Neoliberismo. Governare con la nostra libertà

Neoliberismo. Governare con la nostra libertà

di Pierre Dardot e Christian Laval

«Neoliberismo»? Questa parola associa la novità («neo») con la libertà («liberalismo»). Vuol dire che è necessario essere neoliberisti per essere «assolutamente moderni» (per usare un’espressione di Arthur Rimbaud) ed essere anche interamente liberi, ma sempre proporzionalmente alla libertà di cui deve godere il capitale, come chiedeva Milton Friedman? Assolutamente no. Il neoliberismo non è più una novità, ormai, anche se non è così antico come alcuni sostengono; e tantomeno ci rende liberi. Anzi, si può dire che esso tenda a manipolare la nostra libertà in modo tale da impedirci qualunque scelta di vita alternativa a quella che surrettiziamente ci impone. Come dice Foucault, il neoliberismo ci governa attraverso la nostra libertà.

Una parola alquanto strana

Diciamolo, la parola «neoliberismo» è un termine politico strano, interessante e anche difficile da maneggiare. I neoliberisti non si rivendicano come tali, anzi addirittura respingono energicamente questa definizione. A destra dello scacchiere politico nessuno dice «io sono neoliberista», «difendo il neoliberismo», o «il neoliberismo mi piace», né tantomeno «il neoliberismo, che passione!». Si sente piuttosto dire: «io sono un liberale autentico» o ancora, in modo più indiretto: «il socialismo è un ideale superato», «Keynes è morto», «il Welfare è agonizzante», «la globalizzazione è vantaggiosa per tutti» o «l’Europa ha garantito la pace tra i popoli».

La parola «neoliberismo» sembra quindi più che altro una parola della sinistra. È usata in chiave critica e polemica per denunciare una specifica linea politica, un sistema economico, la condotta di alcuni politici o di interi paesi. Ma quest’uso è spesso fallace e abusivo, è un modo per nascondersi o per autoassolversi. Spesso si presenta il neoliberismo come una categoria un po’ diabolica, confondendolo con il termine «ultraliberismo» senza peraltro avere pieno controllo di ciò con cui si riempie davvero questo spauracchio. La figura dell’ultraliberista viene spesso rappresentata da chi si trova in Europa come il malvagio che viene da fuori, da oltremanica o dal di là dell’Atlantico. A volte si impiega il termine «neoliberismo» per non parlare, o peggio ancora per non parlare più di capitalismo. In questo caso si dà per scontato che il capitalismo sia un dato di fatto da accettare e cercare di gestire il meglio possibile, mentre il neoliberismo sarebbe un eccesso di capitalismo da evitare: è questa grosso modo la posizione della sinistra detta «moderata».

Ma non dimentichiamoci che l’estrema destra europea sta recuperando il termine: il Front National francese in modo particolare, il quale non ha timore di riprendere o addirittura plagiare le parole e le analisi della sinistra radicale a suo vantaggio. Denunciare «l’Europa neoliberista» è il modo che l’estrema destra ha trovato per distinguersi dalla destra classica, che a sua volta fa di tutto per rincorrere l’estrema destra sul suo terreno.

Ma volendo aggiungere ancora qualcosa al turbamento causato da questa parola, bisogna anche ricordare che c’è sempre qualcuno che, periodicamente, del neoliberismo annuncia la morte. La prima volta sarebbe morto dopo la crisi sistemica del 2008, poi di nuovo con la politica monetaria accomodante assunta dalla Banca centrale europea e, infine, sarebbe morto per la terza volta più di recente con la Brexit, l’elezione di Donald Trump e l’ascesa del «populismo», fenomeni che riportano in auge la sovranità dello stato nazione. Il neoliberismo appare come un fenomeno ben strano, quindi, in grado di morire ripetutamente per sopravvivere sempre al suo decesso!

