Da Tunisi a S.Ferdinando passando per “Dublino” pietanze razziste in salsa giallo verde

Da Tunisi a S.Ferdinando passando per “Dublino” pietanze razziste in salsa giallo verde

Stefano Galieni*

Che il tema “immigrazione” non sarebbe sparito con l’insediamento del nuovo governo era molto prevedibile. In attesa di poter riuscire a rispondere alle promesse elettorali (particolarmente complicate quelle di carattere economico), la luna di miele con un paese che oggettivamente ha portato al governo Lega e M5S, non può essere interrotta, soprattutto in vista, nei prossimi giorni, di significative elezioni amministrative che investono numerosi comuni. Quindi erano per certi versi scontate le dichiarazioni di Salvini che, prima ancora di mettere piede al Viminale, si è lanciato in un attacco greve, partendo soprattutto dalla Sicilia, urlando che “la pacchia è finita”. Non casualmente il neo ministro ha plaudito l’ottimo lavoro svolto finora dal suo predecessore Marco Minniti, soprattutto affrontando le questioni legate a sbarchi, rimpatri, “clandestini” eccetera.

Di gaffes ne ha già inanellate alcune: dichiarare che dalla Tunisia vengono fatti “partire i galeotti” ha prodotto due danni in un colpo solo. Da una parte ha fatto indignare chi contemporaneamente contava le vittime dell’ennesimo naufragio, di una imbarcazione partita appunto dalle coste tunisine, ma in epoca di imbarbarimento le reazioni che ci sono state riguardano soltanto i mondi più sensibili a tali questioni. Dall’altra ha innescato le giuste proteste del governo tunisino. In Tunisia la situazione è molto tesa in questi mesi e le elezioni non hanno portato a stabilità. La disoccupazione, soprattutto giovanile. È in crescita, la crisi non sembra fermarsi col risultato che in molti cercano di trovare fortuna in Europa ed hanno ripreso ad imbarcarsi. Gli accordi bilaterali con Tunisi funzionano da tempo (cooperazione in cambio di facilitazione nei rimpatri), in febbraio è stato anche siglato un accordo che porterà militari italiani, con funzioni di addestramento per il contrasto all’emigrazione irregolare, in Tunisia. Ma dopo gli insulti l’ambasciatore italiano a Tunisi è stato convocato per un colloquio. Il clima è teso e non è detto che non si arrivi – come circola negli ambienti diplomatici – ad una sospensione dei voli charter di rimpatrio che permettevano di rimandare indietro almeno 80 cittadini tunisini a settimana.

E sempre l’iperattivo ministro con la felpa, pur non avendo partecipato ieri alla riunione dei ministri dell’Interno dell’UE ha plaudito la bocciatura della riforma del Regolamento Dublino 3, (quello che obbliga i richiedenti asilo a fermarsi nel primo stato dell’Unione in cui arrivano), proposta dalla Bulgaria. A boicottare la riforma sono stati i paesi del “Blocco di Visegrad”, (Est Europa) che non vogliono accettare l’obbligo di dover accogliere una parte dei profughi. La Germania (il paese che in passato ha accolto più richiedenti asilo) pur essendo favorevole a modifiche del regolamento ha scelto alla fine di opporsi per ragioni di politica interna, in Spagna ha prevalso il timore derivante dalla crisi politica, l’Italia di Salvini ha un altro sogno, condiviso dalla parte peggiore d’Europa. Tornare ai respingimenti collettivi del 2012 “Quindi dobbiamo cercare di aggirare l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani. La giurisdizione dovrà seguire questa linea, perché altrimenti non ci sarà più la Corte europea. Penso che alcuni non capiscano esattamente cosa sta accadendo in Europa. La gente deve lasciare le proprie torri d’avorio e guardare la realtà” ha dichiarato il Segretario di Stato belga Theo Francken. Un cambio di passo che ha trovato l’opposizione persino del Commissario Europeo all’Immigrazione, Avramopolous, un conservatore che si è però giustamente richiamato alla Convenzione di Ginevra e ha affermato che l’Europa non può agire come l’Australia. Ma l’aspetto grottesco di queste discussioni infinite, quando si traducono in nuovi muri e nell’aumento di morti in mare è che si dibatte in un continente di 530 milioni di abitanti di non più di 150 mila persone l’anno che arrivano e non certo in gita di piacere.

