E l’Italia contribuisce alla costruzione della mafia in Libia. Conversazione con Nancy Porsia

E l’Italia contribuisce alla costruzione della mafia in Libia. Conversazione con Nancy Porsia

Stefano Galieni

Con Nancy Porsia ci eravamo lasciati quasi 3 mesi fa, con una lunga intervista, quando alcuni fatti in Libia erano sul punto di accadere. Riprendiamo una discussione mai interrotta, facendo tesoro delle sue preziose e competenti testimonianze cercando intanto di capire cosa è accaduto in questo periodo sia in Libia che nelle relazioni internazionali fra questo paese, l’Italia e l’UE

«Negli ultimi 3 mesi c’è stata l’implementazione del piano messo a punto già prima di allora. Lo scorso autunno fu lanciata la campagna di criminalizzazione da parte delle autorità italiane e libiche verso le Ong che operano Ricerca e Soccorso in mare, e mentre nell’inverno e nella primavera seguenti questa campagna di delegittimazione e criminalizzazione veniva portata avanti, gli italiani e gli europei addestravano le autorità Libiche e le loro forze militari per il pattugliamento dei confini e quindi anche del mare e delle coste libiche. Questa era una sorta di fase preparatoria che poi si è andata finalizzando negli ultimi tre mesi. Quindi gli italiani hanno di fatto consegnato i mezzi alla Guardia costiera libica, mezzi che risalgono agli accordi fra Berlusconi e Gheddafi del 2008 e che sono stati riconsegnati solo oggi dopo il lavoro diplomatico massiccio delle Nazioni Unite, Europa e in prima fila Italia, e che ha portato alla legittimazione dell’entourage di Serraj come Governo di unità nazionale. Quindi quello che resta delle autorità libiche è stato assunto come interlocutore legittimo, nonostante i grandi dubbi che ci sono circa la loro stessa legittimità. I libici hanno iniziato a pattugliare la costa reclamando tale compito come loro “dovere / diritto” e insinuando come “ingerenza” le operazioni svolte dalle Ong. Si è andati un pezzettino avanti rispetto alla criminalizzazione delle stesse Ong che poi come sappiamo sono state vessate dalla magistratura italiana, dalla campagna di discredito a mezzo stampa, in Italia e in Europa, ed esposte in maniera sempre più frequente al pericolo del fuoco libico tanto che hanno dovuto fare un passo indietro. Quindi di fatto il piano che era in cantiere da oramai un anno e mezzo fra l’Italia, l’Europa e la Libia è entrato nella sua fase finale. Il risultato è che le coste vengono pattugliate dai libici, oggi in grado di fermare la maggior parte dei barconi carichi di migranti. Dove è la critica di senso rispetto alla nuova situazione? Quelli che oggi bloccano i migranti sono gli stessi che ieri li trafficavano, e quindi il “piano Minniti” ha portato ad una istituzionalizzazione degli stessi trafficanti. Siamo di fronte ad una politica di cooperazione che interloquisce con trafficanti istituzionalizzatie e alcuni ufficiali della Guardia costiera corrotti. Su alcuni di questi c’è anche un procedimento della Corte penale dell’Aia piuttosto che un fascicolo lungo non so quante pagine all’interno del rapporto del panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, pubblicato lo scorso giugno. Quindi negli ultimi mesi il piano Minniti ha proceduto a gamba tesa nell’istituzionalizzazione delle milizie e dei maggiori trafficanti in Libia oltreché alla connivenza con le stesse guardie corrotte, anzi più che corrotte io le definirei in odore di mafia, in quanto parte integrante di un sistema mafioso che trafficava i migranti. Tutto questo per ridurre il numero dei migranti nel più breve tempo possibile».

È corretto dire che l’Italia e l’Europa stanno di fatto costruendo un regime mafioso, soprattutto in Tripolitania?