Come si vede, il significato del termine non è semplice, non è univoco. È anzi pieno di ambiguità e confusioni, eppure vorrà ben dire qualcosa, avrà pure un contenuto reale. Diciamo di più, il neoliberismo si rivela decisamente una parola indispensabile per capire il mondo in cui viviamo. Dobbiamo prendere sul serio questo termine, quindi considerarlo con un certo rigore. Non basta dire che si tratta di una dottrina o di un’ideologia. Cosa che senz’altro è, beninteso, ma di sicuro non si tratta di un ritorno alla filosofia economica del XVIII secolo come qualcuno ancora sostiene. In effetti, bisogna evitare proprio di confondere il neoliberismo con il libero scambio commerciale, o con l’«ultraliberismo» o il «libertarianismo», che rifiutano qualunque ingerenza statale.

No. «Neoliberismo» vuol dire altro. Prendiamoci qualche minuto per capirlo meglio. A partire dagli anni Settanta una certa logica normativa ha cominciato pian piano a imporsi, per mezzo di diversi e svariati esperimenti di governo, e questo processo è arrivato a compimento alla fine del XX secolo con l’avvento di un sistema neoliberista mondiale che lascia pochissimo margine a politiche alternative a quelle portate avanti con tenacia da ormai quarant’anni. Tutte le politiche sedicenti alternative messe in campo finora si sono schiantate contro un muro. Un muro fatto da un sistema di norme che costituisce oggi di fatto la struttura portante del neoliberismo.

Il neoliberismo di cui parliamo può essere definito con l’aiuto delle parole di Michel Foucault, come una «razionalità» specifica, storicamente localizzata, che guida le condotte individuali, struttura le relazioni umane, plasma le soggettività. La concorrenza è il suo principio, l’impresa il suo modello. Questa razionalità, o ancora questa «logica delle pratiche», non ha frontiere: è globale in entrambi i sensi del termine, cioè sia planetaria in termini di dimensioni, sia trasversale in termini di capacità di penetrazione di ogni ambito dell’esistenza umana. Ogni attività deve allora iscriversi in un sistema di concorrenza, ogni attività deve organizzarsi come un’impresa.

Le politiche neoliberiste non sono soltanto politiche congiunturali, quindi suscettibili di rivelarsi di volta in volta vere o false, benefiche o dannose. Sono invece politiche che obbediscono a una logica profonda, a un movimento che sta conducendo tutti i paesi, e potenzialmente l’intera umanità, a sottomettersi a un insieme di norme capitalistiche che si estendono anche oltre il terreno iniziale dell’accumulazione di capitale. Si tratta in un certo senso di una “messa a capitale”, di una capitalizzazione generale dell’esistenza umana e insieme delle condizioni di questa esistenza.

 Da dove viene questa logica normativa?

Il progetto dottrinario neoliberista degli anni Trenta ruotava attorno a due grandi questioni: da un lato, rifondare il liberalismo contro il puro laissez-faire, rilegittimando in un certo senso il ruolo dello Stato e delle leggi; dall’altro lato, reinventare una dottrina del mercato incentrata sulla concorrenza. In questa prospettiva, il mercato concorrenziale non è un dato puramente naturale, ma dipende di fatto dalle istituzioni e deve essere costruito o mantenuto attraverso interventi regolari e ingenti. Considerato come razionalità politica, il neoliberismo è di conseguenza un interventismo di un genere speciale, fondato su un costruttivismo più o meno esplicito. In questo si oppone al «liberalismo», che considera come mero laissez-faire.

Questo progetto, diciamo pure che è antidemocratico. Nel suo cuore è scolpito, fin dall’origine, uno spirito antidemocratico connaturato, che procede dalla volontà deliberata di sottrarre le regole del mercato concorrenziale al potere della deliberazione pubblica, consacrandola come regola inviolabile che si impone ai governi, indipendentemente dal colore politico. Questo progetto è anche allergico alla sovranità popolare, e ostile alla democrazia. In tutta evidenza, il sistema istituzionale neoliberista opera oggi in maniera inflessibile e metodica un sistema di messa fuori gioco della democrazia. Certo, esso non opera più per colpi di stato militari come nell’America latina degli anni Settanta, ma si sta impegnando a costruire una gabbia di vincoli legali, normativi, giuridici e istituzionali mirati a garantire l’inviolabilità delle basi stesse del suo sistema.

