La marcia Perugia – Assisi e l’iniziativa di Potere al Popolo

La marcia Perugia – Assisi e l’iniziativa di Potere al Popolo

 Rino Malinconico

La marcia Perugia – Assisi è convocata per domenica 7 ottobre. L’appello – firmato da ANPI, ARCI, ARTICOLO 21, LEGAMBIENTE, LIBERA, RETE DELLA PACE e TAVOLA DELLA PACE -, mette al centro il contrasto al razzismo e il rispetto del principio proclamato settanta anni fa dalla DICHIARAZIONE UNIVERSALE dei DIRITTI UMANI: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Non è davvero poco di questi tempi, così segnati dall’odio per i migranti e dall’innalzamento di disgustosi muri culturali, politici e materiali verso chi è diverso per credo religioso, lingua e colore della pelle. Ed è anche possibile, persino probabile, che la partecipazione divenga davvero di massa: non si raggiungerà il tetto del 2001, quando parteciparono circa 400 000 persone, ma sicuramente migliaia e migliaia di donne e uomini marceranno di fatto contro questo governo e contro la parola d’ordine del “prima gli italiani”.

Come sempre dal 1961, la logica della marcia non è immediatamente politica (di norma ci si va senza bandiere di Partito); nondimeno, sia la domenica dell’evento e sia la fase preparatoria, con la propaganda e l’organizzazione dei pullman comune per comune, offrono una utilissima presa di parola per tutti coloro – Rifondazione Comunista e Potere al Popolo in primo luogo – che stanno provando ad organizzare la resistenza alle politiche xenofobe ed autoritarie di Lega e Cinquestelle. Il punto da considerare, per valutare se valga o meno la pena di impegnarsi, è il fatto incontestabile che alla marcia partecipano soprattutto le “persone normali”, i senza tessere e senza appartenenze, i tanti e le tante che ci vanno animati semplicemente dai loro “buoni sentimenti”. Ci andranno, certo, anche settori politicizzati in senso liberista, come pure settori politicizzati nel senso della sinistra di alternativa; ma né gli uni né gli altri potranno intestarsi “politicamente” l’iniziativa. Non potranno caratterizzarla secondo i propri desideri e le proprie strategie politiche proprio per il suo carattere realmente di massa. D’altronde, la cifra dominante sarà che si muoveranno i “presidi di civiltà”, coloro – individui e associazioni – che, territorio per territorio, già si caratterizzano per le buone battaglie su pace, diritti, solidarietà e beni comuni.

Io penso che sarebbe davvero opportuno, come circoli del PRC, o anche come strutture territoriali di Potere al popolo, essere visibilmente tra gli organizzatori della propaganda e della partecipazione, utilizzando i giorni che precedono la scadenza come occasione di rilancio della battaglia antirazzista nelle proprie concrete realtà. Non solo. L’iniziativa di una sinistra di alternativa che sia davvero capace di parlare alle “larghe masse” potrebbe anche servire ad ampliare i termini della convocazione e le stesse possibili ricadute politiche della marcia. Vi sono, infatti, due limiti nell’appello di ANPI, TAVOLA DELLA PACE, ecc. Il primo è che non considera la sequenza storica che sta determinando l’attuale svolta autoritaria similfascista in Italia e il connesso sdoganamento delle pulsioni razziste, e cioè le politiche liberiste e ultraliberiste degli ultimi trenta anni, portate avanti sia dai governi berlusconiani che dai governi di centro-sinistra. Il secondo limite è che l’appello non prospetta una qualche rivendicazione concreta, una qualche vertenza vera e propria da praticare. È del tutto assente, cioè, l’idea di aprire un contenzioso col governo sugli specifici temi dell’accoglienza, e in particolare sul nodo spinoso dei cosiddetti “migranti economici”.

È per questo che la eventuale attivazione di Rifondazione Comunista e di Potere al popolo dovrebbe caratterizzarsi in modo molto autonomo, con un documento chiaro da distribuire all’interno della marcia e alla cittadinanza in genere. Il principale punto da esplicitare è che i principi di accoglienza e solidarietà debbono fondarsi senza infingimenti sul “diritto al risarcimento” del Sud del mondo, e dell’Africa in particolare. Occorre dire apertamente come lo stesso collasso dell’Africa sia collegato alle politiche di rapina che il mondo ricco ha promosso per anni e anni nei confronti di quel continente. Di conseguenza, va respinta de iure e de facto la distinzione tra migranti politici e migranti economici. Quella distinzione serve unicamente a nascondere le gravi colpe dei paesi ricchi nel determinare il drammatico peggioramento delle condizioni di esistenza della maggioranza degli esseri umani.

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