«Io direi assolutamente di si. Vorrei qui ricordare una riflessione che facevo già tempo fa. Due anni fa quando gli italiani e l’Europa chiedevano ai libici di “fermare il traffico”, i libici, quelli che in qualche modo hanno uno spirito forse patriottico o forse solo di sopravvivenza o anche banalmente di dignità, dicevano a gran voce che il fenomeno della “migrazione irregolare” è un fenomeno di scala mondiale che neanche l’Europa con i suoi potenti mezzi riusciva a risolvere, e che quindi i libici per primi non si sognavano neanche di affrontare. Loro ricordavano di essere un paese di transito come l’Italia, di non essere neanche un paese di origine (anche se ora le cose stanno cambiando), e quindi due anni fa si rifiutavano di fare il lavoro sporco per gli europei. Ripetevano a gran voce “abbiamo ben altri problemi di politica interna. Siamo un paese in guerra senza mezzi, senza Stato, senza esercito e quindi non siamo noi le persone titolate a risolvere questo problema che è invece di portata internazionale”. Bene queste voci critiche rispetto alla politica della gestione dei flussi migratori sono state silenziate a suon di soldoni. Queste critiche che secondo me hanno assolutamente senso, sono sparite nei mesi dalla narrativa e dalla retorica delle autorità libiche (ricordo che Serraj per primo era il più contrario alla responsabilizzazione della Libia circa la rotta migratoria, o meglio alla “guerra ai trafficanti” come la chiama l’Europa). Ma queste voci critiche sono state piano piano eliminate dal panorama narrativo. Quindi gli europei sono riusciti a tirare fuori lo “spirito imprenditoriale” però in un contesto di guerra, in una assenza totale di uno Stato di diritto. In queste condizioni, andare a sollecitare quello spirito imprenditoriale significa andare a fomentare quei gruppi di stampo mafioso che negli ultimi anni, a partire dalla fine della rivoluzione, hanno imposto il cosiddetto “Sistema delle milizie”. Io vorrei riflettere a questo proposito sul ruolo della comunità internazionale in un contesto come quello libico oggi. Qualche giorno fa stavo parlando con alcuni amici libici e loro mi dicevano, un po’ con il ghigno di chi la sa lunga, che ci sono alcuni trafficanti in qualche modo egoisti e altri che invece hanno una visione tutto sommato lungimirante per la propria comunità, che quindi stanno reinvestendo i soldi accumulati con il traffico di esseri umani, e non solo, nella costruzione di ospedali e più in generale di infrastrutture per la città. Parlavano soprattutto della città di Zawiya, ad ovest di Tripoli. Bene io mi sono improvvisamente resa conto, davanti a quelle parole, che la comunità internazionale e l’Italia in particolare hanno il dovere morale di aiutare, in un paese alle prese con la propria costruzione (perché parliamo di un paese che non ha governo, Stato, esercito e neanche una Costituzione) di passare quanto la storia ha insegnato a noi. La mia generazione è figlia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Siamo i figli della nascita dell’associazione Libera, i figli della cultura anti mafia. Noi sappiamo bene come funziona la mafia, quanto sia subdola. Quanto dia questa parvenza di condivisione con la comunità del proprio potere. Mentre quella è soltanto una messa in scena che punta al controllo del territorio. Lo sappiamo bene perché se così non fosse la Sicilia oggi sarebbe la regione più ricca d’Italia, considerato che il fenomeno mafioso ha avuto, da un secolo a questa parte, il suo quartier generale in Sicilia. Eppure la Sicilia è una regione economicamente depressa perché anche le grandi menti siciliane sono dovute scappare, sono andate a fare imprenditoria altrove, dove non devono sottostare ai diktat dei mafiosi. E io riflettevo su questa cosa con i miei amici libici, dicendo “badate bene, non cadete in questo tranello”. Riportando anche l’esperienza di Hezbollah in Libano ad esempio, che hanno in qualche modo sfruttato il vuoto di potere nel paese per, attraverso la costruzione di ospedali, l’offerta di servizi e di infrastrutture, ottenere consenso e tenere sotto giogo la popolazione. E quindi abbiamo secondo me anche il dovere morale di fare cultura dell’anti mafia in Libia. Diffondere informazioni, consapevolezze affinché i libici non passino per gli errori che l’Italia ha sofferto, ha fatto e ha sofferto. Invece noi italiani, noi europei, stiamo legittimando il sistema delle milizie e stiamo in qualche modo sollecitando la parte peggiore della Libia a strutturarsi in organizzazioni mafiose pur di avere un interlocutore dal pugno di ferro in grado di bloccare il traffico, unica priorità degli Stati membri dell’UE per fini meramente elettorali».

Cosa significa “istituzionalizzare” i trafficanti? Come si passa secondo te, dal dare delle tangenti a dare degli “stipendi” ai miliziani?

«Questo è un tema molto complesso. Innanzitutto i grandi trafficanti che negli ultimi anni si sono arricchiti sulla pelle dei migranti respinti dalla “Fortezza Europa”, sono o semplici miliziani, ossia criminali che hanno messo su piccoli eserciti armati fino ai denti e che controllano il territorio con la forza delle armi o criminali che si sono direttamente infiltrati nelle istituzioni. Bisogna fare un distinguo molto importante fra ufficiali corrotti e mafiosi all’interno delle istituzioni. Per me questo è molto importante. Perché quando si parla di Guardia costiera libica, si tende sempre a generalizzare. Come se i membri o gli esponenti della Guardia costiera fossero tutti trafficanti. Non è vero. Sicuramente ci sono casi diffusissimi, possiamo anche azzardare una cifra che poi è impossibile da provare statisticamente, di un buon 90% di ufficiali libici che, dietro bustarella si girano dall’altra parte. Per me quelli sono ufficiali corrotti. Cosa diversa è il mafioso che infiltra le istituzioni e detta il suo sistema. Per la memoria che abbiamo noi italiani, sappiamo bene cosa è un sistema mafioso e che cosa è l’infiltrazione mafiosa o almeno dovremmo saperlo. Quindi noi dovremmo sapere la differenza fra corrotti che sono ignavi, che pensano solo a se stessi e non al bene comune e mafiosi che infiltrano le istituzioni creando un sistema. Infatti, nel caso dell’unità della Guardia costiera di Zawiya siamo di fronte ad un sistema mafioso. Perché uomini che fanno parte di una stessa famiglia, quindi di una stessa tribù, hanno messo a punto un sistema che controlla tutto il territorio e i principali traffici. Ma sono loro a dettare legge e le regole di questi traffici. Parliamo della famiglia che controlla il porto di Zawiya e la raffineria, altro asset strategico nell’area e il traffico di migranti e addirittura oggi anche il centro di detenzione dei migranti stessi. Per quale motivo Zawiya è diventata improvvisamente un boccone così ghiotto per chi aveva ambizioni di controllo e quindi per i mafiosi? Perché dalla fine della rivoluzione, le autorità libiche non hanno i mezzi – motovedette e quant’altro – né mezzi finanziari per garantire il controllo delle coste libiche. Come sappiamo la Libia vanta se non erro circa 1700 km di costa, stiamo parlando quindi di un tratto di mare abbastanza ampio. Per questo le autorità libiche hanno dovuto fare delle scelte, ossia rafforzare solo alcune unità e dare solo a pochissime di questi i mezzi per effettuare il pattugliamento. A ovest di Tripoli l’unica unità che ha avuto mandato e quindi i mezzi per pattugliare le coste è quella di Zawiya. Le altre unità come quella di Sabrata, come quella di Zuara (fondamentalmente queste due perché sono queste le tre città principali ad ovest di Tripoli) non avendo mezzi messi a disposizione dalle autorità centrali, sono in una sorta di stand by. Escono in mare solo se c’è una richiesta di soccorso, per effettuare il soccorso. Ma non c’è una attività di pattugliamento preventiva. Zawya è l’unica città a cui sono stati dati i mezzi per fare pattugliamento. Quindi questa unità si è ritrovata ad avere un potere di controllo in tutta la regione ad ovest della capitale e non è indifferente. Motivo per cui, chi aveva velleità di controllo dei traffici si è concentrato nella città di Zawiya. Ovviamente sono le stesse persone di Zawya, almeno apparentemente è una tribù della città che ha messo in piedi questo sistema. Poi non so se dietro questa tribù ci siano invece dei mandanti politici che risiedono a Tripoli. Questo al momento lo ignoro e quindi non parlo di cose che non so. Però chi effettivamente lavora sul territorio sono uomini di Zawya che hanno quindi, guarda caso, preso il controllo del porto che è un fortino, nel senso più stretto del termine. Al suo interno c’è sia la sede della Guardia costiera libica, ma anche e soprattutto, la raffineria che la sola in tutta la regione a ovest di Tripoli. Infatti avendo creato questa joint venture, questo cartello tra criminali, da cui poi “associazione mafiosa”, questi uomini sono riusciti a prendere il controllo di tutti i traffici illeciti, ossia dei più redditizi come il diesel quello dei migranti. Queste persone però hanno, a differenza dei miliziani che trafficavano i migranti senza nessun “incarico ufficiale”, questi di ora hanno veri e propri incarichi. C’è uno di loro che è il responsabile per i siti petroliferi, incaricato della sicurezza della raffineria, un altro è il capo della security nel porto, un altro è il capo dell’unità della Guardia costiera di Zawya».