E si trova il tempo per lanciare i respingimenti, le espulsioni, la caccia all’uomo (possibilmente nero, meglio ancora se musulmano), si conquista consenso e approvazione spendendo dai 3000 ai 15.000 euro per ogni rimpatrio, si propone di tagliare i fondi per l’accoglienza destinandoli a promuovere la “cacciata degli invasori” mentre si lascia uccidere chi lavora, difende i propri diritti ma porta con se la colpa di avere un diverso colore della pelle. L’uccisione a sangue freddo di Soumaila Sacko, bracciante e sindacalista, prima che immigrato, 29 anni e alle spalle una storia di fatica avvenuta nei pressi de campo profughi di S. Ferdinando, nel vibonese è paradigmatica del presente. Dormiva in una baracca dopo che il campo era stato incendiato e in cui attendeva l’ennesimo sgombero senza alternativa, era andato a cercare lamiere con due compagni di lavoro per aiutare altri a costruirsi un alloggio, ha incontrato un cecchino che ha già introiettato la licenza di uccidere che questo governo intende concedere e che si è eretto a giudice e boia. Con 4 colpi un morto e 2 feriti, evidentemente il killer doveva aver dimestichezza con l’arma. Cacciatore o altro in una zona ad altissima presenza della ndrangheta?

Una morte che ricorda terribilmente quella di Jerry Maslo, rifugiato sudafricano ucciso 19 anni fa a Villa Literno, in provincia di Caserta, anche a lui schiavitù e sfruttamento stavano stretti. Allora (era luglio avanzato) l’omicidio provocò clamore nel paese, in poco tempo la ricca galassia antirazzista riuscì ad organizzarsi, saltando a piè pari differenze e frantumazioni già presenti. Ne scaturì ad ottobre la più grande manifestazione antirazzista della storia italiana che attraversò le strade di Roma, la vicenda provocò dibattito mediatico e politico, il paese reagì e l’indignazione raggiunse anche soggetti allora refrattari. Oggi cosa accade e soprattutto cosa accadrà? All’inizio hanno provato a dipingere il lavoratore come un “ladro sorpreso a rubare”, poi la storia è emersa in tutto il suo portato. Lo si deve al fatto che a scriverne sono state brave giornaliste come Alessia Candito, su Repubblica, lo si deve al fatto che, col cambio di governo, gli atti di razzismo, individuale ed istituzionale che fino a ieri passavano sotto silenzio oggi diventano tardivamente motivo di condanna, lo si deve ad un alto livello di sindacalizzazione dei braccianti dovuto anche al lavoro dell’Usb e non solo. Ma non basta.

La politica ha risposto poco e male, ha balbettato. Il neo Presidente del Consiglio Conte, ha tardivamente espresso il suo cordoglio, non mancando di ricordare che la vittima era “un immigrato regolare”, come se il non avere un documento potesse giustificare la gravità di un omicidio. Silenzio dal ministro dell’Interno e da quello del Lavoro (Salvini e Di Maio) i due leader politici della svolta populista. Non basta l’applauso dei senatori, fa impressione il silenzio del Presidente della Repubblica, tanto preoccupato di avere un ministro che potrebbe spaventare i mercati ma prono verso un altro che spaventa col suo razzismo profuso a piene mani. Ma soprattutto manca una sinistra decente che apra, a partire da questa vicenda, un conflitto sul nuovo schiavismo che non riguarda soltanto gli immigrati ma colpisce ovunque. Ma anche sindacati che si predispongano a una grande campagna per spiegare ai propri iscritti che il lavoratore o la lavoratrice migrante non sono il nemico da combattere ma i compagni con cui ricominciare a lottare. Anche a noi come partito dobbiamo rilanciare il nostro intervento per contrastare lavoro nero, sfruttamento, violenza quotidiana, e allearci per reimparare, insieme a loro ad alzare la testa. E’ doveroso tornare a mobilitarci per Sacko, con chi crepa di lavoro per pochi euro al giorno. E farlo con un’elaborazione e un’iniziativa politica che non sia episodica e soltanto legata all’immediatezza dell’indignazione di fronte all’ennesimo crimine.

Resp. Immigrazione, Pace e Movimenti Prc S.E.

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