche le nostre non-azioni. Le nostre decisioni rafforzano il nostro umanismo rivoluzionario o ci rendono spietati rispetto all’inevitabilità dei danni? Un’azione conquista o fa perdere nuovi alleati? Ci rende rivoluzionari migliori o peggiori? Il ricorso alla violenza è l’elusione del difficile compito di coordinare le persone in modo da convincerle del bisogno di un nuovo tipo di società? Al duro aforisma “non si può fare una frittata senza rompere le uova”, impariamo a riconoscere che rompere le uova non equivale a fare una frittata. Come faranno i passanti a comprendere ciò che facciamo? Cosa impareranno dalle nostre azioni? E quando tutto sarà finito (ed ogni campagna prima o poi finisce), ciò che abbiamo fatto avrà portato avanti il movimento rispetto al punto di inizio? Per noi, quindi, il problema della violenza dev’essere riesaminato nel più ampio contesto sociale che si pone oltre (pur includendola) la moralità individuale. In ogni movimento umano rivoluzionario, è in gioco la nostra stessa umanità, e il movimento, in fin dei conti, dovrebbe essere giudicato in questi termini.

 Di fronte a tutte queste infusioni parzialmente esterne nel marxismo, è facile affermare, a posteriori, “ma certo, lo sapevamo già”, documentando questa affermazione con citazioni appropriate. Lo sapevamo e, al tempo stesso, non lo sapevamo, non come un qualcosa di profondamente sentito nei nostri movimenti. Le influenze in parte interne, in parte esterne, aiutano a correggere una tipologia comune di errore che deriva dalle filosofie meccanicistiche predominanti della nostra epoca: porre un problema in un’ottica troppo ristretta; affrontare in modo statico ciò che è in continuo mutamento; considerare come una condizione limite immutabile quella che è prodotta di una storia che l’ha resa così com’è e che non ha bisogno di restare così anche in futuro; un pragmatismo che si traveste da realismo e, addirittura, da materialismo. L’apertura a nuove correnti in reciproca influenza continua ad aiutarci a mantenere “l’interesse per il movimento complessivo”.

  

Note

 * Richard Levins (1930-2016) è stato professore universitario a Harvard, attivista politico e ricercatore all’Istituto di Ecologia e Sistematica di Cuba. Con Richard Lewontin scrisse Biology Under the Influence e Dialectical Biologist. Intellettuale eclettico studiò agricoltura, matematica, genetica, evoluzione, ecologia e filosofia. E’ stato un importante intellettuale marxista, ecologista, biomatematico, filosofo della scienza. Collaboratore della Montly Review, con il suo amico intimo e co-autore Richard Lewontin teneva una rubrica, “Eppur’Si Muove”, sulla rivista Capitalism, Nature, Socialism, e partecipò attivamente alla organizzazione Science for the People. Nessuno dei suoi libri è stato tradotto e pubblicato in Italia pur trattandosi di uno dei più importanti studiosi dell’ecologia e della complessità a livello internazionale. 

(1) Scritto a marzo del 1913, pubblicato inizialmente nella rivista mensile bolscevica Prosveshcheniye, vol. 3 (agosto 1913). Disponibile in rete: Tre fonti e tre parti integranti del marxismo.

(2) John Bellamy Foster, Marx’s Ecology (New York: Monthly Review Press, 2000).

(3)Bertolt Brecht, “To Posterity,” Selected Poems (New York: Reynal & Hitchcock, 1947), 172.

(4) Richard Levins, “Cuba’s Environmental Strategy,” DRCLAS News (David Rockefeller Center for Latin American Studies, 2000).

(5) Frederick Engels, The Origin of the Family, Private Property and the State (New York: International Publishers, 1970), 120. 

(6) Engels, Origin of the Family.

(7) Kate Weigand, Red Feminism (Baltimore: Johns Hopkins Press, 2001).

(8) In America Latina, il termine “femminista” è usato sia dalle donne radicali che da quelle conservatrici. In questa sede, utilizzo il termine in modo generico.

(9) Combahee River Collective, “A Black Feminist Statement,” This Bridge Called My Back, Cherrie L. Moraga and Gloria Anzaldua, eds. (Watertown, MA: Persephone Press, 1981).

(10) José Carlos Mariátegui la Chira, Seven Interpretive Essays on the Peruvian Reality (Austin: Austin University Press, 1971).

(11) Il concetto di “testimone” fa riferimento al fatto che un numero ristretto di persone, moltiplicato dall’intensità del loro impegno, può trasformare la consapevolezza di molti. Spesso comporta rischio, sacrificio, o la dimostrazione vivente di un altro modo di agire nel mondo.

 

articolo originale: Continuing Sources of Marxism. Looking for the Movement as a Whole

 

traduzione di Daniele Iannello

 

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