Di cui tu hai fatto nomi e cognomi

«Si, nomi e cognomi che sono parte della mia inchiesta che va avanti da quasi due anni e che sono stati ripresi dal panel degli esperti dell’ONU del giugno 2017. Stiamo quindi parlando di una associazione mafiosa che dal mio punto di vista è differente dalla semplice corruzione, che hai all’interno di altre unità di Guardiacoste. Per quale motivo, la responsabilità politica e morale è degli stessi italiani o comunque degli europei che stanno in qualche modo definendo, se non sobillando la linea di cooperazione con i libici? Questi personaggi potevano essere tagliati fuori dagli accordi. È vero che in un contesto come quello libico, quindi in un paese senza Stato, senza esercito e senza governo, trattare con i trafficanti e con i miliziani è “atto dovuto”. Però è pure vero che in qualche modo questo diventa atto dovuto se si vuole correre. E l’Italia ha corso per meri fini elettorali. E con l’Italia l’Europa tutta perché come sappiamo, l’ascesa dei nazionalismi viene vista come la minaccia principale alla tenuta democratica dei paesi. I nazionalismi crescono sulla paura dei migranti ma sappiamo che il problema è in realtà molto più profondo. Detto ciò quale è la principale critica che si può fare a questa linea di cooperazione? Sicuramente è un bene smantellare il network dei trafficanti però non è vero che lo si doveva necessariamente fare trattando e pagando gli stessi trafficanti che nel frattempo si sono istituzionalizzati. Io non parlerei necessariamente di tangenti, perché ho visto sulla stampa internazionale tanti articoli di denuncia verso gli italiani che avrebbero pagato le tangenti. Per me non si tratta neanche di tangenti, si tratta di una linea di cooperazione, per quanto discutibile, ma di una linea di cooperazione che prevede i finanziamenti agli ex trafficanti come sostegno legittimo alle autorità. Perché effettivamente Minniti ha lasciato (per usare un eufemismo) che i trafficanti negli ultimi mesi avessero il tempo e il modo per istituzionalizzarsi, quindi per schermarsi dietro una brigata piuttosto che dietro una unità che risponde al Ministero della Difesa o al Ministero dell’Interno e quindi diventare legittimi beneficiari dei finanziamenti. La “Brigata 48” che risponde ad Al Ammu (Anas Dabbashi) che lavora in realtà su un doppio binario perché non si accontenta solo di una brigata. Lui è già il capo, nei fatti anche se non sulla carta, della brigata Anas Dabbashi, che risulta operativa dal lontano 2012 e che nel 2015 ha anche ottenuto l’ok, l’approvazione da parte delle autorità libiche per occuparsi della sicurezza esterna del compound Mellita (centro petrolifero dell’ENI Ndr). Quello che io vorrei sottolineare a questo proposito è che questa sorta di endorsement, perché il contratto non è mai stato realmente finalizzato per via di alcune critiche (non so se la mia inchiesta abbia contribuito ad ostruire questo processo che poteva invece chiudersi tranquillamente), comunque l’endorsement che è stato fatto dai libici verso la milizia Anas Dabbashi, che risponde ad Ahmad Dabbashi, è avvenuto a due settimane dal rapimento dei 4 lavoratori italiani della Bonatti che sono stati rapiti proprio in quella zona. Infatti proprio in questi giorni, la vedova di uno dei due lavoratori rimasti uccisi nello scontro a fuoco fra le milizie locali e l’Isis, nel marzo del 2016, sta lamentando anche l’abbandono, da parte dello Stato italiano per fare luce e chiarezza sulle responsabilità delle autorità italiane o comunque dei soggetti italiani presenti sul territorio, per la morte del marito. È chiaro che stringere accordi con i mafiosi di quella città lì significa anche chiudere un occhio su quello che è successo ai 4 lavoratori della Bonatti, sulle responsabilità di chi controllava il territorio, fra cui questo “signore” e le responsabilità degli italiani che evidentemente, a detta anche del governo italiano, non hanno implementato alla lettera il protocollo di sicurezza per il trasferimento dei propri lavoratori. Bene a due settimane dal rapimento dei 4 lavoratori della Bonatti in zona Mellita (compound Mellita), questo “signore”, Ahmad Dabbashi ha ottenuto il sostegno per il controllo esterno del compound. Bisogna anche aggiungere una piccola postilla. Chi è considerato il mandante del rapimento dei 4 lavoratori è il cugino di Ahmad Dabbashi che era il capo dello Stato Islamico a Sabrata. È chiaro che l’Italia chiude un occhio anche sull’inchiesta circa il rapimento dei 4 italiani e della morte di due di loro. Quindi il processo di istituzionalizzazione è iniziato già nel 2015 e si è compiuto negli ultimi mesi. Ahmad Abbashi, io già lo denunciavo a marzo del 2015 ma ho preferito stendere un velo, nel senso