Gli “autorevoli” pugilatori a pagamento del Capitale

Gli “autorevoli” pugilatori a pagamento del Capitale

di Paolo Favilli 

I conflitti politici e ideologici della contemporaneità vengono esorcizzati da un’ampia categoria di intellettuali-pubblicisti, gli “autorevoli pugilatori”, i quali sono studiosi che dovrebbero conoscere i testi di cui parlano e i contesti culturali in cui sono inseriti, ma abitualmente ne fanno astrazione.
1) Nel Poscritto alla seconda edizione del I libro de Il Capitale, Marx usa l’espressione «pugilatori a pagamento» in riferimento a quegli economisti che avevano abbandonato la lezione di spregiudicatezza analitica che era stata la caratteristica di Smith, Ricardo, dei ricardiani in genere, per abbracciare le ragioni della «apologetica». La causa stava nel fatto che l’«indagine scientifica spregiudicata» tipica dei fondatori della moderna economia politica, dimostrava il carattere intrinsecamente conflittuale della società permeata dal modo di produzione capitalistico ormai in via di definitiva affermazione. Ed in particolare da una conflittualità che, allo scorcio della prima metà del secolo XIX, con il manifestarsi del cartismo ed il radicarsi delle Unions operaie, non rimaneva più nell’ambito della «critica», ma tracimava nel campo della lotta politica e sociale. In tale contesto, dove «non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo…», emergevano facilmente, senza trovare particolari ostacoli, i «pugilatori a pagamento»i.

Una tipologia di pubblicisti che ci ha accompagnato per tutta la lunga storia delle diverse forme della antitesi alle logiche dell’accumulazione del capitale, in certi momenti in una dimensione invasiva, in altri in una dimensione fisiologica. Nella stagione che stiamo vivendo, la stagione della predominanza della «nuova ragione del mondo», della «razionalità neoliberista», la razionalità che prevede il «dispiegamento della logica di mercato come logica normativa, dallo Stato fino ai meandri più intimi della soggettività»ii, quella del «pugilatore» sembra essere diventata la figura «normale» per estirpare anche la legittimità tanto della tradizione che dell’attualità delle varie formulazioni di teoria «critica». D’altra parte se, come ha detto l’economista (tuttologo) francese Alain Minc, «il capitalismo non può crollare, è lo stato naturale della società. La democrazia non è lo stato naturale della società, il mercato si»iii, allora le teorie critiche e soprattutto le organizzazioni politico-sociali dell’antitesi, sono nient’altro che escrescenze maligne da svellere da un corpo naturalmente sano. Chi più adatto di un «pugilatore»?

Quando, in questa nota, parlo di «pugilatori» non intendo riferirmi a giornalisti, che pure annotano tra le loro fila legioni di combattenti di tal tipo. Infatti essi, in genere, per mestiere, non sanno assolutamente niente dei testi di teoria critica di cui ogni tanto scelgono di parlare, e dunque il menar la mani per conto dell’editore di riferimento è quasi un dovere professionale. Parlo invece di studiosi che, proprio per dovere professionale, invece, è necessario conoscano davvero i testi di cui parlano e i contesti culturali in cui sono inseriti. Studiosi che scrivono su giornali «autorevoli».

A tal proposito cito a memoria, e quindi in maniera del tutto priva dell’icasticità che le era propria, l’annotazione tratta da un corsivo di Mario Melloni, colui che con lo pseudonimo shakespeariano di “Fortebraccio”, ha tenuto per circa un trentennio su «l’Unità» la rubrica di satira politica più ironica ed elegante che il giornalismo del secondo dopoguerra abbia prodotto. Diceva, dunque, Melloni, a proposito dell’ «autorevolezza» del «Corriere della sera», che Piero Ottone, il direttore di allora, anche se doveva pubblicare un pezzo su di un insetto, si rivolgeva al migliore entomologo della comunità scientifica di riferimento. A «l’Unità», aggiungeva, visti i mezzi a disposizione, incaricavano invece un simpatico redattore bravissimo ad acchiappare le mosche. Oggi, evidentemente, anche l’ «autorevolezza» del «Corriere…» e/o de «Il sole 24ore» non è più quella di un tempo.