Per ragioni dovute tanto alla deregulation economica quanto alle contestazioni sociali e culturali degli anni Sessanta e Settanta, tanto alla crisi del regime d’accumulazione quanto a una crisi di governamentalità, il progetto neoliberista nato nel 1930 in tutt’altro contesto è stato riportato in auge da accademici, politici e tecnocrati negli Stati Uniti, in Europa e in America latina. La questione era quella di rivivificare il capitalismo andando a trasformare il sistema politico, la società e perfino gli stessi individui, singolarmente. Dobbiamo a Margaret Tatcher una formulazione ammirevole in questo senso: «L’economia è il mezzo, l’obiettivo è quello di cambiare il cuore e l’anima», che significava che il capitalismo doveva arrivare a permeare la totalità della vita quotidiana delle persone.

Di conseguenza il neoliberismo diventa il modo per far esondare il capitalismo oltre la mera sfera economica, attraverso un sistema di norme di azione diffuso socialmente. Che significa, questo? In che modo riesce il neoliberismo a estendere la razionalità del capitale al di fuori dell’ambito economico?

Estendere la logica del mercato trasformando lo Stato

Lungi dal rappresentare un ostacolo, come sembrerebbe in apparenza, lo Stato è diventato di fatto uno dei principali attori dell’estensione della logica del mercato, se non il suo vettore essenziale. Nelle sue mani, gli strumenti dell’azione pubblica, ereditati dalla gestione socialdemocratica e keynesiana, sono diventati leve di trasformazione dall’interno della logica di funzionamento dell’azione pubblica, un modo, insomma, per metterla al servizio di una profonda mutazione della società. È quindi completamente inutile concepire questa trasformazione nei termini di una limitazione dell’intervento dei governi: con il neoliberismo, non si tratta più di limitare, ma in un certo senso di estendere l’intervento statale e di trasformare lo Stato per estendere la logica del mercato.

Con «logica del mercato» si deve intendere più che altro il gioco della concorrenza, che può venire estesa alle istituzioni non strettamente produttrici di merci, quindi a imprese non propriamente capitalistiche come per esempio quelle del settore pubblico. La razionalità neoliberista è caratterizzata dalla trasformazione della concorrenza nella forma generale di tutte le attività di produzione (soprattuto quelle che producono servizi non commerciali) e delle relazioni sociali al di fuori della sfera strettamente produttiva. Tale logica universale della concorrenza si propaga attraverso una sorta di managerializzazione delle pratiche, delle tecniche e dei discorsi e una standardizzazione delle attività pubbliche, private, sociali e individuali le quali producono l’effetto di omologare i modi sociali di fare e di essere.

Lo Stato neoliberista costruisce mercati e mette le persone in situazioni di concorrenza. L’imposizione di questa forma di concorrenza non ha niente di naturale. Non è il risultato di processi spontanei, né l’effetto di una sorta di «cannibalizzazione» inerente alla dinamica del capitalismo. È piuttosto il risultato di una precisa costruzione politica. Questa costruzione è ovviamente passata attraverso la “privatizzazione” delle imprese pubbliche e di ogni sorta di delega o sminuimento delle attività pubbliche a beneficio di aziende private. Quando la situazione non è «naturalmente» commerciale, lo scopo è creare una situazione concorrenziale all’esterno e all’interno dei servizi, ovvero una situazione di mercato senza merci, che noi proponiamo di chiamare quasi-mercato. È accaduto nella sanità, nell’istruzione, nella ricerca pubbliche e nella cultura. Un museo, una scuola, un’università, un ospedale devono essere considerati come aziende in concorrenza tra loro, in un campo di battaglia nazionale e internazionale. E tutti devono obbedire a questa ragione come se fosse naturale che un museo, una scuola o un ospedale fossero un’«azienda».

