Il governo dell’unità borghese

Il governo dell’unità borghese

di Marco Sferini -

E’ persino troppo facile per un comunista criticare la formazione del governo PD – PDL. Per la prima volta dopo la morte della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, le forze borghesi si ritrovano politicamente unite in un esecutivo che accomuna i simpatizzanti di centrodestra e di centrosinistra della classe imprenditoriale, del ceto medio e persino del popolino che ha inutilmente votato Partito Democratico sulla spinta ingannevole del “voto utile” per battere Berlusconi. E il voto è stato invece utile per far arrivare Berlusconi a Palazzo Chigi anche se perdente (in numeri assoluti… politicamente parlando, sull’onda lunga della scia dell’incertezza del post-voto, come si vede vince il cavaliere nero di Arcore) e affidare addirittura al segretario del PDL due incarichi: vicepresidenza del Consiglio dei ministri e ministero dell’Interno.
Se il PD nascendo voleva essere un progetto di realizzazione dell’autonomia del centrosinistra dal centrodestra, ebbene oggi questa autonomia l’ha tutta perduta e ha lasciato per strada anche il residuo di sinistra che si era portato dietro, costringendo Sel a ricoprire il ruolo naturale di opposizione in un contesto di larghe e sporche intese come queste.
I peggiori timori di una restaurazione economica in salsa ampiamente liberista si sono tutti verificati sul campo e attendono solamente il nulla osta del Parlamento con una fiducia che forse vedrà il dissenso di qualche parlamentare democratico come Pippo Civati, o che forse sarà piena se Letta riuscirà a convincere anche i più recalcitranti a dargli il voto di assenso e alzare bandiera verde per provare a governare il Paese e ristabilirne la consona dignità economica che gli spetta agli occhi dei governatori delle banche mondiali ed europee.
Mario Draghi e Giorgio Napolitano – e non è un mistero – hanno seguito con apprensione e da vicino la formazione del nuovo esecutivo fin dal tentativo di Pierluigi Bersani, passando per l’indegno cammino parlamentare dell’elezione del presidente della Repubblica.
Con la formazione del governo di Enrico Letta i mercati possono riposare meglio, così anche l’imprenditoria italiana di Giorgio Squinzi, altro sponsor del “fate presto” ormai celebre motto che starebbe bene come sottotestata al titolo del quotidiano di Confindustria.
Ma le emergenze e i “fate presto” sono diversi, così come sono diversi i mondi in cui si vive: si vive sempre in Italia, ma c’è vita e vita, c’è stravita e c’è sopravvivenza.
Dire che ci sono ancora le classi sociali è forse obsoleto, o forse è più che altro quel dato scontato e che dovrebbe essere di piena conoscenza e coscienza di tutte e tutti e che invece si ignora così come si ignora spesso di vivere nel capitalismo.
Per questo la lotta della ricostituzione della Sinistra Italiana (scrivo le iniziali maiuscole come auspicio, che continuo a conservare, che si possa presto arrivare ad un soggetto politico pluriculturale formato da comunisti, socialisti di sinistra, ecologisti, libertari e via dicendo, per aprire uno spazio tra l’inesistenza ormai acclarata del centrosinistra e il grillismo) è dimostrata come fattore ormai storico, storicamente necessario e impossibile da eludere: manca una formazione che prenda in mano la critica sociale e i bisogni della società con una visione del mondo del lavoro come elemento chiave della vita di tutte e tutti noi, come elemento cardine del rivolgimento sociale, del cambiamento.
Non basta abolire i privilegi parlamentari per aver gridato di aver ottenuto una rivoluzione italiana che non porterà nulla nell’avanzamento dei diritti sociali, ma solo qualche variazione di bilancio dello Stato.
Bisogna agire in profondo, in quella “struttura economica” che Marx aveva individuato come responsabile di ogni altra evoluzione politica, sociale, intellettuale, morale della società.