Lascio cadere il secondo termine dell’espressione marxiana, «a pagamento». La gratificazione di stare con la parte in questa fase vincente, di scrivere sui grandi giornali degli imprenditori, «imprenditori, come dicono coloro che credono di essere riguardosi chiamando israeliti gli ebrei», chiosava ancora Fortebraccio, è una forma di compenso che prescinde dal prezzo.

Tra l’autorevolezza dei «grandi giornali degli imprenditori» e la qualità degli interventi giornalistici degli studiosi, c’è un rapporto biunivoco? Ragioniamo su due recenti manifestazioni di questo rapporto.

2) Il Capitale secondo «Il sole 24ore»

Nell’occasione del centocinquantenario dell’edizione del primo libro de Il Capitale, un piccolo editore italiano, Aragno, ripropone un breve testo di Vilfredo Pareto pubblicato come Introduzione ad alcuni estratti di Lafargue dal volume marxiano e pubblicati tra il 1893 ed il 1894 prima in Francia e poi in Italia.

La pubblicazione di un testo ormai dimenticato ma di un autore importante come Vilfredo Pareto è di per sé un fatto positivo. Naturalmente sarebbe stato opportuno che il testo fosse stato curato ed introdotto da uno specialista vero di studi paretiani. Uno specialista che avesse reso edotto il lettore delle ragioni di un così lungo oblio dello scritto in questione; del fatto che gli studi su Pareto, che pure sono, e giustamente, numerosissimi, o ignorino del tutto l’Introduzione del 1893 o vi facciano marginali riferimenti in relazione non tanto alla sua rilevanza teorica, quanto al problema del rapporto tra il solitario di Celigny ed i socialisti nel corso degli anni Novanta del XIX secolo.

La stessa strada che avrebbe dovuto seguire «Il sole 24ore» proprio in nome della sempre conclamata «autorevolezza». Ed invece è apparso un articolo dal titolo Quando Pareto stroncò Marx (12 agosto), quasi un calco di un altro titolo, Quando Pareto fece a pezzi il Capitale di Marx, pubblicato qualche mese prima (11 giugno) sul «Giornale» diretto da Sallusti, un foglio che non si pone alcun problema di «autorevolezza». E dunque lo studioso che firma su «Il sole…» è comparabile ad un Porro qualsiasi? Ad un pugilatore professionale?

«Logico implacabile, gli argomenti di Pareto (…) sono cogenti e cristallini», così Alberto Mingardi, s’identifica nella stroncatura paretiana de Il Capitale. Quali sono le sue conoscenze delle problematiche assai complesse del rapporto tra Pareto, il marxismo, l’opera di Marx? Per arrivare a conclusioni così stringenti, sostanzialmente apodittiche, dobbiamo immaginare che alle spalle del giudizio vi sia una rilevante dimensione di ricerca specifica.

Mingardi nella sua scheda su Wikipedia si definisce «studioso libertariano». Non sono in grado di valutare su quale colore della policromia libertariana si collochi Mingardi, ma visto che scrive di Pareto e di Marx concentriamoci sullo studioso. Sempre nella stessa scheda sono elencati quelli che chiama i suoi «studi di carattere accademico», i lavori che lo definiscono come «studioso». Ebbene dei 10 titoli indicati 8 sono curatele. Nessuno di quegli scritti, inoltre, ha una relazione, se non nell’aspetto della discussione generalissima sul liberismo, con i nodi storico-teorici del problema in oggetto.

Mingardi, dunque, non conosce niente, nel senso che ha la conoscenza per gli studiosi professionali, del problema che affronta. Nemmeno cosa pensava davvero Pareto di quel suo scritto.