La fabbricazione di nuove soggettività

Gli individui messi in situazioni concorrenziali si vedono costretti ad agire «liberamente» dentro il contesto di competizione generalizzata. La concorrenza trasforma le persone. Superare gli altri, salire di punteggio, non significa solo sopravvivere restando identici a se stessi in un mondo darwiniano, significa trasformare se stessi secondo una logica ben precisa: quella dell’accumulazione del capitale, che è innanzitutto «capitale di sé» o capitale di «se stessi come capitale». In una parola, con il neoliberismo assistiamo a una mutazione delle soggettività, che vengono chiamate a relazionarsi tra loro nella modalità dell’autovalorizzazione. Questo processo comincia già a scuola e all’università, dove si tratta ormai di produrre «capitale umano» ossia individui dotati di un «portafoglio di competenze» da spendere sul mercato del lavoro. Foucault lo aveva compreso già nel 1979, dipingendo il neoliberismo come un modo per obbligare ognuno di noi a considerasi «imprenditore di se stesso».

La grande parola della concorrenza neoliberista è «performance». Estendere l’ambito della concorrenza presuppone una certa dose di consenso soggettivo. Come fare per imporre il modello dell’impresa a ogni istituzione e a ogni individuo? Come piegare i soggetti a questa norma, tutti i soggetti, compresi coloro che non subiscono direttamente la pressione del mercato nel loro tipo di lavoro? Come riuscire a obbligare gli individui a interiorizzare la pressione esterna della concorrenza in modo tale da rendere quest’ultima la regola stessa della soggettività? Tutta l’arte di persuasione del management consiste nel far credere che questo nuovo regime sia voluto dai lavoratori stessi, che sia per loro vantaggioso, che rifletta al meglio la «società degli individui». Si tratta di far sì che i soggetti finiscano per trovare naturale il fatto di funzionare in un regime di concorrenza. E questo attraverso l’imposizione di quel particolarissimo modo soggettivo che è la ricerca della performance in ogni cosa che facciamo. Poiché il fattore di competitività più importante oggi è il «capitale umano», la soggettività al lavoro e nella vita privata deve allo stesso modo rimodellarsi secondo il principio della concorrenza e la logica della performance. È su questo punto, del resto, che i discorsi neoliberisti insistono di più, anche se metterli in pratica risulta difficile: fornire all’economia gli individui più adatti alla guerra commerciale generalizzata, ovvero gli individui più performanti.

Il nuovo modo di governare consiste perciò nel passare da una forma di comando giuridico-amministrativo, accusato di rendere gli individui passivi e dipendenti, a una logica economica fondata sulla competizione e l’incitamento materiale, ritenuta invece in grado di rendere i soggetti più attivi, più autonomi nel trovare soluzioni, più responsabili dei risultati del loro lavoro. La soggettivazione contabile dei salariati passa attraverso l’impiego di metodi standardizzati di management che consistono nel codificare l’attività, quantificarne i risultati, fissare punteggi o obiettivi quantificati da raggiungere durante l’esercizio attraverso tecniche di benchmarking, a valutare l’attività e commisurarla con obiettivi prefissati, premiare materialmente e simbolicamente la realizzazione effettiva dei compiti, determinare nuovi punteggi e obiettivi da raggiungere.

Un buon esempio della logica della valutazione illimitata tipica del neoliberismo è dato da Jonathan Coe nel suo ultimo romanzo Numero undici. Si parla nel libro di un Istituto per la Valutazione della Qualità con l’ambizione di dare un valore e un prezzo alla qualità della vita umana, emozioni e sentimenti compresi: «Abbiamo a che fare con persone che non avrebbero la minima idea dell’importanza di una cosa qualsiasi se non potessero darle un prezzo. […] Ecco perché abbiamo inventato l’espressione “valore edonico”, che rinvia al piacere che proviamo guardando le belle sponde di un fiume, per esempio. E tentiamo di dimostrare che questa emozione vale di fatto alcune migliaia di sterline; oppure, sul versante opposto, che il dolore di una vedova può pesare sull’economia per diecimila sterline l’anno»1.