di barricarmi dietro una sorta di silenzio stampa. Come si dice in gergo giornalistico, ho deciso di uccidere con le mie mani questa storia, questa inchiesta, per proteggere le mie fonti. Perché appunto non ho ottenuto il sostegno che mi aspettavo, da parte di altri colleghi italiani per denunciare. Quindi in qualche modo, il fatto che rimanessi l’unica voce fuori dal coro, in una dimensione così delicata, mi ha portato a decidere di uccidere la mia storia per tutelare altre persone. Ovviamente la veridicità della mia storia è rimasta intatta, nel senso che la credibilità della mia inchiesta non è mai stata scalfita da nessun dubbio, tanto è che oggi è presente nel panel del Rapporto di esperti delle Nazioni Unite. Ricordo che all’epoca – e qui riporto un retroscena – al momento della messa in onda dell’intervista con cui una mia fonte di Sabrata mi faceva nomi e cognomi delle persone che controllano la mafia di Sabrata ed era il marzo 2016, all’indomani della morte dei due lavoratori della Bonatti, quando Sky Tg24 mandò in onda la mia intervista con in camera, a volto coperto, ovviamente, la mia fonte, un rappresentante dell’ENI chiamò per direttissima la direttrice di Sky Tg24. Perché appunto nell’intervista la mia fonte diceva “certo il contratto per la gestione della sicurezza è stato dato dai libici, certo stiamo parlando del più grande trafficante” e io dicevo “ma secondo te gli italiani dei servizi segreti sanno che il più grande trafficante è anche colui che è stato chiamato a proteggere la parte esterna del compound” e la mia fonte davanti alla camera mi disse “certo se sono dei buoni servizi segreti dovrebbero saperlo”. Una risposta di una diplomazia, io credo, estrema che neanche mi aspettavo ma credo che la dica lunga. Dicevo che l’ENI chiamò a poche ore dalla messa in onda, la direttrice, chiedendo conto dell’intervista. La direttrice rispose senza battere ciglio chiedendo se l’ENI avesse qualcosa da replicare circa le informazioni diffuse attraverso questa intervista. L’ENI negò, il funzionario disse di no. Lei incalzò chiedendo allora il motivo di tale telefonata e la risposta fu “era soltanto per avere un piccolo confronto”. Da allora non si sono fatti più sentire. Io mi aspettavo molto più sostegno da parte della stampa italiana dei colleghi, perché chiaramente era una inchiesta di una importanza politica significativa. Però rimasi sola nel raccontare queste dinamiche e quindi decisi, per il bene della mia fonte, di fare un passo indietro. E oggi ci ritroviamo gli stessi identici nomi, però come dire, oramai blindati dietro gli stemmi delle varie brigate ministeriali tant’è che Ahmad Abbashi oggi ha anche un portavoce. Quindi è chiaro che oggi si parla di tangenti ma non sono più tangenti. Nel frattempo Ahmad Abbashi oltre a guidare la brigata Anas Dabbashi, ha anche preso (come accennavo prima) il controllo della “brigata 48”, che risponde al Ministero della Difesa. Come fai a chiamarle tangenti?»

Appunto sono stipendi

«Certo! Gli italiani hanno trattato con i trafficanti? Si. Gli italiani hanno pagato i trafficanti? Si. Possiamo parlare di tangenti? Non lo so perché in realtà sono canali di finanziamento che passano attraverso i ministeri o gli enti locali, secondo la politica di cooperazione”.

Nell’intervista di cui racconti emergono anche molti dubbi sulle modalità con cui sono stati uccisi i due lavoratori della Bonatti

«Si la vedova di Salvatore Failla, la signora Rosalba Castro, (che mi ha anche chiesto di parlare con il suo avvocato ma a cui ho risposto che tutto quello che sapevo a proposito di quella vicenda l’avevo già reso pubblico), ha dichiarato in questi giorni che con i nuovi accordi si stende un velo pietoso su un’inchiesta che forse non è mai partita, per accertare le responsabilità del sequestro e dell’uccisione del marito e del suo collega».

Parlavi di mafia e sembra di vedere un film già visto ambientato in un luogo diverso 

«Si, solo che dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio abbiamo la responsabilità politica e morale di passare il cosiddetto vaccino alla cultura mafiosa, invece la stiamo sobillando letteralmente. Ripeto, due anni fa la parte migliore della Libia, quella più onesta, diceva “No, non saremo noi a fare il lavoro sporco per voi”, oggi dicono “Si, finché ci pagate”. Ovviamente perché c’è stata una cernita tra gli interlocutori»

…e quelli rimasti sono senza scrupoli. Noi parliamo però soprattutto della Tripolitania, perché è lì che l’Italia esercita una sorta di controllo ed è lì che il governo Serraj ha un minimo di potere anche rispetto alle altre milizie. Giusto? Ed essendoci una “torta più grande da spartire” si è abbassato il livello di conflittualità fra le milizie?