La genesi e il contesto in cui nasce l’Introduzione ha carattere solo marginalmente scientifico, ma è totalmente compreso nello spazio politico. Pareto lo dice esplicitamente a Walras quando gli scrive che la sua Introduzione in via di edizione sarebbe stata «un petite travail qui n’a aucun importance économique»iv. Aveva però importanza politica per Pareto (e Pantaleoni) che nel corso degli anni Novanta erano impegnati nella costruzione di un articolato fronte liberista nel quale era importante tenere rapporti non conflittuali con i socialisti, in particolare per la questione del dazio sul grano e della lotta contro i «politicanti». In quel momento i socialisti potevano essere componente di assoluto rilievo nella lotta per il libero scambio, per cui diventava necessaria una certa duttilità di atteggiamento nei loro confronti. Una duttilità effettuabile anche previa distinzione delle sedi d’intervento: privata, politica e scientifica. Così se all’amico fidato Pantaleoni, all’amico di giovinezza Carlo Placci si poteva aprire il cuore nei confronti delle «capacità distruttive» del socialismo che avrebbe fatto «scemare di molto la popolazione»v, diversamente ci si doveva comportare, ad esempio, con Napoleone Colajanni, considerato sic et simpliciter «uno dei capi più reputati dei socialisti italiani»vi, al quale si doveva proporre di fare «tra socialisti ed economisti un pezzo di strada insieme per opporsi alle mali arti dei (…) governanti»vii E dunque Pareto sembra quasi scusarsi con Colajanni per un lavoro che gli sarebbe stato «proprio imposto dai [suoi] amici ortodossi» mentre lui avrebbe preferito «prendersela con i politicanti»viii.

Ha scritto Giovanni Busino, lo specialista di maggior rilievo sia per aspetti fondamentali della teorica che per la filologia paretiane, che proprio perciò «bisogna[va] confutare la dottrina marxista e poi svincolare i movimenti socialisti dalla loro matrice dottrinale»ix.

La corrispondenza con Pantaleoni è, a proposito, esemplare. Non solo Pareto chiarisce il senso dell’operazione, ma ne indica anche le modalità tattiche relative alla retorica da usare: «Vorrei che che la forma fosse anche più benevola verso il Marx, vorrei togliere tutto ciò che può parere scritto con verve (…), vorrei che chi legge non ci trovasse la nota della polemica, ma quella di un esame assolutamente imparziale»x.

E sempre a Pantaleoni, che lo esortava a non perdere tempo con un autore di nessun peso come Marx, rispondeva: «Convengo teco che quell’autore val poco, ma pure è il testo di quasi tutte le scuole socialiste, anche di quelle che non vogliono essere chiamate marxiste. Nelle mie conferenze a Milano, i socialisti risposero con gli argomenti del Marx. Il Colajanni cita il Marx. Il Turati giura e spergiura col Marx, ecc. Non è dunque fuor di proposito far conoscere come e dove quest’autore erri»xi.

Dal suo punto di vista un programma senza dubbio ragionevole, giustificato, dove però l’obbiettivo politico, quello primario, doveva reggersi su una solida base scientifica. E per far conoscere dove Marx errava, per prima cosa bisognava conoscere Marx.
«Le conoscenze sommarie che aveva il Pareto del pensiero marxista sono (…) ben documentate»xii, così come, di conseguenza, i suoi «errori e gravi (…) nel giudizio su alcune categorie analitiche marxiane»xiii. Cito ancora Busino non solo perché, come ho già detto, credo sia il paretologo contemporaneo in grado di muoversi con maggiore acutezza teorica e acribia filologica tanto nell’opera di Pareto che nella vastissima letteratura di riferimento, ma anche perché egli apprezza e utilizza categorie paretiane.

Dice Busino, infatti, che al di là dei suddetti errori gravi su Marx, «resta il problema che Pareto ha chiaramente indicato: la misura della deviazione tra l’ideologia ed il sistema logico, i livelli diversi di produzione ideologica, la ridondanza d’una ideologia, ecc. ecc.»xiv. E Busino ha ragione, lo studio delle ideologie, lo studio delle «derivazioni», ha ancora bisogno di aspetti non secondari della sociologia paretiana. Per certi aspetti alcune analisi paretiane possono rientrare anche nell’ambito delle riflessioni dei «maestri del sospetto».

Nel caso della Introduzione del ’93, però, si trattava di entrare all’interno della logica della categorie analitiche fondamentali de Il Capitale, e Pareto non era assolutamente in grado di farlo. Conosceva il testo in questione in maniera approssimativa, faceva confusione tra i titoli dei diversi testi di Marx, seppe con molto ritardo, e su indicazione di Pantaleoni, dell’edizione del secondo volume de Il Capitale uscito già nel 1885.