Avremmo torto se leggessimo in questo testo solo un’elucubrazione partorita dalla fervida immaginazione del romanziere britannico. Perché è esattamente questo l’argomento riproposto ad nauseam per giustificare la finanziarizzazione della biodiversità. Pavel Sukhdev, per esempio, banchiere direttore del progetto TEEB (Economics of Ecosystems and Biodiversity) non ha timore ad affermare: «Ci serviamo della natura perché ha un valore. Ma la sprechiamo perché è gratis». Dal momento che «l’economia è diventata la moneta della politica» (sic), dobbiamo imparare ad attribuire alla natura un valore monetario o un prezzo, sopperendo così alla sua «invisibilità economica». Per operare tale valorizzazione bisogna fare dei calcoli: per esempio, l’impollinazione degli alberi e dei fiori da parte delle api rappresenta un servizio economicamente invisibile, ma il cui valore stimato si aggira attorno ai 200 miliardi di dollari2.

La crisi come modalità di governo

Si vede dunque che per il neoliberismo ogni attività come anche ogni esistenza, dal sentimento umano all’attività della natura, è ripresa, inglobata e rimodellata secondo la logica della valorizzazione, del “più di”. Ma questa logica del “più di” è contemporaneamente una logica della crisi permanente. L’illimitatezza è la norma, ma questa norma è anche la crisi come funzionamento normale del sistema neoliberista. Il neoliberismo è il governo attraverso la norma della crisi.

Come spiegare la radicalizzazione del neoliberismo dopo il 2008? A differenza della crisi del 1929, che ha provocato ripensamenti politici e dottrinali abbastanza profondi, dopo il 2008 non è accaduto nulla di simile. Lo scenario del 2008 non ha niente a che vedere con quello del ’29. Il neoliberismo si è addirittura radicalizzato e rafforzato con l’ultima crisi, nonostante strati sempre più larghi di popolazione comincino a screditarlo e nonostante le molteplici forme di resistenza che si sono sviluppate. La crisi del 2008, che nella lettura di molti avrebbe dovuto inaugurare un’era di moderazione postneoliberista, ha invece prodotto una radicalizzazione neoliberista.

In realtà, è accaduto che le oligarchie politiche ed economiche hanno imposto la loro personale soluzione alla crisi: sono riuscite a far pagare alla grande massa dei lavoratori e dei pensionati le somme usate per salvare il sistema finanziario dal fallimento e per rilanciare l’accumulazione di capitale. Questa radicalizzazione deriva direttamente dalla razionalità neoliberista. La stessa crisi è conseguenza delle politiche neoliberiste è anche causa della loro radicalizzazione.

In una parola, le politiche neoliberiste hanno finito per creare una rete sempre più coerente di vincoli, che si sono cristallizzati a forza di obiettivi cui le pratiche devono attenersi e da cui devono essere informate, che si tratti di governati o di governanti, indifferentemente, per quanto questi ultimi governino sempre con lo scapolo di osservare gli obblighi imposti da ciò che chiamano «realtà». Il neoliberismo non è più soltanto un’ideologia o un’azione politica conforme a certi principi, ma è soprattutto la «realtà», il «mondo», l’«ambiente» in cui viviamo. In una parola, è la realtà stessa a esser diventata neoliberista. Essa consiste in un sistema di obblighi fatto di trattati, di regole economiche, di norme di ogni genere che sviluppa una serie di concatenazioni logiche per autoconfermarsi.

C’è un rapporto stretto tra questa radicalizzazione del neoliberismo e l’uscire dalla democrazia, uscita che d’altra parte, con un corto circuito, a sua volta spiega la radicalizzazione. Il primato della competitività sulla cittadinanza porta a alla fine sostituire direttamente la competitività alla cittadinanza. Con ciò si pongono le basi per un’espansione illimitata del neoliberismo: quest’ultimo distrugge, indebolisce o “ribalta” tutto ciò che poteva ancora opporsi. Più questa logica dominante si dispiega, più tende a distruggere i suoi contenuti e, contemporaneamente, più si rafforza, in una spirale infernale.