«Si c’è sicuramente una torta più grande da spartire e per mettere tutti d’accordo sullo scacchiere regionale, l’Italia si è giocata la carta egiziana. Non è un mistero che il rientro dell’ambasciatore italiano al Cairo, dopo l’uccisione di Giulio Regeni, sia considerato un obolo dell’Italia verso Al Sisi che è il burattinaio del burattino Haftar (in Cirenaica Ndr). Negoziando con Al Sisi si negozia indirettamente, se non direttamente, con Haftar. Il generale Haftar nell’ultimo anno ha portato avanti questa campagna di delegittimazione verso gli accordi Italia Libia, UE Libia, sul fronte delle migrazioni. Bene questa campagna di delegittimazione si è nel tempo affievolita. Tant’è vero che proprio la scorsa settimana, l’Alta Corte Suprema di Tripoli ha ribaltato il verdetto di una Corte di Tripoli emesso in passato, dichiarando legittimo il Memorandum Of Understanding (MOU), sugli accordi fra Italia e Libia e in questo anno. Chiaro?»

Qualcosa sta cambiando anche nel sud, da dove le persone tentano di entrare, partendo dai paesi del Sahel. Anche in virtù degli accordi fatti con gli italiani o a causa dell’intervento UE e di una azione libica in quell’area? 

«In realtà gli accordi con i paesi a sud della Libia quindi con i paesi dell’“Area Sahel” sono partiti con il lancio del Processo di Khartoum (2014 Ndr). Da allora l’Europa sta portando avanti una politica di cooperazione con i governi locali, anche lì di dubbia democraticità, per quanto legittimi perché poi di fatto rappresentano un governo nazionale (i paesi non sono frammentati in diverse amministrazioni). Leggevo un’intervista realizzata al capo dell’OIM in Niger, Giuseppe Loprete, in cui vengono dati alcuni numeri. L’Oim è una agenzia che lavora per conto delle Nazioni Unite pur non essendo interna all’ONU, ha iniziato una serie di politiche di cooperazione in alcuni paesi, come appunto il Niger che prevede maggior pattugliamento delle strade e dei confini per poter fermare i migranti in rotta verso la Libia. L’Oim propone come alternativa alla migrazione irregolare e quindi alla detenzione, quando i migranti vengono fermati e arrestati, il rimpatrio volontario assistito (RVA). Nel 2016 dalla Libia sono stati registrati circa 1700 casi di RVA, nella prima metà del 2017, 5000 casi. Dopo di che bisogna analizzare la natura di questa procedura. Come diceva bene il direttore di Amnesty International in Libia, che ho incontrato un paio di settimane fa a Tunisi, chiaramente il fatto stesso che i migranti firmino per il rimpatrio volontario assistito, all’interno di un sistema di detenzione, mette in dubbio la natura volontaria dell’accordo. La volontarietà è un eufemismo. Cosa succede? Che in realtà, dovrebbero ottenere, il cosiddetto “fair trial” (giusto processo). Una volta fermati per ingresso irregolare soprattutto in Libia (perché il Niger fa parte dell’area di “libero movimento” dei paesi Sub Sahariani, quindi il gambiano o il senegalese fermato in Niger non può essere considerato un irregolare perché di fatto non ha bisogno del visto. Diventa irregolare una volta entrato in Libia). L’Oim sta facendo in Niger questa campagna di persuasione ma non so quali siano gli strumenti ammnistrativi che la autorità nigerine hanno per poter fermare i migranti sulla loro strada verso la Libia. Io credo che i principali fermi avvengano proprio a ridosso del confine quando vengono presi in una sorta di flagranza di reato. Ci sono come dicevo più pattugliamenti, vengono controllati quelli che viaggiano su macchine senza targa, automezzi carichi di uomini e donne, la dove ci sono gli estremi per dubitare che si tratti di un passaggio regolare in Libia. L’Oim sta lavorando molto nei paesi a sud della Libia. Invece in Libia scatta immediatamente la misura detentiva. Qualsiasi migrante fermato per ingresso irregolare dovrebbe avere la possibilità di essere difeso da un avvocato e di affrontare un processo. Invece tutti i migranti irregolari vengono tenuti in queste strutture detentive per un tempo indefinito e senza nessuna assistenza legale. Ora è chiaro che i libici su questo sono stati molto chiari. È impossibile pensare, che il sistema di giustizia libico, inesistente anche per gli stessi libici, possa farsi carico di tutti i migranti irregolari. Quindi è impossibile pensare al processo equo. Motivo per cui il sistema di detenzione rimane l’unico metodo percorso. Al sistema di detenzione le Ong e le organizzazioni internazionali, stanno affiancando, come unica alternativa possibile, il già citato rimpatrio volontario assistito ed è chiaro che in Libia diventa complicato pensare che si tratti di rimpatri di natura volontaria. Le persone sono rinchiuse in strutture fatiscenti, prive di qualsiasi tipo di tutela dei diritti umani. Parliamo di strutture dove non ci sono neanche materassini, ci sono nella maggior parte dei casi delle stuoiette che dividono il corpo dell’uomo, della donna o del bambino, dal suolo. In molti casi si tratta di prefabbricati che si compongono di casermoni dove vengono stipati in centinaia e centinaia, dove diventa difficile anche muovere una gamba senza dare un calcio al proprio vicino, dove le condizioni igieniche sono scarsissime. Dove gli operatori ufficiali, i carcerieri, non hanno una cultura dei diritti umani. Al di là che non ci sono mezzi e strutture (e ora Italia ed Europa stanno fornendo risorse per migliorare la qualità delle strutture), gli operatori come dicevo non hanno quella cultura dei diritti umani che permetterebbe loro di interagire con i migranti con una attitudine rispettosa. Quindi si va dal calcio, al ceffone, all’insulto, senza scomodare i tanti casi di violenza sessuale sulle donne. È chiaro che bisogna fare anche un distinguo fra centri e centri -e questo è molto importante – ci sono i “centri storici”, già operativi ai tempi di Gheddafi che rispondono al Ministero dell’Interno e i nuovi centri di detenzione. I nuovi, che appunto, alla stregua dei trafficanti fanno business e lucrano sul traffico, sullo spostamento dei migranti, ci sono i trafficanti criminali che lucrano sulla detenzione dei migranti. Negli ultimi 3 anni si sono aperti diversi centri di detenzione per mano di milizie e in combutta con i trafficanti e che nel tempo hanno ottenuto il riconoscimento da parte del Ministero dell’Interno. È chiaro che lì le condizioni sono anche peggiori, perché stiamo parlando di sadici criminali che non hanno nulla a che vedere con l’apparato di sicurezza, neanche dei tempi di Gheddafi. Già a quei tempi gli ufficiali e i carcerieri non eccellevano per il rispetto dei diritti umani, però in qualche modo c’era una sorta di inquadramento e di consapevolezza della propria responsabilità in quanto ufficiali. Oggigiorno siamo davanti a strutture detentive gestite da criminali che si sono improvvisati istituzioni, da soli, si sono autonominati e attraverso il sistema mafioso hanno ottenuto il riconoscimento da parte del Ministero dell’Interno. Uno fra questi, in primissimo piano, il centro Nasser, gestito da cugini alla lontana di Al Bija che sarebbe il capo della Guardia costiera di Zawiya. Nel marzo 2016 hanno aperto un centro di detenzione mentre quello ufficiale di Abu Aissa nella stessa città veniva vessato continuamente da commandos armati che aprivano il fuoco durante la notte sul centro, tanto da costringere il direttore a chiudere il centro. E quindi il centro aperto dai parenti del capo della Guardia costiera di Zawiya è divenuto l’unico centro della città, che poi ha ottenuto dopo 3 o 4 mesi il riconoscimento da parte del Ministero dell’Interno e quindi è entrato a pieno titolo nel business del traffico, dell’accoglienza e della detenzione. Nel giro di 4 mesi il centro di Abu Aissa, dove io sono stata nello scorso dicembre ha chiuso. Ecco perché oggi non si può più parlare di tangenti o comunque diventa anche irrilevante parlare di tangenti. Qui stiamo parlando di una mafia che si è fatta istituzione, sotto gli occhi degli italiani e degli europei. I nomi ci sono»