Forse che Pareto non aveva gli strumenti intellettuali per la comprensione del metodo logico-storico di Marx? Li aveva eccome, ma non gl’interessava assolutamente utilizzarli per quel tipo di problematica. Che senso aveva per lui porsi il problema delle categorie valore e capitale se tali questioni appartenevano alla «filosofia e non già alla scienza economica», come scriveva nell’Introduzione in oggetto? E la conoscenza filosofica non godeva di particolare stima dalle parti del solitario di Celigny.

È stato giustamente notato, però, che la scelta paretiana di inizi novecento per il pragmatismo comportamentista era «un’operazione di per sé criteriologica e quindi filosofica» e che «non c’è operazione più rischiosa che fare una filosofia dell’a-filosofia»xv.

La a-filosofia del 1893, anzi la considerazione della filosofia come il terreno della «metafisica», insieme al pregiudizio ideologico, contribuì non poco a fare del pamphlet in oggetto un insieme di banalità e luoghi comuni da parte di un autore capace di ben altro spessore analitico.

Scrive Mingandi su «Il sole….»: «L’autore dei Sistemi socialisti scopre in fretta il gioco di Marx: considerare la miseria il frutto esclusivo del sistema capitalista quando essa in realtà lo precede di qualche millennio». Il legame tra età del capitale e miseria che Marx avrebbe posto come nesso necessario, dunque, sarebbe per lui un esempio di argomentazione esemplare. Pareto avrebbe così svelato uno dei fondamenti dei falsi ragionamenti marxiani con «logica, implacabile». Mingardi può davvero pensare che nel Capitale ci siano sciocchezze simili?

Qualche anno fa «Il sole…», nell’ambito di una meritoria iniziativa editoriale, pubblicò 20 volumi di «Grandi classici dell’economia», compresi i 3 volumi de Il Capitale. Affidò la cura del Corso di economia politica di Pareto a Giovanni Busino. Forse le logiche dell’autorevolezza avrebbero voluto che ci si rivolgesse ancora a lui per commentare la nuova edizione della Introduzione al Capitale di Vilfredo Pareto.

Si deve notare con piacere che i grandi giornali hanno anche momenti felicemente contraddittori. Sui 150 anni del Capitale «Il sole…» ha pubblicato altresì un articolo davvero diverso da quello di Mingardi. Un articolo da cui dissento su questioni non marginali, ma che resta improntato a notevole equilibrio ed a sicura informazionexvi. Il suo autore, Riccardo Sorrentino, non si definisce studioso, è però, a suo merito, un giornalista del tutto estraneo a logiche pugilatorie.

3) Un liberale in trincea sul «Corriere della sera»

Lo spirito pugilatorio non lascia indenni nemmeno studiosi veri, importanti editorialisti del «Corriere della sera».

Paradigmatico il caso di Angelo Panebianco in guerra da tempo con le «quinte colonne» che, nelle loro varie forme di «illiberalismo», operano all’interno delle «società democratiche occidentali» in favore dei «totalitarismi» e contro la «società aperta».

In un editoriale del 18 agosto 2014xvii egli rendeva comprensibile il problema delle antitesi alle logiche di accumulazione del capitale, antitesi che sono state uno degli aspetti fondamentali della nostra modernità, tramite una spiegazione «abbastanza semplice».
«Le società democratiche occidentali – diceva – hanno sempre contenuto al loro interno quote più o meno ampie di persone che le odiano e vorrebbero distruggerle. Persone che di tali società rifiutano l’individualismo congenito, ne negano il carattere democratico, disprezzano i diritti di libertà di cui godono i loro concittadini, provano ripugnanza per il “materialismo” occidentale, per il fatto che le società democratiche siano soprattutto impegnate nella ricerca del benessere economico». I primi responsabili sono gli «intellettuali», anzi gli «pseudo intellettuali» che rappresentano «una quota incomprimibile di alienati».