Ad oggi non esiste in Italia una sinistra degna di questo ruolo e i singoli soggetti politici come Sel, Rifondazione Comunista, PdCI, Verdi e altre aggregazioni ancora più minori, sono al momento incapaci di ricoprire singolarmente questo compito. La diaspora è durata troppo a lungo e ora, davanti alla riunificazione delle forze che difendono i privilegi borghesi e della grande finanza direttamente da Palazzo Chigi, tocca a tutte le persone che si sono illuse di votare a sinistra votando PD, di stare in un partito di sinistra stando nel PD, tocca a tutte e tutti noi comuniste e comunisti di qualunque formazione, di mettere al servizio della ricostruzione del progressismo italiano le nostre energie mentali e materiali. In una parola: dobbiamo impegnarci ancora, perché una pagina si è voltata, un capitolo si è chiuso, ma la storia non è finita e scriverla spetta anche e principalmente a noi.
Scorrendo i nomi del nuovo governo italiano, si può vedere chiaramente la saldatura efficace che PD e PDL hanno siglato: un patto da rispettare e che certamente sulla sua strada incontrerà contraddizioni tra le spinte iperberlusconiane e personalistiche del cavaliere e quelle più statalistico-economico-borghesi del PD.
Le prese di posizione parlamentari delle forze che si dichiarano all’opposizione del governo che nasce sono il massimo della lontananza da una seria critica politica, fondata su una analisi di classe dei rapporti sociali e dei rapporti politici che ne derivano.
Praticamente non c’è argine a questa fiumana di protezione dei privilegi industriali e di nuovi attacchi che si verificheranno ben presto al lavoro, contro i lavoratori, contro le minime tutele rimaste, frammentate, frastagliate da decenni di consunzione della Legge 300.
Non credo sia serio oggi porsi il problema di una ricostruzione di un centrosinistra. La scelta del PD ha cancellato completamente questa problematica.
Finalmente oggi possiamo porci, in tutta la sua essenza, il drammatico compito della rifondazione della Sinistra Italiana, attraverso un percorso di definizione di un programma che, se vuole davvero essere alternativo all’amalgama finanziaria e capitalista che siede al governo, non può non darsi una connotazione anticapitalista, quindi antiliberista nel rispetto delle singole culture politiche, civili e sociali che la andranno a comporre.
Veniamo da percorsi differenti, anche molto diversi tra loro. Ma siamo uniti oggi, anche se ancora non lo sappiamo bene e non ne siamo pienamente consci, da un comune futuro politico per ridare al Paese un luogo sociale dove costruire il conflitto attraverso una ridefinizione della coscienza quasi istintiva di ogni singola persona, di ogni moderno – mi si lasci scrivere così – proletario che deve riappropriarsi dell’odio di classe.
Dobbiamo, come diceva Edoardo Sanguineti, saper odiare chi non ci ama, chi ci sfrutta, chi ci fa ogni giorno del male, chi fa morire i lavoratori per la mancanza di sicurezza, chi toglie il futuro ai giovani depredando la scuola pubblica, chi si approfitta dei malati per le speculazioni profittuali delle case farmaceutiche, chi devasta il territorio sempre per l’interesse di pochi… Dobbiamo odiare politicamente, non personalmente. E l’impersonalità, il vedere nel nostro avversario di classe la sua mera funzione in questo sistema ci porrà ad un livello di coscienza sempre maggiore.
Se invece ci limitiamo ad accettare questo governo solo per il fatto che invece di Brunetta o di Cicchitto, Letta vi ha inserito Nunzia Di Girolamo o Gaetano Quagliarello (uno dei saggi presidenziali…), allora non nascerà mai una nuova Sinistra Italiana ma rimarremo succubi delle illogiche logicità del mercato, dei suoi agenti governativi, del suo spregiudicato portato politico che oggi si esprime in un governo che è la morte del centrosinistra italiano. E forse, non tutto il cosiddetto “male” viene per nuocere, almeno in questo caso… Come ha scritto un mio amico: “Ora che si è ricostituita la DC, proviamo a rifare il PCI”. Forse sarà difficile fare un nuovo grande Partito Comunista Italiano, ma dare forza a Rifondazione Comunista e a tutte le altre forze della sinistra residua per costruire un soggetto plurale di Sinistra, questo è concretizzabile. Una volta si sarebbe detto, e diciamolo: al lavoro, alla lotta.


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