Quanti saranno secondo te i centri di detenzione esistenti oggi in Libia?

«Secondo me è anche difficile saperlo. Ho letto che sono 34 ma non sono in grado di confermartelo, fra questi è permesso l’accesso solo a 19, questo per Tripolitania e Fezzan. Non so nella Cirenaica. Ad esempio, a Sabha in Fezzan, una prigione appena costruita, pensata per i criminali libici e non per i migranti, è stata assaltata e occupata dai trafficanti, che ora la utilizzano come “connection house” un centro in cui si concentrano i migranti per poi spostarli».

Prima parlavamo del traffico di diesel. Quanto il sistema delle milizie istituzionalizzate si è appropriato di quell’importante settore di economia? E come si sta giocando in quel campo lo scontro fra Italia e Francia per il controllo, più che dei migranti, delle risorse economiche della Libia?

 «Il punto è che l’Italia – come ci dicevamo nell’intervista di qualche mese fa – si era distinta per il suo lessico sobrio ogni volta che si parlava di Libia. L’Italia è stata l’unica che in qualche modo cercava di evitare i facili allarmismi o le semplificazioni. Non parlo degli italiani (purtroppo cito Berlusconi) che fanno “pollai”in Tv ma parlo di Gentiloni e di alcuni rappresentanti del governo italiano che, ogni volta che dovevano dire e parlare di Libia, erano molto attenti a dosare le parole da utilizzare. E cercavano di evitare allarmismi e generalizzazioni proprio perché consapevoli della complessità. Questo non perché gli italiani siano più bravi ma perché cercavano di non inimicarsi nessuna delle parti in gioco. In Libia gli interessi per l’Italia sono molto importanti, perché l’ENI possiede lì asset significativi, in particolare in Tripolitania, tanto è che l’ex C.E.O. (Chief Executive Officer Ndr) dell’ENI Paolo Scaroni, disse che se non si riesce ad aggiungere l’accordo per un governo di unità nazionale in Libia, per gli italiani sarebbe bene concentrarsi sulla Tripolitania. Questo la dice lunga sull’approccio degli italiani che hanno interessi in Libia. E gli italiani avevano sempre avuto un atteggiamento abbastanza morigerato. Sono stati gli ultimi ad andare via con la nascita dell’Isis, i primi a tornare, infatti il consolato italiano è l’unico ad avere una sede operativa a Tripoli. Però l’insistenza francese nel voler strappare questa sorta di “diritto di prelazione” di primato, all’Italia, ha portato l’Italia a cambiare politica. Questa sorta di interventismo francese che, voglio dire, ha già avuto i suoi effetti importanti nel 2011, con la dichiarazione di guerra da parte di Sarkozy, quando poi Berlusconi che era notoriamente un amico di Gheddafi dovette capitolare e schierarsi con gli “amici” della nuova Libia, ancora oggi è stato determinante dell’attuale politica italiana. Di questa accelerazione improvvisa a cui abbiamo assistito negli ultimi due, tre mesi. Il governo attuale, peraltro non eletto, ha capito che se non avesse accelerato i tempi sulla gestione della diplomazia e della cooperazione italiana in Libia, la Francia avrebbe giocato d’anticipo. Quindi l’Italia ha accelerato i tempi tanto da fare grandi strafalcioni come stringere accordi con pseudo autorità che in realtà sono trafficanti e che in qualche modo potevano essere esclusi dalle trattative su una politica di cooperazione di lungo termine. Però hanno rinunciato alla lungimiranza e si sono concentrati sulla miope osservazione del proprio diritto di prelazione in Libia. A qualsiasi costo».