La logica normativa della concorrenza agisce infatti come un potente solvente per la società, a tutti i livelli; disfa la collettività in ambito lavorativo attraverso l’individualizzazione delle tecniche di management, con la disoccupazione e la precarietà; indebolisce il sindacalismo, e in generale i valori e i meccanismi della solidarietà; rivede al ribasso i dispositivi di protezione sociale, crea fenomeni di paura sociale e panico morale diffuso. In una parola, questa logica disattiva ogni capacità di azione collettiva e autonoma da parte della società.

Prendendo progressivamente il sopravvento, la logica neoliberista sta svuotando di ogni contenuto la democrazia liberale classica, fondata sulla rappresentanza. La deliberazione e la decisione democratica scompaiono sotto il peso del privilegio assoluto delle imposizioni sistemiche. Infatti, ogni alternativa che dovesse emergere dalle elezioni, o qualunque scarto operato da un qualsiasi governo, è e sarà impietosamente sanzionato da organismi economici e finanziari internazionali o dalla stessa Unione Europea, se non da quelle nuove potenze politiche rappresentate dagli oligopoli privati. E la maggior parte delle volte è la combinazione di questi diversi poteri a portare avanti la distruzione, pezzo dopo pezzo, della credibilità delle istituzioni della democrazia cosiddetta rappresentativa.

Contro il neoliberismo

Il termine neoliberismo va dunque assunto in un senso molto speciale. Si tratta di molto di più di un insieme di dottrine, di scuole di pensiero o di autori del resto molto diversi tra loro, se non addirittura in contraddizione su alcuni punti. Non si tratta neanche di una tipologia di politica economica indirizzata a indebolire lo Stato a vantaggio del mercato. Il neoliberismo non è un «ultraliberismo», un libertarianismo o un «ritorno ad Adam Smith». Il neoliberismo è piuttosto contemporaneamente una specifica modalità di intervento politico, una specifica modalità di azione governativa e una precisa strategia di trasformazione della società.

Ma, pur essendo dominante e rafforzato in virtù della crisi, il neoliberismo non ha ancora inghiottito il mondo. Nonostante i ripensamenti, le sconfitte e i tradimenti, oggi viviamo la fase di uno scontro campale su scala mondiale tra due grandi razionalità: quella neoliberista contro quella del comune. E nessuno può prevedere l’esito di questa battaglia. Infatti, suscitando lotte e sperimentazioni, la logica neoliberista ha fatto nascere il suo opposto. Tra la logica della concorrenza e quella del comune lo scontro è tra due concezioni del mondo e della vita senza alcun compromesso possibile.

«Comune» significa negazione del principio neoliberista come razionalità del mondo: della privatizzazione, dell’accumulazione, dell’appropriazione, della disuguaglianza estrema tra ricchi e poveri, dell’oligarchia finanziaria e politica. Possiamo intuire la portata e la forza di questo principio, ma non possiamo cogliere la promessa che contiene se non ci misuriamo prima con gli esiti del neoliberismo, con tutte le distruzioni che genera e potrà generare e con tutte le reazioni che suscita e potrà suscitare, ivi compresa quella del fascismo.

Intervento pronunciato in occasione di Sensibile comune. Le opere vive
[Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, 14-22 gennaio 2017] nell’ambito delle serate «Parole Comuni», 19-20 gennaio,
organizzate in collaborazione con  l’Institut Français Italia.

NOTE

 

1. Jonathan Coe, Numero undici. Storie che testimoniano la follia, Feltrinelli, Milano 2016, p. 201.
2. Citato in Prédation. Nature, le nouvel eldorado de la finance, La Decouverte, Paris 2015, p. 62.

fonte: Opera Viva

tina charles_hope-thatcher_tina


Sostieni il Partito con una


Campagna di autofinanziamento. Moduli RID