Quindi è l’«alienazione» il criterio utilizzato da Panebianco per distinguere gli «intellettuali» dagli «pseudo intellettuali». In questo caso il concetto di «alienazione» non ha niente a che vedere con la complessa categoria analitica di origine marxiana su cui poi ha lavorato a lungo tutta la teoria critica, anche quella non francofortese. Qui «alienati» significa semplicemente «matti».

Il lessico usato è indicativo: «odiatori», «pseudo intellettuali», «alienati». Più che da un tentativo di analisi di uno studioso, sia pure nella brevità di un articolo di quotidiano, sembrano parole tratte da un contraddittorio su social network.

Gli «alienati» sono tali in quanto utopisti, fuori dalla realtà. Alcuni di questi, Walter Benjamin, György
Lukács, Ernst Bloch sono considerati da Thomas Mann come facenti parte «del gruppo di ingegni più intelligente che ci sia oggi [1947]»xviii. È vero che secondo i parametri con cui, come vedremo tra breve, Panebianco distingue i «liberali» dagli «illiberali», il Thomas Mann del 1947 potrebbe essere considerato fortemente sospetto di «illiberalismo». Una «quinta colonna» insomma. Così, del resto, veniva considerato in clima maccartista, quando, fu costretto a dimettersi dalla
Library of Congress. Anche lui un «alienato» come suo fratello Heinrich?

Non è necessario essere studiosi di professione per sentirsi a disagio di fonte alle suddetta «semplice» spiegazione (?). Non si può non essere colti da stupore, smarrimento e anche da un qualche imbarazzo. È inutile misurare la distanza tra dimensione dello specialista e mediazione giornalistica; la prima semplicemente non c’è. Ci troviamo di fronte a un esercizio di demonologia con annesse maledizioni ed esorcismi.

In perfetta coerenza con il modo di inviduazione delle «quinte colonne», ora Panebianco traccia una chiara linea di demarcazione tra i liberali, pochi per lo meno in Italia, e la marea montante dell’«illiberalismo»xix.

Sulla storia e l’attualità di quel vero e proprio universo che è il pensiero filosofico e politico liberale esiste una biblioteca grande come quella mitica di Alessandria. Panebianco, che proprio di questo è specialista, certamente ne conosce tutti i labirintici incroci. Per scrivere su un quotidiano, però, sceglie una strada diritta e senza ostacoli, sceglie una discriminante precisa tra liberali ed illiberali: l’ostilità o meno al «libero mercato», fondamento della «società aperta».

In verità anche sulla categoria «libero mercato» la letteratura critico-interpretativa è stata ed è di notevole peso. Anche in questo caso la scelta del nostro è lineare e semplice:
«I principi costituzionali»xx contenuti nella prima parte della Costituzione del ‘48 non si conciliano facilmente con la filosofia che ispira la flat tax». La filosofia che sta alla base della flat tax è quella del mercato autoregolato; la Costituzione recita all’articolo 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale..». Ecco un chiaro esempio di principio «illiberale» per l’editorialista del «Corriere…».

La concezione dei diritti sostenuta da Panebianco, in particolare del diritto di proprietà, coincide perfettamente con quella espressa dal genero di Cromwell, Ireton, nell’ambito dei dibattiti di Putney del 1647:

«La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo al diritto di proprietà. (…) Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prendersi la terra, di occuparla, di amministrarla, di coltivarla; ha lo stesso diritto di prendersi di usarne per il proprio sostentamento» xxi

La riproposizione oggi della concezione dei diritti su cui si è basato l’inizio della modernità (il diritto alla piena libertà di intrapresa economica senza limite alcuno deve prevalere su ogni altro diritto) comporta una lettura unilineare della modernità stessa. Significa espungere dall’analisi storica altri lineamenti fondamentali della modernità che si sono opposti, e che si oppongono, alla teologia della funzione salvifica del «mercato autoregolato».

In quest’ottica gli «illiberali» diventano davvero tantissimi, non solo, ad esempio, Schumpeter ed a maggior ragione Keynes, ma forse lo stesso Adam Smith.

Spero che in sede scientifica non sia questo il punto chiave, magari «in ultima istanza», del Panebianco studioso. Certo che in sede giornalistico-politica non si può negare a Panebianco il carattere di «pugilatore» di razza.

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