In questo quadro come vedi la missione militare italiana nelle acque territoriali libiche. Che a mio avviso ha certamente fini elettoralistici per dimostrare di saper fermare gli immigrati, ma serve anche a marcare il territorio e a rendere più forte una propria presenza in Libia 

«Possiamo parlare di “operazione militare” però è pure vero che i militari italiani che sono attualmente presenti nelle acque libiche non hanno un mandato di ingaggio contro i libici ma hanno un mandato di supporto logistico ai libici. Credo che fosse l’unica strada percorribile, nel quadro della politica impressa da Minniti, per gli italiani e per i libici. In questo modo non si va ad intaccare la sovranità nazionale della Libia e questo per sigillare l’operazione. Poi di fatto l’operazione è direttamente funzionale agli obbiettivi italiani ed europei, ossia rendere le forze di sicurezza libiche capaci di pattugliare tuta la costa. Quindi gli italiani sono in acque libiche sono presenti con una sorta di gigantesca officina. Qualsiasi problema di motori i libici abbiano sulle loro motovedette regalate da Berlusconi nel 2008 e riconsegnate qualche mese fa (dopo manutenzione) a Tripoli, gli italiani sono pronti a riparare. I libici hanno pochi mezzi. Il punto è che questa era la sola strada percorribile perché gli italiani e gli europei non possono fornire ingenti mezzi ai libici, proprio perché non stiamo parlando di un apparato di sicurezza in piena norma. Quindi l’attività di supporto aggira dell’embargo di armi e della consegna di mezzi militari. Si cerca di ottimizzare quello che c’è attraverso questa consegna di unità e di supporto logistico».

Quella che contribuisce ad impedire da un mese e mezzo a questa parte, quasi ogni partenza di migranti, insieme all’assenza di quasi tutte le navi umanitarie delle Ong dopo la definizione del Codice di Condotta di Minniti

«Assolutamente si. Ma non solo loro. Gli italiani stanno dando supporto e nel frattempo continua anche una sorta di training, di addestramento. Poi credo, ma questa credo rimanga una illazione, si continui a fare una attività di intelligence avendo un avamposto direttamente sul territorio. Quindi c’è la possibilità di collezionare, raccogliere informazioni, offrire nuovi consigli in itinere, senza dover in qualche modo giustificare la propria presenza in altro modo, ma dicendo “stiamo svolgendo attività di supporto” ai libici, nella lotta contro i trafficanti. Quindi nell’espediente narrativo perfetto»

Soprattutto in chiave elettorale. Mentre invece a parlare del futuro della Libia sembra siano rimasti solo i “libici migliori”. Per il resto che futuro si prospetta secondo te per questo disgraziato paese? 

«Decenni e decenni di instabilità. Si sta consegnando la Libia ad un manipolo di criminali mafiosi e si sta insegnando loro a comportarsi come “autorità”. Li si sta istituzionalizzando con una responsabilità politica e morale indefinibile».

Da questo scenario sembra sparito l’Isis con cui ci avevano terrorizzato per anni

«L’Isis in Libia ha perso. Anche perché storicamente la Libia non è un paese che presta il fianco. La mentalità libica, la cultura libica non prestano il fianco a teorie fondamentaliste. Questo è il lascito del regime di Ghedddafi che nella sua politica repressiva ha comunque tenuto anche sotto controllo i movimenti fondamentalisti. Dopo di che negli ultimi anni, nel vuoto di potere si sono insinuati gruppi, già strutturati a livello internazionale, anche in Libia, trovando le proprie basi di appoggio. Riuscendo anche a fare una buona campagna fondata sulla sicurezza e sulla pace nel paese, fra le fasce più povere. Poi la cultura non fondamentalista libica ha comunque tenuto tanto da sconfiggere lo Stato Islamico che ha dovuto battere in ritirata. Lo Stato Islamico affiliato ad Al Baghdadi in Siria e in Iraq, presente in alcune province, ha dovuto chiudere i battenti e le sue milizie si sono dovute dare alla fuga. Il vero problema in questo senso della Libia oggi è il salafismo. I salafiti, fra l’altro numerosi nella nuova compagine di sicurezza libica, stanno imponendo delle nuove regole di comportamento ai libici, che sono assolutamente allarmati. Questi hanno il beneplacito della comunità internazionale vengono citati come “nemici dello Stato Islamico” il che è vero, (parlo di quelli in Tripolitania perché nell’area controllata da Haftar sono di una diversa scuola di pensiero). Però possono sconfiggere lo spauracchio dello Stato Islamico dopo di che stanno preparando il terreno per imporre la loro ideologia che è qualcosa che non augurerei neanche al peggior nemico. E piango. Mi è capitato molte volte di piangere pensando a tanti amici, perché la comunità internazionale ha grande responsabilità di quello che sta avvenendo. Qualche giorno fa, in un aeroporto di Tripoli, ad alcuni ragazzi è stato impedito di entrare in pantaloncini, cosa impensabile fino a qualche mese fa. Parte la caccia alle streghe. E queste sono le forze di sicurezza sostenute dalla comunità internazionale».

Secondo te, tornando a quanto accade ai migranti, il blocco che si è realizzato, a cui già qualcuno riesce a sfuggire, è destinato a durare o si tornerà alla dinamica dell’epoca Gheddafi secondo cui il “rubinetto si apriva” e le persone partivano, se non arrivavano risorse.

«Io credo che innanzitutto il sistema libico alla Minniti subirà una grande battuta d’arresto quando alcuni personaggi con cui lui ha trattato e sta trattando e che sta legittimando (perché sono legittimati dalle autorità libiche attraverso un gioco di scatole cinesi), verranno dichiarati colpevoli di importanti e gravi violazioni dei diritti umani. Perché molte autorità giudiziarie sono già sulle loro tracce che io sappia. E in qualche modo il mio lavoro giornalistico non poteva avere un risvolto migliore. Nel senso che questo è per me il fine ultimo del giornalismo come cane da guardia verso i governanti. Mi rimetto ora all’operato delle autorità giudiziarie. Sicuramente non è la mia missione personale, non è la mia missione di vita. Per fortuna io non ho mai subito, se non indirette minacce di morte da certi personaggi però non ho mai subito nessuna violazione all’integrità della mia persona. Quindi non è un tet a tet fra me e questi personaggi è il mio lavoro come giornalista che poi spero venga raccolto come testimone dalle autorità competenti».

L’eventuale messa in stato di accusa di alcuni personaggi può far sperare anche in una messa in stato di accusa di alcuni governanti italiani conniventi con loro? È fantapolitica o uno può incrociare le dita e sperarci? 

«Io al momento tengo le dita incrociate e ancora ci spero. Perché voglio sperare che in Italia si viva in un regime di almeno “quasi” democrazia in cui i tre poteri dello Stato, giudiziario, politico e legislativo, siano ancora separati, per quanto ci siano dei punti di contatto. Ma voglio sperare nella correttezza e nella schiena dritta di alcune autorità. Soprattutto di quella giudiziaria, alla luce del circo della politica a cui stiamo assistendo»

Significherebbe che il tuo lavoro di giornalista avrebbe non solo contribuito a fare sana informazione

«Si il giornalismo sul campo, per come lo intendo io, deve essere una forma di resistenza politica, certamente non l’unica. Ma parliamoci apertamente. Il mio nome è salito agli onori della cronaca in Italia perché sono una giornalista “di guerra”. Sul palco internazionale è diverso, è iniziato molto prima. E in Italia il mio nome è venuto fuori per il grande pubblico solo attraverso la tv. E questo la dice lunga rispetto a quali siano le dinamiche dell’apprezzamento del lavoro giornalistico. Se non sei in Tv il tuo lavoro, olio di gomito quotidiano, non conta. Tuttavia per me la madre del giornalismo è quello anti-mafia. Ci sono tanti che lo fanno ma restano confinati nella loro solitudine. Ma meriterebbero davvero tantissime attenzioni, anche solo per dare loro supporto, sostegno e creare intorno a loro un vero e proprio cordone per garantire difesa. Ci sono molti colleghi che fanno antimafia e che continuano a scrivere sui giornali ma in tv non ci sono mai andati. Per me è molto più importante fare quel lavoro lì. Io rispetto a loro mi sento quasi una codarda perché avere il coraggio di fare antimafia a casa tua è il non plus ultra. Fare antimafia, come sto facendo io, in un terreno che non è casa mia, è un livello precedente. Purtroppo però il lavoro fatto da colleghi resta al di fuori dal circo della politica e dei media italiani, e così la mafia continua a vincere. Pensa alla Calabria. Una terra magnifica, ricca, piena di risorse ma in cui, a causa del potere delle n’drine si preferisce custodire sulle coste la carcassa del Jolly Rosso anziché lasciare spazio ad idee imprenditoriali. Paradossalmente per fare antimafia occorrerebbe utilizzare anche una retorica liberale da libero mercato.  Come fai a costruire un paese su un sistema mafioso che sta già occupando tutti i posti di potere. Chi è che poi può rilanciare effettivamente l’economia nazionale? Su quali basi? Ripenso alla Calabria dove alcuni ospedali sono obitori. Dobbiamo mettere insieme però tutto perché parcellizzando i problemi è facile cadere in tranelli concettuali e ideologici. Ma mettiamo insieme tutto, tutto quanto. Ripeto oggi la Sicilia sarebbe la regione più ricca di Italia se fosse vero che la mafia produce ricchezza».

Si dovrebbero spiegare la Sicilia e la Calabria alla Libia?

«Si, la Libia non si sta “ricostruendo” ma “costruendo”, e si sta consegnando la generazione che ha creduto nella rivoluzione, alla mafia, in nome del nostro benessere. Gli accordi con i trafficanti “cattivi” che poi ti possono garantire la sicurezza del compound Mellita di cui parlavamo prima. E come noi in Italia abbiamo, negli apparati dello stato alcuni mafiosi, tanto è che non si spara più, in Libia stiamo facendo un addestramento in questi termini, altroché diritti umani. Stiamo facendo training su come costruire cosche, su come associarsi in organizzazioni criminali a fini estorsivi e quant’altro. Viene da dire amaramente che in Libia ancora sono alle prime armi in tal senso ma stanno imparando bene e velocemente. I maestri sono bravi»



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